Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 60

Chapter 603,216 wordsPublic domain

Erasi ritirato alle sue contrade di Germania il _re Lodovico_, dopo la sua da tutti biasimata spedizione contra del fratello re _Carlo Calvo_[1136]; ma durava tuttavia il bollore della contesa e disunion fra loro. Di lui si parlava dappertutto con grande discredito. Però in quest'anno giudicò egli spediente d'inviare in Italia _Teotone abbate_ di Fulda, affinchè presentasse all'_imperador Lodovico_ suo nipote e al sommo pontefice Niccolò un manifesto, in cui si studiava di giustificar la guerra da lui portata in Francia, adducendo quelle ragioni che non mancano mai a chi cerca d'ingoiare l'altrui, e spera anche d'abbagliar con parole il giudizio di chi è spettatore o uditor di tali tragedie. Fu l'abbate cortesemente accolto non meno dal papa che dall'imperadore presso i quali s'ingegnò il meglio che potè di purgar dall'infamia il suo re. Qual risposta contenessero le lettere ch'egli riportò ad esso re Lodovico, nol dice la storia. Ben si sa che si trattò forte in quest'anno d'accordo fra quei re, ma nulla si potè conchiudere, perchè Lodovico pretendeva di sostener nel possesso delle contee e de' beni da lui donati le persone che s'erano dichiarate in favor suo nel regno di Carlo; ma Carlo non vi volle mai acconsentire. _Guanilone arcivescovo_ di Sens, che era stato uno dei maggiori traditori del re Carlo in quei torbidi, fu accusato per questo in un concilio, ma quel furbo uomo seppe trovar la maniera di rientrare in grazia di lui. Fu di parere Papirio Massone, seguitato poi dal cardinal Baronio, che da questo _Guanilone_ i romanzisti franzesi e poscia gl'italiani prendessero il nome di _Gano_, che vien sempre rappresentato ne' romanzi per un perfido, o per un traditore. Certamente _Gano_ si trova chiamato anche _Ganelone_ in alcuni romanzi. Non è da sprezzare una tal coniettura, se non che Gano nei romanzi vien fatto di schiatta _maganzese_, cioè di _Magonza_, la quale città sempre è rappresentata per traditrice alla casa reale di Francia, ed uomo secolare, e non già arcivescovo, e non già a' tempi di Carlo Calvo, ma bensì a quei di Carlo Magno. L'autore ancora degli Annali di san Bertino[1137] ci ha conservata la notizia seguente. Cioè che riuscì all'imperador Lodovico di farsi cedere con un trattato amichevole da _Carlo re di Provenza_ suo fratello quella porzion di stati ch'egli godeva di qua dal monte Jura, e che abbracciava le città di _Geneva_ ossia Ginevra, _Losanna_ e _Seduno_, oggidì Sion, capitale de' Vallesi, coi loro vescovati, contadi e monisteri. Ritenne Carlo in suo potere solamente lo spedale del Monte di Giove, e il contado pipincense, nome forse corrotto, di cui non trovo chi ne parli. Dagli stessi Annali abbiamo sotto questo anno che _Nicolaus pontifex romanus de gratia Dei et libero arbitrio, de veritate geminae praedestinationis, et sanguinis Christi, ut pro credentibus omnibus fusus est, fideliter confirmat, et catholice decernit_. Non ne fa menzione il cardinal Baronio, non ne apparisce vestigio fra le lettere di esso papa. Bollivano allora queste spinose controversie nella Germania e Francia tra _Gotescalco_, _Ratranno_ monaco di Corbeia, _Giovanni Scotto_, _Incmaro_ dottissimo arcivescovo di Rems, ed altri. È da dolersi che non restino tali scritti di questo dotto ed insigne pontefice. Intanto piena era di calamità la Francia per le incessanti rapine e stragi che vi commettevano i Normanni. Nè contenti que' barbari corsari di far provare la lor crudeltà alle città confinanti all'Oceano, passarono anche di qua dallo Stretto, e salendo su pel Rodano, vi saccheggiarono varie città, che punto non s'aspettavano una sì fatta visita; e senza volersi ritirare dal Mediterraneo svernarono dipoi alla sboccatura di quel fiume. Poco o nulla attendevano allora l'imperadore e i re della schiatta franzese ad aver forze in mare; ed in Francia e Germania, in vece di darsi vicendevole aiuto contra di quei cani, ad altro non pensavano che ad ingrandirsi colle spoglie de' fratelli o nipoti. Sarebbe da desiderare che fosse più chiaro il testo di Erchemperto[1138] là dove racconta (sotto il presente anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino, ma forse più tardi), che terminata la nuova città di Capua, venne ad assediarla _Guido jam dictus cum universis Tuscis_; e diedele grandi affanni, perchè il popolo non voleva ubbidire, per quanto sembra, a _Landone conte,_ suo singolare amico, a cagione delle iniquità che commetteano i due suoi fratelli _Landolfo vescovo e Landonolfo_. Ma in fine furono costretti a piegare il collo sotto il giogo. Sora ed altre terre circonvicine, tolte a Landonolfo, in vigore dei patti furono consegnate a Guido: del che Landonolfo concepì tanta afflizione d'animo, che da lì a poco mori. Non s'intende bene come passasse questo affare. Cosimo della Rena[1139] per le suddette parole di Erchemperto venne in sospetto che Guido in questi tempi duca di Spoleti fosse anche marchese della Toscana. Ma non merita questa propria locuzione che se ne faccia caso. Sappiamo che altri scrittori riputarono il ducato di Spoleti, ossia l'Umbria, parte della Toscana. Ed è poi chiaro che _Adalberto I_ era allora duca e marchese d'essa Toscana, trovandosi egli nelle carte degli anni antecedenti e de' susseguenti in possesso di quel governo. Vo io nondimeno dubitando che questo assedio di Capua succedesse in uno degli anni susseguenti.

NOTE:

[1136] Annal. Francor. Fuldenses.

[1137] Annales. Francor. Bertiniani.

[1138] Erchempertus, His., cap. 25.

[1139] Rena, Serie de' Duchi di Toscana.

Anno di CRISTO DCCCLX. Indizione VIII.

NICCOLÒ papa 5. LODOVICO II imp. 12, 11 e 6.

Da un bel placito ch'io diedi alla luce[1140], tratto dalle memorie del monistero casauriense, vegniamo in conoscenza che l'imperador Lodovico per la _Romania_ (oggidì Romagna) era venuto nel ducato di Spoleti _pro justitiarum commoditate, et malignorum astutia deprimenda_: al che egli giornalmente faceva attendere i suoi ministri. Giunto poi _intra fines Haesinos, et Camertulos_, cioè fra _Jesi_ e _Camerino_, quivi ordinò che alzassero tribunale _Vibodo_ vescovo di Parma (il quale troppo tardi vien supposto dall'Ughelli[1141] succeduto nella cattedra parmigiana a _Rodoaldo_, cioè a chi non fu mai vescovo di Parma) e _Adalberto contestabile_ e _Vepoldo conte del palazzo_ ed _Eccideo coppier maggiore_, con altri. Venne citato alla lor presenza _Ildeberto conte, ad oppressiones, quas fecerat, emandandas_. Aveva un certo Adalberto ceduto all'imperadore tutti i suoi beni posti _in finibus Italiae, Tusciae, Spoleti et Romaniae_; ma con riceverli poi di nuovo da lui a livello, sua vita natural durante. Quindi gli avea o donati o conceduti al suddetto _Ildeberto conte_, senza permission dell'imperadore; e però fu giudicato che quei beni tornassero in potere e dominio d'esso Augusto. Forse fu questo Ildeberto conte di Marsi. Tuttavia ho io sospettato altrove che egli possa essere stato duca di _Camerino_, perchè conti erano spesse volte appellati anche i duchi e marchesi. Un suo placito tenuto in Marsi[1142] nell'anno 850, si dice scritto _anno comitatus ejus VII_. E potrebbe essere che conte o duca ei fosse in compagnia di _Guido_, da noi veduto di sopra; perciocchè quel ducato soleva essere governato da due duchi, non so se in solido, oppure dall'uno di qua dall'Apennino e dall'altro di là, veggendosi da qui avanti due ducati di _Spoleti_ e di _Camerino_. Ma non ci somministra la storia bastanti lumi per ben decidere questo punto. Sotto quest'anno s'ha dagli Annali di s. Bertino[1143] che _l'imperador Lodovico suorum factione impetitur, et ipse contra eos ac contra Beneventanos rapinis atque incendiis desaevit_. Noi restiam qui al buio, perchè di questo fatto niuna spiegazione, anzi neppur memoria ci han lasciato i pochi scrittori d'Italia, de' quali si son salvate le storie. Forse nel ducato di Spoleti s'era suscitata qualche ribellione, e a questo fine colà si portò l'imperador suddetto. Ma del male fatto ai Beneventani in questi tempi niun'altra testimonianza ci resta che questa. Seguita poi a dire il suddetto storico bertiniano che i Danesi, cioè i Normanni, che aveano passato il verno alla foce del Rodano, alla prima stagione vennero per l'Arno a Pisa, e quella città con altre presero, misero a sacco e devastarono. Se questo è vero, ben poca cura doveano allora avere gli Italiani di ritener ben fortificate e guernite di buone mura le loro città: che non volavano già, come gli uccelli per aria, quei Barbari; e le mura d'una città bastavano, massimamente in que' tempi, a fermar l'empito d'ogni più poderoso esercito. Sappiamo ancora dagli Annali di Fulda[1144] che il verno di quest'anno fu sì fiero che _Mare Jonium glaciali rigore ita constrictum est, ut mercatores, qui nunquam antea nisi vecti navigio, tunc in equis quoque et arpentis mercimonia ferentes Venetiam frequentarent_. Qui si parla della città italica di Venezia, la cui laguna anche nel rigoroso verno del 1709 talmente aggiacciata si vide, che su pel ghiaccio dalle carrette e dai cavalli convenne portarvi le mercatanzie e le provvisioni del vitto.

Aggiungono gli Annali di Metz[1145], che il suddetto imperador Lodovico in questo anno _plurima bella strenuissime gessit adversus Sclavorum gentem_. È ben da compiagnere la storia d'Italia, che ci lascia per tanto tempo digiuni de' fatti ed avvenimenti d'allora, con restarne solo un qualche barlume presso gli storici oltramontani; se non che Andrea, prete italiano e scrittore di questo secolo, nella sua storia breve[1146] attesta anch'egli essere stata, _domni Hludovici imperatoris anno X, Indictione octava_, cioè nell'anno presente, tanta la neve caduta, e sì fuor di misura il freddo, che perì gran copia di seminato, e si seccarono le viti alla pianura, e gelò nelle botti il vino. Dopo di che, un cerio _Uberto_, dimentico dei tanti benefizii a lui fatti dall'imperador Lodovico, e dei giuramenti a lui prestati, unitosi coi Borgognoni, se gli ribellò. Spedì Lodovico contra di lui _Conrado_ colle sue milizie, e bisognò venire ad un fatto d'armi, in cui restò ucciso il suddetto Uberto, colla perdita ancora di molti dalla parte dell'imperadore. Ci fa poi sapere la storia ecclesiastica che cominciò a bollir forte la controversia della deposizione di _santo Ignazio_ patriarca di Costantinopoli, e dell'intrusione di _Fozio_, per cui il vigilantissimo ed intrepido papa _Niccolò_ non perdonò a diligenza, uffizii, preghiere e minacce, affin di medicar quella piaga. Spedì egli in quest'anno a Costantinopoli i suoi legati, perchè s'informassero ben di quegli affari. Fece anche istanza all'imperador _Michele_, perchè restituisse alla Chiesa romana i _patrimonii di Calabria e Sicilia_. Non men di rumore faceva allora la persecuzion di _Lottario re_ di Lorena contra della regina _Teotberga_ sua moglie, che nell'anno presente fu imputata di varii finti delitti; e quantunque ella si difendesse col giudizio dell'acqua bollente, qual rea fu cacciata dall'impudico marito in un monistero. Ma ella se ne fuggì di colà, e si ridusse in casa di Uberto suo fratello nel regno di Carlo Calvo. Ora paventando Lottario che Carlo non si movesse contra di lui, comperò la lega ed assistenza del re della Germania _Lodovico_ suo zio, con cedergli tutta l'Alsazia. In questo anno ancora (se pur fece bene i conti Camillo Pellegrino) Erchemperto racconta[1147] che _Landone conte_, ossia principe di Capua, colto da una grave paralisia, fu confinato in un letto. _Sergio_ duca di Napoli, ciò inteso, senza mettersi pensiero delle convenzioni già seguite fra lui e i Capuani, assistito da un rinforzo datogli da _Ademario principe_ di Salerno, mosse guerra al giovane _Landone_, che in difetto del padre aveva assunto il governo. Nè avendo rispetto alcuno alla festa di san Michele, celebrata con solennità dai Capuani, anzi da tutti i Longobardi, nel dì 8 di maggio, siccome tenuto per protettore da tutta quella nazione; e senza ricordarsi che in quello stesso giorno anticamente i Beneventani aveano data una gran rotta ai Napoletani, mandò i suoi due figliuoli, cioè _Gregorio_ maestro de' militi, e _Cesario_, coll'esercito di Napoli e di Amalfi all'assedio di Capua. Ma allorchè giunsero al ponte di Teodemondo, il giovanetto Landone coi Capuani, a guisa di un lione, sì bravamente gli assalì, che sbaragliolli, e fece prigioni ottocento di essi col suddetto Cesario.

NOTE:

[1140] Rer. Italic, P. II, tom. 2, pag. 928.

[1141] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Parmensib.

[1142] Antiquit. Ital., Dissert. VI.

[1143] Annal. Francor. Bertiniani.

[1144] Annal. Francor. Fuldenses.

[1145] Annal. Franc. Metenses.

[1146] Andreas Presbyt., Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.

[1147] Erchempertus, Hist., cap. 27.

Anno di CRISTO DCCCLXI. Indizione IX.

NICCOLÒ papa 4. LODOVICO II imp. 13, 12 e 7.

Reggeva in questi tempi la chiesa di Ravenna _Giovanni_ arcivescovo, uomo, in cui non si sa se maggior fosse l'ambizione o pur l'interesse. Portaronsi a Roma varii cittadini ravennati a farne doglianza al sommo pontefice, e ad implorare rimedio alle continue ed intollerabili vessazioni che da lui ricevevano. Anastasio bibliotecario[1148] ne tesse il catalogo, con dire che questo arcivescovo scomunicava la gente a suo capriccio. Non permetteva ai vescovi della sua diocesi e ad altri di andare a Roma. Aveva occupato non pochi beni della Chiesa romana e di varii particolari. Sprezzava i messi della Sede apostolica, stracciava gli strumenti degli affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava a quella di Ravenna. Quei preti e diaconi che non solo in Ravenna, ma in altre città dell'Emilia erano immediatamente sottoposti alla santa Sede, li deponeva senza giudizio canonico, e li faceva mettere in prigione, o in fetenti ergastoli; senza sapersi ben capire come, se comandavano in quella città gli uffiziali del papa, si potessero dall'arcivescovo commettere tante oppressioni, e tener birri e prigioni. Fu pertanto esso arcivescovo più volte ammonito con lettere e messi dal papa a desistere da sì fatte violenze e novità; ma egli faceva il sordo. Citato a comparire in Roma al concilio, si vantava di non essere tenuto ad andarvi. In fine fu scomunicato nel concilio romano. Ci è stata conservata parte d'un concilio tenuto appunto in Roma per questo affare in un antichissimo codice della cattedrale di Modena; e questa fu poi pubblicata dal padre Bacchini nelle giunte ad Agnello[1149]. Dicesi quivi celebrato esso concilio, _pontificatus domni Nicolai summi pontificis, et universalis papae anno IIII imperii piissimi augusti Lodovici anno XI, die octavodecimo mensis novembris, Indictione decima_: note che non so se sieno corrette, o se riguardino l'anno presente. Ivi l'epoca dell'imperadore è presa dalla sua coronazione dall'anno 850. Ascoltiamo ora di nuovo il suddetto Anastasio. Racconta egli che quell'arcivescovo, udito ch'ebbe l'anatema contro di lui fulminato, corse ad implorar l'aiuto dell'imperador Lodovico, e da lui ottenne due legati che per lui parlassero al papa. Con questi se ne andò egli a Roma pien d'alterigia, persuadendosi di far col loro braccio tremare il papa. Ma il papa, perchè assistito dalla ragione, si trovò più forte d'una torre. Con buon garbo il santo padre fece dei rimproveri ai legati, perchè comunicassero con uno scomunicato, e da lui altro non poterono essi capire, se non che Giovanni si presentasse al concilio che si dovea tenere in Roma nel primo dì di novembre, per dar le dovute soddisfazioni dei suoi eccessi. Senza volerne far altro, egli se ne tornò indietro. Allora i senatori di Ravenna, ed altra gente dell'Emilia, gittatisi ai piedi del pontefice, lo scongiurarono di venire in persona a Ravenna per dar sesto a tanti disordini. V'andò egli infatti, e restituì il suo ad ognuno, e tornossene di poi a Roma.

Intanto l'arcivescovo ricorse di bel nuovo a Pavia per ottenere il patrocinio dell'imperadore. Ma quivi trovò che il vescovo della città _Liutardo_ e i cittadini non volevano commercio con lui, neppure lo stesso Augusto, che solamente gli fece dire che, deposta la sua alterigia, si umiliasse al papa, a cui gli stessi imperadori e tutta la Chiesa prestano sommessione ed ubbidienza, altrimenti non intendeva assisterlo, nè di favorirlo. Tanto nondimeno si adoperò, che ottenne di essere accompagnato a Roma da due ambasciatori dell'imperadore; ma questi giunti colà, si accorsero di non aver parole bastevoli a muovere la fermezza dello zelantissimo papa. Perciò l'arcivescovo si gittò alla misericordia, promise quanto gli fu prescritto, e fu assoluto. Nel dì seguente avendo i vescovi suoi suffraganei dato un libello contra di lui, fu risoluto: ch'egli non potesse consecrar vescovo alcuno, se non precedeva l'elezione fattane dal _duca_, cioè dal governatore della città, dal _clero_ e _popolo_. Che non impedisse ai vescovi l'andata a Roma. Che non esigesse da loro alcuna sorta di danaro o di doni. Che si levasse via l'uso cattivo della trentesima. Questa probabilmente erano costretti i vescovi di pagarla agli arcivescovi di Ravenna delle rendite delle lor chiese. Soleva Giovanni ogni due anni far la visita dei vescovati a lui sottoposti, e tanto si fermava colla sua corte addosso ai vescovi, che divorava tutte le lor rendite. Gli obbligava ancora (aggravio non praticato in alcuna altra parte del mondo) a contribuire ogni anno alla mensa archiepiscopale, all'arciprete, all'arcidiacono, e ad altre dignità della chiesa di Ravenna, un determinato numero di castrati, di oblate, cioè dell'ostie, del vino, dei polli e dell'uva. Gli astringeva a dimorare or l'uno, ora l'altro in Ravenna, un mese sì e un mese no, per farsi servir da loro. A suo capriccio ancora toglieva loro quei cherici che sarebbero stati più utili alle loro chiese. Questi ed altri abusi, ch'io tralascio, abolì il saggio papa; e dal concilio suddetto apparisce che fu posto fine alle avanie di questo tiranno arcivescovo, con essere intervenuti settantadue vescovi a quella sacra raunanza. Abbiamo da Erchemperto[1150] che in quest'anno (per quanto crede Camillo Pellegrino) il vecchio _Landone conte_ di Capua, cedendo alla contratta paralisia, si sbrigò dai guai del mondo presente. Pria nondimeno di morire, caldamente raccomandò il giovinetto suo figliuolo _Landone_ a _Landolfo vescovo_ di quella città, e a _Pandone_ suoi fratelli e zii del giovane, senza prevedere che raccomandava l'agnello ai lupi. Era Landolfo uomo dimentico affatto del sacro suo carattere, e tutto dato alle cabale secolaresche. Quand'anche era in vita il suddetto Landone seniore (credesi in questo medesimo anno), egli segretamente istigò _Guaiferio_, figliuolo di Danferio Balbo, a formare una congiura contra di _Ademario_ principe di Salerno. Poco ben voleva ad esso Ademario il popolo, per testimonianza dell'Anonimo salernitano[1151], a cagion dell'avarizia non men sua che di _Guimeltruda_ sua moglie, donna che ad altro non attendeva se non ad accumular denari. Preso egli adunque dai congiurati, fu cacciato in una scura prigione, e il suddetto Guaiferio costituito principe di Salerno. Era stato eletto vescovo d'essa città di Salerno _Pietro_ figliuolo del medesimo Ademario. Questi, udita la rovina del padre, se ne fuggì a Sant'Angelo; e spontaneamente poi datosi al nuovo principe, fu condotto a Salerno, nè si sa cosa ne divenisse. Ora _Landolfo vescovo di Capua_, quantunque avesse giurata sopra tutte le cose più sacre fedeltà a Guaiferio, come a suo principe, pure stette poco ad alienarsi da lui e a fargli guerra. Barbaramente ancora cacciò di Capua Landone gli altri suoi nipoti, che si misero sotto la protezion di Guaiferio. Dopo di che usurpò il dominio di quella città, e vi restò solo signore, perchè suo fratello Pandone lasciò la vita in un combattimento contra de' Salernitani. In quest'anno ancora dai diplomi rapportati dal Margarino[1152] impariamo che _Gisla_ figliuola dell'_imperador Lodovico_ era in educazione nel monistero appellato nuovo, ed ora di santa Giulia di Brescia; e che l'Augusto suo padre, secondo gli abusi di que' tempi, che tuttavia durano in qualche paese della Cristianità, le conferì quel sacro luogo da signoreggiare, usufruttare e governare per tutta la sua vita, secondo la regola di san Benedetto. Il diploma è dato in Brescia. Con un altro diploma, dato in Marengo confermò esso imperadore tutti i privilegii e beni del monistero di san Colombano di Bobbio ad _Amalarico vescovo_ di Como, chiamato ivi _abbas monasterii bobiensis_; giacchè, siccome fu avvertito di sopra, s'era già introdotta la biasimevol usanza di conferir le badie ai vescovi, e talvolta fino ai secolari, i quali, lasciata una parte delle rendite pel magro sostentamento de' monaci, si divoravano, senza mettersi scrupolo, il resto.

NOTE:

[1148] Anastas., in Vit. Nicolai I.

[1149] Agnell., Vit. Episc. Ravenn., P. I, tom. 2 Rer. Italic.

[1150] Erchempertus, Hist., cap. 26.

[1151] Anonymus Salernitan., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1152] Bull. Casin., tom. 2, Const. XXXVII et XXXVIII.

Anno di CRISTO DCCCLXII. Indizione X.

NICCOLÒ papa 5. LODOVICO II imp. 14, 13 e 8.