Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 63

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Celebre riuscì quest'anno a cagione del concilio generale[1195] celebrato in Costantinopoli per cura del sommo pontefice _Adriano_ e di _Basilio_ cattolico imperadore d'Oriente. Presidenti del medesimo furono _Donato vescovo_ d'Ostia, _Stefano vescovo_ di Nepi e _Mariano diacono_, legati della sede apostolica, e _Ignazio patriarca_ di Costantinopoli. Vi si trattò dell'intrusione di _Fozio_ e di tutti i suoi aderenti, con altri punti, intorno ai quali si possono consultar gli atti e la storia ecclesiastica del cardinal Baronio, il quale è da stupire, come si lasciasse trasportar cotanto a maltrattar la memoria dell'imperador Basilio, benemerito in questi tempi della santa sede e di tutta la Chiesa cattolica. Da Guglielmo poscia bibliotecario[1196], e dalla prefazione di Anastasio, allora bibliotecario della romana Chiesa al suddetto concilio, si raccoglie che in questi medesimi tempi fu spedito alla corte dell'imperador greco da Lodovico, imperador d'Occidente, _Suppone_, ch'era in questi tempi _arciministro_ della sua corte, e fu dipoi duca di Spoleti, con un altro legato, menando seco il suddetto Anastasio, credo per interprete, siccome persona intendente della lingua greca. Il motivo di tale ambasciata era di trattare di un matrimonio tra _Costantino_ figliuolo dell'imperador Basilio, anch'esso creato Augusto e collega nell'imperio, ed una figliuola dell'imperador Lodovico. All'anno 851 io feci menzione di un'_Ermengarda_ regina, la quale nell'anno 850, come costa dai documenti da me pubblicati[1197] nelle giunte alla Cronica del monastero Casauriense, fece acquisto d'alcuni stabili. Potrebbe ella aver avuto per padre il suddetto imperador Lodovico; ma non pare ch'ella possa essere la stessa, delle cui nozze si trattava in quest'anno alla corte di Costantinopoli. Lascerò io volentieri una tal quistione alla decisione altrui. Parlano del suddetto trattato nuziale anche gli Annali di san Bertino[1198], con dire che Basilio imperadore _Patricium suum ad Bairam_ (cioè a Bari) _cum CCCC navibus miserat, ut et Ludoico contra Saracenos ferret suffragium, et filiam ipsius Ludoici a se desponsatam_ (non per lui, ma pel figliuolo Costantino, chiaramente attestandolo Anastasio) _de eodem Ludoico susciperet, et illi in conjugio sibi copulandam duceret. Sed quadam occasione interveniente displicuit Ludoico dare filiam suam Patricio._ A questo racconto si può aggiugnere quello dell'Anonimo salernitano[1199], il quale scrive che fu bene scongiurato l'imperador Lodovico dai principi di Benevento e di Salerno per l'esterminio dei Saraceni; ma ch'egli tardò di molto a muoversi. La spinta maggiore a lui data fu da Basilio imperador de' Greci, il quale scorgendo l'impossibilità di levar colle sue forze sole dalle mani de' Saraceni la Calabria e la Puglia, spedì ambasciatori e molti regali all'Augusto Lodovico per invitarlo a questa impresa. Allora si mosse Lodovico con tutto l'esercito, ed arrivato a Roma, fece de' ricchi donativi alla basilica di san Pietro, e fu in tal occasione unto e coronato imperadore dal papa: dopo di che marciò alla volta della Campania. Ma questa coronazione non sembra sussistere, oppure indica quella di cui parleremo all'anno 872. Si potrebbe anche dubitare se Basilio spronasse l'imperadore Lodovico alla spedizion contra de' Saraceni nell'anno 866, perchè anche nell'anno 867 Michele Augusto era vivo e comandava, e da lui avrebbe dovuto venire l'ambasceria. Abbiam nondimeno detto, che vivente ancora Michele, e nell'anno 866, Basilio fu assunto al trono e dichiarato collega nell'imperio. Ora quello che si può tenere per certo si è, che Lodovico Augusto o trattò alla corte cesarea d'Oriente affin di ottenere soccorsi per mare contra de' Saraceni; oppure, che saputo dai Greci lo sforzo con cui egli era venuto contra di quegl'infedeli, Basilio già salito sul trono, mandatigli que' legati, mettesse in campo il matrimonio del figliuolo, e facesse una convenzione di concorrere anch'egli con un'armata navale alla lor distruzione. Soggiungono poi gli Annali bertiniani, che sdegnato il general greco, perchè non gli fosse stata consegnata la principessa da condurre a Costantinopoli, colle sue navi se ne tornò a Corinto.

Accostandosi poi il verno, l'Augusto Lodovico, nel ritirarsi dall'assedio di Bari, fu assalito alla coda dai Saraceni, che gli tolsero più di due mila cavalli, e con questi andarono alla Chiesa di san Michele nel monte Gargano, e le diedero il sacco, con far anche prigioni que' cherici, e molti altri iti colà per lor divozione. Un avvenimento sì infelice turbò non poco l'imperadore, il papa e i Romani. Aggiungono ancora, che avendo l'_arcivescovo d'Arles Rolando_ ottenuta da esso imperadore, allora padrone della Provenza, e da Angilberga Augusta sua moglie, _non vacua manu_, la badia di san Cesario, s'era portato all'isola di Camargue, allora ricchissima, dove quel monistero possedeva dei gran beni, e vi aveva in pochi dì alzata una spezie di fortezza con della sola terra. Ma eccoti giugnere i Mori, non so se dell'Africa, o della Spagna. In quella miserabil fortezza rifugiò lo sconsigliato arcivescovo, ed ivi fu colto da que' Barbari, che misero a fil di spada trecento dei di lui domestici o sudditi, e lui condussero ben legato in una lor nave. Pel suo riscatto fu convenuto di dar loro cento cinquanta libbre d'argento, altrettanti mantelli, altrettante spade ed altrettanti schiavi. Mentre di ciò si trattava, l'arcivescovo accorato si morì. Ciò veduto, i Saraceni furbi, per non perdere il riscatto, affrettarono il cambio, fingendo gran fretta di partirsi. Ebbero quanto era stato accordato; e messo in una sedia legato il cadavere del prelato defunto, vestito con gli abiti sacerdotali, co' quali era stato preso, lo portarono essi a terra, e depostolo con gran riverenza, se ne tornarono alle lor navi. Allora quei che aveano portato il riscatto, si accostarono per parlare all'arcivescovo, e rallegrarsi con lui, e il trovarono senza parola e senza vita. Altro non restò che di portarlo con urli e pianti al sepolcro ch'egli si avea preparato molto prima. Un altro accidente, anche più strepitoso, accadde in quest'anno in Italia. Lo raccontano varii scrittori[1200], e spezialmente i suddetti Annali bertiniani, più copiosi degli altri. Sotto il presente anno, e non già nel precedente, _Lottario re_ della Lorena, sempre, per così dire, ammaliato da Gualdrada, e bramoso di liberarsi dalla regina _Teotberga_ e dalle censure, figurandosi di poter ammollire l'animo del sommo pontefice a forza di regali, e col venir egli in persona in Italia, aggiuntavi ancora l'intercessione dell'_imperador Lodovico_ suo fratello, si mosse nel mese di giugno, ed arrivò fino a Ravenna. Quivi s'incontrò nei messi speditigli dallo stesso imperadore per fargli sapere che se ne tornasse indietro, e rimettesse a tempo più opportuno quel suo biasimevol affare, stante il trovarsi troppo impegnato esso Augusto nell'assedio di Bari, _cui amplius quam ducentas naves rex Graecorum in auxilium contra eosdem Saracenos festinato mittebat_: Non istette per questo Lottario, troppo cotto dall'amor della druda. Andò a trovar l'Augusto fratello che era in campo sotto Bari, e tante batterie di preghiere e di doni adoperò, che indusse l'imperadrice _Angilberga_ ad ottenere dall'Augusto marito ch'ella stessa seco venisse a Monte Casino, per far quivi un abboccamento col papa. Colà infatti, per interposizione dell'imperadore, si portò _papa Adriano_. Gli fece molti presenti Lottario, ma senza muoverlo per questo ad alcun atto sconvenevole alla disciplina cristiana. Impetrò bensì, per le istanze dell'imperadrice, che il papa gli desse nella messa solennemente cantata la sacra Comunione, ma con interrogarlo prima s'egli avea puntualmente eseguito quanto gli era stato prescritto da papa Niccolò suo antecessore, coll'essersi astenuta, e promettere d'astenersi in avvenire da ogni commerzio carnale coll'impudica Gualdrada: il che fu giurato e promesso da lui e dai suoi cortigiani, che pur sapeano tutti di spergiurare. Tornò il pontefice a Roma: colà ancora si portò Lottario, ma senza ricevere incontro alcuno; e senza che alcuno de' chierici gli facesse accoglienza veruna, visitò il sepolcro di san Pietro. Non potè impetrare che il papa gli cantasse la messa. Solamente nel lunedì desinò con lui nel palazzo lateranense, e fu regalato di una _lena_ (forse una sorte di veste), di una _palma_ benedetta e di una _ferula_, ossia baston pastorale. Ciò bastò per far tutto ringalluzzire lo sconsigliato principe; ed intanto il papa determinò di mandare in Lorena _Formoso vescovo_ di Porto, e un altro vescovo, per informarsi meglio degli andamenti passati d'esso re Lottario, affin di procedere secondo la giustizia. Partitosi da Roma il re arrivò a Lucca, dove fu sorpreso dalla febbre egli con tutti i suoi. Ne cominciò a morire oggi uno, e più altri ne' dì seguenti; e Lottario senza profittare di avvisi sì chiari a lui mandati da Dio, malato come era, passò fino a Piacenza, dove nel dì 10 di agosto infelicemente diede fine alle sue follie e alla sua vita. Fu seppellito il corpo suo dai pochi domestici a lui restati ignobilmente sotterra nel monistero, o, per dir meglio, nella chiesa di santo Antonino, posta allora fuori della città. Con giusto fondamento fu creduto da tutta la Cristianità un potente gastigo dell'ira di Dio.

Senza far caso la pia regina _Teotberga_ dei tanti strapazzi a lei fatti dal real consorte fece dono di molti poderi ai sacerdoti dalla chiesa suddetta di sant'Antonino, acciocchè da lì innanzi facessero l'anniversario, e pregassero Dio per l'anima di lui, siccome costa da una lettera di Carlo Grasso imperadore, rapportata dal Campi[1201]. Ritirossi poi questa regina a Metz, dove nel monistero di santa Glodosinde professò vita monastica, e vi morì badessa, per quanto si ricava da Giovanni abbate nella vita d'essa santa Glodosinde. Il Muzio, il padre Celestino ed altri autori bergamaschi han fatta di questa regina Teotberga una beata, con formarne una leggenda secondo la libertà de' secoli andati, da cui apparisce che la medesima fondò a _Pontita_ nel territorio di Bergamo un monistero, dove santamente compiè la sua carriera. Con quali fondamenti e da quali antichi autori sia sostenuto un tal racconto, io nol so. Ben so che merita maggior fede l'asserzione del suddetto Giovanni abbate, che fiorì nel secolo decimo. Non così tosto arrivò in Francia la nuova che era morto il suddetto Lottario senza lasciar dopo di sè figliuoli legittimi, che il re _Carlo Calvo_ si affrettò a prendere il possesso del regno di lui. E gli riuscì di farsene coronare re nella città di Metz. Era allora infermo _Lodovico_ re della Germania suo fratello. Dacchè si fu egli alquanto riavuto, mandò a far istanza per aver la sua parte di quegli stati. E intanto l'_imperador Lodovico_, intento alla difesa e al vantaggio della Cristianità, lontanissimo dalla Lorena, stava combattendo coi Maomettani Mori verso Bari, e tardò poco a sapere, dopo l'avviso della morte del fratello, l'altro ancora della occupazione del di lui regno. Ricorse a papa Adriano; e questi immediatamente spedì in Lorena e in Francia due vescovi suoi legati, cioè _Pietro_ e _Leone_, con lettere ai vescovi e baroni di Francia, ordinando in esse che niuno osasse d'invadere, turbare, o tentar di occupare il regno del fu re Lottario, siccome cosa dovuta per diritto ereditario all'imperador Lodovico di lui fratello, intimando la scomunica a chi contravvenisse, ed altre pene ai vescovi consenzienti, o non resistenti a tale occupazione. Con questi legati anche Lodovico Augusto spedì _Boderado_, uno dei suoi principali ministri, per dire le sue ragioni, protestare e fare altri simili atti. Chiari erano i diritti dell'imperadore sopra quegli stati; meritava ben d'essere rispettata anche la sempre veneranda autorità del sommo pontefice, e massimamente proteggendo egli una causa palesemente giusta. Ma è gran tempo che la voglia e la comodità di occupare gli stati altrui sa andare di sopra alla religione, alla parentela e a tutti i dettami della giustizia. Carlo Calvo nulla si curò dei passi fatti dal papa e dal nipote Augusto, nulla dello sparlare che tanti e tanti dovevano fare di lui, perchè si prevalse della sua potenza contro di un nipote che non si potea difendere, perchè impegnato contra i nemici del nome cristiano; anzi salì in tal superbia, che, secondo gli Annali di Fulda[1202], dichiarò che, da lì innanzi voleva essere chiamato imperadore ed Augusto, perchè era possessor di due regni.

NOTE:

[1195] Labbe, Concilior., tom. 8.

[1196] Guillelmus Bibliothec., in Vit. Hadrian. II.

[1197] Chron. Casauriens., Part. II, tom. 2 Ital.

[1198] Annales Franc. Bertiniani.

[1199] Anonym. Salern., Paralip., cap. 8, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1200] Lambertus Schafnaburgens. Annales Francor. Bertiniani. Annales Franc. Hildesheim.

[1201] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, pag. 448.

[1202] Annales Francor. Fuldenses.

Anno di CRISTO DCCCLXX. Indizione III.

ADRIANO II papa 4. LODOVICO II imp. 22, 21 e 16.

Se nulla giovarono all'_imperador Lodovico_ le sue ragioni e querele, benchè sì giuste, e benchè avvalorate da quelle del sommo pontefice, per succedere nell'eredità del re Lottario suo fratello; e se se ne fece beffe il re _Carlo Calvo_ suo zio, perchè non temeva di lui, troppo lontano ed intricato nella guerra coi Saraceni[1203], ebbero ben polso quelle di _Lodovico re_ della Germania, fratello del medesimo re Carlo. Coi medesimi pretesi diritti che a sè attribuiva Carlo, anche Lodovico pretendeva la sua porzione del regno di Lottario, e alle sue pretensioni unì ancora l'intimazion della guerra, se il re Carlo non s'induceva ad un'amichevol concordia. E non mancavano assaissimi nobili di quel regno che segretamente o palesemente teneano per Lodovico, e non pochi erano anche iti a trovarlo ed invitarlo. Ebbero gran faccende i corrieri e messi che andavano innanzi e indietro per questo affare. Finalmente nel mese d'agosto s'accordarono i due fratelli, e senza far parola del nipote Augusto, come se non fosse vivo, o niuna ragione avesse sopra quegli stati, li divisero fra loro. Toccò a _Lodovico_ re della Germania in sua parte l'Alsazia con Argentina, Basilea, Colonia, Treveri, Utrecht, Aquisgrana, parte della Borgogna moderna e della Frisia, Metz, e moltissimi altri luoghi e monisteri. Si può dire che il re Lodovico quegli fu che piantò veramente il regno germanico con quella grande estensione che fin quasi ai nostri giorni è durata; regno che maggiormente restò poi nobilitato con passare in esso l'imperio romano. Pervennero in sua parte al re _Carlo Calvo_ Lione, Besanzone, Vienna del Delfinato, Tongres, Tullo, Verdun, Cambray, Malines, il Brabante, l'Hannonia, Liegi, Bar, e una gran quantità d'altri luoghi e monisteri: con che restò moltissimo accresciuta la di lui potenza. Da tali memorie si scorgerà quanto ampiamente si stendesse il regno allora appellato dalla Lottaringia, ossia della Lorena. Dopo questa divisione e concordia arrivarono al re Lodovico quattro altri legati, cioè _Vibodo vescovo_ di Parma, due Giovanni e Pietro, anch'essi spediti dal papa, e con esso loro Bernardo conte inviato dall'imperador Lodovico, incaricati di sostenere e promuovere gl'interessi del medesimo Augusto. Allorchè _papa Adriano_ fece questa spedizione, non gli era giunta per anche notizia che i due re fratelli avessero divisa la preda. E perchè il re Lodovico gli avea dato dianzi di belle parole, nella lettera che esso papa gli scrive[1204], il loda perchè non ha imitato il re Carlo, cioè un usurpatore del regno del fu re Lottario imperadore, dovuto, secondo le leggi divine ed umane, al piissimo imperador suo figliuolo. Gli dice ancora che se il re Carlo non restituirà il mal tolto, esso papa è risoluto di portarsi in persona in Francia, e di procedere alle censure contra di un tale sprezzatore di Dio e delle apostoliche ammonizioni. Andarono questi legati a trovare anche il re Carlo, ma senza alcun frutto per conto di Lodovico imperadore; e per quello che riguarda il papa, ad altro tale spedizione non servì che a fargli intendere delle insolenti risposte date da esso re Carlo e dai vescovi del suo regno, capo dei quali era _Incmaro arcivescovo_ di Rems, uomo per dottrina e per petto famoso in questi tempi, che dovette trovar nel suo cervello qualche bella ragione per giustificare l'iniquità del re Carlo. L'anno fu questo, in cui riuscì all'imperador Lodovico di ridurre alle strette i Saraceni nella città di Bari. Grandi fatiche, gran dispendio di gente e di danaro era già costato a lui quell'assedio. Oltre a quanto si è detto di sopra, raccontano gli Annali di Metz[1205] che l'esercito inviato in uno degli anni precedenti dal re Lottario in aiuto dell'Augusto suo fratello, per non essere assuefatto al soverchio caldo del ducato beneventano, oppresso anche dall'intemperie dell'aria, venne men quasi tutto. _Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt_: cioè dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi pel danno che recano in quelle contrade. Ma sì gloriosa fu l'ostinazione dell'Augusto Lodovico, che sul fine dell'anno presente ridusse quegl'infedeli a perdere la speranza di soccorso, e in tale stato, che furono in fine obbligati alla resa. Se vogliam seguitare il padre Pagi[1206], egli se ne impadronì nell'anno presente; tuttavia è da preferir Camillo Pellegrino[1207], che differì all'anno seguente la presa di quella città; tal opinione coll'autorità di uno scrittore contemporaneo verrà da noi dimostrata non solo più verisimile, ma certa.

Mi fo io a credere che nell'anno presente succedesse ciò che l'Anonimo salernitano[1208] scrisse, e vien confermato da una lettera dell'imperador Lodovico di cui parleremo all'anno seguente: cioè che riuscì alle armi cristiane d'esso Augusto di sconfiggere tre ammirati, e vogliam dire tre generali de' Saraceni, che guidando brigate di lor gente in gran numero, mettevano a sacco tutta la Calabria: il che diede non picciolo crollo alla lor potenza in quelle parti, e servì inoltre ad affamar Bari ed a facilitarne la conquista. Appartiene appunto a questo anno ciò che narra Andrea prete italiano[1209], ed autore di questi tempi, nella sua breve Cronica, pubblicata dal Menchenio. Ricorsero all'imperador Lodovico i popoli che restavano nella Calabria sotto il dominio de' Greci, pregandolo di aiuto, perchè i Saraceni avean ridotte in desolazione le lor città e chiese, e con esibirsi di darsi a lui, e di pagargli da lì innanzi tributo. Lodovico mossone a compassione, senza però accettar la loro offerta, inviò in soccorso loro _Ottone conte di Bergamo, ed Oschisio e Gariardo vescovi_, i quali adunato un esercito, diedero addosso a que' Barbari, mentre placidamente se ne stavano mietendo i raccolti in certa valle, e fattane una grande strage, liberarono i prigioni cristiani. Portata questa nuova a Cincimo generale de' Saraceni abitante nella città di Amantea, si mosse con molte forze contra de' cristiani; ma anch'egli fu sbaragliato ed inseguito dai vincitori fino alle porte di quella città. Penetrò dipoi l'imperadore per mezzo delle spie che il suddetto Cincimo con un poderoso rinforzo a lui venuto per soccorrere Bari, avea risoluto di assalire i cristiani nel giorno del santo Natale, lusingandosi di trovarli sprovveduti e attenti solo alle divozioni. Pertanto ordinò che i suoi prima del giorno ascoltassero messa e si comunicassero, e poi prese l'armi uscissero contro alle masnade di quegli infedeli. Così fecero, e pieni di coraggio attaccarono con loro la zuffa sì vigorosamente, che li ruppero e ne fecero un copioso macello. Queste perdite quanto costernarono gli animi del soldano e dei suoi, altrettanto rallegrarono il popolo fedele di Gesù Cristo e del loro imperadore. Ci chiama ora a sè l'illustre città di Napoli. Era mancato di vita _Sergio duca_ di quella città, in qual anno precisamente nol so, con lasciar suo successore in quel ducato _Gregorio_ il maggiore de' suoi figliuoli, dichiarato molto prima _maestro de' militi_, ed è lo stesso che dire _duca_. Lasciò anche dopo di sè altri figliuoli, fra' quali _Atanasio_ già creato vescovo di Napoli, uomo di santa vita, e _Stefano_ vescovo di Sorrento[1210]. Finchè visse e regnò Gregorio, per esser egli uomo valoroso e savio, e peritissimo della lingua greca e latina, camminarono bene gli affari di quella città: e benchè l'imperadore Lodovico, allorchè nell'anno 866 venne coll'armi in quelle parti, si professasse mal soddisfatto di quel popolo, e forse anche del loro duca, pure il santo vescovo Atanasio, spedito incontro a lui, con sì buona maniera s'introdusse nella grazia di esso imperadore e dell'Augusta sua consorte, che non fece violenza alcuna a Napoli, e neppure vi entrò dentro. Da lì a non molto cadde malato Gregorio, e consultati i suoi fratelli, e massimamente Atanasio vescovo, dichiarò duca e collega suo _Sergio II_ suo figliuolo, al quale prima di morire raccomandò vivamente d'essere ubbidiente al prelato suo zio, e di regolarsi affatto col di lui parere; perchè così operando, bene sarebbe per lui, male, facendo il contrario. Di questi documenti si dimenticò ben presto lo sconsigliato giovane. La moglie sua, donna superba, non potea sofferire ch'egli si suggettasse ai consigli ed alle ammonizioni del santo prelato, e gli andava intonando all'orecchio, che se pur intendeva di comparire e di essere veramente principe, dovea non solo astenersi dall'averlo per consigliere, ma anche tenerlo lungi da sè, anzi sbrigarsi da quell'intoppo. Dalla lettera, che citeremo all'anno seguente, dell'imperador Lodovico, si ricava che fra l'altre ammonizioni del buon vescovo che amareggiavano il duca suo nipote e la moglie di lui, quella vi entrava di troncar l'amicizia coi Saraceni, o, per dir meglio, una specie di lega contratta con loro, e vergognosa troppo per un principe cristiano. De' Napoletani scrive così quell'imperadore[1211]: _Infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes, per totius imperii nostri litora eos ducunt; ut cum ipsis toties Petri Apostolorum principis fines furtim depraedari conantur, ita ut facta videatur Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri quique Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus non est necessarium, Panormum repetere, sed Neapolim fugientes, ibidem quousque perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia redeunt._ Ora tanto picchiarono in capo al duca Sergio la moglie ed altri perversi consiglieri, che il trassero a mettere in prigione il vescovo Atanasio e gli altri zii. Non si può dire che commozione eccitasse in tutta la città questo barbaro avvenimento. Altro non s'udiva che gemiti, urli e mormorazioni contra dell'iniquo principe. Però congregato tutto il clero sì greco che latino di quella città coi monaci, si portò al palazzo, chiedendo con grido la liberazione dell'amato loro prelato. Andò nelle furie Sergio, prese tempo a rispondere, e finalmente dopo sette dì, avendo inteso che i sacerdoti erano risoluti di scomunicarlo, di desistere dai sacri uffizii e di spogliar gli altari, rimise in libertà il buon vescovo. Incredibile per questo fu il giubilo e la festa di tutto il clero e popolo, in guisa che si pentì il duca d'averlo liberato, e cominciò a tenergli delle spie intorno, per sapere chi andava e veniva da lui; e da lì innanzi perseguitò a man salva gli ecclesiastici, oppresse le vedove e i poveri, perchè niuno più v'era che in lor favore aprisse la bocca. In questo anno, secondo la Cronica saracenica[1212], s'impadronirono i Mori dell'isola di Malta nel dì 20 d'agosto.

NOTE:

[1203] Annales Franc. Bertinian. et Fuldenses.

[1204] Labbe, Concilior., tom. 8.

[1205] Annal. Francor. Metenses, tom. 3 Du-Chesne.

[1206] Pagius, in Crit. Baron.

[1207] Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1208] Anonymus Salernitan., Paralipom., cap. 102 et 103.

[1209] Andreas Presbyter, Chron. tom. I Rer. Germ. Menchenii.