Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 66

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Costantino Porfirogenneta[1263] ci racconta delle glorie favolose, allorchè scrive che per paura dell'armi greche il sultano de' Saraceni, abbandonato l'assedio di Benevento e di Capua, se ne tornò in Africa. Che vanto insussistente sia questo, si può raccogliere da quanto abbiam veduto finora. Ma possiam bene prestargli fede in parte, allorchè scrive che da lì innanzi que' principi conobbero per loro sovrano l'imperador greco: il che va inteso del solo Adelgiso principe di Benevento, e non già del principe di Salerno, nè dei conti di Capua. Certamente Adelgiso non si fidò più nè di Lodovico Augusto nè dei Franchi, dopo il bruttissimo giuoco che aveva lor fatto. Abbiamo da Andrea prete[1264], vivente in questi tempi, che nel mese di agosto, _multae locustae advenerunt de vicentinis partibus in finibus brescianis, deinde in cremonensibus finibus, inde perrexerunt in laudenses partes, sive etiam in mediolanenses. Erant enim una pergentes, sicut Salomon dixit: Locustae regem non habent, sed per turmas ascendunt. Devastaverunt enim multa grana minuta milii vel pannici._ Crederei che a quest'anno appartenesse quanto narra Giovanni Diacono[1265] nella vita di Atanasio II vescovo di Napoli, con dire: _Hujus temporibus tanta locustarum densitas in Campaniae partibus, et maxime in hoc parthenopensi territorio exorta est, ut non solum segetes, sed etiam arborum folia, et herbarum olera viderentur esse consumta._ Merita anche d'esser saputo che in questo medesimo anno, secondo gli Annali di Fulda[1266], si provò lo stesso flagello in Germania; anzi tale fu esso, che non mai prima un simile ne fu veduto: _Nam vermes, quasi locustae, quatuor pennis volantes, et sex pedes habentes, ab Oriente venerunt, et universam superficiem terrae instar nivis operuerunt, cunctaque in agris et in pratis viridia devastabant. Erunt autem ore lato, et extenso intestino, duosque habebunt dentes lapide duriores, quibus tenacissime arborum cortices corrodere valebant. Longitudo et crassitudo illarum quasi pollex viri. Tantaeque erant multitudinis, ut una hora diei centum jugera frugum prope urbem Monguntiam consumerent. Quando autem volabant, ita totum aerem per unius milliarii spatium velabant, ut splendor solis infra positus vix appareret. Quarum nonnullae in diversis locis occisae, spicas integras cum granis et aristis in se habuisse repertae sunt. Quibusdam vero ad Occidentem profectis, supervenerunt aliae, et per duorum mensium curricula paene quotidie suo volatu horribile cernentibus praebuere spectaculum._ Aggiugne in fine questo autore, essersi anche raccontato che in Italia nel bresciano per tre notti era piovuto sangue: fole che si spacciavano e trovavano dappertutto dei compratori in que' secoli dell'ignoranza, ed ebbero anche credito ne' secoli della repubblica romana. Andrea prete, che allora visse in Lombardia, racconta veramente alcuni accidenti di quest'anno, che nel tempo di Pasqua per le foglie degli alberi parea che fosse piovuta terra; che una brina caduta a dì 4 di maggio nella pianura fece seccare i tralci delle viti; ma nulla seppe di quel sognato sangue. Era in questi tempi _conte del sacro palazzo Eribaldo_, costando ciò da uno strumento scritto nella città di Penna, allora ducato di Spoleti, non già nell'anno 874, come ha l'autore della Cronica Casauriense[1267], ma bensì nel presente. Truovasi questo conte del sacro palazzo in altri atti sul fine dell'anno presente nel monistero casauriense. Colà ancora a solennizzare il santo Natale portò l'imperador Lodovico. In un placito tenuto da esso Eribaldo nel dì 24 dicembre si legge: _Dum domnus Ludowicus gloriosus imperator de partibus Beneventi reverteretur, et venisset ad monisterium sanctae Trinitatis, quod est constructum in insula, quae dicitur Casa aurea._ In quest'anno ancora è data una lettera[1268] di _Giovanni VIII papa_ ad _Annone vescovo_ di Frisinga, in cui gli raccomanda di spedire con sicurezza a Roma le rendite spettanti alla Chiesa romana in Germania, con aggiungere in fine: _Precamur autem, ut optimum organum cum artifice, qui hoc moderari et facere ad omnem modulationis efficaciam possit ad istructionem musicae disiciplinae nobis aut deferas, aut cum eisdem reditibus mittas._ Ecco come la fabbrica degli organi avea preso gran piede e credito in Germania. Ma non già penso io per questo, come altri ha creduto, che ora solamente Roma cominciasse ad aver organi nelle sue chiese.

NOTE:

[1258] Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1259] Erchempertus, Hist., cap. 35.

[1260] Anonymus Salern., Paralip., cap. 121.

[1261] Annales Franc. Bertiniani.

[1262] Anonym. Salernitan., Paralipo., cap. 122.

[1263] Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii.

[1264] Andreas Presbyter, in Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menchenii.

[1265] Johann. Diac., Vit. Episc. Neap. Par. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1266] Annales Francor. Fuldenses.

[1267] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1268] Baluz., Miscell., tom. 5.

Anno di CRISTO DCCCLXXIV. Indiz. VII.

GIOVANNI VIII papa 3. LODOVICO II imp. 26, 25 e 20.

Fermossi ancora nel verno di quest'anno l'_imperador Lodovico_ in Capua, dove l'accortissimo vescovo di quella città _Landolfo_ con tal disinvoltura s'introdusse nell'animo di lui[1269], che quasi non vedea esso Augusto per altri occhi che per quei di questo prelato; e però _ipsum tertium in regno suo constituit_. Volle prevalersi Landolfo di un sì favorevol vento, ed appoggiato alle raccomandazioni dell'imperadore, che mostrava tanto affetto a lui, e un cuore sì alieno dai Beneventani, cominciò a trattare con credibil calore che il papa costituisse il vescovo capuano metropolitano di tutta la provincia di Benevento. Ma non gli venne fatta. _Giovanni VIII_ probabilmente conoscendo che un tal passo avrebbe portato delle conseguenze troppo nocive alla Sede apostolica, perchè i Beneventani irritati avrebbono potuto gittarsi in braccio ai Greci che aveano sottratto altre chiese in Calabria e Sicilia alla santa Sede, e non lascerebbono di fare lo stesso per quelle di Benevento, si guardò bene dall'acconsentire alle brame ambiziose del vescovo di Capua. Riuscì poi da lì quasi a cento anni tanto al vescovo capuano, quanto al beneventano di conseguir la dignità archiepiscopale. Ora l'Augusto Lodovico, dopo essere dimorato per lo spazio quasi di un anno in Capua, finalmente fu richiamato dai suoi affari in Lombardia. Lasciò in essa città di Capua l'imperadrice _Angilberga_ e la figliuola _Ermengarda_, e andossene a Ravenna, seco portando il corpo di san Germano vescovo di essa città di Capua, come attesta Leone Ostiense. Abbiamo nella Cronica casauriense[1270] un suo diploma in favore del monistero di Casauria, _dato tertio calendas majas, Indictione septima. Actum foris civitate Ravennae ad sanctum Apollinarem, anno imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto._ Anche il suddetto Leone Ostiense[1271] è testimonio che il medesimo Augusto, trovandosi nel monistero di santo Apollinare fuor di Ravenna, concedette un privilegio favorevole al monistero di Monte Casino. Colà son io d'avviso che andasse a trovarlo papa Giovanni per concerto fatto fra loro di abboccarsi amendue con _Lodovico re_ di Germania nel territorio di Verona. Ci assicura in fatti la Cronica di Fulda[1272], che esso re Lodovico, dopo essere stato verso la metà d'aprile a visitar per sua divozione il monistero di Fulda, tenne dipoi una dieta generale in Triburia presso Magonza. _Inde in Italiam per Alpes Noricas transiens, cum Hludowico nepote suo, et Johanne romano pontifice, haud procul ab urbe Verona, colloquium habuit._ Cosa si trattasse in quel congresso, nol dicono essi Annali. Probabilmente vi entrarono le pretensioni dell'imperador Lodovico sopra il regno della Lorena. Potrebbe anche dubitarsi che vi si parlasse di chi dovea succedere nel regno d'Italia e nell'imperio, giacchè Dio non avea dato prole maschile ad esso Augusto Lodovico. In quest'anno, tutto ansioso esso imperadore di sempre più nobilitare il suo favorito monistero casauriense, impetrò da papa Giovanni il sacro corpo di san Clemente I papa e martire, e fecelo trasportare colà con gran solennità: laonde col tempo cominciò ad essere appellato da alcuni il monistero di san Clemente. Il cronista casauriense pretende che sotto papa Adriano II fosse fatta questa traslazione. Ma che ciò seguisse a' tempi di Giovanni VIII, lo persuadono i documenti spettanti nell'anno presente a quel monistero, dove l'imperador Lodovico cominciava a far menzione di questo sacro acquisto. In un privilegio di esso Augusto[1273], dato _calendis septembris, Indictione octava. Actum Olonna in curte imperiali, anno imperii domni Ludovici serenissimi imperatoris vicesimo quinto_, cioè nel presente anno, nomina il tempio della santissima Trinità _in insula, quae Casa aurea vocitatur, ubi et almificum beatissimi pontificis et martyris Clementis corpus venerabiliter recondi fecimus_. In un altro privilegio dato parimente _in corte Olonna_, delizioso palagio di villa non lungi da Pavia, dove molto godeva di far soggiorno questo imperadore, nel dì 15 d'ottobre egli conferma al monistero suddetto tutti i beni ad esso da lui donati _sive infra romanam urbem, sive extra ipsam, seu etiam per totam Pentapolim, Tusciam et spoletinum ducatum, atque camerinum comitatum, necnon etiam firmanum, ascolinum, aprutinum, pinninum, seu teatinum territorium_. Quivi miriamo distinto il _contado di Camerino dal ducato di Spoleti_. Contuttociò in un altro diploma, dato in quest'anno nel dì primo novembre _in curte imperiali Olonna_, egli torna a far menzione d'essi beni donati _tam infra urbem Romam, quam extra ipsam romuleam urbem, per totam scilicet Campaniam, et per omnem Romaniam_ (oggidì Romagna), _necnon et per ambos spoletanos ducatus, seu per totam Tusciam_. Se erano due i ducati Spoletani, adunque d'un solo di Spoleti se n'erano già formati due; e l'uno d'essi fu appellato Marca di Camerino o di Fermo. In quest'ultimo documento ci fa lo stesso Augusto sapere di aver osservato un luogo atto agli usi monastici, chiamato _Monnello, distantem ferme duobus milibus ab urbe mantuana_, e di aver quivi fondato e dotato un monistero di monaci _pro animae nostrae remedio_. Due altri diplomi d'esso Augusto, scritti parimente in corte Olonna nell'ottobre di quest'anno, si leggono nelle Antichità italiane[1274].

Non volle essere da meno dell'imperador suo consorte l'Augusta _Angilberga_, e prese anch'ella circa questi tempi a fabbricare in Piacenza un riguardevol monistero di sacre vergini _sub titulo dominicae resurrectionis, et in honore sanctorum martyrum Sexti, Fabiani_, ec.[1275], dove poi pare che si facesse monaca, ma non professa, _Ermengarda_ figliuola d'essi Augusti, come costa da una donazione fatta da essa nell'anno 890. Il tempo della fabbrica d'esso monistero si ricava da un diploma del suddetto imperadore dato in _corte Olonna_ nel dì 15 d'ottobre dell'anno presente, con cui conferma la donazione dei beni a quel sacro luogo fatta da essa Angilberga. Il Locati[1276] e il Ripalta, scrittori piacentini, pretesero che la fondazione del suddetto monistero appellato poi di san Pietro, e divenuto uno dei più insigni della Lombardia, oggidì posseduto dai monaci benedettini, seguisse nell'anno 822, con error manifesto. Pretese poi Pietro Maria Campi[1277] che l'imperadrice Angilberga desse principio a questa pia impresa nell'anno 852, con riferire a quell'anno un privilegio dell'imperador suo marito, dove dice che esso Augusto vuole _infra muros placentinae urbis in honore sanctae resurrectionis monasterium unum sacrarum puellarum construere_. Ma son chiaramente guaste le note cronologiche di quel diploma, che per altro è da me creduto documento legittimo. Veggasi un altro diploma d'esso Augusto, da me dato alla luce[1278], dove sotto quest'anno si vide disegnata la fabbrica di quel monistero. Dimorò almeno per qualche parte del presente anno essa imperadrice Angilberga in Capua. Di tal congiuntura si prevalse _Landolfo vescovo_ di quella città[1279], uomo che ordiva ogni dì delle nuove cabale, per far mettere in prigione _Guaiferio principe_ di Salerno, contuttochè poco dianzi questo vescovo gli avesse prestato giuramento di suggezione e fedeltà per la città di Capua, ch'egli signoreggiava anche nel temporale. Ma per questo non gli venne fatto ciò che egli andava macchinando; perciocchè Guaiferio aiutato dagli amici fu rimesso in libertà, con dare per suoi ostaggi i figliuoli di Landone, cioè Landone e Landenolfo, suoi parenti, i quali Angilberga, tornando in Lombardia, condusse seco, e lasciolli confinati in Ravenna. Mette poi Girolamo Rossi[1280] (seguitato in ciò dal padre Pagi[1281]) un concilio tenuto in quest'anno da _papa Giovanni_ in Ravenna, dove fu dato fine ad una lite insorta fra _Orso_ doge di Venezia e _Pietro_ patriarca di Grado. Ma il Rossi, che ha preso questo fatto dalla cronica di Andrea Dandolo, non badò che quello storico fa menzione di questo fatto dopo la morte di Lodovico II imperadore. Però più tardi s'ha da allogar questo concilio. All'anno presente bensì appartiene una lettera scritta da papa Giovanni VIII allo stesso imperadore, e pubblicata dal Baluzio[1282]. Dovea Lodovico aver fatta istanza al papa perchè si restituissero alla chiesa di Ravenna alcuni monisteri da essa pretesi, e allora posseduti dal romano pontefice. Ora con queste parole gli risponde papa Giovanni: _Monasterium sanctae Mariae in Comaclo, quod Pomposia dicitur, et monasterium sancti Salvatoris in monte Feretri, aliudque monasterium, quod vocatur sancto Probo, atque colonos in territorio ferrariensi et adriensi, et Gallicata, et Faventillam, ravennati archiepiscopo non abstulimus; sed ea monasteria et loca ab antecessoribus nostris possessa reperientes possedimus, hactenusque jure nostro retinemus_. Divenne col tempo uno de' più celebri monisteri d'Italia quello della _Pomposa_, massimamente dappoichè _Ugo marchese d'Este_ l'arricchì di molti beni. Era in questi tempi arcivescovo di Ravenna _Giovanni_, quel medesimo che fu condannato nel concilio romano nell'anno 861. E che tuttavia durasse poco buona armonia fra lui e papa Giovanni, si può raccogliere da un frammento d'altra lettera scritta da esso papa all'imperadrice Angilberga, in cui le dice[1283]: _Ad hoc usque malum crevit et incrassatum est, ut factione ravennatis archiepiscopi Maurinus cum suis complicibus, qui excommunicati et anathematizati a nobis jam sunt, Ravennam ingrederetur, et fidelium nostrorum res cum eis funditus raperet et devastaret, adeo ut claves civitatis Ravennae a vestarario nostro violenter subtraheret, et pro libitu suo, nescimus cujus auctoritate, ipsi archiepiscopo (quod numquam factum fuisse recolitur) potestative concederet._ Adunque i ministri della santa Sede comandavano in Ravenna, giacchè presso di loro stavano le chiavi di quella città.

NOTE:

[1269] Erchempertus, Hist. cap. 36.

[1270] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1271] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 39.

[1272] Chron. Franc. Fuldense.

[1273] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1274] Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 935 et seq.

[1275] Idem, Dissert. VII, pag. 367.

[1276] Locatus Hist. Placent.

[1277] Camp., Istor. Eccl. di Piacenza all'ann. 852.

[1278] Antiquit. Italic., Dissert. XXVI, pag. 453.

[1279] Rubeus, Hist. Ravenn. lib. 5.

[1280] Pagius, ad Annal. Baron.

[1281] Baluz., Miscellan., tom. 5.

[1282] Erchempertus, Hist. cap. 36.

[1283] Baluz., Miscell. tom. 5.

Anno di CRISTO DCCCLXXV. Indiz. VIII.

GIOVANNI VIII papa 3. CARLO II imperadore 1.

Sono scorretti i testi di alcuni antichi Annali, oppure han fallato i loro autori, allorchè riferiscono all'anno precedente la morte dell'_imperador Lodovico II_. La verità è ch'egli finì di vivere solamente nel dì 12 d'agosto dell'anno presente nel territorio di Brescia, e non già in Piacenza, nè in Milano, come alcuni han creduto. Però nella Cronica casauriense, data alla luce dall'Ughelli[1284], sono scorrette le note cronologiche di un diploma, _dato III idus octobris, Indictione VIII, anno dominicae incarnationis DCCCLXXV_. Si dee scrivere. _DCCCLXXIV_, perchè l'Indizione _ottava_ ebbe principio nel settembre dell'anno precedente. Andrea prete italiano nella sua Cronichetta[1285] scrive, che correndo l'_indizione ottava_, cioè in quest'anno, per tutto il mese di giugno si vide una cometa colla coda lunga. E che nel mese di luglio vennero i Saraceni, ed abbruciarono una città, ma con essere caduto il nome d'essa dal testo suo. Ha creduto taluno che qui si parli di Benevento; ma certo in Benevento non entrarono quegl'infedeli, nè quella città restò consunta dalle fiamme. Seguita a dire esso Andrea: _Sequenti autem mense augusto Hludovicus imperator defunctus est pridie idus augusti in finibus brescianis. Antonius vere brescianus episcopus tulit corpus ejus, et posuit eum in sepulcro in ecclesia sanctae Mariae, ubi corpus sancti Filastrii requiescit. Anspertus mediolanensis archiepiscopus mandavit ei per archidiaconum suum, ut reddat corpus illud. Ille autem noluit._ L'arcivescovo Ansperto la volle vinta, e si portò egli in persona a Brescia con _Garibaldo_ vescovo di Bergamo, e _Benedetto_ vescovo di Cremona, e con tutti i preti e il clero d'essa città. E fatto cavar di sotterra l'imperial cadavero, ed imbalsamatolo, il misero in una bara, e nel giorno quinto da che era morto, con lunga processione, cantando i sacri inni, lo condussero a Milano. Confessa il suddetto Andrea prete, esser egli stato un di coloro che portarono per qualche spazio di strada il cataletto. _Veritatem in Christo loquor_, dice egli: _ibi fui, et partem aliquam portavi, et cum portantibus ambulavi a flumine, qui dicitur Oleo, usque ad flumen Addua_. Hanno conghietturato il Menchenio e l'Eccardo che questo Andrea prete possa essere stato il medesimo che _Andrea Agnello_ scrittore delle vite degli arcivescovi ravennati. Ma se, secondo i conti del padre Bacchini, Agnello nell'anno di Cristo 829 era in età di anni trentacinque, non è giammai verisimile che nell'anno 875 egli avesse spalle atte a portare quel peso. Dubito io piuttosto ch'egli fosse bergamasco, al vedere che dal fiume Oglio sino all'Adda, cioè per la diocesi di Bergamo, a lui toccò l'onore suddetto; e che poco appresso egli parla individualmente di ciò che fecero i Bergamaschi nella dissensione succeduta a cagion dell'imperio. Seguita egli poscia a dire, che condotto il cadavero d'esso imperadore a Milano, con grande onore e pianto fu seppellito nella chiesa di santo Ambrosio _die septimanae ejus_, cioè nel _giorno settimo_ dopo la sua morte, con avere speso tre giorni nel viaggio, e non già nella settimana della festa di santo Ambrosio del mese di dicembre. L'epitaffio suo, che tuttavia ivi si legge, quantunque pubblicato da altri, mi sia lecito l'aggiugnerlo qui.

D.P.M HIC.CVBAT.AETERNI.HLVDOVICVS CAESAR.HONORIS AEQVIPARAT.CVIVS.NVLLA THALIA.DECVS NAM.NE.PRIMA.DIES.REGNO SOLIOQVE.VACARET HESPERIAE.GENITO.SCEPTRA RELIQVIT.AVVS QVAM.SIC.PACIFICO.SIC.FORTI PECTORE.REXIT VT.PVERVM.BREVITAS.VINCERET ACTA.SENEM INGENIVM.MIRER.NE.FIDEM CVLTVSVE.SACRORVM AMBIGO.VIRTVTIS.AN PIETATIS.OPVS HVIC.VBI.FIRMA.VIRVM.MUNDO PRODVXERAT.AETAS IMPERII.NOMEN.SVBDITA ROMA.DEDIT ET.SARACENORVM.CREBRAS PERPESSA.SECVRES LIBERE.TRANQVILLAM.VEXIT.VT ANTE.TOGAM CAESAR.ERAT.CAELO.POPVLVS.NON CAESARE.DIGNVS COMPOSVERE.BREVI.STAMINA FATA.DIES NVNC.OBITVM.LVGES.INFELIX ROMA.PATRONI OMNE.SIMVL.LATIVM.GALLIA TOTA.DEHINC PARCITE.NAM.VIVVS.MERVIT.HAEC PRAEMIA.GAVDET SPIRITVS.IN.CAELIS.CORPORIS EXTAT.HONORIS

Fu principe buono. Erchemperto monaco[1286] altro non seppe trovar da riprendere in lui, se non lo sconcerto accaduto in Roma delle croci rotte, che narrammo all'anno 864, il quale si dee piuttosto attribuire all'insolenza de' suoi cortigiani che a lui; e il non aver fatto levar di vita il soldano de' Saraceni, allorchè costui nella presa di Bari si arrendè ad Adelgiso principe di Benevento: il che non è un delitto, se non nella mente di chi sa poco di teologia, e meno di politica. Per altro abbiam l'attestato di Reginone, che così parla d'esso imperadore[1287]: _Fuit iste princeps pius et misericors, justitiae deditus, simplicitate purus, ecclesiarum defensor, orphanorum et pupillorum pater, eleemosinarum largus largitor, servorum Dei humilis servitor, ut justitia ejus maneret in saeculum saeculi, et cornu ejus exaltaretur in gloria._ Fra le leggi longobardiche si leggono anche le sue con varie giunte da me pubblicate[1288].