Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 53
Dalla storia di Andrea Dandolo[988] impariamo che circa questi tempi _Pietro_ doge di Venezia, desiderando di far dismettere agli Sclavi, o vogliam dire agli Schiavoni abitanti nella Dalmazia, il brutto mestiere della pirateria, colla sua flotta andò a trovarli, e gli riuscì di conchiudere col principe loro un trattato di pace. Passato dipoi alle isole di Narenta, confermò la precedente lega con _Drosaico duca_ di quella contrada; dopo di che con gloria se ne tornò a Venezia. Ed appunto arrivato da lì a poco ad essa Venezia Teodosio patrizio, spedito, come dicemmo poco fa, da Teofilo imperadore de' Greci, a nome dell'Augusto medesimo, dopo aver creato il suddetto doge Pietro _spatario imperiale_, gli fece istanza di un gagliardo armamento per mare contra de' Saraceni. Sessanta furono le navi da guerra che in tal congiuntura i Veneziani armarono, con passare fino a Taranto, dove trovarono Saba principe di que' Saraceni con un formidabile esercito. Vennero alle mani con coloro i Veneziani; ma soperchiati dall'eccessivo numero degl'infedeli, quasi tutti vi restarono o morti o prigioni. Insuperbiti per questa vittoria quegli infedeli, colla loro armata navale vennero fino in Dalmazia, e nel secondo giorno di Pasqua avendo presa la città di Ausera, la diedero alle fiamme. Lo stesso trattamento fecero alla città d'Ancona, e nel tornarsene col bottino, scontrati per viaggio alcuni legni mercantili de' Veneziani, li presero, con levare di vita chiunque entro di essi si ritrovò. Ma alquanto più tardi sembra che succedessero questi fatti, quantunque il Dandolo li racconti prima della morte di Lodovico Pio; perciocchè abbiamo dall'Anonimo salernitano[989] che _Taranto_ non era per anche caduto in mano de' Saraceni allorchè _Sicardo_ principe di Benevento fu messo a morte dai suoi: del che ora appunto io debbo favellare. Non durò molto, siccome dissi, la capitolazione seguita fra Napoletani e il suddetto Sicardo. Narra il sopraddetto Anonimo, che nata dissensione fra gli Amalfitani, i principali di quel popolo si sottomisero a Sicardo e passarono ad abitare in Salerno, città del ducato beneventano. I buoni trattamenti, che quivi riceverono, servirono di stimolo a parecchi altri Amalfitani di portarsi per loro maggior quiete a mettere casa in Salerno, di maniera che fatti varii maritaggi in quella città, di due popoli se ne formò un solo. Rimasta Amalfi spopolata, vi accorsero le brigate longobardiche di Sicardo e la devastarono, con asportarne a Benevento il corpo di santa Trifomene vergine e martire, come consta ancora dall'antica sua leggenda, data alla luce dall'Ughelli[990]. Seguitò Sicardo a maggiormente molestare e stringere colle sue armi la città e il popolo di Napoli. Ora veggendo _Andrea_ duca di quella città di non potere resistere, giacchè soccorso non si potea sperare dall'imperio greco troppo avvilito, e continuamente spelato dai Saraceni, rivolse le speranze, per quanto s'ha da Giovanni Diacono nelle vite de vescovi di Napoli[991], a _Lottario Augusto_. Gli spedì i suoi ambasciatori, che dovettero portarsi fino in Francia per trovarlo. Furono questi graziosamente accolti da Lottario, e rispediti coll'accompagnamento d'uno de' suoi baroni appellato _Contardo_, affinchè a suo nome comandasse a Sicardo di desistere dalla persecuzione de' Napoletani: altrimenti egli avrebbe medicato il di lui furore. Ritornarono gli ambasciatori, ma non ci fu bisogno della calda parlata di Contardo, perchè si trovò che in questi giorni Sicardo era stato tolto con violenza dal mondo. Intorno a che è da sapere che il suddetto _Sicardo_ principe di Benevento, per attestato non men dell'Anonimo salernitano che di Erchemperto storico[992] più riguardevole, era macchiato di molti vizii d'incontinenza e d'avarizia, per i quali aggravava forte i suoi popoli. A renderlo nondimeno peggiore concorse l'essersi egli messo tutto in mano di Roffredo, figliuolo di Dauferio, sopprannominato Profeta, ed uno de' più astuti uomini di que' paesi da cui fu ridotto a tale, che nulla si faceva senza il suo parere e consentimento, e tanto più perchè lo indusse a prendere per moglie _Adelgisa_ sua parente. Per i consigli di costui Sicardo mise le mani addosso a _Siconolfo_ suo fratello, per i sospetti ch'egli aspirasse al principato, e mandollo prigione a Taranto; costrinse a farsi Monaco _Maione_ suo parente, e proditoriamente fece impiccare _Alfano_, uno de' più illustri personaggi di Benevento. In una parola, pochi de' nobili beneventani si contarono che non fossero uccisi, o posti in prigione, o non eleggessero un volontario esilio. Credevasi tutto questo operato da Roffredo con disegno di occupar egli il principato, dacchè i migliori del paese fossero depressi, e divenuto Sicardo odioso al popolo tutto. Ora non potendo più reggere i Beneventani a tali iniquità, formata una congiura da un certo Adalferio, con più ferite un giorno l'uccisero. Crede Camillo Pellegrino che ciò avvenisse nell'anno presente. Dipoi passarono all'elezione del nuovo principe. Cadde questa nella persona di _Radelchi_, ossia _Radelgiso_, dianzi tesoriere del defunto Sicardo; e quasi tutti si accordarono in proclamarlo principe, perchè era uomo di buoni e dolci costumi. Ma qui ebbe principio la divisione e l'abbassamento dell'ampissimo ducato di Benevento: intorno a che mi riserbo di parlare all'anno seguente. Potrebbe essere che in questo succedesse quanto narra Agnello[993], autore contemporaneo, di _Giorgio arcivescovo_ di Ravenna. Destinato avea l'imperador Lottario di fare con solennità il battesimo di _Rotrude_ sua figliuola. L'ambizioso arcivescovo tanto si adoperò, che ottenne di poter levare al sacro fonte questa principessa; onore che costò ben caro alla sua chiesa, perchè egli la spogliò di parte del suo tesoro, e tutto portò seco a Pavia. Di grandi regali fece al suddetto imperadore e all'Augusta sua moglie _Ermengarda_. I soli abiti battesimali della principessa furono da lui pagati cinquecento soldi d'oro; e al medesimo Agnello scrittore toccò di vestirla, alzata che fu, secondo i riti d'allora, dal sacro fonte. Intervenne alla funzione l'imperadrice col volto coperto, riccamente abbigliata e carica di gioie; e nota Agnello ch'essa prima della messa, che fu celebrata dall'arcivescovo, sentendosi una gran sete, si fece portare una buona tazza di vino forestiere, ed occultamente la tracannò, e ciò non ostante andò in quella mattina a partecipare della mensa celeste.
NOTE:
[984] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[985] Annales Francor. Bertiniani.
[986] Porphyrogenneta, lib. 3, num. 36.
[987] Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.
[988] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.
[989] Anonym. Salernit., Paralip. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[990] Ughell., tom. 7 Ital. Sacr. in Episcop. Minorit.
[991] Johann. Diac., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[992] Erchempertus, cap. 12, P. 1, tom. 2 Rer. Italic.
[993] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., P. I, Tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCCXL. Indiz. III.
GREGORIO IV papa 14. LOTTARIO imperad. 21, 18 e 1.
Sul principio dell'anno presente si trova l'_imperador Lodovico_ in Poitiers[994], allorchè gli giunse nuova che _Lodovico_ suo figliuolo re della Baviera, uscito coll'armi in campagna, ed assistito dai Sassoni e Turingi, era già entrato nell'Alamagna, e vi si faceva riconoscere per signore. Amaramente sentì questo colpo il buon imperadore, e tuttochè la di lui sanità fosse già ridotta in un compassionevole stato, pure si animò alle fatiche per reprimere l'orgoglio del ribellante figliuolo. Raunò nello spazio di alquante settimane una buona armata, e dopo di aver solennizzato in Aquisgrana il santo giorno della pasqua, si mosse alla volta della Turingia, dove era il re Lodovico, e pervenne nel paese d'Assia-Cassel. Non volle aspettarlo il figliuolo Lodovico, e frettolosamente pel paese degli Sclavi si ritirò in Baviera. Allora Lodovico Augusto intimò una dieta generale in Vormazia, con far sapere anche al figliuolo Lottario che v'intervenisse per trattare de' mezzi di mettere in dovere l'inquieto re della Baviera. Stando egli in quelle parti[995], nel dì 5 di maggio accadde un'ecclisse spaventosa del sole, che restò quasi tutto scurato, in guisa che si miravano le stelle in cielo. Secondo l'opinione che correva in quei secoli d'ignoranza, fu comunemente creduto essere questo un presagio di qualche strepitosa disgrazia, senza por mente che, secondo le leggi invariabili del corso dei pianeti avea da succedere quell'oscuramento del sole. Cominciò da lì a poco l'imperador Lodovico a sentire svogliatezza grande di stomaco, depression di forze, e frequenza di sospiri e singhiozzi. Ordinò che se gli preparasse l'abitazione in un'isola del Reno di sotto a Magonza, in faccia alla villa d'Ingeleim, e quivi si pose in letto. Scrivono che per quaranta giorni altro cibo non prese, fuorchè il sacratissimo corpo del Signore, e andava egli chiamando giusto il Signore Iddio, perchè non avendo fatta quaresima in quell'anno, lo obbligava a farla con quella malattia. Fece fare un inventario di tutti i mobili suoi preziosi, e ne assegnò la distribuzione alle chiese, ai poveri e ai figliuoli. Non gl'incresceva già di dover lasciare il mondo, ma si doleva forte di averlo a lasciare sì sconcertato, ben prevedendo i fieri disordini che poi succederono. Mandò al figliuolo _Lottario_ la corona, la spada e lo scettro ornato d'oro e di gemme, cioè le insegne imperiali, con ricordargli di mantener la fede a _Carlo_ suo fratello e all'imperadrice sua matrigna, e di lasciar godere e di difendere la porzion degli stati ad esso Carlo assegnata. Ammonito da _Dragone vescovo_ di Metz suo fratello di perdonare al figliuolo _Lodovico_, volentieri protestò di farlo, ma con ordine agli astanti di avvisarlo che riconoscesse i suoi falli, e massimamente quello di aver condotto il padre a morirsi di dolore. Finalmente in mezzo alle orazioni de' sacerdoti, con somma umiltà e rassegnazione passò a miglior vita nel dì 20 di giugno dell'anno presente in età quasi d'anni sessantaquattro, e il corpo suo fu seppellito nella basilica di santo Arnolfo di Metz: principe glorioso per l'insigne suo amore e zelo della santa religione e della disciplina ecclesiastica, per la premura della giustizia, per la costanza nelle avversità, per la munificenza verso i poveri e verso il clero secolare e regolare: principe che non ebbe pari nella clemenza e nella mansuetudine, ed in altre virtù, per le quali si meritò ben giustamente il titolo di _Pio_; ma stranamente sfortunato ne' figliuoli del primo letto, tutti ingrati a così buon padre, cui fecero provar tanti affanni, e troppo amante della seconda moglie e dell'ultimo dei figliuoli, onde ebbero origine tanti sconcerti, de' quali s'è fatta menzione. Allorchè succedette la morte del padre, stava _Lottario_ imperadore in Italia, ed avvisato di quel funesto avvenimento, spedì tosto, secondo la testimonianza di Nitardo[996], dei messi per tutta la Francia, con far sapere ch'egli a momenti andrebbe a posseder l'imperio, un pezzo fa a lui assegnato, con promessa di confermare, anzi d'accrescere a cadauno i governi, i benefizii e gli onori che prima godevano, e con varie minacce ai disubbidienti. Diede egli principio ad un'epoca nuova, che s'incontra spesso ne' suoi diplomi. Poscia si accostò alle Alpi; ma prima d'inoltrarsi volle sapere come fossero disposti gli animi dei nobili e de' popoli oltramontani. Nulla meno meditava l'ambizioso principe che di assorbire tutta la monarchia dei Franchi, senza curarsi delle promesse e dei giuramenti fatti al padre. Colla spedizione di alcuni ambasciatori al _re Carlo_ suo fratello, ch'era passato in Aquitania, si studiò di addormentarlo, con ispacciarsi pronto a mantenere quanto dianzi egli avea promesso, ma con pregarlo che per allora desistesse dal perseguitare _Pippino II_ figliuolo del defunto _Pippino_ re dell'Aquitania. Il primo nondimeno a cominciar la nuova tragedia fu _Lodovico re di Baviera_ suo fratello. Questi colla sua armata venne ad occupar gli stati assegnati dal padre all'imperador Lottario nella Germania, ed arrivò sino a Vormazia, dove lasciata guarnigione, attese a conquistar altri paesi. Intanto passò Lottario le Alpi colle sue truppe, e trovò gran concorso di gente che venne a riceverlo. Cacciò da Vormazia il presidio di Lodovico, e continuò il viaggio sino a Francoforte. A fronte sua in quelle vicinanze comparve con tutte le sue forze anche Lodovico, e s'era per venire ad un fatto d'armi; ma Lottario propose una tregua sino al dì undici di novembre, in cui si farebbe un abboccamento fra loro, e si tratterebbe di concordia; e, mancante questa, si deciderebbe coll'armi l'affare, e così si restò. Erano i disegni di Lottario di guadagnar questo tempo, per la speranza di poter frattanto occupare gli stati di Carlo suo fratello, creduto per la sua età non molto atto a difendersi; nè mancò di dar buone parole agli ambasciatori mandati da esso Carlo per precedenti capitolazioni, promettendogli dal canto suo quella fedeltà ed ubbidienza che dee un fratello minore al maggiore. Ma non curante Lottario de' giuramenti, poco stette a passar la Mosa e ad entrar negli stati di Carlo. Arrivato alla Senna, cioè verso Parigi, _Gerardo_ conte governatore di quella città, _Ilduino abbate_ di s. Dionisio, e _Pippino_ figliuolo del già re d'Italia _Bernardo_, per paura di perdere i lor beni e governo, andarono a sottomettersi a lui.
Questi favorevoli avvenimenti servirono a gonfiar maggiormente l'animo di _Lottario Augusto_, e tanto più perchè la sua armata andava di dì in dì crescendo; il duca e i popoli della Bretagna si dichiararono in suo favore, _Pippino II_ pretendente il regno d'Aquitania, benchè più di una volta messo in fuga dal _re Carlo_, valorosamente sosteneva la guerra, e se l'intendeva con esso imperador Lottario. Contuttociò Carlo animato dai suoi fedeli, con quelle milizie che potè aver dalla sua, venne a postarsi ad Orleans, nel mentre che Lottario meditava di avanzarsi alla volta del fiume Loire. Bastò questo a fermare i passi di Lottario, ancorchè troppo superiore di forze. Andarono innanzi e indietro de' mediatori per trattar qualche accordo, e si conchiuse per allora una tregua, consentendo Lottario di lasciare a Carlo l'_Aquitania_, la _Settimania_, la _Provenza_, e dieci _contadi_ tra la Senna e la Loire, a condizione che nell'anno susseguente si terrebbe una dieta in Attigny, dove si stabilirebbe una piena pace e concordia. Fu accettato dai baroni del re Carlo questo per altro disgustoso ripiego, per salvare il lor principe in sì grave pericolo di perdere tutto. Sicchè, per attestato degli antichi Annali de' Franchi[997], Lottario sul fine del corrente anno restò padrone della Francia orientale, di Parigi, della Alamagna, Sassonia e Turingia, e fu riconosciuto per signore anche dai popoli della Borgogna, o almeno da una parte di essi. Per attestato del Dandolo, _Pietro_ doge di Venezia spedì Patricio suo inviato all'imperadore Lottario, ed ottenne per cinque anni la conferma de' patti già stabiliti fra il suo popolo e i vicini sudditi dell'imperio, fra' quali erano i _Comacchiesi_, _Ravegnani_ ed altri; e fece distinguere i confini del suo ducato nelle terre del regno d'Italia, secondo l'accordo, già fatto fra Paoluccio doge e Marcello maestro de' militi de' Veneziani. Parimente _Sicardo abbate_ di Farfa ottenne da esso imperadore un riguardevole privilegio rapportato nella Cronica di quel monistero[998] colla seguente data: _XVIII kalend. januarii, anno, Christo propitio, imperii, domni Lotharii pii imperatoris in Italia XXI, in Francia I, Indictione III. Actum Caliniaco, villa comitatus cabillonensis._ Di qui abbiamo dove dimorasse Lottario verso il fine dell'anno. Vedemmo nell'anno addietro, dopo _Sicardo_, creato principe di Benevento _Radelgiso_: tempo è ora di raccontare ciò che appresso ne avvenne. Abbiamo dall'Anonimo salernitano[999] che gli Amalfitani, già passati ad abitare in Salerno, udita che ebbero la morte di esso Sicardo, fatta insieme una congiura, mentre nel mese di agosto i principali di Salerno villeggiavano pe' loro poderi, diedero il sacco a varie chiese e case di Salerno, e poi tutti carichi di bottino tornarono ad abitare la desolata lor patria di Amalfi. Intanto il nuovo principe Radelgiso, non fidandosi di _Dauferio_ soprannominato _muto_, o pure, come scrive Erchemperto[1000], _balbo_ dall'impedimento della lingua, perchè suocero dell'ucciso principe Sicardo, il mandò in esilio co' suoi figliuoli, appellati Guaiferio e Maione. Erchemperto dice ch'erano quattro, cioè Romoaldo, Arigiso, Grimoaldo e Guaiferio; e pare, secondo lui, che mal animati contra del nuovo principe, spontaneamente si ritirassero da Benevento per fare delle novità. O sia che questi andassero ad abitare nel contado di Nocera, e di là segretamente scrivessero ai Salernitani; o pure che passati a Salerno, a dirittura trattassero con quel popolo: la verità è che ordirono coi Salernitani un trattato di cavar dalle carceri di Taranto _Siconolfo_ fratello dello estinto Sicardo. Tirarono i Salernitani dalla sua anche gli Amalfitani, e scelti dell'uno e dell'altro popolo i più scaltri, gl'inviarono a Taranto. Finsero costoro di essere mercatanti, seco portando varie merci da vendere; e girando per le strade di quella città, ch'era allora ricchissima, perchè non per anche presa dai Saraceni, quando furono in vicinanza delle carceri, cominciarono ad alta voce a dimandare chi volesse dar loro alloggio per la notte: segno che in quei tempi erano poco in uso le osterie pubbliche, come ai dì nostri, e per questo si mettevano dappertutto spedali per gli pellegrini. Gl'invitarono i carcerieri nella loro abitazione, nè altro che questo bramava l'astuta brigata. Fatta comperare buona quantità di vin generoso e varii cibi, ubbriacarono i carcerieri, e dopo averli veduti immersi nel sonno, trovarono la maniera di entrar nella prigione e di trarne _Siconolfo_. Secondo Erchemperto, questi per qualche tempo si tenne ascoso presso di _Orso conte di Consa_, che era suo cognato; poi quando se la vide bella, passò a Salerno, dove da quel popolo e da quei d'Amalfi fu proclamato per loro principe. Accadde ne' medesimi tempi, cioè, a mio credere, nell'anno precedente, che _Radelgiso principe_ regnante di Benevento, avendo conceputo dei sospetti contro di Adelgiso figliuolo di Roffredo, e veggendolo venire a palazzo accompagnato da una schiera di molti giovani, montò in collera, e ordinò alle sue guardie di gittarlo giù dalle finestre. Lo ordine fu eseguito. _Landolfo conte di Capua_, segreto fautore di Adelgiso, trovandosi presente a questo spettacolo, finse di essere sorpreso da un dolore, e licenziatosi dal principe, se n'andò via mostrando gran difficoltà di reggersi in piedi. Montato poi a cavallo con quanta diligenza potè se ne tornò a Capua, e ribellatosi si fortificò nella città di Sicopoli, e fece stretta lega con _Siconolfo_, il quale seppe ancora unire al suo partito i conti di Consa e di Aggerenza, ed altri signori. Stabilì eziandio Landolfo pace e lega coi Napoletani, che non si fecero pregare per vendetta dei principi di Benevento, dai quali aveano ricevuto tante molestie e danni. E questo fu il principio della decadenza dell'insigne ducato beneventano, perchè in tale occasione venne poi esso a dividersi in tre diverse signorie, cioè nei principi di Benevento, in quei di Salerno e ne' conti di Capua. Nè si dee tacere che, per attestato di Erchemperto, prima ancora che Siconolfo entrasse a comandare in Salerno, quel popolo dovea aver mossa ribellione contra di Radelgiso, ad istigazione probabilmente di Dauferio e de' suoi figliuoli. Perciocchè avendo Radelgiso spedito un certo Adelmario, o Ademario, a Salerno, per guadagnare e ricondurre esso Dauferio alla sua ubbidienza, non solamente nulla fece di questo, ma segretamente unitosi con Dauferio e coi Salernitani, manipolò una solenne burla allo stesso Radelgiso: cioè lo invitò a venir sotto Salerno, facendogli credere di aver disposte le cose in maniera, che gli sarebbe facile il prendere la città. V'andò Radelgiso con un picciolo esercito, e si attendò fuori di Salerno; ma eccoti all'improvviso uscir di Salerno il medesimo Adelmario coi figliuoli di Dauferio e col popolo, e così fieramente dar addosso ai Beneventani, che ne uccisero molti, e gli altri ebbero bisogno delle gambe. Radelgiso stesso ebbe per grazia di potersi salvar colla fuga, avendo lasciato un ricco bottino ai Salernitani, alle porte de' quali non gli venne più voglia di andar a picchiare. Forse questo fatto non appartiene all'anno presente.
NOTE:
[994] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[995] Annales Francor., Fuldenses., Metens. Bertiniani, etc.
[996] Nithardus, Hist. lib. 1.
[997] Annales Francor. Metenses., Fuldenses, etc.
[998] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[999] Anonym. Salernitan., Paralipomen., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1000] Erchempertus, c. 14, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXLI. Indiz. IV.
GREGORIO IV papa 15. LOTTARIO imper. 22, 19 e 2.