Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 59

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Poco si tardò dopo la morte del santo pontefice Leone a venire all'elezion del successore: e questi fu _Benedetto III_, cardinale del titolo di san Calisto. Non già la papessa Giovanna, come una volta fu creduto, allorchè per l'ignoranza de' popoli si poteano spacciare ed erano buonamente ricevute anche le più spallate favole. Tale in fatti è ancor questa, nata solamente nel secolo decimoterzo, ma oggidì talmente confutata, e riconosciuta fin dai nemici della religion cattolica, che si renderebbe ridicolo chi assumesse di più sostenerla, o di maggiormente screditarla ed abbatterla. Ma l'assunzione di esso papa Benedetto non passò senza contrasto. Eravi una fazion contraria di Romani che segretamente teneva per Anastasio prete cardinale, già scomunicato e deposto nel concilio romano, e adoperò quante cabale potè per innalzarlo in questa congiuntura. Racconta Anastasio che eletto papa Benedetto, _Clerus et cuncti proceres decretum componentes propriis manibus roboraverunt, et ut consuetudo prisca poscit, invictissimis Lothario ac Ludovico destinaverunt Augusti_; il che ci fa sempre più intendere ch'era antico il costume, e tuttavia si osservava, di non consecrare il papa eletto, se non dappoichè informatone l'imperadore, prestava l'assenso suo. L'incarico di portar questo decreto alla corte imperiale fu dato a _Niccolò vescovo_ di Anagni e a _Mercurio_ maestro de' militi, cioè generale dell'armi, i quali arrivati a Gubbio trovarono il vescovo di quella città _Arsenio_, che li guadagnò in favore dello scomunicato Anastasio. Pervenuti alla corte di Lodovico Augusto, in vece di promuovere gli interessi di Benedetto eletto, si studiarono di guadagnar la protezion di lui per mettere esso Anastasio nella cattedra di san Pietro, con rappresentargli probabilmente che la seguita elezione era stata o simoniaca, o violenta, contuttochè il vero fosse che Benedetto avea fatta gran ripugnanza ad accettare il peso del pontificato. Spedì l'imperadore i suoi messi, i quali non sì tosto furono giunti alla città di Orta, che videro venir varii nobili de' primarii di Roma, tutti fautori di Anastasio; e poscia in vicinanza di Roma con loro si unirono _Rodoaldo vescovo di Porto ed Agatone vescovo_ di Todi. Intanto l'eletto papa Benedetto inviò incontro ai ministri imperiali due vescovi, ma questi contra l'intenzione dell'imperadore furono ritenuti e consegnati alle guardie. Nel giorno seguente andò ordine per parte di essi ministri a tutto il clero, senato e popolo romano di venir loro incontro sino a Ponte Molle, per intendere i comandamenti dell'imperadore. Così fecero, senza sapere che inganno fosse preparato. Con questo solenne accompagnamento l'accecato dalla sua ambizione Anastasio entrò nella basilica vaticana, poscia occupò il palazzo lateranense, e fatto spogliar Benedetto degli abiti pontificali, con istrapazzi non pochi il fece ritener sotto buona guardia. Allora furono incredibili gli urli e i pianti del clero e popolo, il quale nel giorno appresso si raunò nella chiesa di santa Emiliana, dove si portarono anche i ministri imperiali con grande alterigia, accompagnati da una copiosa frotta di armati, sperando pure o procurando d'indurli ad eleggere il suddetto miserabil Anastasio. Ma si trovò ne' vescovi specialmente, e poi nel resto del clero e popolo tal costanza in quel giorno e nel seguente, gridando tutti di voler Benedetto, e di essere pronti piuttosto a morire che ad accettare l'indegno personaggio loro proposto, che gli uffiziali dell'imperadore convennero nel loro sentimento, e fatto cacciar fuori del palazzo Anastasio suddetto, rimisero in libertà Benedetto. Dopo tre giorni di digiuno fu solennemente confermata l'elezion di esso Benedetto, ed egli susseguentemente nel dì 24 di settembre consecrato, diede l'assoluzione a chiunque pentito la dimandò, fuorchè al vescovo di Porto.

Nel quarto dì di febbraio dell'anno presente fu celebrato in Pavia un concilio[1115] di molti vescovi, presidenti del quale furono _Angilberto arcivescovo_ di Milano, _Andrea patriarca di Aquileia_ (quando non si ammetta _Andrea II_ fra que' patriarchi, questo nome si dee credere posto in vece di _Teutimaro_; oppure quel concilio appartiene ad altro anno) e _Giuseppe_ vescovo d'Ivrea, arcicappellano della corte cesarea. Truovansi in esso pubblicati alcuni bei regolamenti per la disciplina ecclesiastica. Ed altri in fine ne aggiunse l'Augusto Lodovico, spettanti al buon governo civile, da me[1116] dati alla luce fra le leggi longobardiche. Truovasi dipoi esso imperadore da lì a quattro giorni in Mantova, da che si legge un suo diploma[1117], dato in quella _città VI idus februarii dell'anno presente_, in favore di _Rorigo vescovo_ di Padova. Questo poi fu l'anno in cui _Lottario Augusto_ suo padre cominciò a sentir sopra di sè la mano di Dio, e a riconoscere ch'era mortale. Assalito da una lenta malattia, cercò indarno medici che sapessero l'arte di guarirlo. Un tale avviso servì di sprone al suddetto _imperador Lodovico_ per desiderare un abboccamento con _Lodovico re_ di Germania suo zio, affine di averlo favorevole, ogni qual volta mancasse di vita suo padre. Secondo le notizie recate da Gian-Giorgio[1118], Eccardo seguì il loro congresso in Trento. Ivi si trattò di molti affari utili alla Cristianità, ed amendue si partirono di là in buona concordia. Crescendo intanto ogni dì più la infermità dell'imperadore Lottario, ed accortosi egli di camminare a gran passi verso il sepolcro, seriamente pensò a prendere congedo dal mondo, e insieme a profittar di questo poco tempo per far penitenza de' molti suoi eccessi, e poter comparire in morte diverso da quello ch'era stato in vita[1119]. Convocata una dieta de' suoi baroni, divise i regni fra i tre suoi figliuoli legittimi. A _Lodovico II_ già dichiarato imperadore, confermò il dominio dell'Italia. A _Lottario_ suo secondogenito lasciò la Francia di mezzo, cioè il regno situato fra il Reno e la Mosa, di cui si è parlato all'anno 843. Dal nome di questo giovane re cominciò poi quell'ampio tratto di paese ad appellarsi _Lottaringia_, che noi ora diciamo _Lorena_, se non che la moderna Lorena è una parte picciolissima dell'antica. A _Carlo_ suo terzogenito lasciò il regno della Provenza. Questi da Erchemperto vien chiamato _Carletto_. Dopo di questo l'Augusto Lottario passò al celebre monistero di Prumia, nella diocesi di Treveri, e quivi preso l'abito monastico con tutta umiltà, rinunziò affatto agli affari del mondo presente, ed attese a prepararsi per l'altro. Da lì appunto a sei giorni, nel dì 28 di settembre, finì di vivere; principe saggio in morte, ma non così in vita, che a molte virtù accoppiò maggior numero di vizii, nè mai meritò di essere messo nel ruolo de' santi, come han fatto i buoni monaci, solamente perchè incalzato dalla vicina morte, per qualche giorno portò le divise di monaco. Fu egli il primo, a mio credere, che introdusse, oppur dilatò in Italia l'abuso, tanto tempo prima cominciato in Francia, di dare in commenda i monisteri non men dei monaci che delle monache, ai vescovi e ad altri ecclesiastici, e insino alle imperadrici e alle principesse reali, e fino ai secolari di corte o della milizia: abuso, dissi, che durò poi, anzi smisuratamente crebbe negli anni susseguenti, più forza avendo i cattivi che i buoni esempli nel cuore guasto degli uomini. Nell'epitaffio di questo principe si legge:

_Qui Francis, Italis, Romanis praefuit ipsis._

Anche il Blanc[1120] pubblicò una sua moneta, nel cui diritto sta HLOTHARIVS IMP. AV., e nel rovescio VENECIA. Pensò l'Eccardo[1121] bastante questa moneta a farci conoscere che la città di Venezia fosse in que' tempi sottoposta al dominio dei re franchi. Ma ciò è lontano dal vero. Dagli stessi diplomi degl'imperadori franzesi, citati dal Dandolo[1122], chiaramente si ricava che quell'inclita città era esclusa dal regno d'Italia; e se riconosceva superiore, questi era tuttavia l'imperador de' Greci. La _Venecia_ di quella moneta altro non è che la città di Vannes in Francia, appellata dai Latini Venecia. Così nelle monete d'allora s'incontra VIRDVNVM, CAMERACVS, MEDIOLANVM, perchè quivi furono esse battute.

NOTE:

[1113] Anastas. Biblioth., in Vita. Leonis IV.

[1114] Gratian., cap. 9, Dissert. X, et cap. 14, 2, n. 17.

[1115] Labbe, Concil., tom. 8.

[1116] Rer. Ital., Part. II, tom. 1 Leg. Langobard.

[1117] Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 55.

[1118] Eccard., Rer. Franc., lib. 30.

[1119] Annal. Franc. Metenses. Erchemp., Hist., cap. 19.

[1120] Blanc, des Monnoyes de Rois.

[1121] Eccard., Rer. Franc., lib. 31, cap. 2.

[1122] Dandulus, tom. 11 Rer. Italicar.

Anno di CRISTO DCCCLVI. Indizione IV.

BENEDETTO III papa 2. LODOVICO II imperad. 8, 7 e 2.

Ci fan sapere gli Annali di san Bertino[1123] che l'imperator _Lodovico II_ restò mal soddisfatto della division fatta dal padre dei suoi stati. Pretendeva egli che l'Italia fosse a lui pervenuta per donazione dell'avolo suo _Lodovico Pio_: però chiedeva, qual fosse la parte che gli dovea toccare della eredità paterna, quando gli altri due fratelli aveano assorbito tutti gli stati d'oltramonti. Ne fece querela presso dei re suoi zii, cioè di _Lodovico re di Germania e di Carlo Calvo re di Francia_; ma indarno la fece. Erano prima di lui ricorsi i primati della Lorena ad esso re Lodovico, per assicurar quel regno nella persona del giovane re _Lottario_, e il trovarono, o il renderono favorevole ai lor desiderii. Nel maggio di quest'anno, per gli diplomi rapportati dal Margarino[1124], si conosce che il suddetto imperadore fu in Brescia, dove confermò a _Gisla_ sua sorella, dimorante nell'insigne monistero di santa Giulia, la signoria ossia il governo di quel sacro luogo, e ratificò eziandio i privilegii del medesimo. Abbiamo anche da Andrea Dandolo[1125] ch'egli si trovava in Mantova, allorchè _Pietro_ doge di Venezia gli spedì per suo legato un certo Deusdedit, ed ottenne la conferma dei privilegii e delle esenzioni de' beni che il clero e popolo di Venezia possedevano negli stati dell'imperio, ossia del regno d'Italia. E perciocchè anche allora si considerava qual cosa rara essa città di Venezia, fabbricata in mezzo all'acque del mare, il medesimo Augusto coll'_imperadrice Angilberga_ sua moglie volle visitarla. Vennero loro incontro i due dogi, cioè il suddetto _Pietro_ e _Giovanni_ suo figliuolo, sino a san Michele di Brondolo con suntuoso accompagnamento, e fecero loro quanto onore poterono. In segno poi di amore e di pace esso Augusto tenne al sacro fonte un figliuolo del medesimo doge Giovanni. Non so io l'anno preciso in cui succedette un fatto narrato dall'Anonimo salernitano[1126]. Certo fu dappoichè _Adelgiso_ fu divenuto principe di Benevento. Ora egli racconta che _Pietro_ (non è chiaro, se allora o se poi) _principe di Salerno_ confermò l'amicizia e lega coi Beneventani. Raunato poscia un copioso esercito di Salernitani, insieme coll'oste di Benevento condotta dal suddetto principe Adelgiso, amendue passarono alla volta di Bari con pensiero di formarne l'assedio, e di levare ai Saraceni quel nido, occasione di tante sciagure alle lor contrade. Ma vennero loro incontro con grande strepito quelle barbare schiere, e in un momento attaccarono la zuffa. Riuscì questa assai calda, e in fine tal fu il valore de' Longobardi, che i Saraceni furono obbligati a piegare e a prendere la fuga. Quand'ecco giugnere una fresca e poderosa brigata d'altri Saraceni, che dando addosso agli stanchi Cristiani, gli sbaragliò. Molti restarono nel campo estinti; gli altri, e parte d'essi feriti, si diedero alle gambe. Orgogliosi per questa vittoria i Saraceni, scorsero dipoi per gli principati di Benevento e di Salerno, uccisero non poche persone, menarono in ischiavitù le lor mogli e figliuoli; e carichi in fine d'immenso bottino, se ne ritornarono a Bari. In quest'anno poi, secondo i conti di Camillo Pellegrino[1127], la città di Sicopoli fabbricata dai Capuani, o per accidente, oppure per iniquità di taluno, interamente fu desolata da un incendio, di maniera che non vi restò in piedi se non il palazzo del vescovo, cioè di _Landolfo vescovo di Capua_, fratello di Pandone conte ossia principe di quella città. Allora Landone e gli altri suoi fratelli presero la risoluzione di abbandonar quel sito montuoso, e di calare al piano col popolo. Diedersi infatti a fabbricare presso il ponte Casalino del fiume Volturno una città nuova, a cui posero il nome di _Capua nuova_, che è la Capua di oggidì, lontana tre miglia dall'antica desolata Capua. Potrebbe nondimeno essere che più tardi succedesse la fabbrica di questa città, scrivendo Giovanni monaco, autore della Cronaca di Volturno, che _Landolfo conte di Capua_ nell'anno 841, abbandonata Capua vecchia, portossi ad abitare nel monte Triflisco, con altro nome chiamato Sicopoli, e da lì a tre anni morì, cioè più tardi di quel che suppose Camillo Pellegrino. Poscia _Landone_ conte suo figliuolo abitò in Sicopoli per anni tredici ed otto mesi, dopo i quali rimase quella città affatto consumata dal fuoco. Il perchè avendo tenuto consiglio co' suoi fratelli _Landenolfo_, _Pandone_ e _Landolfo_ vescovo, edificarono Capua nuova al piano, dove signoreggiò esso Landone per anni tre e mesi otto. Ed allora i Capuani cominciarono ad avere infinite guerre coi Napoletani. Nè si dee tacere che in quest'anno venne a Roma per sua divozione[1128] _Etelvolfo_ re dei Sassoni occidentali in Inghilterra, e portò dei gran regali alla basilica di san Pietro. Passando poi nel suo ritorno per la Francia, prese per moglie _Giuditta_ figliuola del re _Carlo Calvo_, e la condusse ai suoi paesi. Ma poco sopravvisse, perchè nell'anno 858 fu rapito dalla morte. Patì la città di Roma nel gennaio di quest'anno una fiera inondazione del Tevere, alla quale tenne dietro la pestilenza, per cui perì una gran quantità di persone. Abbiamo anche dagli Annali di san Bertino che in quest'anno _Saraceni de Benevento Neapolim fraude adeuntes, vastant, diripiunt, et funditus evertunt_. Probabilmente vuol dire che toccò questo flagello al territorio, ma non già alla città di Napoli.

NOTE:

[1123] Annales Francor. Bertiniani.

[1124] Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.

[1125] Dandul., in Chr., tom. 12 Rer. Italic.

[1126] Anonymus Salern., Paralipom., cap. 79.

[1127] Erchempert., Chron. c. 27. Chron. Vulturn. P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1128] Anastas. Biblioth., in Vit. Benedicti III.

Anno di CRISTO DCCCLVII. Indizione V.

BENEDETTO III papa 3. LODOVICO II imp. 9, 8 e 3.

Due strepitose brighe in questi tempi insorsero che diedero per gran tempo da faticare alla sede apostolica. Avea nell'anno antecedente _Lottario_ re della Lottaringia, ossia della Lorena, fratello dell'imperador _Lodovico_, presa per moglie _Teotberga_, e dichiaratala regina. Ma egli anche prima teneva un segreto legame di affetto con Gualdrada sua concubina. Gli Annali bertiniani[1129] notano, che vivendo anche _Lottario Augusto_ suo padre, egli menava una vita dissoluta negli adulterii. Poi soggiungono, che prevalendo le fiamme della sua impurità e l'attaccamento a Gualdrada, cominciò ben tosto, cioè nell'anno presente, a rigettar dal suo letto, e poi dalla corte la regina Teotberga; il che cagionò dei gravi sconcerti, de' quali parla a lungo la storia ecclesiastica. Peggiore di lunga mano fu l'altro affare. Passava da gran tempo buona armonia e unità di dottrina fra la santa sede romana e i patriarchi d'Oriente[1130], ed allora spezialmente sedeva nella cattedra di Costantinopoli _Ignazio_ personaggio di santa vita. Perchè questo zelantissimo pastore non volle condiscendere ad alcune empie dimande dell'imperador _Michele_, fu deposto; e _Fozio_, uomo laico di gran sapere, ma di maggiore ambizione, e mirabile imbroglione di questi tempi, che avea soffiato segretamente in quel fuoco, seppe così bene adoperarsi, che venne ad occupare la sedia patriarcale tolta al vero pastore. Di qui ebbe principio lo scisma de' Greci, che cessò bene da lì a qualche tempo, ma non ne seccarono mai le radici, le quali risorsero poi più vigorose che mai nel secolo undecimo, e durano tuttavia con lagrimevol separazione dei Greci dalla Chiesa romana maestra di tutte l'altre. Non si può dire quante cure costasse, quanti affanni ai papi susseguenti una tal mutazione di cose nella real città e Chiesa di Costantinopoli. Ne accenneremo qualche altra notizia andando innanzi, con riserbarne il disteso racconto a chi vorrà consultar sopra ciò la storia ecclesiastica. Nell'anno presente ancora, secondo gli Annali di san Bertino, l'_imperador Lodovico_ fece un abboccamento con _Lodovico re della Germania_ suo zio, e fra di loro fu conchiuso, o confermato un trattato di lega. Quest'anno riferisce il padre Mabillone[1131] un avvenimento preso dall'Italia sacra dell'Ughelli[1132], cioè la fabbrica del monistero di san Bartolomeo di Ferrara, e la presa e distruzion di Comacchio fatta dalle armi de' Veneziani, irritati perchè _Marino conte_ di quella città avesse carcerato Badoario nipote di _Giovanni_ doge di Venezia, nell'andare ch'egli faceva a Roma, e datagli anche una ferita, per cui si morì. Ma quel racconto è sporcato da non poche favole; e l'affare di Marino conte, siccome vedremo, accadde circa l'anno 881. Intanto i Normanni flagellavano a più non posso la Francia, con aver portata la desolazione fino alla stessa città di Parigi, e a quelle di Tours, Blois, Roano, Beauvais, ed altre. E che parte d'essi ancora giugnesse per mare a danneggiar l'Italia, si raccoglie dalla storia della traslazione di san Filiberto abbate, data alla luce da esso padre Mabillone[1133]. Le traslazioni appunto dei corpi de' santi in questi tempi seguitavano ad essere frequenti in Francia e in Germania, cercando tutti di mettere in salvo le reliquie de' loro santi, e di sottrarle alla rabbia de' Normanni, tutti allora gente pagana e nemica del nome cristiano.

NOTE:

[1129] Annales Franc. Bertiniani.

[1130] Nicetas, in Vit. S. Ignatii.

[1131] Mabillonius, in Annal. Benedictin. ad ann. 857.

[1132] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episc. Ferrariens.

[1133] Mabillonius, Saecul. IV Benedictin., P. I.

Anno di CRISTO DCCCLVIII. Indizione VI.

NICCOLÒ papa 1. LODOVICO II imp. 10, 9, e 4.

Giunse in quest'anno al fine di sua vita il buon pontefice _Benedetto_ III, e, secondo i conti del padre Pagi, succedette la morte sua nel dì 8 di aprile[1134]. Insigni memorie della sua pia munificenza lasciò anch'egli verso le chiese di Roma. Molto non era che l'_imperador Lodovico_ venuto a Roma per non so quali affari, ne era anche partito. Ma non così tosto ebbe intesa la perdita di questo dignissimo papa, che frettolosamente se ne ritornò a Roma per impedir le dissensioni e gli scandali nell'elezione del nuovo pontefice. Per quanto scrive Anastasio bibliotecario, restò di concorde volere del clero, de' nobili e del popolo romano eletto pontefice _Niccolò I_ diacono, personaggio di sangue nobile e più nobile per gli suoi virtuosi costumi. Ma negli Annali bertiniani si legge, ch'egli _Praesentia magis ac favore Ludovici regis et procerum ejus, quam cleri electione substituitur_. E riuscì uno de' più riguardevoli papi che s'abbia avuto la Chiesa di Dio. La sua consecrazione fu fatta nella basilica vaticana nel dì 27 d'aprile; dopo di che condotto alla lateranense, quivi, con immenso giubilo di tutta la città, fu coronato. Tre giorni dopo la sua consecrazione pranzarono insieme con somma carità il papa e l'imperadore; e questi poi, fatta partenza da Roma, andò a fermarsi ed attendarsi colle sue genti ad un luogo appellato Quinto. Colà volle portarsi per fargli una visita il nuovo papa insieme coi baroni romani. A tale avviso l'Augusto Lodovico gli venne incontro, e a piedi, presa la briglia del cavallo pontificio, a guisa di un valletto addestrò esso papa, per quanto si stende un tiro di saetta. Dopo varii amichevoli ragionamenti, e dopo un lauto convito nel padiglione imperiale, il papa magnificamente regalato dall'imperadore risalito a cavallo tornossene a Roma. Accompagnollo per buon tratto di strada l'imperadore anch'esso a cavallo, finchè giunsero in una larga campagna, dove esso Lodovico smontato di nuovo, per alquanto spazio l'addestrò, e dopo essersi più volte baciati, finalmente si separarono. Abbiamo poi dagli Annali di Fulda[1135], che trovandosi nel febbraio dell'anno presente _Lodovico re di Germania_ nella città di Ulma, quivi se gli presentarono due ambasciatori dell'_imperador Lodovico_ suo nipote, cioè _Notingo vescovo_ di Brescia ed _Eberardo conte_, che si può francamente credere quel medesimo che in questo tempo era duca ossia marchese del Friuli. Diede loro udienza, e li rimandò, senza che si sappia il motivo di tale spedizione. S'era fin dall'anno precedente ribellata al re _Carlo Calvo_ non poca parte de' suoi popoli, al vedere che con saputa di lui si commettevano assaissime iniquità, e ch'egli quasi uomo da nulla non si applicava a reprimere le incursioni de' Normanni che mettevano sossopra il suo regno. Ricorsero costoro per aiuto a _Lodovico re di Germania_ e gli promisero la signoria d'esso regno. Dicono che egli avesse ribrezzo a prendere le armi contra del fratello: tuttavia col pretesto di sovvenire al bisogno de' popoli, ma in fatti per appagar la sete della non mai sazia ambizione passò con un grossissimo esercito in Francia, e cominciò quivi a far da padrone, con donar largamente contadi, monisteri, ville regie e poderi a chiunque abbracciava il suo partito: il che fu cagione che il re Carlo Calvo si fuggisse in Borgogna. Ma avendo licenziata l'armata sua, e troppo fidandosi di chi l'avea fatto colà venire, trovossi al fine burlato, e gli convenne nell'anno seguente tornarsene a casa assai malcontento del colpo fallito. Non pochi vescovi tennero saldo pel re Carlo, e giunsero anche a scomunicar pubblicamente esso re Lodovico. In favor suo parimente si dichiarò _Lottario re della Lorena_, fratello dell'imperador Lodovico, il quale in quest'anno non potendo reggere alle istanze de' suoi baroni, ripigliò bensì in corte la regina _Teotberga_, ma, messe a lei le guardie, non la lasciava parlare se non con chi a lui parea.

NOTE:

[1134] Anastas. Biblioth. in Vit. Nicolai I.

[1135] Annal. Franc. Fulden. Annal. Franc. Bertiniani.

Anno di CRISTO DCCCLIX. Indizione VII.

NICCOLÒ papa 2. LODOVICO II imper. 11, 10 e 5.