Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 55
Diversamente vien raccontato questo fatto dall'Anonimo salernitano[1022], il quale fiorì, a mio credere, cento anni dopo Erchemperto. Secondo lui, Siconolfo invitò ed ebbe in suo aiuto Guido suo cognato, _qui illo tempore Tuscis praeerat_. L'Umbria, dove è Spoleti, era in quei tempi dai letterati posta nella provincia della Toscana; e però altri ancora chiamarono _duca de' Toscani_ chi comandava agli Spoletani. Più sotto poi soggiugne che i _Toscani_, gli _Spoletani_ e i _Salernitani_ cinsero di assedio Benevento, quasichè Guido comandasse, non solo al ducato di Spoleti, ma anche a quel della Toscana: il che non pare credibile. Ora stando essi attendati sotto quella città, uno de' Salernitani dimandò a una sentinella beneventana: _Che fa il vostro fabbro ferraio?_ Così disse per ischerno, perchè _Radelgiso_ in sua gioventù, benchè di nobilissima casa, si dilettava di praticar con gli orefici e ne aveva imparata l'arte. Allora il Beneventano gli rispose: _Sta fabbricando un paio di forbici per tosare un cherico_, alludendo a _Siconolfo_, che negli anni addietro, per forza usatagli da _Sicardo_ principe suo fratello, avea preso il diaconato. Ora avvenne che andando il _conte Guido_ (così è chiamato dal Salernitano) con un solo scudiere alla ronda intorno alla città, fu adocchiato dal saraceno Apollafar, che s'impegnò con Radelgiso di menarglielo davanti prigione, se tornava nel dì seguente a lasciarsi vedere così soletto girando fuor delle mura. Comparve nel dì seguente Guido, e Apollafar con un solo scudiere andatogli alle spalle, il colpì sì fattamente nel capo, che tutto lo sbalordì. Allora prese il di lui cavallo per le redini, s'inviò verso la città, senza che Guido sapesse in che mondo allora si fosse. Ma il suo scudiere veggendo il padrone in sì misero stato, colla lancia in resta spronò il cavallo, e passò da parte a parte lo scudiere nemico. Ciò osservato da Apollafar, colla lancia diede a Guido un colpo nel petto con tal forza che gli passò l'usbergo, e alquanto ancora ferito il rovesciò a terra. Per questa percossa tornato in sè Guido, e salito sul cavallo del suo scudiere, dopo aver costretto il Saracino a tornarsene indietro, s'incamminò verso i suoi, i quali, informati del successo, presero tosto le armi, e diedero un furioso assalto alla città colla morte di molti Beneventani. Per l'affronto ricevuto era forte in collera Guido, e però segretamente fece proporre a Radelgiso un accordo, se gli dava in mano Apollafar con altri Saraceni. Fu accettata la proposizione, preso Apollafar a dormire, e condotto coi piè nudi a Guido, il quale non dimenticò di farne vendetta. Seguita poi l'Anonimo a dire che i Beneventani promisero danari a Guido, se induceva Siconolfo ad una divisione del ducato, e che questa in fine si fece di consenso degli emuli principi. Ma il racconto dell'Anonimo ha un po' d'aria da romanzo, e discorda da Erchemperto storico di maggior credito; e certo pare contrario alla verità nel supporre seguito l'accordo fra quei due principi poco dopo l'assedio di Benevento, tenendo per fermo il Pellegrino che quella concordia avvenisse tanto più tardi, cioè nell'anno 850, o pure 851, per opera di _Lodovico III imperadore_. E però ne creda il lettor ciò che vuole. Questa è poi la prima volta che presso gli antichi scrittori s'incontra _Guido duca di Spoleti_ nell'anno presente. Vedemmo di sopra all'anno 824 che _Maurengo_ o _Morengo_ conte di Brescia, appena creato duca di quella contrada, fu rapito dalla morte, senza che apparisca chi gli succedesse in quel ducato; se non che il conte Campelli, autore del secolo prossimo passato, mette per immediato successore di lui _Guido I_, ossia _Guidone_ o _Widone_, di schiatta franzese. Ma egli a tentone, e senza autorità dell'antica storia ciò immaginò; nè sussiste punto che il medesimo Guido nell'anno 829 salvasse Roma dai Saraceni. Facile è troppo quello storico a spacciar le immaginazioni sue come cose certe; e tale anche è il dire che nell'anno 832 esso Guido per la morte di Sicone principe di Benevento _ne fe' con la sua corte pubbliche dimostrazioni di lutto_. Chi ciò ha mai rivelato al Campelli? A me sembra tuttavia incerto se a _Morengo_ succedesse _Guido I_, perchè dall'anno 824 sino all'843, in cui cominciamo a scoprir questo Guido duca di Spoleti, passò di molto tempo, e in questi anni si potè frapporre qualche altro duca a noi ignoto. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, riferito dal padre Mabillone[1023] si vede all'anno 836 _Berengarius dux_. Di questo _Berengario duca_ troveremo fatta menzione più sotto all'anno 844.
Ora per conoscere che in quest'anno succedette l'assedio di Benevento, e per intendere nello stesso tempo gli avvenimenti della città di Napoli, convien qui ricorrere a Giovanni Diacono, scrittore di questi medesimi tempi, nelle vite de' vescovi napoletani[1024]. Già ci fece egli sapere all'anno 839, come _Lottario imperadore_ spedì un suo barone per nome _Contardo_ per far desistere i Beneventani dall'oppressione de' Napoletani. _Andrea_ maestro de' militi ossia generale, e console e duca di Napoli, giudicò spediente di fermare in Napoli esso Contardo, per tenere in freno colla sua presenza la petulanza dei Napoletani; e tal fine gli fece sperar le nozze di _Euprassia_ sua figliuola, vedova del _duca Buono_. Ma non si concludendo mai questo accasamento, Contardo unito con alcuni nemici d'esso Andrea console, lo ammazzò di sua mano nella basilica battesimale di s. Lorenzo; appresso si fece console e duca di Napoli, e prese per moglie la suddetta figliuola dell'ucciso duca. Ma il popolo di Napoli mal sofferendo che costui forestiere avesse sì crudelmente tolto di vita il loro duca, dopo tre dì entrarono furiosamente nella casa del vescovo, dove egli abitava, e misero a fil di spada lui, la moglie Euprassia e tutti i suoi famigliari. Dopo di che d'accordo elessero per loro duca _Sergio_ figliuolo di Marino e di Euprassia insigne personaggio di quella città, come s'ha dalla vita di santo Atanasio[1025] vescovo di Napoli, e figliuolo d'esso Sergio, con ispedir tosto corrieri a Cuma, dove egli si trovava, per fargli sapere questa elezione. Era Sergio stato spedito nella mattina stessa di quel dì, in cui fu ucciso Andrea duca, per ambasciatore a _Siconolfo_ principe di Salerno, _obsidentem tunc Beneventanos. Enim vero in ipsis diebus divisus est principatus Langobardorum_: parole che concordano coll'Anonimo salernitano, e potrebbono indicare che qualche anno prima di quel che finora s'è creduto, seguisse la divisione del principato di Benevento, secondo la carta rapportata da Camillo Pellegrino[1026]; se non che si può pretendere, voler solamente dire quel _divisus_, che era scisma, divisione e guerra nel principato di Benevento tra _Radelgiso_ e _Siconolfo_. Per altro convien osservare che nel suddetto strumento di divisione è nominato _domnus Ludovicus rex_. Non può convenir questo titolo di _re_ nell'anno 851, in cui pretendesi fatta quella divisione, a _Lodovico II_, il quale nell'anno 850, siccome vedremo, ed anche prima, fu dichiarato imperadore. Ma di ciò riparleremo all'anno 848. Intanto ritornando noi agli affari di Napoli, abbiamo da Giovanni Diacono che _Sergio_ eletto duca di quella nobil città volò a prenderne il possesso. Ed essendo stato da lì a poco chiamato da Dio a miglior vita _Tiberio vescovo_ di Napoli dopo sì lunga prigionia, _Sergius consul apocrisarios suos Romani destinans, obnixius Johannem electum inthronizari postulavit. Sed domnus Gregorius papa romuleus, tamdiu kujusmodi petitione distulit, quoadusque missa legationem canonice investigaret ne pontificalem subrideret sedem_. Ma essendo noi per vedere accaduta la morte di papa Gregorio IV nel gennaio dell'anno susseguente, vegniamo per conseguente a comprendere che nel presente anno si fece l'assedio di Benevento, e _Sergio duca_ diede principio alla sua signoria in Napoli. Conghiettura poi il padre Astezati abbate benedettino[1027] che _Lottario Augusto_ nell'anno presente dichiarasse re d'Italia il primogenito _Lodovico_: cosa anche di cui ebbe sospetto il padre Pagi[1028]. Nè mancano carte che sembrano assistere a questa conghiettura. Anastasio stesso[1029], siccome vedremo, chiamandolo re prima della coronazione romana, potrebbe servire a darle qualche peso. Però non è improbabile che dal presente anno _Lodovico II_ desse principio agli anni del suo regno. Sia a me lecito nondimeno di mettere il principio dell'epoca sua nell'anno seguente.
NOTE:
[1018] Annales Franc. Metenses.
[1019] Annales Franc. Bertiniani.
[1020] Erchempertus, Hist. cap. 17.
[1021] Leo Marsicanus, Chron. Cassin. lib. 1, cap. 25.
[1022] Anonymus Salern. Paralipom. c. 67. P. II. tom. 1 Rerum Italicarum.
[1023] Mabill., Itinerar. Italicar.
[1024] Johann. Diacon., P. II tom. 1 Rerum Italicarum.
[1025] Vit. S. Athan. Episc. Neapol., P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[1026] Camill. Peregr., Hist. Langobard.
[1027] Astezat., de nova Epocha Ludovic. II Imperat.
[1028] Pagius, in Crit. ad Annales Bar.
[1029] Anastas. Biblioth., in Vit. Sergii II.
Anno di CRISTO DCCCXLIV. Indizione VII.
SERGIO II papa 1. LOTTARIO imperad. 25, 22 e 5. LODOVICO II re d'Italia 1.
Secondo gli Annali bertiniani[1030], Sigeberto[1031], Mariano Scoto[1032] ed altri antichi storici, diede fine a' suoi giorni nell'anno presente _Gregorio IV_ papa. Ciò avvenne, per quanto han creduto il Sigonio, il Panvinio e il padre Pagi, nel dì 25 di gennaio. Anastasio[1033], o qualunque sia l'autore della sua vita, ci dà ragguaglio delle fabbriche da lui fatte, e dei copiosi donativi ch'egli offerì a Dio in varie chiese. Ma è ben da dolersi che per lo più gli antichi scrittori delle vite de' papi, raccolte da Anastasio, altro non ci sappiano contare, se non i risarcimenti, o regali da lor fatti ai sacri templi. Le azioni loro, che ben più lo meritavano, quelle erano che s'aveano da tramandare ai posteri, e che noi ora desideriamo, ma indarno. Così le poche croniche antiche de' riguardevoli monisteri d'Italia si riducono ad una gran fila d'acquisti, di livelli, o di liti per beni temporali, lasciando quel che più importava, cioè la virtù e le geste lodevoli degli abbati e de' monaci d'allora, se pur di queste vi era abbondanza. Nella cattedra di s. Pietro ebbe Gregorio IV per successore _Sergio II_, che fu consecrato nel dì 10 di febbraio. Ma perchè contro i patti seguì questa consecrazione, cioè senza l'imperial beneplacito (al che non sapevano accomodarsi i Romani), Lottario Augusto ne fece del risentimento, ed inviò a Roma il suo primogenito Lodovico coll'armata. Gli Annali bertiniani, dopo aver narrata l'elezione di papa Sergio, seguitano a dire[1034]: _Quo in sede apostolica ordinato, Lotharius filium suum Hludowicum Romam cum Drogone Mediomatricorum episcopo dirigit, acturos, ne deinceps, decedente apostolico, quisquam illic praeter sui jussionem, missorumque suorum praesentiam, ordinetur antistes. Qui Romam venientes, honorifice suscepti sunt._ È vero che furono onorevolmente ricevuti; ma Anastasio[1035] vi aggiugne altre particolarità taciute dagli Annali. Cioè, che arrivato l'esercito imperiale alla prima città degli stati ponteficii, cominciò a far provare lo sdegno dell'imperadore a quegli innocenti popoli, con uccidere moltissime persone, talmentechè, spaventata la gente, chi qua e chi là correva a nascondersi. Un sì bestial trattamento seguitò per tutto il loro viaggio fino al ponte della Cappella, dove fattosi un nero temporale, vi perirono coti dai fulmini alcuni de' familiari di _Drogone vescovo_ di Metz. Ne restarono bensì atterriti i Franzesi, ma non perciò deposero la loro ferocia, e con quel mal animo pervennero nelle vicinanze di Roma. Quasi nove miglia fuori della città _papa Sergio_ mandò incontro tutti i giudici a Lodovico, il quale verisimilmente era già stato prima dichiarato re d'Italia da Lottario Augusto suo padre; e questi colle bandiere e con acclamazioni l'accolsero. Essendo poi presso alla città quasi un miglio, gli fecero un bell'incontro le scuole della milizia, cantando le lodi, e parimente vennero ad incontrarlo tutte le insegne del popolo (_sicut mos est imperatorem aut regem suscipere_) alla vista delle quali si rallegrò il re Lodovico. Stava ad aspettarlo il buon papa nell'atrio della basilica vaticana con tutto il clero e popolo romano, ed arrivato Lodovico, si abbracciarono _et tenuit idem Ludovicus rex dexteram antedicti pontificis_. Arrivarono in quella maniera alle porte della basilica, che tutte il pontefice avea fatto serrare, ed allora il pontefice interrogò il giovane re, s'egli veniva con mente pura e con sincera volontà, e per salute del pubblico e della città e di quella chiesa: perchè, se così era, esso papa comanderebbe che s'aprissero le porte: altrimenti non aspettasse da lui ordine alcuno di aprirle. Rispose il re d'essere venuto con buona intenzione, e senza pensiero di alcuna malignità. Allora fece il pontefice spalancar le porte, ed entrarono amendue col clero e con tutti i vescovi, abbati, giudici, ed altri Francesi venuti col re; giunti alla tomba di s. Pietro, prostrati venerarono il suo corpo; e dopo avere il papa recitata l'orazione, tutti usciti della chiesa, andarono a riposar ne' palagi preparati entro la città. Restò fuori di Roma l'esercito franzese, che nei giorni appresso recò non pochi danni ai borghi, e forse perchè non era preparato il foraggio, segò tutti i prati e i seminati. Corse poi voce che volevano entrare in Roma, e quivi prendere alloggio, onde il papa fece ben chiudere e fortificare le porte della città. Poscia nel dì 15 di giugno, giorno di domenica, raunati nella basilica vaticana tutti gli archivescovi, vescovi e baroni venuti col re, insieme con tutta la nobiltà romana, papa Sergio colle sue mani unse coll'olio santo esso Lodovico figliuolo dell'imperador Lottario, gli mise in capo una preziosissima corona, e la spada regale al fianco, con proclamarlo _re de' Longobardi_, ossia _d'Italia_. Celebrata poi messa solenne, tutti con gran festa se ne tornarono in Roma.
E di qui possiamo intendere che non per anche era introdotto l'uso della _corona ferrea_, nè la coronazione del regno d'Italia in Milano, Monza e Pavia, siccome giovane provai in un'operetta intorno a questo argomento[1036]. Ebbe principio da questo giorno l'epoca del regno d'Italia di esso _Lodovico II re_. Seguì poi ne' giorni seguenti un lungo contrasto fra il papa e il vescovo di Metz Drogone, assistito, come dice Anastasio, da _Gregorio_ (si dee scrivere _Giorgio)_ arcivescovo di Ravenna, da _Angilberto_ arcivescovo di Milano, e da una frotta di altri vescovi e conti del regno d'Italia, senza che se ne dica il suggetto. Solamente narra Anastasio che tal dibattimento fu _contra hanc universalem, et caput ecclesiarum Dei_. Ma il pontefice, uomo prudente e di petto, sì a proposito rispose, che tutti li lasciò confusi. Fece dipoi istanza ad esso papa la baronia francese che tutta la nobiltà romana giurasse fedeltà al suddetto re Lodovico; ma il saggio papa non vi consentì, esibendosi solamente pronto a permettere che i Romani prestassero il giuramento di fedeltà al _grande imperadore Lottario. Tunc demum in eadem Ecclesia sedentes pariter tam beatissimus pontifex, quam magnus rex, et omnes archiepiscopi et episcopi stantibus reliquis sacerdotibus, et Romanorum et Francorum optimatibus, fidelitatem Lothario magno imperatori semper Augusto promiserunt_. Ed avea ben ragione il papa. Non era mai stata sottoposta ai re d'Italia, nè al regno longobardico Roma col suo ducato; e non avendo Lodovico acquistato alcun diritto sopra i Romani, per essere divenuto re d'Italia, indebitamente voleva obbligare i Romani a giurargli fedeltà, cioè a riconoscerlo per loro sovrano. Non ebbero già essi difficoltà di prestare quel giuramento a _Lottario_ suo padre, perchè esso era imperadore dei Romani, e la sua sovranità in Roma non veniva contrastata da alcuno. Nè sussiste, come immaginò il cardinal Baronio, che in questa occasione Lodovico II ricevesse il titolo e la corona imperiale. Questo punto è già deciso fra gli eruditi; e se vi ha qualche diploma in contrario, esso è o falso, o scorretto. Seguita poi a dire Anastasio, che nel tempo stesso che il re Lodovico si trattenne in Roma, _Siconolfo principe di Benevento_ arrivò anch'egli colà, accompagnato da molte squadre d'armati, e fu ad inchinare il re, che il ricevette con molto onore, e gli concedette quanto gli dimandò. Tanta fu in tale occasione la folla de' Franzesi, Longobardi e Beneventani, che Roma parea assediata da uno smisurato esercito, e tutti i seminati andarono a sacco per pascolo della gran moltitudine de' cavalli e giumenti. Desiderava ardentemente inoltre Siconolfo di veder _papa Sergio_ e di ricevere la sua benedizione. Fu ammesso all'udienza, e prostrato in terra gli baciò umilmente i piedi, e riportatane la benedizione, tutto lieto se ne ritornò a casa. Altrettanto fece coi suoi il re Lodovico, con finalmente liberare da quel flagello il popolo romano, e si restituì alla sua residenza in Pavia. Ma perchè Anastasio nulla di più ci ha saputo dire intorno ai trattati di _Siconolfo_ col re _Lodovico_, convien ora ascoltare l'Annalista di San Bertino[1037], che così scrive all'anno presente: _Sigenulfus Beneventanorum dux ad Lotharium cum suis omnibus sui deditionem faciens, centum millium aureorum mulcta sese ipsi obnoxium fecit. Quibus Beneventani, qui pridem alias versi fuerant, compertis, ad eumdem Sigenulfum se se convertentes, Saracenorum reliquias a suis finibus expellere moliuntur_. In vece di _Lottario_ sarebbe forse stato meglio scrivere Lodovico, al quale già abbiam veduto che Siconolfo fece ricorso, se non che il figliuolo Lodovico nulla operava che non fosse a nome del padre. Abbiam dunque che Siconolfo, per assicurarsi il dominio di Salerno e dell'altre città a lui sottoposte, riconobbe per suo sovrano il nuovo re d'Italia Lodovico, e ne dovette ricevere l'investitura colla promessa di pagargli centomila scudi d'oro. Tanta somma d'oro non dice Erchemperto[1038], autore in ciò più degno di fede. Per testimonianza di lui, _Suido duca di Spoleti_, gran mercatante di bugie, che nondimeno gli fruttavano assaissimo, promise a Siconolfo suo cognato di fargli avere tutto l'intero ducato di Benevento, se sborsava cinquantamila scudi d'oro, senza dire se a lui, o pure al re Lodovico. Ma probabilmente a quest'ultimo, perchè soggiunge: _Cujus tunc consilio consentiens, Romam_ (dove si trovava il re novello) _adiit, aureos tribuit, sacramentum dedit, jusjurandum accepit. Nihil proficiens, inanis abscessit_. Come potesse Siconolfo ammassare tant'oro, cel farà intendere Leone Ostiense[1039], che racconta il fiero salasso da lui dato al tesoro del monistero di Monte Cassino, dove egli apposta andò più d'una volta. Portò via alla prima visita in tanti calici, patene, corone, croci ed altri vasi, circa cento trenta libbre d'oro purissimo, e tutto a titolo di prestito, con promessa di restituire diecimila soldi d'oro siciliani. La seconda volta portò via in tanta moneta trecento sessanta cinque libbre d'argento e quattordici mila soldi d'oro; la terza in tanti vasi cinquecento libbre d'argento. Tornato colà dopo dieci mesi, ruppe gli armadi del monistero, e ne portò via il valore di quattordicimila soldi mazati, con obbligo di restituire fra quattro mesi, e non restituendo di cedere varii beni al monistero. Sette altri mila soldi in altre volte portò via di colà: tesoro di Dio, che nulla giovò a lui, nè alla patria, e solo servì a pagar le sue fatiche al diavolo. Egli è da credere che ad altre chiese e monisteri Siconolfo facesse uno non diverso trattamento. Questo fine d'ordinario toccava in que' tempi ai doni della gente pia fatti ai sacri templi. Come sospettai di sopra, ben potrebbe essere che il re Lodovico, o in questo o nel seguente anno si adoperasse per quetar la rabbiosa guerra tra i due principi _Radelgiso_ e _Siconolfo_, e fosse anche accettata da Radelgiso la division degli stati; ma che Siconolfo la rifiutasse, perchè gli era stato promesso di più; o che per altri accidenti quella non avesse effetto, di modo che continuasse dipoi la guerra fra loro. Tennero in quest'anno i tre fratelli, _Lottario_ imperadore, _Lodovico_ re della Germania e _Carlo_ re di Francia, una dieta ossia un concilio coi vescovi nella villa di Teodone, oggidì Tionvilla[1040], dove oramai persuasi che era da anteporre la concordia ad ogni riguardo, confermarono la pace ed amicizia fra loro. Adriano Valesio[1041] cita uno strumento preso dal registro del monistero Cesauriense, e dato, come egli pensa, in quest'anno, o pur come io vo credendo, nel precedente 843, cioè _anno imperii Lotharii XXII, seu temporibus Berengarii ducis, anno ducatus ejus VI, die sexta mensis septembris. Indictione VII_. Sicchè correano già sei anni che _Berengario_ era, per quanto si può credere, _duca di Spoleti_. Ma come ciò, se abbiam già trovato _Guido_ duca di quella stessa contrada? Altro non so io immaginare, se non che due essendo stati i ducati di Spoleti, l'uno propriamente di _Spoleti_ e l'altro appellato poscia di _Camerino_, Guido avesse il governo del primo, _Berengario_ del secondo.
NOTE:
[1030] Annal. Franc. Bertiniani.
[1031] Sigebertus, in Chron.
[1032] Martianus Scotus, in Chron.
[1033] Anast. Biblioth., in Gregor. IV.
[1034] Annal. Franc. Bertiniani.
[1035] Anast., in Vita Sergii II.
[1036] Anecdot. Lat. tom. 2. Append.
[1037] Annales Francor. Bertiniani.
[1038] Erchempertus, Hist. cap. 18.
[1039] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1. cap. 26.
[1040] Labbe, Concilior., tom. 7.
[1041] Valesius, in Praefat. ad Panegyric. Berengarii.
Anno di CRISTO DCCCXLV. Indizione VIII.
SERGIO II papa 2. LOTTARIO imperad. 26, 23 e 6. LODOVICO II re d'Italia 2.