Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 61
Era in questi tempi tutta sconvolta la Francia e la Germania, parte per le interne discordie, parte per le continue scorrerie e crudeltà dei Normanni. _Lodovico_ figliuolo del re _Carlo Calvo_ si rivoltò contra del padre. Altrettanto fece in Germania _Carlomanno_ contra del re _Lodovico_ suo padre. Nella porzione della Pannonia suggetta ad esso re Lodovico, per attestato degli Annali bertiniani[1153], si cominciò a provar la fierezza di una nazione dianzi incognita (_Ungri_ erano costoro appellati), che saccheggiò il paese. Di razza tartarica erano questi Barbari, e pur troppo ne avremo a favellare andando innanzi, perchè li vedremo portar la desolazione anche alle contrade d'Italia. Ma gli autori parlano moltissimi anni dopo di così barbara gente, talchè si può quasi mettere in dubbio l'asserzione d'essi Annali. Avvenne ancora che _Baldoino_, il quale era o fu dipoi conte di Fiandra, sedusse _Giuditta_ figliuola del re Carlo Calvo, e nascostamente condottala via, la prese per moglie con gran risentimento del di lei padre. _Carlo re_ d'Aquitania, altro figliuolo d'esso Calvo, anche egli fu in discordia col padre, per aver presa moglie senza saputa e licenza di lui. E _Lottario_ re di Lorena, cedendo agli assalti della sfrenata sua concupiscenza, in quest'anno ripudiò con grave scandalo del Cristianesimo la legittima sua moglie _Teotberga regina_, e pubblicamente sposò la concubina Gualdrada, con aver guadagnata a questa risoluzione sacrilega l'approvazione di _Guntario arcivescovo_ di Colonia, e di _Teotgaudo_ arcivescovo di Treveri, e d'altri vescovi, tutti cortigiani ed estimatori più della grazia del principe che di quella di Dio. Ma in quasi tutta l'Italia si godeva allora buona pace, se non che era gravemente affannata la sacra corte di Roma per gli disordini delle chiese orientali, cagionati dall'intrusione di _Fozio_ nella cattedra di Costantinopoli, e per la suddetta scandalosa risoluzione del re Lottario. L'infaticabil papa Niccolò avea spedito alla corte imperiale d'Oriente _Rodoaldo vescovo_ di Porto e _Zacheria vescovo_ d'Anagni, per sostener gli affari di _santo Ignazio patriarca_ ingiustamente deposto e carcerato. Restò tradito da essi, perchè ebbe più forza in loro l'avidità dei regali, che la religione e la giustizia. Tornarono in Italia questi due legati pontificii, e il papa non avendo per anche scoperta la lor fellonia, si servì del medesimo Rodoaldo per inviarlo in Francia insieme con _Giovanni vescovo_ di Ficocle (oggidì Cervia), affine di esaminar la causa del re Lottario e di Teotberga, e dei vescovi prevaricatori. Quivi ancora si lasciò vincere Rodoaldo dai copiosi doni a lui fatti, e tradì le rette intenzioni e speranze del papa. Mancò di vita _Gisla_ sorella dell'imperador Lodovico, badessa nel monistero nuovo, cioè di santa Giulia di Brescia. Vedesi nel bollario casinense[1154] un diploma d'esso Augusto, con cui concede a quell'insigne monistero alcuni beni, affinchè si faccia ogni anno in avvenire l'anniversario della sua deposizione, e ne goda il refettorio delle monache. Ma forse invece di _quinto kalendas junias_, in cui si dice passata a miglior vita quella principessa, quivi si ha da leggere _quinto kalendas januarias_, cioè nel dì 28 di decembre dell'anno precedente, perchè il diploma è dato _Brixia civitate pridie idus januarii_ o _januarias_ dell'anno presente; e Lodovico asserisce seguita la di lei morte _nobis astantibus_. Per relazione di Erchemperto[1155], in questi ultimi tempi l'iniquissimo e scelleratissimo _Seodan_, o _Saugdam_ (siccome ho già osservato questo nome vuol dire _soldano_), re o sia principe dei Saraceni, signoreggiante in Bari, uscendo di tanto in tanto colle sue squadre, andava mettendo a sacco tutte le contrade dei ducati di Benevento e Salerno, di modo che gran parte di quel paese restava disabitato. Per metter freno alla crudeltà di costoro, più volte fu invitato, e andò l'esercito franzese; ma o sia che non potessero, o che non volessero venire essi Franzesi alle mani con quella canaglia, dopo aver fatta una inutil comparsa, se ne tornavano alle lor case senza profitto alcun del paese. Però _Adelgiso principe_ di Benevento s'appigliò al partito di comperar la pace da essi Barbari, con promettere loro una pensione annua, e dar loro ostaggi per sicurezza del pagamento.
NOTE:
[1153] Annal. Francor. Bertiniani.
[1154] Bullar. Casinens., tom. 2, Constitut. XXXIX.
[1155] Erchempert., Hist., cap. 29.
Anno di CRISTO DCCCLXIII. Indiz. XI.
NICCOLÒ papa 6. LODOVICO II imp. 15, 14 e 9.
Fin qui poca sanità avea goduto _Carlo re della Provenza_, fratello dell'imperador Lodovico; e giacchè non avea figliuoli, tanto il re _Carlo Calvo_ suo zio, quanto _Lottario re_ della Lorena s'erano precedentemente maneggiati per succedergli, caso che venisse a morire[1156]. Arrivò appunto il fine di sua vita nell'anno presente. _Lodovico imperadore_, che stava cogli occhi aperti, volò in Provenza, e tirò dalla sua molti dei principali del paese. Ma eccoti sopraggiugnere anche Lottario re della Lorena, comune loro fratello, pretendente al pari di Lodovico a quella eredità. Si conchiuse che amendue se ne tornassero alle lor case, per tener poscia un amichevol placito, in cui si decidesse della lor controversia. E tal risoluzione fu eseguita. Succedette poi fra loro una concordia, per cui la maggior parte della Provenza toccò all'imperador Lodovico. Impiegò in questo anno i suoi paterni uffizii _papa Niccolò_ presso del re Carlo Calvo, acciocchè perdonasse a _Baldoino conte_, che gli avea rapita la figliuola Giuditta, ed ottenne quanto desiderava. Gli perdonò il re, e credono alcuni che a titolo di dote gli assegnasse il paese oggidì appellato Fiandra; e certamente da questo Baldoino discesero gli antichi rinomati conti di quelle contrade. Avvertito dipoi esso pontefice[1157], come un concilio tenuto a Metz nel regno della Lorena, que' vescovi venduti alla corte iniquamente erano proceduti nella causa della regina _Teotberga_, ed aveano palliato l'illegittimo matrimonio del re Lottario con Gualdrada, in un concilio romano cassò e riprovò il celebrato a Metz, scomunicò e depose i due suddetti arcivescovi di Colonia e di Treveri, che erano stati spediti dal concilio e dal re Lottario con isperanza di sorprendere colle lor relazioni il saggio ed avveduto pontefice; e cominciò a processare i legati apostolici _Rodoaldo_ e _Giovanni_, subornati in quella congiuntura coll'oro. Se vogliam credere a Reginone[1158], agli Annali di Metz[1159] all'Annalista sassone[1160], che hanno le stesse parole, si trovava in questi tempi l'imperador _Lodovico_ nel ducato di Benevento, probabilmente ito colà per le preghiere de' popoli, troppo spesso divorati dai masnadieri saraceni. A lui ricorsero i due deposti e scomunicati arcivescovi, cioè _Guntario_ e _Teotgaudo_; e gran rumore fecero, perchè venuti a Roma con salvocondotto di lui, erano stati sì maltrattati dal papa, con disonore del re Lottario, della regal famiglia, e di altri metropolitani, senza il consenso dei quali non si dovea procedere a sì fiera sentenza. In somma fecero quanto fu in loro potere per accendere un fuoco, di cui vedremo gli effetti nell'anno seguente. Ma perchè gli Annali suddetti han fallato in qualche punto di tale affare, e massimamente nel riferire sotto l'anno 865 quello che avvenne nel presente, perciò non si può con tutta certezza asserire che in questi tempi l'Augusto Lodovico dimorasse nel ducato di Benevento. Abbiamo nulladimeno nelle giunte da me pubblicate[1161] alla Cronica del monistero casauriense uno strumento d'acquisto di varii beni fatto da esso Augusto nell'anno presente nel dì 19 di dicembre _in villa Rufano intus caminata, quam ipse Augustus ad cortem ipsam paraverat_. Tal villa probabilmente era in quelle parti.
NOTE:
[1156] Anastas. Biblioth., in Vit. Nicolai I.
[1157] Idem, ibidem.
[1158] Regino, in Chron.
[1159] Annal. Francor. Metens.
[1160] Annalista Saxo.
[1161] Rerum Italicarum, P. II, tom. 2.
Anno di CRISTO DCCCLXIV. Indizione XII.
NICCOLÒ papa 7. LODOVICO II imp. 16, 15 e 10.
Tanto seppero dire i due scomunicati e deposti arcivescovi _Guntario_ e _Teotgaudo_ all'_imperador Lodovico_, quasichè il papa in condannarli avesse fatta una patente ingiuria a lui ed al _re Lottario_ suo fratello, ch'egli montò in furore, nè capiva per la rabbia in sè stesso[1162]. Probabilmente cooperò a maggiormente accendere questo furore anche _Giovanni arcivescovo_ di Ravenna, perchè sappiamo da Anastasio[1163] ch'egli, siccome amareggiato per le cose dette all'anno 861, sosteneva quegli arcivescovi, e insieme con loro non cessò di far più passi falsi del papa e della santa sede. Non racconta Anastasio ciò che ne avvenisse, ma gli Annali bertiniani ce ne han conservata la memoria: cioè l'infuriato Augusto con _Angilberga_ sua moglie, con quegli arcivescovi e con delle soldatesche se ne andò a Roma, per far quivi cassare dal papa la proferita sentenza; e se nol facea, coll'empio pensiero di fargli mettere le mani addosso. Presentito questo suo mal talento dal papa, ordinò una processione e un generale digiuno in Roma, per pregar Dio che ispirasse all'imperadore un sano consiglio e la reverenza dovuta ai ministri di Dio e alla sede apostolica. Giunse in quel tempo a Roma l'inviperito Augusto, e prese alloggio vicino alla basilica di san Pietro. Colà arrivò in quel punto la processione del clero e popolo romano, e nel salire che faceano le scalinate di san Pietro, eccoti scagliarsi contro di loro i soldati dell'imperadore, che con dar loro delle bastonate e con fracassar le croci e gli stendardi, li posero tutti in fuga. A questo fatto, diversamente nondimeno raccontato, allude un autore di poco credito, forse vivuto prima del mille, che sotto nome di _Eutropio longobardo_[1164] fu citato e pubblicato da' nemici della Chiesa cattolica. Non mantengo io per vero e legittimo tutto quel ch'egli racconta di questi e d'altri fatti non succeduti a' giorni suoi. Tuttavia convien ascoltarlo dove dice che l'imperador Lodovico stava a san Pietro, il papa ai santi Apostoli; e perciocchè il pontefice facea far processioni e cantar messa _contra principes male agentes_ i baroni dell'imperadore furono a pregarlo di far desistere da queste preghiere. Nulla ottennero. Ora accadde che incontratisi in una di queste processioni, diedero delle bastonate ai Romani. _Qui fugientes projecerunt cruces iconas, quas portabant, sicut mos est Graecorum e quibus nonnullae conculcatae, nonnullae diruptae sunt. Unde et imperator graviter est permotus in iram, et pro qua causa apostolicus mitior effectus est. Profectus est denique idem pontifex ad sanctum Petrum, rogans imperatorem pro suis talia patrantibus; et vix obtinere valuit. Jam itaque inter se familiares effecti sunt._ Erchemperto[1165] anch'egli fa menzione di questa sacrilega violenza, ed attribuisce ad un tal fatto il gastigo di Dio che, siccome vedremo all'anno 871, provò esso imperador Lodovico. Seguitano poi a dire gli Annali bartiniani che il pontefice, intesa che ebbe la violenza suddetta, e che si pensava anche di mettere le mani addosso alla sacra sua persona, dal palazzo lateranense si portò in barca alla basilica di san Pietro, dove per due giorni e due notti stette senza prender cibo e bevanda.
Ma non si sa intendere come egli si ritirasse colà, dacchè lo stesso imperadore, per confession del medesimo autore, alloggiava allora _secus basilicam beati Petri_. Frattanto morì uno della famiglia dell'imperadore che avea spezzata la croce di sant'Elena, e lo stesso imperador fu preso dalla febbre. Giudicossi questo un avvertimento a lui mandato da Dio; e però inviò l'imperadrice al papa, perchè venisse a trovarlo; ed egli sulla di lui parola v'andò. L'abboccamento loro ben tosto rimise la concordia. Il papa si restituì al palazzo lateranense, e l'imperadore ordinò che i due arcivescovi se ne tornassero in Francia. Ma essi, prima di partirsi fecero gittare sopra il sepolcro di san Pietro un insolentissimo scritto contra del papa. L'imperadore anch'egli da lì a pochi giorni se ne andò, con lasciare in Roma una infausta memoria delle uccisioni, delle ruberie e delle violenze fatte dai suoi a varie chiese, e a molte donne anche consecrate a Dio. Venuto a Ravenna, quivi celebrò la santa Pasqua, che nell'anno presente cadde nel dì 2 d'aprile. Non mi fermerò qui a raccontare gli avvenimenti dei due suddetti arcivescovi, nè un altro affare che bolliva ne' medesimi tempi di _Rotado_ vescovo di Soissons, deposto da _Incmaro arcivescovo_ di Rems. E solamente verrò dicendo che, secondo i suddetti Annali di san Bertino, i vescovi del regno di Carlo Calvo, contrarii a Rotado, spedirono i lor legati colle lettere sinodiche al papa; ma l'imperador Lodovico non li volle lasciar passare. All'incontro il re Carlo Calvo impedì a Rotado di venire a Roma, benchè egli avesse appellato alla sede apostolica; ma questi seppe trovar modo di fuggire con ricorrere all'Augusto Lodovico, per potere sotto l'ombra sua portarsi a Roma. Aggiungono essi Annali che in quest'anno lo stesso imperadore, trovandosi alla caccia, in volendo ferir colla saetta un cervo, fu da esso gravemente ferito. E che _Uberto_ fratello della regina _Teotberga_, chierico coniugato, e, secondo gli abusi d'allora, abbate di san Martino di Tours, dopo aver occupata la badia di san Maurizio nei Valesi, ed alcuni contadi spettanti all'imperador Lodovico, padrone di quegli stati, fu ammazzato dagli uomini di esso Augusto. La regina Teotberga sorella d'esso Uberto, cacciata dal re Lottario, si ricoverò negli stati del re Carlo Calvo. Avea la morte rapito a _Pietro_ doge di Venezia il suo figliuolo _Giovanni_ anch'esso doge[1166]. Contra di lui tessuta fu in quest'anno una congiura da varii nobili, per cui restò ucciso, mentre stava celebrando la festa di s. Zacheria nella chiesa del monistero di quel nome. In luogo di lui fu eletto doge _Orso Particiaco_, chiamato da altri _Participazio_. Tanto egli come il popolo diedero il condegno gastigo agli uccisori dell'innocente doge, con levarne alcuni di vita, e mandar gli altri coll'esilio in Francia. Questo doge fu poi creato _protospatario_ da Basilio imperadore de' Greci, e in ricompensa di tal onore gli mandò in dono dodici grosse campane. Se crediamo al Dandolo, cominciarono solamente allora i Greci ad usar esse campane. Leone Allazio, uomo dottissimo, anch'egli insegnò che una volta presso i Greci cristiani non erano esse in uso; e l'invenzione delle medesime vien comunemente attribuita ai Latini. Cosa manifesta per altro è che anche ne' secoli pagani erano in uso i campanelli, non già le grosse campane, come oggidì.
NOTE:
[1162] Annales Francor. Bertiniani. Annales Franc. Metenses.
[1163] Anastas., in Vit. Nicolai I.
[1164] Eutrop. Langobardus, de Imp. Rom.
[1165] Erchempertus, Hist., cap. 37.
[1166] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCLXV. Indizione XIII.
NICCOLÒ papa 8. LODOVICO II imp. 17, 16 e 11.
Probabilmente succedette in questo anno ciò che abbiamo da Erchemperto[1167], le cui parole furono copiate dall'autore della Cronica del monistero di Volturno e da Leone Ostiense. Maielpoto gastaldo, cioè governatore di Telese, e Guandelperto gastaldo di Boiano nel ducato di Benevento, tali e tante preghiere adoperarono, che indussero _Lamberto duca_ di Spoleti, e _Garardo_ ossia _Gherardo_ conte di Marsi, a voler colle loro armi dare addosso ai Saraceni. Tutti dunque insieme assaltarono que' Barbari, nel mentre che dal territorio di Capua e Napoli se ne tornavano a Bari, carichi tutti di bottino. Ma il feroce loro sultano con tal bravura li ricevette, che li mise tosto in iscompiglio e in fuga, con restare assaissimi cristiani morti sul campo, e molti altri condotti via prigioni, ai quali parimente fu di poi crudelmente levata la vita. Perirono in quella giornata, valorosamente combattendo, i due gastaldi suddetti col conte Gherardo. Tali parole sembrano indicare che a _Guido_ duca di Spoleti fosse succeduto _Lamberto_. Presero da lì innanzi i Saraceni maggior baldanza e rabbia, onde a man salva faceano scorrerie per tutto il ducato di Benevento, con distruggere dovunque giugnevano; e, a riserva delle principali città, luogo appena vi restò che non andasse a sacco. Toccò spezialmente questa disavventura a Telese, Alife, Supino, Boiano, Isernia e al castello di Venafro, che furono interamente disfatti. Arrivarono le loro masnade anche al suddetto monistero di san Vincenzo di Volturno[1168] che era dei più ricchi d'Italia, e tutto lo spogliarono con dissotterrare ed asportare il suo tesoro. Convenne anche pagar loro tre mila scudi d'oro, perchè perdonassero alle fabbriche, nè vi attaccassero il fuoco. Però giusto sospetto nasce che Leone Ostiense[1169] senza fondamento scrivesse, essere stato in tal congiuntura incendiato quell'insigne monistero. Noi vedremo che molto più tardi gli succedette questa disgrazia. Per altro sappiamo da lui che que' monaci si rifugiarono e salvarono nel castello fabbricato da essi in vicinanza del monistero. Era in questi tempi abbate di monte Casino Bertario, uomo letterato, che compose molti trattati e sermoni, siccome ancora alcuni libri di grammatica e medicina, ed assaissimi versi scritti all'imperadrice _Angilberga_ e agli amici suoi. Questi pensando ai pericoli in cui per l'addietro si era trovato il suo monistero per cagione de' Saraceni, nemici del nome cristiano e troppo amici delle sostanze dei cristiani, avea prima d'ora fatto cingere di forti mura e torri quel sacro luogo, ed in oltre cominciata alle radici del monte una città, che oggidì si appella San Germano. Giovò al monistero in tal congiuntura quella fortificazione, ma giovogli anche più il senno d'esso abbate; perchè appena ebbe sentore dell'avvicinamento di quei crudi infedeli, pervenuti sino a Teano, che mandò a trattar con loro di composizione. Tre mila scudi d'oro pagò anch'egli, e coloro contenti se n'andarono. Intanto _Landolfo vescovo_ e signore di Capua[1170], dopo aver cacciato dalla città i suoi nipoti, figliuoli di _Landone_ già conte, che si fortificarono in alcune castella, tutto dì andava ordendo nuove cabale, ingannando ora _Guaiferio principe_ di Salerno, a cui Capua avrebbe dovuto ubbidire, ed ora _Adelgiso_ principe di Benevento. Tirò poscia in Capua i suddetti suoi nipoti, affinchè facessero guerra agli altri suoi nipoti, figliuoli di _Pandone_. Seguì finalmente pace fra essi cugini, e tutti entrarono in Capua. Ma non mancò all'astuto prelato maniera di dividerli ed ingannarli, con sostenere a forza di queste arti la sua signoria anche nel temporale. Intanto spedì papa Niccolò in Lorena e Francia _Arsenio vescovo_ d'Orta suo legato, che astrinse il re _Lottario_ a richiamare e a ricevere in sua corte la _regina Teotberga_. Avea anch'esso vescovo indotta l'imperadrice _Gualdrada_ a venire in Italia per presentarsi al sommo pontefice; e la medesima promessa avea riportato da _Engeltruda_, figliuola del _conte Matfrido_ e moglie di _Bosone_ conte, scomunicata dal papa, perchè fuggita dal marito viveva in un totale libertinaggio. Ma dietro alla strada si trovò da ambedue deluso. Gualdrada giunta sino a Pavia[1171], non passò oltre, richiamata dall'adultero re, che di nuovo cominciò a maltrattare la regina Teotberga; Engeltruda anch'ella se ne ritornò ai suoi stravizzi in Francia. Non dormiva intanto la imperadrice _Engilberga_, attendendo ad impetrar continuamente dei doni dall'Augusto suo consorte. Da un documento, che io diedi alla luce[1172], apparisce che nell'anno presente, o pure nell'antecedente, _Gualberto vescovo_ di Modena, messo dell'imperador Lodovico, la mise in possesso _della corte_ di _Wardestalla_, oggidì _Guastalla_, città che poi passò sotto la signoria del monistero di San Sisto di Piacenza, fondato e dotato dalla medesima Augusta.
NOTE:
[1167] Erchempertus, Hist., cap. 29.
[1168] Chron. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic. pag. 403.
[1169] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 35.
[1170] Erchempertus, Hist., cap. 30.
[1171] Epist. 55 Nicolai I papae.
[1172] Antiquit. Italic., Dissert. XXII, pag. 241.
Anno di CRISTO DCCCLXVI. Indizione XIV.
NICCOLÒ papa 9. LODOVICO II imp. 18, 17 e 12.