Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 56
Si godè in quest'anno assai di quiete in Italia; se non che potrebbe dubitarsi che tuttavia continuasse, o pure si riaccendesse la guerra tra Siconolfo e Radelgiso principe di Benevento. Certamente seguitò essa contra de' Saraceni. A quest'anno lasciò scritto l'Annalista bertiniano[1042]: _Beneventani cum Saracenis, veteri discordia recrudescente, denuo dissident_. Forse volle dir quello storico ciò che abbiam di sopra inteso da altri stessi suoi Annali. Per conto poi de' paesi oltramontani, _Lottario imperadore_, che avea stabilito il suo soggiorno in quelle parti, passò il verno in Aquisgrana. Un suo diploma, dato a dì quindici di maggio[1043] _anno imperii Hlotharii XXVI, et in Francia VI, Indictione VIII, si vede scritto in palatio regio Argentorato, cum iremus in Italiam_: cioè si trovava egli in Argentina con pensiero di venire in Italia. Ma nè in quest'anno, che si sappia, nè finchè visse egli dipoi, ritornò in Italia: cioè lasciò la cura di questo regno al figliuolo re _Lodovico_, ed egli attese a conservar e governare gli stati a lui toccati in parte nella Francia. Forse non si fidava dei suoi fratelli. E in quest'anno ebbe un particolar motivo che il fece desistere dal viaggio d'Italia. Se gli ribellò la Provenza, e fu obbligato ad accorrere colà. _Fulrado conte_ era autore e fomentatore di quella ribellione. Ma colà giunto colle sue forze l'Augusto Lottario, non durò gran fatica a ricuperar quella provincia, con arrendersegli esso Fulrado ed altri sollevati in quelle parti. Ne' suddetti Annali leggiamo: _Fulradus comes, et ceteri Provinciales a Lothario deficiunt, ubique potestatem totius Provinciae usurpant. Si legge appresso: Lotharius Provinciam ingressus, bretoriam_ (forse _brevi totam_) _suae potestati recuperat_. Negli Annali di Metz[1044] questo Fulrado è chiamato _dux arelatensis_, e solamente si dice che Lottario _ipsum, et reliquos comites illarum partium rebellare molientes, in deditionem accepit, et prout voluit, Provinciam ordinavit_. Diversa fu ben la fortuna del _re Carlo Calvo_ suo fratello. Mentr'egli nell'anno precedente assediava Tolosa, ebbe una mala percossa da _Pippino_ suo nipote re d'Aquitania, di modoche nel presente, per cagione d'altri guai che sopraggiunsero, fu astretto a venire ad un accomodamento con lui, e a cedergli l'Aquitania, con ritenere per sè tre sole città, cioè Poitiers, Saintes ed Angulemme. Gli prestò Pippino il giuramento di fedeltà, _sicut nepos patruo_, e si obbligò di prestargli aiuto in tutte le necessità secondo le forze sue. In questo medesimo anno entrati i corsari normanni per mare nella Senna con cento e venti navi, arrivarono a Parigi nel sabbato santo, e v'entrarono. Si può credere che quella gente pagana non attendesse a farvi le sue divozioni. Tutto il popolo n'era fuggito per la paura. Accorse il re Carlo con quelle soldatesche che in quel frangente egli potè raunare, fino al monistero di san Dionisio; ma trovandosi debole in confronto di que' Barbari, bisognò cacciarli via a forza di danari. Nè qui terminarono le di lui disavventure. Fece egli parimente in quest'anno un armamento contro di _Nomenoio_ duca della minor Bretagna, il quale, secondo il solito di quella gente di nazion diversa dalla franzese, di tanto in tanto si andava ribellando. In persona marciò contra di quei popoli il re Carlo, ma non con quelle forze che occorrevano al bisogno. Però in vece di domarli, riportò da essi vergogna e busse, e gli convenne tornarsene indietro con tutta fretta nel paese del Maine. Circa questi tempi, siccome racconta Giovanni Diacono[1045], i Saraceni venivano con grande armata di navi per prendere l'isola di Ponza. _Sergio_ valoroso duca di Napoli insieme con quei di Amalfi, Gaeta e Surrento, messa la sua speranza nel divino aiuto, andò ad incontrarli, e ne riportò un'insigne vittoria. Gli riuscì ancora di cacciarli dall'isola di Licosa. Adirati per questo quegl'infedeli, fatti dei gran preparamenti in Palermo, tornarono poi con una formidabile flotta, e s'impadronirono del castello di Miseno, da dove cominciarono ad infestare i litorali cristiani. Un placito tenuto in quest'anno per ordine del re Lodovico II, figlio dell'Augusto Lottario, da Garibaldo giudice palatino[1046] nella _corte ducale di Trento_, ci fa vedere in quelle parti _Liutifredo duca_, senza ch'io sappia dire se questo titolo di _duca_ a lui provenisse dalla Carintia, a cui fosse unita la marca di Trento, o pure dal medesimo Trento.
NOTE:
[1042] Annal. Francor. Bertiniani.
[1043] Mabillonius, in Annal. Benedictin.
[1044] Annal. Francor. Metenses.
[1045] Johann. Diac. in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.
[1046] Antiquit. Ital. Dissert. pag. XXXI, 97.
Anno di CRISTO DCCCXLVI. Indiz. IX.
SERGIO II papa 5. LOTTARIO imper. 27, 24 e 7. LODOVICO II re d'Italia 3.
Cresceva ogni dì più la superbia dei Saraceni, dacchè ebbero conquistata la Sicilia e la Calabria; e tanto più perchè miravano i due emuli principi di Benevento andarsi rodendo tra loro le viscere. A tanto vennero, che in quest'anno partiti dall'Africa, o pure dal castello di Miseno, dove già s'erano annidati, con un potente stuolo di navi, ed entrati nel Tevere, arrivarono fin sotto Roma. Negli Annali bertiniani[1047] son chiamati _Saraceni_, _Maurique_. Col nome di _Saraceni_ vuol quell'autore significar gli Arabi maomettani, conquistatori e padroni allora dell'Africa; e col nome di _Mori_ gli Africani stessi lor sudditi, che aveano nondimeno abbracciata la falsa legge di Maometto. Si tenne forte la città di Roma fortificata allora abbastanza; però sfogarono que' Barbari la lor crudeltà nei contorni, e spezialmente a la loro ingordigia sopra la sacra basilica di s. Pietro[1048], ch'era in questi secoli fuori della città, con asportarne tutti gli ornamenti, e quanto di prezioso vi trovarono; ma senza far male alla fabbrica. Se vogliam credere a Leone Ostiense[1049], allo stesso crudel trattamento soggiacque anche la basilica di s. Paolo. Parrebbe che no, perchè lo Annalista di s. Bertino scrive che una parte di essi infedeli, andando per dare il sacco a quel sacro luogo, restò tagliata a pezzi dalle genti di campagna di Roma. Ma Giovanni Diacono, poco dianzi da me allegato, scrittore troppo autentico, perchè di questi medesimi tempi, asserisce che costoro _Romam supervenerunt, ecclesias Apostolorum, et cuncta, quae extrinsecus repererunt, lugenda pernicie et horribili captivitate diripuerunt_. Con questo scrittore va d'accordo ancora Anastasio nella vita di Leone IV papa. Partiti dalle vicinanze di Roma, secondo il suddetto Ostiense, e per la via Appia arrivati alla città di Fondi, la presero, la diedero alle fiamme, trucidarono parte di quel popolo, e il resto condussero in ischiavitù. Andarono poi a fermarsi ed attendarsi sotto Gaeta. Portate sì funeste nuove a _Lodovico II_ re d'Italia, diede solleciti ordini alle milizie di Spoleti di marciare contra di sì nefandi masnadieri. Il conte Campelli[1050], come se si fosse trovato presente a que' fatti, ci descrive i viaggi, i disagi e il conflitto dell'esercito spoletino. Giovanni Diacono narra che Lottario _re de Franchi_, sotto il cui nome tutto si operava dal re Lodovico suo figliuolo, inviò una feroce armata contra de' suddetti Saraceni, che li perseguitò fino a Gaeta. Ma i furbi Africani, messi in aguato molti de' loro ai passi stretti delle montagne, stettero aspettando i Cristiani; e sbucando all'improvviso sopra i poco avvertiti, uccisero l'alfier sulle prime: il che bastò perchè andasse vergognosamente in rotta tutto l'esercito de' Fedeli, e ne restassero assaissimi estinti nella fuga. Peggio anche avveniva, se _Cesario_, figliuolo di _Sergio duca_ di Napoli, ch'era accorso colle brigate di Napoli e di Amalfi, non avesse attaccata battaglia anch'egli coi Saraceni, con obbligarli a desistere dal perseguitare i fuggitivi Cristiani. Negli Annali di s. Bertino noi leggiamo _Hludovicus Hlotharii filius rex Italiae cum Saracenis pugnans, victus vix Romam pervenit_. Ma Giovanni Diacono, che ne sapea più di quell'Annalista, nulla parlando del re Lodovico in questa occasione, e parlandone poi ad un'altra spedizione, fa assai conoscere ch'egli punto non intervenne a quella sfortunata azione. Nell'inseguire i fuggitivi Cristiani arrivarono le brigate saracene, secondochè avvertì Leone Ostiense, fin presso al fiume Garigliano, in vicinanza del monistero Cassinese. Non era loro ignota la ricchezza di quel sacro luogo (l'abbiam già veduto fieramente pelato da Siconolfo), e già la divoravano coi desiderii; ma colti dalla notte, si fermarono alla riva del suddetto fiume con pensiero di fare un buon sacco la mattina seguente. Stettero i monaci, scorgendo il pericolo imminente, tutta la notte in orazione, e furono poi rincorati dall'_abbate Bassacio_, uomo di santa vita, che disse d'aver avuta una rivelazione della lor sicurezza. Erano nel dì innanzi l'acque del Garigliano sì basse, che dappertutto si poteano guadare a piedi; era il ciel sereno. Quella notte venne un temporale con folgori e pioggia tale, che nella seguente mattina si trovò sì gonfio il fiume, che usciva fuor del suo letto. Restarono ben beffati i Saraceni, quando, fatto giorno, andarono per valicarlo, e mordendosi le dita per la preda che loro era fuggita dalle mani, se ne tornarono al loro campo sotto Gaeta. Restò quella città assediata, e fecero quei Barbari ogni sforzo per entrarvi; ma, per testimonianza di Giovanni Diacono, il soprallodato Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, colle sue navi e con quelle degli Amalfitani venne a stanziare nel porto di Gaeta, e saldo alla difesa di quei cittadini, non lasciò mai prevalere la forza e rabbia degl'infedeli cani. Avvenne in questi tempi, che mentre l'imperador Lottario dimorava in Aquisgrana[1051], _Giselberto_, soldato, o pur vassallo del re _Carlo Calvo_, rapì una figliuola d'esso Augusto, e condottala in Aquitania, la prese per moglie. Il nome di questa principessa nol dicono gli antichi storici. Per tale insolenza concepì Lottario non poco odio contra d'esso re Carlo, il quale informatosene, scrisse intorno a ciò a _Lodovico_ re di Germania, affinchè placasse il fratello. Pubblicamente protestarono amendue di non avere avuta parte in quel rapimento, e ne scrissero anche al fratello Lottario; ma egli continuò nella sua amarezza. Abbiamo poi dal Dandolo[1052], che bramando _papa Sergio_ di comporre le differenze tuttavia bollenti tra _Venerio patriarca di Grado_, e _Andrea patriarca di Aquileia_, scrisse ad amendue, con ordinar loro di comparire al concilio ch'egli avea proposto di tenere, e vi doveva assistere l'imperadore. Ma non ebbe effetto il suo piissimo disegno, perchè la morte il rapì nell'anno seguente, siccome diremo. Rapì essa nel presente anche _Pacifico_ arcidiacono della cattedral di Verona, di cui feci menzione nell'anno 789. Il suo epitaffio, pubblicato dall'Ughelli, ma più corretto ed intero dal marchese Maffei[1053], tuttavia si legge in quella città. E n'era ben degno, perchè uomo di mirabil industria in questi tempi. Di lui spezialmente quivi è detto:
QVICQVID AVRO VEL ARGENTO ET METALLIS CETERIS, QVICQVID LIGNIS EX DIVERSIS ET MARMORE CANDIDO, NVLLVS VMQVAM SIC PERITVS IN TANTIS OPERIBVS. HOROLOGIVM NOCTVRNVM NVLLVS ANTE VIDERAT. ET INVENIT ARGVMENTVM ET PRIMVM FVNDAVERAT.
NOTE:
[1047] Annales Francor. Bertiniani.
[1048] Annal. Franc. Metens. Fuldens. Bertiniani.
[1049] Leo Marsicanus. Chron. Casinens., lib. 1, cap. 29.
[1050] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.
[1051] Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Fuldenses.
[1052] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[1053] Maffejus, in Praef. ad Complex. Cassiodor.
Anno di CRISTO DCCCXLVII. Indiz. X.
LEONE IV papa 1. LOTTARIO imper. 28, 25 e 8. LODOVICO II re d'Italia 4.
Venne a morte in quest'anno _Sergio II_ romano pontefice nel giorno 27 di gennaio, secondo i conti del padre Pagi[1054], e in luogo suo fu eletto _Leone IV_ prete, ossia cardinale de' santi quattro Coronati. Vuole esso padre Pagi che la sede restasse vacante _due mesi e quindici giorni_, e che il novello pontefice fosse consecrato solamente nel dì XI d'aprile. Sì lunga vacanza della cattedra apostolica non la so credere io, perchè non si accorda con quanto ci vien narrato da Anastasio bibliotecario[1055]. Le parole sue con queste: _Romani quoque novi electione pontificis congaudentes, coeperunt iterum non mediocriter contristari, eo quod sine imperiali non audebant auctoritate futurum consecrare pontificem, periculumque romanae urbis maxime metuebant, ne iterum, ut olim, aliis ab hostibus fuisset obsessa. Hoc timore et futuro casu perterriti, eum sine permissu principis praesulem consecraverunt; fidem quoque illius, sive honorem post Deum per omnia et in omnibus conservantes._ Cioè si trovarono i Romani in uno non lieve imbroglio in tal congiuntura. Dall'un canto per non tirarsi addosso l'ira del principe, cioè dell'imperadore lor sovrano, non osavano senza la permissione od approvazione di lui di consecrare il papa eletto. Dall'altro canto erano spronati dalla necessità di veder sul trono un papa che accudisse ai bisogni importanti della città coll'autorità del governo, a cagione de' Saraceni che aveano poco dianzi portata la desolazione ne' contorni di Roma, per paura dell'arrivo di altri simili corsari africani. Che dunque fecero? Senza aspettare il consenso dell'imperadore, passarono alla consecrazione del papa, ma con solenne protesta fatta nel concistoro di non aver intenzione di offendere con ciò l'onore dell'imperadore, nè di mancare in guisa alcuna alla fedeltà ed ubbidienza che dopo Dio a lui professavano. Pare che questo saggio ripiego, preso in tempi sì pericolosi per la città di Roma, li scusasse abbastanza, e fosse preso in bene da _Lottario Augusto_. Certo non si sa ch'egli ne facesse risentimento alcuno. Ciò posto, non è già verisimile che si differisse per due mesi e mezzo la consecrazione di papa _Leone_: prima perchè si scorge che i Romani si affrettarono a consecrarlo per l'apprensione in cui erano di nuova invasion de' Saraceni; e secondariamente perchè in tanto tempo sarebbe venuta l'approvazione del _re Lodovico_ luogotenente del padre negli affari d'Italia; e quella ancora, se fosse bisognata, del medesimo Lottario Augusto; giacchè non sussiste, come pensa il Pagi, che a cagion delle scorrerie dei Normanni in Francia non fossero sicuri i cammini. Fecero que' corsari gran danno nella Bretagna minore nell'anno presente[1056]; non minore l'apportarono alla Aquitania; presero anche nella giurisdizione dell'imperador Lottario Durostadio e un'isola dell'Olanda. Tutto il resto del regno oltramontano di Lottario godeva una buona quiete. Però a me par da preferire l'asserzione di Tolomeo da Lucca[1057], che dopo _quindici giorni_ di sedia vacante mette l'ordinazion di papa Leone, se pur questa non seguì anche prima.
Continuavano intanto i Saraceni l'assedio di Gaeta, quando si sollevò una fiera burrasca in mare che mise in pericolo tutto il loro naviglio[1058]. Perciò mandarono pregando _Cesario_, figliuolo di _Sergio duca_ di Napoli, che volesse permettere alle lor navi di approdare al lido, con promessa di andarsene via subito che si fosse rasserenato il cielo. Ne spedì Cesario sollecitamente l'avviso al padre, che gli suggerì di prender buona precauzione contra gl'inganni di quegl'infedeli. Si eseguì il trattato, e venuto il sereno, levato il campo, s'imbarcarono e se n'andarono, ma non con Dio. Per viaggio furono sorpresi da un'orribil tempesta, per cui quella flotta quasi tutta interamente perì, come attestano ancora Anastasio bibliotecario e Leone Ostiense. Questa lieta nuova arrivò a Roma in tempo che era eletto, e non per anche ordinato papa Leone IV. Seguì in Francia, o, per dir meglio, in Germania a Coblentz[1059] un abboccamento fra l'imperadore _Lottario_ e _Lodovico_ re di Germania suo fratello. Pare che non riuscisse a Lodovico di riconciliare con _Carlo Calvo_ Lottario Augusto, tuttavia sdegnato per l'ingiuria fattagli da Giselberto nel rapimento della figliuola. Ma se son veramente fatti in quest'anno a Marsne presso a Mastricht alcuni capitoli di lega e concordia fra i suddetti tre fratelli _Lottario_, _Lodovico_ e _Carlo_, che furono pubblicati dal padre Sirmondo e dal Baluzio[1060]; bisogna credere che si rimettesse fra tutti e tre una buona armonia. In quest'anno poi si comincia a trovare in Toscana _Adalberto duca_ di quella contrada. Egli è chiamato negli Annali di Fulda all'anno 878 _Albertus Bonifacii filius_, e da Pietro bibliotecario[1061] nella storia abbreviata dei Franchi _Adalberthus Bonifacii filius_. E in un documento dell'anno 884, da me prodotto nelle Antichità estensi[1062], vien detto _Adelbertus in Dei nomine comes et marchio, filius bonae memoriae Bonifacii olim comitis_; di maniera che non si può dubitare ch'egli sia stato figliuolo di _Bonifazio II_, da noi veduto di sopra conte di Lucca, e verisimilmente marchese e duca di Toscana. Già si osservò che _Bonifazio II_, per aver condotta dall'Italia la imperadrice Giuditta all'imperador Lodovico Pio, era caduto in disgrazia dello imperador Lottario, e perciò si era ritirato in Francia. O sia ch'egli ricuperasse il governo nella Toscana, oppure che Lottario ammollitosi esercitasse la sua generosità verso il figliuolo: certo è che _Adalberto duca_ in questi tempi comandava alla Toscana, ciò risultando da un placito tenuto in Lucca[1063] nell'_anno XXV_ di Lottario imperadore, correndo l'_indizione_ X, cioè nell'anno presente, dove si legge: _Dum Adalbertus illustrissimus dux una cum Ambrosio venerabili episcopo istius civitatis lucensis, et residentibus hic civitate Luca, curte dicta ducalis_, ec. In questi tempi ancora _Radelgiso principe_ di Benevento[1064] trasse in aiuto suo Massar duca de' Saraceni con alcune masnade di quegl'infedeli. Costui neppure portava rispetto agli stessi Beneventani; diede il guasto al monistero di santa Maria in Cinghia; prese il castello di san Vito; forzò alla resa la città di Telese, e saccheggiò tutti i suoi contorni. Fu creduto miracolo ch'egli non molestasse il monistero di Monte Cassino, quantunque vi arrivasse fino alla porte. Si sentì inoltre nell'anno presente un fiero tremuoto per tutto il ducato di Benevento, che quasi tutta diroccò la città d'Isernia, e fece altri mali. Roma anch'essa, per attestato d'Anastasio[1065], provò una brutta danza in tal occasione.
NOTE:
[1054] Pagius, in Critic. Baron.
[1055] Anastas., in Vit. Leonis IV.
[1056] Annal. Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metens. Annal. Francor. Fuldenses.
[1057] Ptolemaeus Lucensis, Hist. Eccl., tom. II Rer. Ital.
[1058] Johann. Diac., in Vit. Episc. Neap., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1059] Annal. Francor. Metenses. Annal. Francor. Fuldens.
[1060] Baluz., Capitolar., tom. 2.
[1061] Petrus Biblioth., tom. 3. Du-Chesne.
[1062] Antichità Estensi, P. I, cap. 22.
[1063] Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.
[1064] Leo Ostiensis, lib. I, cap. 28.
[1065] Anastas. Biblioth., in Vit. Leonis IV.
Anno di CRISTO DCCCXLVIII. Indiz. XI.
LEONE IV papa 2. LOTTARIO imperad. 29, 26 e 9. LODOVICO II re d'Italia 5.