Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 54
Venuta la primavera, Lottario _Augusto_ passò colle sue forze a Vormazia, perchè sentiva essere in armi il fratello _Lodovico re_[1001]; e passato il Reno, l'incalzò talmente che il fece ritirar nella Baviera. Intanto il _re Carlo_ colle brusche avea tirato nel suo partito _Bernardo_, già rimesso in possesso della Settimania, e colle buone s'era cattivato l'amore e la assistenza de' popoli dell'Aquitania; nè gli mancava nella Neustria e nella Borgogna gran copia di fedeli ed aderenti. Raunata perciò una non isprezzabile armata, coraggiosamente, s'inoltrò fino alla Senna e, non ostante la opposizione delle soldatesche quivi lasciate da Lottario per difendere que' passi, gli riuscì di valicarla, e d'inoltrarsi fino alla città di Troyes. Portato questo avviso a Lottario, fu cagione, ch'egli, lasciato stare Lodovico, retrocedesse per badare all'altro fratello, al quale spedì ambasciatori per lagnarsi di lui, perchè avesse passato i confini a lui poco avanti prescritti. Li rimandò Carlo bene informati delle sue ragioni, cioè con dolersi che Lottario perseguitasse il comune fratello Lodovico, e contro i giuramenti usurpasse tanti stati ad esso Carlo assegnati nelle precedenti convenzioni, con altre ragioni ch'io tralascio; esibendosi contuttociò pronto ad un congresso, per vedere se all'amichevole si potea stabilire un accordo: se no, che sarebbe rimessa all'armi la decision delle loro controversie. In questo mentre i due fratelli Lodovico e Carlo trattarono e conchiusero una lega fra loro contro di Lottario: dopo di che Lodovico si mosse con quanto sforzo gli fu permesso, e riuscitogli di dare una rotta ad _Adalberto_, creato duca d'Austrasia da Lottario, e da lui lasciato alla guardia del Reno, felicemente valicò quel real fiume, tendendo ad unir le sue forze con quelle di Carlo, siccome in fatti avvenne. Andarono innanzi e indietro varie ambasciate, varii progetti, per veder pure di concordar gli animi senza spargimento di sangue; ma niuna condizione piaceva a Lottario, perchè intanto aspettava che seco si venisse a congiugnere Pippino suo nipote, pretendente alla corona d'Aquitania, che conduceva un buon rinforzo di truppe. Venuto Pippino, sempre più si vide allontanar la speranza dell'accordo, e però amendue le parti si accinsero alla battaglia. Il sito, dove si azzuffarono nel dì 25 di giugno le due armate nemiche fu Fontaneto, ossia Fontenay nel contado di Auxerre. Agnello[1002], scrittore italiano di questi tempi, afferma che l'esercito di Lottario era composto d'innumerabil gente, e però di lunga mano superiore a quello de' due fratelli avversarii. Ciò non ostante, con tal rabbia e vigore combattè l'armata d'essi due fratelli, che ne restò in fine sconfitta quella di Lottario, il quale per altro fece maraviglie di valore nel combattimento. Ma questo memorabil fatto d'armi fu la rovina della Francia, per attestato degli Annali di Metz[1003], perchè vi perì la gente più brava di tutta la Francia, cosicchè da lì innanzi cominciò ad andare in declinazione quel regno, ridotto all'impotenza di difendere sè stesso, non che di conquistare l'altrui. Scrissero alcuni che cento mila persone rimasero estinte sul campo. Sì gran macello non si dee molto facilmente credere. Agnello attesta che dalla parte di Lottario e di Pippino vi perirono quarantamila persone: sacrifizio ben grande alla matta ambizione.
Ci ha poi questo medesimo autore conservata una particolarità che vien taciuta dagli Annalisti francesi e tedeschi d'allora. Cioè che _Gregorio papa_, assai prevedendo dove aveva a terminare la abbominevol dissensione dei tre fratelli, mosso da zelo ed amore paterno, determinò d'inviare in Francia tre legati, affinchè s'interponessero per la concordia e pace. Saputo ciò da _Giorgio arcivescovo_ di Ravenna, scrisse all'imperador Lottario, pregandolo d'impetrare dal papa che anch'egli in compagnia de' legati potesse intraprendere quel viaggio. L'ottenne, ma andò colla maledizione apostolica, perchè ben conosceva il pontefice che vano e torbido cervello fosse un tal prelato. Andò, dissi, con trecento cavalli, seco portando gran copia d'oro e d'argento, con aver saccheggiato il resto del tesoro della sua Chiesa, ed asportate corone, calici, e patene d'oro, e vasi di argento e di oro, e tolte le gemme dalle croci, tutto per far dei regali. Nè Agnello dissimula che le mire di questo arcivescovo erano di sovvertire a forza di donativi Lottario augusto, per sottrarsi dall'ubbidienza e podestà del papa, come avea fatto qualche suo predecessore scismatico: al qual fine seco portò i privilegii conceduti da alcuni empii imperadori greci alla sua Chiesa. Giunto Giorgio all'armata di Lottario, siccome abbiamo dagli Annali di san Bertino[1004], fu ritenuto da esso Augusto senza permettergli di trattare d'accordo co' suoi fratelli. Altrettanto possiam credere che succedesse ai legati del papa, perchè Lottario non sapeva intendere consigli di pace, lusingandosi di maggior vantaggio per la via dell'armi. Ora Iddio permise che dopo la rotta dell'esercito lottariano, l'ambizioso arcivescovo Giorgio fosse preso dai vincitori soldati, spogliato del piviale, di cui era vestito, e con grande strapazzo condotto alla presenza del re Carlo, il quale per tre giorni il fece stare sotto buona guardia, come prigione. I legati apostolici ebbero la fortuna di potersi salvar colla fuga ad Auxerre: i preti e cherici che accompagnavano l'arcivescovo suddetto, chi qua, chi là. Tutto il suo tesoro restò in preda ai soldati. I suoi privilegii gittati nel fango, calpestati e lacerati, si perderono; ed egli stesso fu in pericolo di essere cacciato in esilio da _Carlo_ e da _Lodovico_, dappoichè furono informati della di lui malignità; ma l'_imperadrice Giuditta_ mossane a compassione, gl'impetrò la libertà. Sel fece venire davanti il re Carlo, e dopo averlo rabbuffato ben bene, e fattogli prestar giuramento, il lasciò andare, con ordine che gli fosse restituito tutto quanto si potea trovare spettante a lui. Si trovò ben poco. Tutti i suoi preti, se vollero tornare in Italia, furono costretti a venirsene a piedi e in farsetto, e chiedendo la limosina. Promise Giorgio di compensar loro i danni, giunto che fosse a Ravenna; ma i fatti non corrisposero poi alle parole. Si ritirò lo sconfitto Lottario ad Aquisgrana, per attendere a far gente di nuovo da poter sostenere la guerra, e lasciossi tanto trasportare dal suo mal talento, che per aver soccorso da i Sassoni Stellingi, permise loro di ritornare agli antichi riti pagani, con grave scandalo del Cristianesimo. Ad _Erioldo_ ancora re di Danimarca, apostata della religion cristiana e persecutor de' Cristiani, concedette da godere alcune terre ne' suoi confini. Intanto il re Lodovico, parte col terrore, parte col maneggio trasse nel suo partito molti de' Sassoni: inoltre tutti i popoli dell'Austrasia, Turingia ed Alamagna ridusse sotto il suo dominio. Nello stesso tempo i Normanni[1005], profittando della discordia dei re fratelli, sbarcarono in Francia, presero la città di Roano, e dopo il sacco la diedero alle fiamme, con restar desolati dalla lor crudeltà alcuni monasteri e un buon tratto di paese. Rinforzato alquanto di gente l'imperador Lottario passò il Reno, quasi che volesse impedire i progressi di Lodovico suo fratello, ma poi senza far altro se ne tornò a Vormazia. Passò poi nel Maine, commettendo dappertutto le sue truppe immensi disordini e saccheggi, ed obbligando colla forza que' popoli a giurargli fedeltà. Non era men della Francia sconvolto in questi tempi il ducato di Benevento per la guerra insorta fra _Siconolfo_ dominante in Salerno[1006] e Radelgiso principe beneventano. Siconolfo, siccome uom bellicoso, aiutato anche da _Landolfo conte di Capoa_ e da' suoi figliuoli, senza perdere tempo, s'inoltrò nella Calabria, e tutta la ridusse sotto il suo dominio. Prese anche buona parte nella Puglia, e rivoltosi addosso all'altro paese di Benevento, s'impadronì di alcune altre città e terre. Una donazione fatta da esso Siconolfo principe ad _Aione vescovo_ di Salerno e alla sua chiesa nel mese di agosto dell'anno presente si legge nelle mie Antichità italiane[1007].
NOTE:
[1001] Annales Franc. Fuldenses. Nithard., lib. 2.
[1002] Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1003] Annales Franc. Metenses.
[1004] Annales Franc. Bertiniani.
[1005] Monach. Fontenell. apud Du-Chesne, tom. II Rer. Franc.
[1006] Erchempertus, Hist., cap. 15.
[1007] Antiquit. Ital. Dissert. XXXV, pag. 77.
Anno di CRISTO DCCCXLII. Indiz. V.
GREGORIO IV papa 16. LOTTARIO imperad. 25, 20 e 3.
Durando tuttavia la guerra e gli sconcerti in Francia tra _Lottario Augusto_ e i due re suoi fratelli, seguirono varii movimenti dall'una e dall'altra parte, minutamente descritti da Nitardo[1008]. Fra l'altre cose con piacere si legge presso di lui la conferma della lega stabilita fra i suddetti due fratelli _Lodovico_ e _Carlo_ in Argentina, o vogliam dire in Strasburg. L'uno fece il suo giuramento in lingua tedesca, e l'altro in lingua romanza, che era fin d'allora la volgare franzese, e s'accostava più alla nostra italiana di quel che faccia oggidì. Sarebbe da desiderare che fosse restato un pezzo simile della lingua nostra italiana di que' tempi, per conoscere in che stato essa allora si trovasse; ma finora nulla di ciò s'è veduto, perchè tutte le scritture che restano sono di lingua latina, mischiata nondimeno di molti solecismi e barbarismi. I Tedeschi e gl'Inglesi hanno interi opuscoli di que' secoli nella lor lingua. Nulla ne ha l'Italia. Ora io non mi fermerò a descrivere le vicende della guerra di Francia, perchè furono di poco momento. Basterà qui dire, che incalzato l'_imperadore Lottario_ dai fratelli[1009], dopo avere spogliato il palazzo d'Aquisgrana di tutte le cose più preziose, si ritirò a Lione, e quivi dopo aver finora rifiutato di dare orecchio a progetti di pace, finalmente la debolezza delle forze sue il consigliò ad ascoltarli. Si convenne tra i tre fratelli di fare un abboccamento presso alla città di Mascon in un'isola del fiume Sona che divideva le armate. Questo seguì verso la metà di giugno, e vicendevolmente tutti e tre dimandarono perdono del passato, giurarono di conservar tra loro una buona pace e fratellanza; e determinarono di tenere un congresso nella città di Metz nel primo dì di ottobre, per regolare la division della monarchia franzese, di cui si andò poi seriamente trattando da lì innanzi. Ma questo congresso si differì fino a' cinque di novembre, e per varii impedimenti o pretesti trasportato fu al giugno dell'anno seguente. Per altro i due fratelli _Lodovico_ e _Carlo_, dappoichè ebbero costretto l'augusto _Lottario_ a ritirarsi da Aquisgrana, colà si portarono essi, e ordinata quivi una raunanza di molti vescovi, fecero loro decidere che Lottario per gl'insulti fatti al padre, per la mancanza ai giuramenti, per l'indebita guerra fatta ai fratelli avea provato il flagello della vendetta di Dio, ed era decaduto dai regni di Francia e di Germania, de' quali erano divenuti giusti possessori i re Lodovico e Carlo. Ciò fatto, i due fratelli divisero tra loro i regni; ma per l'accordo che nell'anno susseguente seguì tra essi e l'imperadore Lottario, si fece una più stabil divisione. Terminò i suoi giorni nel gennaio dell'anno presente _Teofilo imperador de' Greci_, con lasciare successor nell'imperio _Michele_ suo figliuolo in età di soli tre anni. Una malattia pericolosa sopraggiunta a questo novello Augusto diede occasione ai monaci di Studio di promovere la restituzione delle sacre immagini con promessa della di lui guarigione. Risanato egli in fatti, con giubilo de' Cattolici furono rimesse in uso ne' sacri templi le immagini; e cacciato via Janne falso patriarca di Costantinopoli, in luogo suo fu eletto _Metodio_, uomo di santa vita e di sentimenti ortodossi. La divisione e guerra tra i principi di Benevento seguitava più che mai vigorosa, quando i _Saraceni_ africani, chiamati da altri _Agareni_, o pure _Mori_, padroni della vicina Sicilia, seppero ben prendere pe' capelli la buona fortuna, con passare forse prima di quest'anno in Calabria, dove a man salva s'impadronirono di alcune città e terre, e vi si radicarono talmente, che l'Italia tutta ne ebbe a piagnere dipoi per lungo tempo. Sotto quest'anno Nitardo[1010] e gli Annali bertiniani[1011] mettono l'entrata di costoro nel ducato di Benevento. _Radelgiso principe_ di quelle contrade veggendo prosperar sì forte gli affari dell'emulo _Siconolfo_, da cui or una, or una altra città gli veniva occupata, senza trovar maniera da potere resistere, s'appigliò ad un consiglio dettato dalla disperazione: cioè chiamò in aiuto suo alquante brigate de' Saraceni postati nella Calabria[1012]. Ebbe ordine da lui Pandone governatore di Bari di dar quartiere a quegl'infedeli fuori della città dalla parte del mare. Ma i Saraceni, gente la più furba del mondo, andarono tanto spiando le fortificazioni della città, che trovarono modo una notte di arrampicarsi e di entrarvi dentro senza resistenza d'alcuno. Misero a fil di spada una parte del misero innocente popolo, l'altra la fecero schiava, e Pandone fra gli altri dopo molti tormenti fu gittato ed affogato nel mare.
Con Erchemperto va d'accordo l'Anonimo salernitano[1013] intorno a questi fatti. Racconta egli che _Radelgiso_ principe di Benevento con un'armata di ventiduemila persone tra cavalleria e fanteria si portò all'assedio di Salerno; ma _Siconolfo_ principe colla gente di Salerno, Capua, Aggerenza, Consa ed Amalfi, venne a battaglia, e sbaragliò i Beneventani. Questa probabilmente è la rotta, di cui all'anno 840 s'è fatta menzione coll'autorità di Erchemperto. Seguita poi a dire, che Siconolfo, raunato un buon esercito, si portò anch'egli addosso ai Beneventani; ma questi, usciti dalla città, sì valorosamente gli assalirono, che li misero in fuga. Dopo questo i Saraceni con grandi forze calarono in Calabria; presero Taranto con facilità, ed entrati nella Puglia, diedero il sacco a quasi tutte le città con uccidere le persone che erano cresciute a guisa delle biade. Per attestato poi di Erchemperto, Radelgiso trovandosi impotente a cacciar fuori di Bari que' barbari ospiti, cominciò a trattar con loro amichevolmente e a valersi del loro aiuto. Comandò ad _Orso_ suo figliuolo di menarli all'assedio di un castello, e v'andarono con una potente oste. Ma ciò saputo da Siconolfo, arditamente andò a trovarli, e gli sconfisse con istrage di chi non potè ben menar le gambe. Il re d'essi per nome Calfo, cadutogli sotto per la stanchezza il cavallo, stentò a giugnere coi suoi piedi a Bari. Crebbero poi le miserie di quelle contrade, perchè, secondo l'Anonimo salernitano, Radelgiso prese al suo soldo il principe de' Saraceni abitante in Bari, per nome _Saotan_, o _Saudan_, come altri hanno scritto. Tengo io che questo fosse non il proprio suo nome, ma quello bensì della sua dignità, e lo stesso sia che _Soldano_, o _Sultano_, come han detto dipoi gl'Italiani. Veggasi il d'Erbelot[1014] alla parola _Solthan_. Col rinforzo di costui e delle sue masnade, i Beneventani passarono addosso ai Salernitani, e non meno agli uomini che alle case e ai poderi recarono infiniti danni. Furono costoro appena ritornati indietro, che pervenuta tosto a Siconolfo signoreggiante in Salerno la notizia che Radelgiso aveva spogliata la cattedrale di Benevento di buona parte del suo tesoro per ingaggiare e pagare i Saraceni del suo partito: anch'egli si prevalse di questo scellerato esempio, e presa per forza dalla cattedrale di Salerno gran copia d'oro, se ne servì per impegnare alla difesa de' suoi stati il comandante saraceno di Taranto, chiamato Apollafar. Ben volentieri costui passò con buon nerbo di gente al servigio di Siconolfo, e poscia unito coi Salernitani al guasto dei Beneventani. Accadde poi che tornato Apollafar da quella spedizione con Siconolfo a Salerno, mentre amendue con festa salivano le scale del palazzo, Siconolfo per ischerzo il prese colle braccia e portollo di peso sopra, e nel posarlo giù l'abbracciò e baciò. Ma il superbo e delicato Saraceno se l'ebbe forte a male; e tuttochè Siconolfo dicesse d'aver fatto ciò per burla e non per inganno, pure giurò di non volerlo più servire, ed immantinente con tutti i suoi si partì da Salerno e tornossene a Taranto. Quivi trattò con Radelgiso, esibendosi ai suoi servigi. Nè potea giugnere a lui nuova più cara di questa. Accettato e venuto coll'esercito suo, tosto fu spedito contra de' Salernitani, nel paese de' quali commise enormità e danni incredibili. Così gl'infedeli andavano profittando della discordia de' principi cristiani colla rovina de' popoli innocenti. Ottenne in quest'anno, se pur non fu nel precedente, il doge di Venezia Pietro da _Lottario_ imperadore la conferma delle esenzioni dei bani goduti dai Veneziani nel regno d'Italia. Il diploma, rapportato dal Dandolo[1015], fu dato _kalendis septembris anno, Christo propitio imperii domni Lotharii piissimi Augusti in Italia XXII, in Francia II. Indictione VIII. Actum termis villa palatioregio._ Queste note cronologiche non sussistono. Fors'anche tale spedizione la stessa è, di cui s'è fatto troppo presto menzione di sopra all'anno 840. Terminò in quest'anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino[1016], i suoi giorni _Landolfo_ conte ossia principe di Capua[1017]. Restarono di lui quattro figliuoli, cioè Landone, che signoreggiò in Capua, _Pandone_ in Sora, e _Landonolfo_ in Tiano. Il quarto figliuolo _Landolfo_ seguitò la via ecclesiastica, con divenir poi vescovo di Capua, e personaggio famoso per le sue iniquità. Lasciò il vecchio Landolfo per ricordo a' suoi figliuoli, che non permettessero mai la riunione de' principati di Benevento e Salerno, e tutti da lì innanzi cominciarono a tirar de' calci contra del principe di Benevento, e a poco a poco stabilirono l'indipendenza del principato di Capua da Benevento e da Salerno.
NOTE:
[1008] Nithardus, Hist. lib. 3.
[1009] Annal. Franc. Bertiniani.
[1010] Nithard., Hist., lib. 3.
[1011] Annales Franc. Bertiniani.
[1012] Erchempertus, Hist., cap. 16.
[1013] Anonymus Salernitan. Paralipom. cap. 65. Part. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1014] Erbelot., Bibliot. Orient.
[1015] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1016] Camill. Peregr., Hist. Princip. Langobard.
[1017] Erchempertus, Hist., cap. 22.
Anno di CRISTO DCCCXLIII. Indiz. VI.
GREGORIO IV papa 17. LOTTARIO imperad. 24, 21 e 4.
Di somma consolazione a tutta la monarchia francese riuscì l'anno presente, perchè si venne finalmente alla divisione de' regni tra i figliuoli di Lodovico Pio: il che produsse la concordia fra loro e la pace fra tutti i popoli loro sudditi[1018]. Seguì questa nel mese di agosto nella città di Verdun presso alla Mosa, con essersi quivi abboccati i tre re, e pacificati fra loro. La parte che toccò al re _Carlo_, appellato dipoi il _Calvo_, fu la parte occidentale della Francia, cioè dall'Oceano fino alla Mosa e alla Schelda, e sino al Rodano, alla Sona, al Mediterraneo e alla Spagna. Al re _Lodovico_ toccò la Baviera, parte della Pannonia, la Sassonia, e tutte le provincie della Germania di là del Reno, con qualche parte ancora di paese di qua da esso Reno, e nominatamente Magonza; e qui ebbe principio il regno della Germania, appellato anche _Francia orientale_. All'imperador _Lottario_ restò tutto il tratto di paese situato fra il Reno e la Mosa, andando sino all'Oceano, la Provenza, la Savoia, gli Svizzeri e Grigioni, cioè quasi tutta l'antica Borgogna e l'Alsazia; _nec non et omnia regna Italiae cum ipsa romana urbe_, come ha l'autore degli Annali di Metz: con che egli venne a perdere tante provincie che il padre gli avea lasciato in Germania, e ch'egli avrebbe potuto agevolmente ritenere se l'incontentabile sua ambizione non l'avesse condotto a mancar di parola e a far guerra al re Carlo suo fratello. E qui non lasciano alcuni scrittori di que' tempi di deplorar questo trinciamento della dianzi sì vasta monarchia franzese, che unita faceva paura a tutti, divisa, aprì il campo ai Normanni, Saraceni, ed Ungheri d'infierire e prevalere contra de' Cristiani d'Occidente, e d'inferir loro un'iliade di mali. E tanto più restò essa indebolita, perchè al re _Carlo Calvo_ toccò bensì in questa divisione, almen tacitamente, anche l'Aquitania; ma in quelle contrade si fece forte il suo nipote _Pippino II_, figliuolo del re _Pippino I_, riconosciuto per re dalla maggior parte di que' popoli; e gran sangue e fatiche dipoi costò ad esso re Carlo il levar quel regno dalle mani del nipote. Ribellossi ancora al medesimo re Carlo, per non dire che si staccò dalla sua alleanza, _Nomenoio duca_ della minor Bretagna, seguendo l'uso dei predecessori, che non sapeano se non colla forza indursi a riconoscere per loro sovrani i re di Francia. E in quest'anno ancora[1019] i Normanni fecero uno sbarco nell'Aquitania inferiore, e diedero il sacco al paese. Soprattutto presa la città di Nantes, vi trucidarono il vescovo _Goardo_, e molti cherici e laici. Però sensibilmente si cominciò a provare collo smembramento della monarchia il peso delle miserie, spezialmente nella Francia occidentale, in cui ancora nell'anno corrente mancò di vita l'_imperatrice Giuditta_, madre del suddetto re _Carlo Calvo_. Minori poi non erano gli affanni nel ducato beneventano per la guerra che ostinatamente faceano tra di loro il principe di Benevento _Radalgiso_ e _Siconolfo_ principe di Salerno. Altro non si udiva che saccheggi, e più degli altri ne sapeano profittare gli astuti Saraceni, dominanti nella Calabria e in Bari, col farsi partigiani ora dell'uno, ora dell'altro principe, ed arricchirsi colle spoglie degl'infelici popoli. Or mentre costoro si stavano ai servigi di _Radegiso_[1020], _Siconolfo_ non potendo reggere al contrasto, altro scampo non seppe trovare che di condurre al soldo suo molte brigate di que' Saraceni che signoreggiavano la Spagna, aveano anche occupata l'isola di Creta ossia di Candia. Fra questi Saraceni e quei dell'Africa non passava allora amicizia, anzi si riputavano fra loro nemici. Con questo rinforzo venne un giorno Siconolfo alle mani coll'armata di Radelgiso nel luogo appellato le Forche Caudine, celebre anche nella storia romana. Riuscì a Radelgiso a tutta prima di mettere in rotta le schiere nemiche; ma Siconolfo, che stava ritirato in disparte con uno scelto drappello ad osservar l'esito della battaglia, allorchè vide i Beneventani sbandati perseguitare i fuggitivi, si scagliò contra di loro, ne tagliò molti a pezzi, molti altri ne fece prigioni e costrinse il resto a menar le gambe. Dopo questa insigne vittoria vennero in suo potere, eccettochè Benevento e Siponto, tutte le altre città di Radelgiso. Abbiamo da Leone Ostiense[1021] che Siconolfo per pagare i Saraceni spagnuoli, sotto nome di prestito spogliò di quasi tutto l'insigne suo tesoro il monistero di Monte Cassino. Finalmente si portò egli all'assedio della stessa capitale di Benevento. Era già ridotta a mal termine l'assediata città, non meno per la morte dei difensori, che per la mancanza delle vettovaglie, quando Radelgiso si avvisò di chiamare in soccorso suo _Guido duca di Spoleti_. Contuttochè questi fosse parente di Siconolfo, pure non lasciò di accorrere con un copioso esercito in aiuto di esso Radelgiso; ma prima di giugnere a Benevento fece sapere a Siconolfo, che il consigliava di ritirarsi dall'assedio, e che lasciasse fare a lui, perchè subito che avesse potuto favellar con Radelgiso, avrebbe fatta conoscere al medesimo Siconolfo la parzialità, di cui si gloriava verso di lui. Gli fu prestata fede, e Siconolfo sciolse l'assedio. Ma Guido _pro cupiditate pecuniarum, quibus maxime Francorum subjicitur genus_ (era Guido di nazion franzese) avendo smunto da Radelgiso la somma di settantamila scudi d'oro, nulla attenne delle promesse fatte al suo cognato Siconolfo, e se ne tornò a Spoleti.