Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 6
Era stato eletto sommo pontefice _Benedetto II_ prete di nazione romano, persona veterana nella milizia ecclesiastica, e studioso delle divine Scritture, amatore dei poveri, umile, mansueto, paziente e liberale. Si crede ch'egli fosse consecrato nel dì 26 di giugno dell'anno corrente. Abbiamo da Anastasio bibliotecario[88] che l'imperador _Costantino_ mandò a Roma i _malloni_ (parola che tuttavia dura nel dialetto modenese), cioè le ciocche _de' capelli_ de' suoi figliuoli _Giustiniano_ ed _Eraclio_, che furono accolti con gran solennità dal clero e dall'esercito romano. Fondatamente stima il cardinal Baronio che ciò significasse l'offerire essi principi in figliuoli adottivi al romano pontefice: degnazione convenevole a quel piissimo imperadore. Ed infatti più sotto vedremo che Paolo Diacono abbastanza ci fa intendere il rito di questa figliuolanza praticato in questi tempi. Potrebbe ancora significar quest'atto sommessione e ubbidienza che que' principi protestavano verso i successori di s. Pietro, a guisa de' servi, a' quali si tagliavano i capelli. Anche i Gentili costumavano di tagliarsi la chioma e di offerirla ai loro falsi dii, dichiarandosi in tal maniera loro servi. Lo stesso Anastasio altrove[89], scrive, tanta essere stata la divozione del re de' Bulgari verso la santa Chiesa romana, che un giorno tagliatisi i capelli, e datigli ai messi del romano pontefice, si dichiarò da lì innanzi servo dopo Dio del beato Pietro e del suo vicario. Di questa adozion d'onore è da vedere una dissertazione del Du-Cange[90]. Diede il medesimo imperador Costantino un altro nobil contrassegno della sua pietà e della sua venerazione alla Chiesa Romana. Riusciva troppo gravoso a quel clero il dover aspettare da Costantinopoli, come abbiamo osservato di sopra, la licenza di consecrare il nuovo papa eletto, restando con ciò per più mesi vacante la cattedra romana, tuttochè l'eletto papa esercitasse in quel tempo ancora non lieve autorità nel governo della Chiesa. Spedì il buon imperadore una bella patente al venerabil clero, al popolo e al felicissimo esercito romano, per cui concedeva che il nuovo pontefice eletto si potesse immediatamente consecrare, il che recò somma consolazione a quella gran città.
NOTE:
[88] Anastas., in Benedicto II.
[89] Anastas., in Praefat. ad Concil. VIII.
[90] Du-Cange, Dissertat. XXII ad Jouvill.
Anno di CRISTO DCLXXXV. Indiz. XIII.
GIOVANNI V papa 1. GIUSTINIANO II imperadore 1. BERTARIDO re 15. CUNIBERTO re 8.
Lagrimevole riuscì quest'anno per la morte del piissimo imperador _Costantino Pogonato_, ossia _barbato_, succeduta nel principio di settembre, e tanto più fu essa deplorabile, perchè lasciò successore dell'imperio, ma non delle sue virtù, _Giustiniano II_ suo primogenito, già dichiarato Augusto negli anni addietro. Era questo principe appena entrato nel sedicesimo anno della sua età; e però, inesperto nel governo de' popoli, tardò poco a sconvolgere il buon ordine lasciato dal padre, e a tirare addosso a sè e a' suoi sudditi delle calamità sonore. Diede parimente fine alla breve carriera del suo pontificato papa _Benedetto II_ nel dì 7 di maggio del presente anno, e i suoi meriti il fecero registrare nel ruolo de' santi. Dopo due mesi e quindici giorni di sede vacante fu a lui sostituito nella cattedra di san Pietro _Giovanni V_, nato in Soria, uomo di petto, scienziato e moderatissimo in tutte le sue azioni[91]. Egli è quel medesimo _Giovanni_ diacono che fu mandato da papa _Agatone_ per uno de' suoi legati al concilio sesto ecumenico, e portò seco a Roma gli atti del medesimo concilio, ed inoltre gli ordini pressanti dell'imperador Costantino Pogonato, perchè fossero restituiti o conservati alla Chiesa romana i varii patrimonii che ad essa appartenevano nella Sicilia e Calabria, se pur non vuol dire lo storico ch'esso Augusto esentò quei patrimonii da un'indebita contribuzion di grano ad essi imposta dai ministri cesarei. Secondo i conti di Camillo Pellegrino[92], in quest'anno _Gisolfo_ duca di Benevento mosse guerra alla Campania romana. Ma ne parleremo di sotto all'anno 702.
NOTE:
[91] Anastas. Bibliothec., in Johann. V.
[92] Peregrinus, Histor. Princip. Longobard., tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCLXXXVI. Indiz. XIV.
CONONE papa 1. GIUSTINIANO II imperadore 2. BERTARIDO re 16. CUNIBERTO re 9.
Condusse papa _Giovanni V_ la sua vita fino al dì 2 di agosto di quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo. In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete, l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse, ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza. E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi voti a _Conone_ prete, nato nella Tracia, allevato nella Sicilia, vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore, persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi a _Teodoro_ esarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca un _Allonisino duca_, il quale verisimilmente era solamente governatore di quella città, e non già della Toscana, come pretende il Fiorentini[93].
In quest'anno, per attestato di Teofane[94] e di Anastasio[95], seguì una pace di dieci anni fra l'imperadore _Giustiniano_ e _Abimelec_ califa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino[96] che in questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il forte popolo dei cristiani _mardaiti_, che si credono i _Maroniti_, abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni le gabelle di Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa, che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio bibliotecario[97] ed anche Paolo Diacono[98], che, in vigore di questa pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta. Pertanto spedì _Leonzio_ suo generale con un'armata, il quale uccise quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di tributi da quelle provincie, mandò un immenso tesoro all'imperadore. Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente condotta del principe loro.
NOTE:
[93] Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.
[94] Theoph., in Chronogr.
[95] Anastas., in Johann. V.
[96] Elmacinus, Hist. Sarac.
[97] Anast., in Joan. V.
[98] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.
Anno di CRISTO DCLXXXVII. Indiz. XV.
SERGIO papa 1. GIUSTINIANO II imperadore 3. BERTARIDO re 17. CUNIBERTO re 10.
Non più che undici mesi governò _Conone_ papa la Chiesa di Dio, essendo anch'egli oppresso dalla vecchiaia, e per lo più infermo. Mancò di vita nel dì 21 di settembre. Un'imprudenza viene attribuita a questo papa da Anastasio bibliotecario[99], per non essersi voluto consigliare col clero romano. Cioè, per quando crede il cardinal Baronio, essendo morto _Teofane_ patriarca d'Antiochia, esso papa col parere di persone cattive ordinò in suo luogo _Costantino_ diacono della Chiesa siracusana, e rettore allora del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia, con inviargli a tal effetto il pallio. Ma essendosi questi trovato uomo rissoso ed atto solamente a far nascere e a fomentar delle discordie fu cacciato in prigione dai ministri dell'imperadore che governavano la Sicilia. Il cardinal Baronio ha seguitato qui un testo guasto di Anastasio. Non ha quello storico scritto _ex immissione malorum hominum Antiochiae ecclesiasticorum_, ma sì bene _et antipathia ecclesiasticorum_. Non apparteneva allora ai papi l'ordinare i patriarchi di Antiochia. Nè altro dice Anastasio, se non che Conone costituì _rettore del patrimonio della Chiesa romana_ in Sicilia quel Costantino che fece poi sì poca riuscita con disonore di chi l'aveva eletto di sua testa, senza prender consiglio dal clero. In quest'anno ancora essendo mancato di vita in Ravenna _Teodoro_ esarco e quivi seppellito, siccome di sopra ci fece sapere Agnello, antichissimo storico delle vite degli arcivescovi ravennati, l'imperador _Giustiniano_ mandò ad esercitar quella carica _Giovanni_ patrizio per soprannome _Platyn_. Arrivò egli a Ravenna, vivente ancora papa Conone. Trovavasi infermo questo pontefice, e _Pasquale_ arcidiacono, che ansava dietro al papato[100], spinto dalla cieca sua ambizione, inviò incontanente persona segreta a questo nuovo esarco, per averlo favorevole nell'elezione, con adoperar anche il possente incanto dell'oro, maledetto per altro in sì fatte occasioni. Non ci volle di più perchè lo esarco mandasse ordine agli uffiziali da lui deputati al governo di Roma, affinchè dopo la morte del papa esso arcidiacono venisse eletto. Pertanto essendosi raunato il clero e popolo per eleggere un nuovo pontefice, i voti di una parte concorsero nella persona di _Pasquale_, ma quelli d'un'altra voleano papa _Teodoro_ arciprete. Quindi nacque un gagliardo scisma. Fu più diligente Teodoro, ed occupò la parte interiore del palazzo patriarcale lateranense: Pasquale si fece forte nella parte esteriore, e cadaun partito cercava la maniera di prevalere all'altro. Allora i più saggi fra i Romani, cioè i principali pubblici ministri ed uffiziali della milizia, e la maggior parte del clero con una copiosa moltitudine di cittadini mal soffrendo questa scandalosa divisione e gara, unitisi insieme se n'andarono al sacro palazzo, e quivi lungamente consultarono intorno alla maniera di provvedervi; e la risoluzione fu di eleggere un terzo.
Però tutti d'accordo elessero _Sergio_, oriondo da Antiochia, e nato in Palermo, allora prete e parroco di santa Susanna alle due Case; e presolo di mezzo al popolo, il menarono nell'oratorio di san Cesario martire, che era in esso sacro palazzo, e di là con grandi acclamazioni per forza l'introdussero nel palazzo del Laterano. Appena fu egli entrato, che Teodoro arciprete si quietò, e corse a fargli riverenza ed a baciarlo. Non così Pasquale arcidiacono. Resistè quanto potè, e per forza in fine pieno di confusione andò a riconoscerlo per suo signore. Ma intanto egli aveva spedito segretamente avviso di quanto succedeva all'esarco Giovanni, scongiurandolo di venire a Roma, perchè si lusingava di poter carpire, coll'aiuto di lui, quella dignità, di cui, per le macchine simoniache, era più che indegno. Andò in fatti l'esarco a Roma, e così celatamente, che la milizia romana non ebbe tempo d'andarlo ad incontrare al luogo solito, ed appena uscita da Roma, il vide comparire. Vedendo l'esarco di non potere smuovere il consenso di tutti gli ordini nella persona di _Sergio_, ne restò non poco amareggiato, perchè perdeva _cento libbre d'oro_ che gli erano state promesse dall'arcidiacono Pasquale. Tuttavia il tristo ritrovò presto il ripiego di non voler approvare l'elezione, se non gli si pagava la detta somma. E benchè Sergio gridasse che non si dovea questo pagamento, pure bisognò prendere i candellieri e le corone che pendevano al sepolcro di san Pietro, e impegnarle, e saziar colle cento libbre d'oro la sacrilega avarizia di questo imperial ministro. L'arcidiacono Pasquale fu poi da lì a non molto tempo processato per alcuni incantesimi e sortilegii, e deposto e confinato in un monistero, dove dopo cinque anni impenitente morì. In questo anno l'imperador _Giustiniano_ portatosi nell'Armenia, quivi accolse i Maroniti, levati dal monte Libano, senza accorgersi d'aver privato del più forte baluardo le frontiere del suo imperio contra dei Saraceni. Poscia l'una dietro all'altre moltiplicando le imprudenze, ruppe la pace stabilita da suo padre co' Bulgari. Si figurava il baldanzoso giovane principe di poter con facilità sottomettere quel popolo, e del pari i confinanti Schiavoni; e a questo fine fece dei gagliardi preparamenti per l'anno venturo. Se alle sue idee corrispondessero gli effetti, in breve ce ne chiariremo. Provossi nell'anno presente una sì fiera carestia nella Soria, che moltissimi di quella gente vennero a rifugiarsi nelle contrade del romano impero per non morire di fame. In quest'anno parimente _Pippino_ chiamato il _Grosso_, oppur d'_Eristallo_, dopo una gran rotta data a _Teoderico II_ re de' Franchi, s'impadronì della monarchia francese sotto titolo di _maggiordomo_, cioè lasciando ai re il nome e l'apparenza regale, e ritenendo per sè tutto il comando. Cominciò dunque a tener continuamente delle guardie ai re della schiatta merovingica, affinchè non si prendessero autorità di sorta alcuna; e durò questa usurpazione, finchè un altro _Pippino_, nipote di questo Pippino, passò dall'essere maggiordomo al trono regale della Francia, siccome vedremo.
NOTE:
[99] Anastas., in Conone.
[100] Anastas., in Conone.
Anno di CRISTO DCLXXXVIII. Indiz. I.
SERGIO papa 2. GIUSTINIANO II imperadore 4. CUNIBERTO re 11.
Benchè Paolo Diacono[101] scriva che _Bertarido_ re de' Longobardi regnasse _dieciotto anni_, parte solo e parte col figliuolo _Cuniberto_; pure egli stesso avea prima detto che questo principe regnò solo per _sette anni_, e che _nell'ottavo_ prese per collega nel regno esso Cuniberto, e con esso lui regnò _dieci anni_. Per conseguente, _diecisette_ pare che sieno stati gli anni del suo regno, e dovrebbe egli essere giunto a morte in questo anno 688. Pertanto io la metto qui per non discordare da esso storico; e tanto più, perchè se tal morte succedette prima, si viene ad imbrogliar la cronologia dei re susseguenti. E pure gran cagione c'è di dubitarne. Imperciocchè in Lucca si conserva un diploma del re _Cuniberto_ suo figliuolo in favore del monistero di san Frediano, accennato dal Fiorentini[102], e distesamente portato dal padre Mabillone[103] colle seguenti note: _Datum Ticini in palatio nona die mensis novembris, anno felicissimi regni nostri nono per Indictione quintadecima_. Nel novembre dell'anno 686 correva l'_Indictione XV_ cominciata nel settembre. Non è mai da credere che se Bertarido fosse stato vivo in quel tempo, il figlio _Cuniberto_ avesse fatto un diploma senza mettervi in fronte il nome del padre, che tale era il costume, e così conveniva, per essere Bertarido il vero regnante. Per ciò par quasi certo che esso re Bertarido prima del novembre dell'anno 686 fosse mancato di vita. Aggiungasi che nell'antichissima cronichetta dei re Longobardi, da me data alla luce[104], e composta circa l'anno 885, si legge che _Bertari regnò anni XVI_, e non già _diecisette_, o _dieciotto_, come hanno i testi di Paolo Diacono; e conseguentemente viene a cader la morte di lui nel suddetto anno 686. Comunque sia, certamente credo io fuor di strada il Pagi che la mette nell'anno 691. Lasciando io intanto al lettore di scegliere quello che gli par meglio, dico che _Bertarido_ morì, e gli fu data sepoltura nella basilica del Salvatore, fondata fuori di Pavia dal re _Ariberto_ suo padre. Lasciò questo re una memoria onorevole di sè stesso a' posteri, per aver fatto sedere con seco sul trono il timore di Dio, la mansuetudine e l'umiltà. In fatti sotto di lui goderono i popoli un'invidiabil calma e tranquillità. Era di bella statura e di corpo pieno. Rimase solo al governo del regno _Cuniberto_ suo figliuolo, già dichiarato re fin dall'anno 678, che in bontà e benignità d'animo riuscì non inferiore al padre, se non che sembra che fosse troppo amatore del vino. Egli prese per moglie _Ermelinda_ figliuola d'uno dei re anglo-sassoni dominanti nell'Inghilterra. La feroce nazione de' Bulgari, uscita della Tartaria, Unni anch'essi, perchè così erano chiamati tutti i Tartari, avea, siccome accennai di sopra, occupata quella parte di paese ch'era abitata dagli Schiavoni fra la Pannonia e la Tracia di qua dal Danubio; e tale si provò la sua possanza, che _Costantino_ Pogonato Augusto fu astretto a comperar da essi la pace con promettere un annuo donativo da pagarsi loro da lì innanzi. Ora l'imperador _Giustiniano_, pieno di spiriti giovanili, ma non iscortato dalla prudenza, virtù rara ne' giovani, volle stuzzicar questo vespaio[105]. Pertanto con un poderoso esercito marciò contro alla Bulgaria nel presente anno. Sigeberto[106], seguitato dal padre Pagi[107], riferisce questa impresa all'anno seguente. Se gli fecero incontro quei Barbari, e furono ripulsati. Continuò l'imperadore il suo viaggio fino a Salonichi, con raccorre e ridurre in suo potere un immenso numero di Schiavoni, prima della venuta de' Bulgari dominanti in quel paese. Parte colla forza furono presi, parte se gli diedero spontaneamente, non amando il giogo dei Bulgari. Inviò Giustiniano tutta questa gente ad abitare nell'Asia di là dall'Ellesponto nella Troade. Ma i Bulgari, che non osavano combattere in campagna aperta, aspettarono ai passi stretti delle montagne che l'imperador tornasse indietro, e quivi assalito l'esercito cesareo colla morte e colle ferite d'assaissimi l'angustiarono talmente, che lo stesso Augusto stentò non poco ad uscir salvo da quel pericolo. Tornò in quest'anno la Persia sotto il dominio di _Abimelec_, principe dei Saraceni.
NOTE:
[101] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 37.
[102] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3, p. 4.
[103] Mabill., Annal. Benedict., tom. 1, pag. 70.
[104] Antiq. Italic., tom. 4, pag. 943.
[105] Theoph., in Chronogr.
[106] Sigebertus, in Chron.
[107] Pagius, Crit. Baron.
Anno di CRISTO DCLXXXIX. Indizione II.
SERGIO papa 3. GIUSTINIANO II imperadore 5. CUNIBERTO re 12.
Venne in questi tempi a Roma _Ceadvalla_ re degli Anglo-Sassoni nell'Inghilterra, risoluto di abbandonare il culto degl'idoli e d'abbracciare la santa religione di Cristo. Per attestato di Paolo Diacono[108], egli passò per la Lombardia, e fu con somma magnificenza accolto dal re _Cuniberto_. Già dicemmo che _Ermelinda_ figliuola d'uno dei re anglosassoni era maritata in Cuniberto. Non è probabile ch'essa avesse per padre questo re sassone, perchè Cuniberto principe cattolico e pio non avrebbe preso in moglie la figliuola d'un re idolatra; se pure quel matrimonio non seguì dopo la venuta di Ceadvalla. Viene incolpato Paolo dal Pagi, perchè chiamasse _Teodaldo_ questo re _Ceadvalla_. Ma s'ingannò il Pagi per non aver ben consultato i migliori testi di Paolo, dove quel re è appellato _Cedoaldus_. Beda[109] il chiama _Ceduald_, e nel suo epitafio è detto _Ceadual_, e più sotto _Cedoald_, che è lo stesso nome datogli da Paolo, latinamente espresso. Ora questo buon re, arrivato che fu a Roma, ricevette il sacro battesimo dalle mani di papa _Sergio_ nel sabbato santo, e gli fu posto il nome di _Pietro_. Ma infermatosi poco dappoi, prima della domenica in albis, nel dì 20 d'aprile, fu chiamato a godere del premio della sua gloriosa conversione. Paolo ne rapporta l'epitafio.
NOTE:
[108] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 15.
[109] Beda, Histor., lib 5, cap. 7.
Anno di CRISTO DCXC. Indizione III.
SERGIO papa 4. GIUSTINIANO II imperadore 6. CUNIBERTO re 13.