Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 67

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Niuna prole maschile lasciò dopo di sè l'imperador Lodovico. Restò di lui una sola figliuola, cioè _Ermengarda_, a lui partorita dall'imperadrice _Angilberga_, che la madre avea lasciata in Capua. E questo mancar di successori abili all'imperio cominciò a turbar la pace che per tanti anni s'era goduta in Lombardia pel buon governo di questo principe: anzi cominciò qui la rovina dell'Italia, che restò priva del sovrano abitante in essa, e così potente, che teneva in freno la prepotenza e l'ambizione degl'inferiori; laonde la discordia con gli altri malanni prese da lì innanzi possesso di questo regno. Due erano allora i concorrenti all'imperio e al regno d'Italia, siccome discendenti da Carlo Magno, cioè _Lodovico_ re di Germania in età assai avanzata, e provveduto di tre figliuoli, ognun dei quali infetto di molte magagne: e l'altro era _Carlo Calvo_ re di Francia suo fratello. Tutti e due attentamente vagheggiavano gli stati d'Italia. Or accadde, per testimonianza di Andrea prete[1289], che sul principio di settembre si raunò in Pavia la gran dieta de' principi d'Italia, cioè dei duchi, marchesi e conti d'allora, con esservi intervenuta la vedova imperadrice Angilberga. La risoluzione che presero, biasimata da esso Andrea prete, fu di offerire il regno a tutti e due i suddetti re, senza che l'uno sapesse dell'altro: però amendue si accinsero a calare in Italia con quanto forze poterono frettolosamente raunare. Maggiore nondimeno fu la sollecitudine di Carlo Calvo. Senza aspettare invito alcuno degli Italiani, appena ebbe egli udita la morte del nipote Augusto, che si mise in assetto per venire a prendere questa pingue eredità. Secondo gli Annali bertiniani[1290], nel dì primo di settembre imprese il viaggio verso l'Italia, e con passare pel monistero di san Maurizio, cioè pel paese de' Vallesi, felicemente arrivato a Pavia, si diede a far maneggi per esser eletto re d'Italia. Abbiamo un suo diploma[1291] dato nella stessa città di Pavia nel dì 29 di settembre, in cui non esprime l'anno primo del regno d'Italia, ma solamente l'_anno primo della successione di Lodovico_. Intanto Lodovico re di Germania spedì anch'egli alla volta d'Italia _Carlo_ suo figliuolo, che gl'Italiani cominciarono a chiamare _Carletto_, ed oggidì più conosciuto sotto nome di _Carlo Grasso_ ossia _Carlo_ il _Grosso_. Giunto questi nel territorio di Milano, e inteso che Carlo Calvo suo zio era già entrato in Pavia, restò assai malcontento, e senza sapere qual partito prendere. Attesta Andrea prete, che con esso lui si unì _Berengario_, cioè il figliuolo d'_Eberardo_ già duca del Friuli, vegnendo noi con ciò in cognizione ch'egli dovea già essere succeduto per la morte di _Unroco_ suo fratello nel governo di quel medesimo ducato, o vogliam dire di quella marca. Vennero le soldatesche di Berengario nel bergamasco, commettendo non pochi disordini d'incendii e d'adulterii, di maniera che molti di que' paesani, lasciando le case e le sostanze alla discrezion di quella gente, se ne fuggirono o alla città, o alle montagne. Ricavasi ancora da una lettera[1292] di papa _Giovanni VIII_, ch'egli arrivato a Brescia, avea spogliato il monistero delle monache di santa Giulia di tutto l'oro sì d'esso sacro luogo che dell'imperadrice Angilberga, la quale avea colà rifugiato, come in ben sicuro asilo, il suo non piccolo tesoro, ammassato con far tanto gridar la gente. Come veramente passassero in tale occasione gli affari, non è facile il dirlo, stante la discordia degli Annali di san Bertino composti da un Franzese, e dei Fuldensi scritti da un Tedesco, cercando l'uno e l'altro di sostener l'onore, o di coprire i difetti della sua nazione, con adoperare, occorrendo, anche le bugie: difetto non già straniero negli scrittori di storie. Carlo Calvo, secondo i suddetti Annali bertiniani, uscito contra di esso Carlo Grasso, il mise in fuga, e costrinselo a ritirarsi. Anzi Andrea prete aggiunse che _Carlo Calvo perrexit in Bajoariam_; cioè portò le sue armi fino in Baviera: il che non saprei facilmente credere io. L'Eccardo pensò che questo fosse uno stratagemma di Carlo Calvo, al quale non riuscisse già di far fuggire il nipote Carlo, ma bensì di farlo retrocedere, per accorrere alla difesa della casa. Ma neppur sembrerà credibile che Carlo Calvo volesse passare in Baviera con lasciare in Italia un principe tedesco suo nipote, assistito dal duca ossia dal marchese del Friuli, che avrebbe potuto profittare della lontananza dello zio.

Comunque sia, _Lodovico_ re di Germania inviò alla volta d'Italia _Carlomanno_, cioè un altro de' suoi figliuoli, con un'altra armata. Per attestato degli Annali di san Bertino, Carlo Calvo con forze maggiori gli andò incontro; e Carlomanno, conosciuto di non potere resistere allo zio, trattò con lui di pace, e dopo i giuramenti seguiti fra loro, se ne tornò in Germania. Laonde Carlo Calvo, sbrigato da questi ostacoli, ebbe l'agio convenevole per passare a Roma a ricevere la corona dell'imperio dalle mani di papa Giovanni. All'incontro abbiamo dagli Annali di Fulda[1293] che Carlo Calvo, tiranno della Gallia, balzò in Italia, ed aggraffò tutti i tesori che potè ritrovare, specialmente dell'imperador Lodovico II. All'avviso che Carlomanno calava in Italia, si fortificò alle chiuse delle montagne; ma Carlomanno molto ben seppe preoccupare i siti più difficili. Ora Calvo Carlo considerando che non si poteva sbrogliare da questo pericoloso impegno senza venire ad un fatto d'armi, siccome uomo più timido d'una lepre, ricorse al ripiego di guadagnare, con una gran somma d'oro e con regali d'innumerabili pietre preziose, l'animo di Carlomanno. E gli venne fatto. Giurò egli di ritirarsi tosto dall'Italia, e di lasciar questo regno alla disposizione di suo fratello Lodovico, purchè Carlomanno se ne tornasse anch'egli in Baviera. In fatti l'incauto giovane Carlomanno se n'andò, ed allora Carlo Calvo, nulla badando alle promesse nè ai giuramenti fatti, il più presto che potè marciò a Roma, dove con donativi corruppe il senato romano in guisa tale, che indusse papa Giovanni a dargli la corona dell'imperio. In questo racconto ha verisimilmente avuta qualche parte la passione o la diceria del volgo. Per altro Andrea prete, scrittore in ciò più autentico, attesta, che fatto al fiume Brenta un abboccamento fra Carlo Calvo e Carlomanno, rimase stabilita una tregua fra loro sino al mese di maggio: dopo di che Carlomanno se ne tornò in Baviera, e Carlo Calvo se n'andò a Roma, dove, fatti molti doni alla chiesa di san Pietro, ricevette il titolo e la corona imperiale da papa Giovanni. Reginone scrive ch'egli a forza di regali comperò l'imperio. Certamente pare che seguisse la tregua suddetta, ed avesse da restar pendente la controversia; ma Carlo Calvo non lasciò per questo di fare il negozio suo con burlare il troppo suo credulo nipote. In questo mentre lo stesso Lodovico re di Germania, credendosi di far desistere il fratello dall'acquisto dell'Italia, entrò coll'armi in Francia, e diede il guasto ad un gran tratto di paese, senza che per questo volesse Carlo Calvo muoversi d'Italia. Non si sa bene se esso re Carlo da sè stesso assumesse il titolo di re d'Italia, e neppure se ne seguisse la formale elezione e proclamazione in Pavia. Abbiamo ben certo il tempo della sua coronazione imperiale in Roma. Invitato dal papa colla spedizione di quattro vescovi, arrivò egli colà nel dì 17 di dicembre, e poscia nel giorno solenne del santo Natale[1294] fu unto e coronato imperadore ed Augusto dal sommo pontefice _Giovanni VIII_. Reginone[1295] attesta ch'egli fece dei gran regali al papa e ai Romani. Nel giorno seguente, stando in san Pietro, esercitò la sua autorità col confermare i privilegii al monistero insigne di Farfa. Il suo diploma, riferito nella Cronica farfense[1296], è dato _VII kal. januarii, anno XXXVI regni domni Caroli in Francia, et in successione Lotharii VI, et imperii ejus I. Actum in sancto Petro, Indictione IX_. Feci menzione di sopra di un'operetta, attribuita ad Eutropio longobardo, di cui si servì il de Marca[1297] per provare che Carlo Calvo in tal congiuntura cedette ai romani pontefici la sovranità sopra Roma. In fatti dice costui, che venuto esso Carlo a Roma,_ renovavit pactum cum Romanis, perdonans illis jura regni, et consuetudines illius_, ec. Ma il padre Pagi pruova non sussistere una tale asserzione, avendo continuato gli Augusti il loro dominio in Roma stessa. E certo quell'autore, qualunque ei sia, conta nello stesso luogo dell'altre favole: cioè che Carlo Calvo donò loro anche _patrias Samniae et Calabriae simul cum omnibus civitatibus Beneventi_, e inoltre _ad dedecorem regni totum ducatum spoletinum cum duabus civitatibus Tusciae, quod solitus erat habere ipse dux, idest Aritium et Clusium_. La storia, siccome vedremo, non s'accorda con questo racconto e con altre particolarità ch'egli soggiugne. Poichè per altro non son io lungi dal credere che papa Giovanni ottenesse allora non pochi vantaggi da un principe che avea un concorrente allo stesso mercato. Certo si ricava da una lettera d'esso papa Giovanni[1298] che Carlo Calvo avea ceduto Capoa, non si sa con quali patti, alla Chiesa romana. Gli affari intanto del ducato di Benevento si trovavano in una cattiva positura. Dacchè l'imperador Lodovico II si ritirò da quelle contrade[1299], ripigliarono cuore i Saraceni, e giacchè restò sciolto il blocco di Taranto, che avea quasi ridotta quella città alla necessità di rendersi, a poco a poco si diedero a scorrere per gli territorii di Bari e di Canna, commettendovi le solite ruberie con alcune iniquità. Tre volte uscì in campo contra di costoro Adelgiso principe di Benevento; ma sempre se ne tornò indietro senza gloria e senza vantaggio alcuno. Però in quelle parti andarono a dismisura crescendo le sciagure, siccome vedremo.

NOTE:

[1284] Chron. Casauriens. apud Ughellium tom. 6, Ital. Sacr. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1285] Andreas Presbyt., Chron. tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.

[1286] Erchempertus, Hist. cap. 37.

[1287] Regino, in Chronico.

[1288] Rer. Ital. P. II, tom. 1.

[1289] Andreas Presbyter., in Chronico.

[1290] Annal. Franc. Bertiniani.

[1291] Antiquit. Ital., Dissert. XI, p. 581.

[1292] Epist. 42 Johannis papae VIII.

[1293] Annal. Franc. Fuldenses.

[1294] Annales Francor. Bertiniani.

[1295] Regino, in Chronico.

[1296] Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1297] De Marca, lib. 3, c. 11 de concord. sacerd. et imper.

[1298] Epistola 9 Johann. papae VIII.

[1299] Erchempertus, in Chron., cap. 38.

Anno di CRISTO DCCCLXXVI. Indiz. IX.

GIOVANNI VIII, papa 5. CARLO II imperadore 2.

Per quanto s'ha dagli Annali bertiniani[1300], _Carlo Calvo_ imperadore soggiornò in Roma fino al dì cinque di gennaio, nel qual tempo _papa Giovanni_ diede una bolla in favore del monistero di san Medardo di Soissons, riferita dal padre Mabillone[1301], e scritta _quarto nonas januarii per manum Anastasii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis quarto, imperante domno piissimo perpetuo Augusto Carulo, a Deo coronato magno imperatore anno primo, et post consulatum ejus anno primo, Indictione nona_, cioè nella stessa guisa che si praticò cogli antichi Augusti. Partissi dunque da Roma l'imperadore novello, e venuto a Pavia, colà convocò la dieta del regno d'Italia, che si tenne nel mese di febbraio. V'intervennero diciotto vescovi, alla testa de' quali era _Ansperto arcivescovo_ di Milano, e _Bosone_ fratello di _Richilda_ imperadrice (poco dianzi da Carlo dichiarato _duca_ di Lombardia, con dargli la corona _ducale_), e dieci conti, fra' quali _Suppone_, che tuttavia teneva il governo del ducato di Spoleti, e _Boderado_ conte del sacro palazzo. Non dovea prima d'ora essere stato eletto e riconosciuto in dieta alcuna per re d'Italia esso Carlo Calvo. Per sicurezza sua, ed anche per conservare i suoi diritti ai principi di questo regno, volle l'Augusto Carlo che ne seguisse la solenne funzione. Le parole dell'accettazione son queste, secondo l'edizion più copiosa d'esso concilio[1302]: _Jam quia divina pietas vos, beatorum Apostolorum, Petri et Pauli interventione, per vicarium ipsorum, domnum videlicet Johannem, summum pontificem, et universalem papam, spiritalemque patrem vestrum, ad profectum sanctae Dei Ecclesiae, nostrorumque omnium invitavit, et ad imperiale culmen sancti Spiritus judicio provexit: nos unanimiter vos protectorem, dominum, ac defensorem omnium nostrum, et italici regni regem eligimus_, ec. Ed ecco come cominciarono anche i magnati del regno d'Italia ad eleggere il re loro: cosa praticata sempre sotto i re longobardi; ma, per quanto sembra, dismessa sotto i precedenti imperadori franzesi. Passato di poi Carlo Calvo in Francia, fece quivi tenere un concilio, ossia un'altra dieta in Pontigone, dove fu medesimamente riconosciuto per imperadore dai baroni della Francia, Borgogna, Aquitania, Settimania, Neustria e Provenza, nel giugno dell'anno presente. V'erano presenti i legati apostolici _Giovanni vescovo_ di Tuscania e _Giovanni vescovo_ di Arezzo. Vi comparve lo stesso Carlo, vestito pomposamente alla greca, e da essi legati gli furono presentati per parte del papa varii regali, fra' quali uno scettro e un bastone d'oro, o pure indorato. In questi tempi la vedova imperadrice _Angilberga_ menava sua vita nel monistero insigne di santa Giulia di Brescia, che il defunto Augusto consorte suo Lodovico II, giusta l'uso, o, per dir meglio, abuso d'allora, aveva a lei conceduto in commenda, ossia in governo, finchè ella vivesse. Da una lettera di papa Giovanni[1303], a lei scritta nell'anno seguente, pare che traspiri aver ella già preso l'abito monastico; ma questo non è certo, a creder mio. Siccome dicemmo, Carlomanno l'avea nel precedente anno spogliato del suo tesoro. Le restavano molte terre e stabili, a lei donati dall'Augusto consorte, e almen buona parte di questi ella intendeva di donare al monistero delle sacre vergini di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza. Ma perciocchè non si fidava delle mani rapaci dei re suoi parenti, che o signoreggiavano o aveano pretensioni negli stati, dove ella avea que' beni, però quest'anno ella si procacciò un diploma di protezione da _Lodovico I re_ di Germania, dato _XIII kal. augusti, anno XXXVIII regni domni Hludowici serenissimi regis in orientali Francia, Indictione VIIII_. Leggesi questo nelle mie Antichità italiche[1304]. Non si sa ch'ella se ne procurasse un altro simile da _Carlo Calvo_ imperadore, perchè non godeva molto della di lui grazia. Siccome accennai di sopra, in esso diploma Angilberga è appellata da Lodovico _dilecta ac spiritalis filia nostra Engilpirga_: il che fa conoscere l'abbaglio preso dal Campi[1305] in ispacciarla figliuola naturale del medesimo re Lodovico. Se crediamo agli Annali di Fulda[1306], Carlo Calvo montato in superbia, faceva intanto delle sparate contra d'esso re suo fratello, non solamente negando di volergli dar parte alcuna degli stati del defunto comune nipote Lodovico, ch'egli pretendeva, ma anche minacciando e vantandosi ridicolosamente di voler condurre tanta quantità di cavalli, che bevendo tutta l'acqua del Reno, porgerebbono a lui comodità di passare per l'alveo asciutto di quel fiume. Avendo poscia udito che Lodovico si metteva in ordine per ben riceverlo, cadutegli le penne, mandò ambasciatori per trattar di pace. Ma il re Lodovico preso da mortale infermità, terminò i suoi giorni nel palazzo di Francoforte nel dì 28 d'agosto: principe che nella storia germanica di Reginone si meritò questo nobile elogio[1307]. _Fuit autem iste princeps christianissimus, fide Catholicus, non solum saecularibus, verum etiam ecclesiasticis disciplinis sufficienter instructus. Quae religionis sunt, quae pacis, quae justitiae ardentissimus exsecutor. Ingenio callidissimus, consilio providentissimus, in dandis, sive subtrahendis publicis dignitatibus discretionis moderamine temperatus, in praelio victoriosissimus; armorum quam conviviorum apparatu studiosior; cui maximae opes erant instrumenta bellica; plus diligens ferri rigorem quam auri fulgorem; apud quem nemo inutilis valuit; in cujus oculis perraro utilis displicuit; quem nemo muneribus corrumpere potuit; apud quem nullus per pecuniam, ecclesiasticam, sive mundanam dignitatem obtinuit; sed magis Ecclesiam, probis moribus et sancta conversatione; mundanam devoto servitio et sincera fidelitate._ Gli è tenuta la Germania, specialmente per aver egli fondato quel vasto regno; e per questo, ma più per le sue virtù, tuttavia _illius memoria in benedictione est._ Lasciò dopo di sè tre figliuoli, cioè _Carlomanno_ primogenito, _Lodovico II_ e _Carlo_ appellato il _Grosso_.

Tutto ringalluzzito l'imperador _Carlo Calvo_ all'avviso della morte del fratello, allora fu che si tenne in pugno la conquista di tutto il paese toccato in parte ad esso Lodovico di qua dal Reno[1308]. Ammassato dunque un poderoso esercito, andò ad occupare Aquisgrana e dipoi Colonia. Accorse nella ripa opposta del Reno Lodovico II con quanti armati egli potè in quell'angustia adunare; spedì ancora legati all'Augusto suo zio, pregandolo con tutta umiltà di ricordarsi della parentela, dei patti e giuramenti fatti nel dividere il regno di Lorena. La risposta assai galante fu, che i patti erano seguiti col fratello, e non già coi figliuoli del fratello. Allora Lodovico, benchè inferiore di forze, rivolto il timore in rabbia, animosamente passò di qua dal Reno, e fattosi forte nel castello di Adernaco, tornò ad inviare ambasciatori a Carlo con chiedere pace. Fece vista Carlo di volerla, e promise d'inviare a Lodovico i suoi messi per trattare di qualche accordo; ma nella seguente notte mise in armi tutte le sue schiere per improvvisamente assalire il nipote. Avvisato Lodovico segretamente di questo disegno da _Guiliberto vescovo_ di Colonia, con ordinare che i suoi mettessero le camicie sopra il giuppone, coraggiosamente si mosse contro della nemica armata, che già era in marcia, e confidato in Dio, attaccò la zuffa nel dì 8 di ottobre. Toccò alla perfidia di Carlo Calvo quello che si meritava. Andarono vituperosamente in rotta le genti sue; molti furono gli uccisi, molti i prigioni, fra' quali un vescovo, un abate e quattro conti; e si arricchirono assaissimo tutti i vincitori; tanta fu la copia del bottino in oro, argento, merci e bagaglie. Crescevano intanto i guai della Italia a cagion de' Saraceni, i quali avendo tirato dall'Africa in Calabria de' gagliardi rinforzi, s'erano talmente ingrossati, che faceano paura a tutte le città cristiane del vicinato[1309]. Venne a Taranto un nuovo lor generale, che, assunto il titolo di re, ed uscito in campagna, diede un terribile sacco al territorio di Benevento, di Telese e di Alifi. Volle di nuovo provar la sua fortuna contra di quegl'infedeli _Adelgiso principe_ di Benevento; ma rimasto sconfitto, fu obbligato a comperarsi un po' di quiete col rimettere in libertà il sultano, già fatto prigione col riacquisto di Bari. I due compagni di costui Annoso ed Abadelbach, dianzi spediti da lui a Taranto per trattare di qualche accordo, restarono colà, nè più fecero ritorno. Ora il popolo di Bari, veggendosi in pericolo di cader di nuovo in mano dei Mori[1310], chiamarono da Otranto _Gregorio_ generale dei Greci, che con un buon nerbo di truppe venne a prendere il possesso di quella città; ma, secondo la fede greca, mise tosto le mani addosso a quel governatore e ai principali cittadini, e li mandò a Costantinopoli. Andarono poscia i Greci colla spedizion di varie lettere pregando quei di Salerno, Napoli, Gaeta ed Amalfi di dar loro aiuto contra de' Saraceni. Ma cantavano ai sordi. Que' principi e popoli aveano fatta pace con que' Barbari; anzi unitisi con essi cominciarono colle lor navi ad infestar la riviera romana e il suo ducato. _Papa Giovanni_, le cui lettere si cominciano a leggere nel settembre di questo anno, essendo perite le precedenti, non avendo forze bastanti da opporre a questo torrente, si diede a tempestar con lettere[1311] _Bosone duca_, lasciato da Carlo Calvo come vicerè in Italia, e poi lo stesso imperadore Carlo, con rappresentar loro lo stato miserabile in cui si trovava il paese intorno a Roma per le scorrerie de' Saraceni, e implorando l'aiuto loro. Acremente si lamenta egli ancora _de confinibus et vicinis nostris, quos marchiones solito nuncupatis_, che facevano anch'essi alla peggio contro gli stati della Chiesa. Vuol egli significare _Lamberto_ e forse _Guido_ suo fratello, duchi di Spoleti, e forse anche _Adalberto_ marchese e duca di Toscana, in una lettera[1312] scritta allo stesso _Lamberto_. Il prega di rimediare ai danni che da i di lui uomini venivano fatti a quei di _san Pietro_ e di _Guido_: col qual nome se egli significa il fratello di Lamberto, si viene a conoscere ch'egli non avea parte in quelle violenze. Ma Carlo Calvo, nulla curando le preghiere del papa, nè il debito suo, altra premura non aveva in questi tempi, che di spogliare, se avesse potuto, i nipoti suoi de' loro stati: nel che andarono falliti i suoi desiderii e disegni. Intanto que' principi si divisero fra loro l'eredità paterna[1313]. _A Carlomanno_ toccò la Baviera, la Pannonia, la Carintia, la Schiavonia e la Moravia; a Lodovico la Francia orientale, la Turingia, la Sassonia, la Frisia e una parte del regno della Lorena; a _Carlo il Grosso_ l'Alemagna, cioè la Svevia, con alcune città della Lorena. Circa questi tempi la Russia, che a' nostri giorni per cura di Pietro il grande è salita in tanta potenza e credito, abbracciò la religione di Cristo[1314], e cominciò ad avere un arcivescovo, spedito colà da _sant'Ignazio_ patriarca di Costantinopoli. Si scorge poi da un placito da me pubblicato nelle giunte della Cronica casauriense[1315], che era stato tolto il governo di Spoleti a _Suppone_ conte o duca di quella contrada; perciocchè nel presente anno si truova un decreto fatto in favore del monisterio di Casauria _per jussionem domni Karoli imperatoris Augusti, et per jussionem Lamberti et Widonis comitum_. Fu scritto quel documento _anno domni Karoli piissimi imperatoris Augusti, anno imperii, in Dei nomine, primo, seu et temporibus Widonis comitis anno comitatus ejus primo, mense junio, per Indictionem IX_. Sicchè _Lamberto_ per grazia di Carlo Calvo imperadore ricuperò il ducato di Spoleti; e _Guido_ suo fratello fu anch'egli fatto duca, e pare che signoreggiasse nel ducato spoletino di qua dell'Apennino, cioè in Camerino e Fermo. Truovasi poi negli anni seguenti memoria di _Suppone_ conte nelle lettere di papa Giovanni VIII[1316], dalle quali si raccoglie che governava Milano, Pavia e Parma; e però dovrebbe essere stato duca o marchese di Lombardia, come era dianzi Bosone, passato al governo della Provenza.

NOTE:

[1300] Annales Francor. Bertiniani.

[1301] Mabill., Annal. Benedict., tom. 3.

[1302] Rer. Ital. P. II, tom. 2.

[1303] Epist. 43 Johannis Papae VIII.

[1304] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.

[1305] Campi, Istor. Piacent., lib. 7.

[1306] Annales Francor. Fuldenses.

[1307] Regino, in Chron.

[1308] Annal. Franc. Bertiniani. Annal. Francor. Metenses. Regino, in Chronico.

[1309] Erchempertus, Hist., cap. 38.

[1310] Lupus Protospata, in Chronico.

[1311] Epist. 1, 7, 21, etc. Johannis VIII Papae.

[1312] Epist. 22 ejusdem.

[1313] Regino, in Chron.

[1314] Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basil. Imper.

[1315] Chronic. Casauriens. Part. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1316] Epist. 107 et 130 Johannis Papae VIII.

Anno di CRISTO DCCCLXXVII. Indiz. X.

GIOVANNI VIII papa 6. CARLOMANNO re d'Italia 1.