Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 52
Tutte le applicazioni dell'_imperadrice Giuditta_, siccome abbiam detto, erano per ottenere al figliuolo suo _Carlo_ una ricca porzion di stati in retaggio. E in fatti nell'anno presente gli riuscì di fargli assegnare dall'Augusto suo consorte la Neustria, cioè un tratto vastissimo di paese, le cui città son tutte annoverate da Nitardo[971] e dagli Annali bertiniani[972]. Parigi era fra queste. Tutti que' vescovi e popoli gli giurarono fedeltà. Crede il Baluzio[973] che sia da riferir qui la divisione de' regni espressa in un capitolare da lui pubblicato fatta da _Lodovico imperadore_ fra i tre minori suoi figliuoli, ad esclusion di _Lottario_; ma non concorda col racconto degli storici quell'atto, nè il paese che si dice loro assegnato. Se crediamo all'Annalista bertiniano, questo assegno di stati al giovinetto Carlo seguì, _adveniente atque annuente Ludovico_ (re di Baviera) _et missis Pippini_ (re d'Aquitania) _et omni populo, qui praesentes in Aquis palatio adesse jussi fuerant_. Ma lo autore della vita di Lodovico Pio[974] e Nitardo, autori contemporanei, ci assicurano che _Lodovico_ e _Pippino_, figliuoli di esso Augusto, udita che ebbero tanta esaltazione del minore lor fratello _Carlo_, se ne risentirono forte, e seguì ancora un abboccamento fra loro per cercar le vie di disturbare il già fatto. Ma o per qualche riverenza al padre, oppure perchè conobbero talmente disposte le cose da non poterle mutare, si tacquero, e fecero vista che loro non dispiacesse la risoluzion presa dall'Augusto lor genitore. Aveva già quattordici anni il suddetto principe _Carlo_, o, per dir di meglio, li avea già compiuti; laonde per testimonianza di Nitardo, l'imperador suo padre gli diede la corona regale. Intanto i Normanni sempre più cominciavano ad insolentir contro la Francia, e nell'anno presente appunto commisero molti ammazzamenti, e fecero gran bottino nella Frisia. Questo fu il motivo per cui Lodovico Pio non potè eseguire il desiderio e disegno suo di passare a Roma. Nella Pasqua ancora di quest'anno si lasciò vedere una cometa, descritta dall'autore anonimo della vita di esso imperadore, il quale non potè celare il suo sospetto al medesimo autore, che quello fosse un presagio della sua morte, secondo la volgare credenza. Tuttavia si fece animo, e servì a lui questo fenomeno per abbondar di limosine in favor de' canonici e dei monaci, per accrescere le orazioni, e darsi ad atti di carità e religione. Sappiamo parimente dagli Annali bertiniani che nell'anno presente l'_imperador Lottario_ fece fortificar le chiuse dell'Alpi con sodissime mura. Dio sa, qualora l'Augusto suo padre avesse veramente impreso il viaggio di Roma, come sarebbe stato ricevuto dal figliuolo, che tuttavia si mostrava sì alterato e malcontento di lui. Noi troviamo esso Lottario Augusto nel dì 3 di febbraio di quest'anno nel monistero di Nonantola sul modenese, dove egli concedette a que' monaci la facoltà di eleggersi il loro abbate. Il diploma si vede _Actum Nonantula III nonas februarii anno Domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV_, senza punto farvi menzione dell'imperador Lodovico suo padre[975]. Dice di aver loro conceduto questo privilegio, perchè _dum nos caussa orationis monasterium adissemus Nonantulae tantamque devotionem divino munere ibidem in divinis cognovissemus_, sperava che le orazioni di que' monaci gioverebbono alla stabilità del suo regno e alla perpetua sua felicità.
Poco potè godere del ricuperato suo governo _Giovanni_ doge di Venezia[976], perciocchè, formata contra di lui una congiura, fu preso nella chiesa di s. Pietro, dove egli s'era portato nel dì della sua festa, e tagliatagli la barba e i capelli, fu per forza fatto ordinar cherico nella chiesa di Grado, dove a suo tempo terminò la carriera de' suoi giorni. In luogo suo fu dal popolo alzato al trono ducale _Pietro_ cognominato _Tradonico_, originario di Pola, ed allora abitante in Rialto, il quale dopo non molto tempo ottenne dal medesimo popolo che _Giovanni_ suo figliuolo fosse dichiarato collega nel ducato. Per attestato di Giovanni Diacono, autore contemporaneo, a _Buono_ console, ossia duca di Napoli, uomo cattivo, mancato di vita nell'_indizione XII_, cioè nell'anno 834, succedette in quel dominio Leone suo figliuolo. Ma questi, appena passati sei mesi, fu abbattuto e scacciato da Andrea suo suocero, il quale si fece eleggere _console_. Cavò egli di prigione il già carcerato _Tiberio_ vescovo, e il confinò sotto buona guardia in una camera davanti alla chiesa di s. Gennaro. Ora avvenne che _Sicardo_ principe di Benevento, non men di quel che facesse _Sicone_ suo padre, mosse aspra guerra ai Napoletani. Andrea, non avendo altro ripiego per salvarsi, mandò in Sicilia a far venire una grossa flotta di Saraceni. Allora Sicardo intimorito diede ascolto ad un trattato di pace, per non poter di meno, e restituì tutti i prigionieri ad Andrea. Ma non sì tosto furono partiti verso la Sicilia i Saraceni, che Sicardo ruppe la pace fatta, e più che mai si diede a perseguitare il popolo e la città di Napoli. Racconta l'Anonimo salernitano[977], che la rottura fra Sicardo e i Napoletani procedette dall'avere il duca di questi ultimi differito di pagare al primo i tributi secondo le convenzioni precedenti. Però infuriato Sicardo, nel mese di maggio dell'anno 856, come consta dalla vita di _santo Anastasio vescovo_ di Napoli[978], si portò con tutte le sue forze all'assedio di Napoli, e per tre mesi diede il guasto al paese, e ne asportò i corpi de' santi e gli ornamenti delle chiese. Era già a mal partito il popolo della città, specialmente per mancanza di viveri, quando si pensò alla maniera di placare lo sdegnato principe loro nimico. Spedirono dunque nel mese di luglio un monaco di buona fama, il quale arrivato alla tenda di Sicardo, subito ch'egli spuntò, s'inginocchiò piangendo a' suoi piedi, con chiedere misericordia per i suoi concittadini, e fargli credere ch'essi non avrebbono difficoltà ad arrendersi. Intenerito Sicardo, ordinò a Roffredo suo favorito di entrare nella città per vedere se aveano pur voglia di sottomettersi. Ammesso, diede una girata per Napoli, ed avendo osservato nella piazza una picciola montagna di grano, ne dimandò il perchè. Gli fu risposto, che avendo le lor case piene di frumento, il rimanente lo aveano gittato colà; ma quella montagna non era che di sabbia, sulla cui superficie aveano fatta una coperta di grano, il quale già cominciava a rinascere. In questa maniera restò deluso Roffredo. La comune credenza nondimeno fu che i Napoletani il regalassero d'alcuni fiaschi creduti di vino, ma pieni di soldi d'oro, che fecero secondo il solito, un mirabile effetto; perchè Roffredo con significare a Sicardo la gran quantità di grano da lui osservata nella città, il trasse a contentarsi d'una capitolazione, in cui i Napoletani salvarono la lor libertà, ma con obbligarsi al puntual pagamento del tributo al principe di Benevento. La carta dell'accordo scritta nell'indizione 14, cioè nell'anno precedente, è fatta con _Giovanni vescovo_ eletto di Napoli, e con _Andrea_ maestro de' militi, ossia duca di quella città; e tuttavia si conservava ai tempi dell'Anonimo suddetto nell'archivio della città di Salerno; e per buona ventura parte d'essa è stata pubblicata da Camillo Pellegrino, scrittore diligentissimo e giudizioso della storia dei principi longobardi. Da essa apparisce che Amalfi e Sorrento erano allora città sottoposte al ducato di Napoli e quivi si leggono varii riti considerabili per l'erudizion di quei tempi. Ma, siccome dissi, non durò gran tempo questa pace e convenzione, e forse in quest'anno Sicardo ricominciò di bel nuovo a far delle prepotenze contro dei Napoletani, e in fine ripigliò l'armi contro la loro città. Potrebbe anch'essere ch'egli in quest'anno occupasse la città d'Amalfi; del che parleremo all'anno 839. Anche l'autore della vita di santo _Antonino abbate_ di Sorrento[979] fa menzione (senza accennarne l'anno) dell'assedio di Sorrento, fatto dal medesimo Sicardo. Se vogliam prestar fede a quello storico, egli se ne ritornò, perchè il santo abbate apparendogli in sogno, non solamente lo sgridò, ma gli lasciò anche un buon ricordo con delle bastonate. Che i santi vogliano o possano venire dal paradiso in terra per menare il bastone, non c'è obbligazione di crederlo fuori delle divine Scritture.
NOTE:
[971] Nithardus, Hist., lib. 1.
[972] Annal. Franc. Bertiniani.
[973] Baluz., Capitular., tom. 1, p. 685.
[974] Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
[975] Antiquit. Ital., Dissert. LX.
[976] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[977] Anon. Salernit., Paralip. P. II, tom. a Rer. Italic.
[978] Vita S. Athanasii Neapolit., Part. II, tom. 2 Rer. Italic.
[979] Acta Sanctor., in Vit. S. Antonini Ab. Surrent.; ad diem 14 februarii.
Anno di CRISTO DCCCXXXVIII. Indiz. I.
GREGORIO IV papa 12. LODOVICO PIO imperadore 25. LOTTARIO imperadore e re di Italia 19 e 16.
A chiunque era del partito del _principe Carlo_ re della Neustria, ma più degli altri all'_imperadrice Giuditta_ sua madre[980], stava continuamente sugli occhi la cadente sanità dell'Augusto consorte, e per conseguente l'apprensione di fiere rivoluzioni dopo la morte di lui, per le quali si vedeva esposta a troppi pericoli la porzion degli stati assegnati ad esso Carlo dal padre. Temevano tutti dei due fratelli _Pippino_ e _Lodovico_ troppo ingordi, e troppo confinanti coi loro regni a quello di Carlo. Concorsero dunque tutti in un parere: cioè, che era il meglio di guadagnare l'Augusto _Lottario_, se pure egli voleva dar mano ad un trattato, e di formare una lega fra Carlo e lui, bastando ciò per tenere tutti gli altri in briglia. A tal fine spedirono dei messi a Lottario, con rappresentargli che l'avrebbono rimesso in grazia dell'imperador suo padre, ed inoltre Carlo avrebbe partito con lui l'imperio, a riserva della Baviera. Assaporata questa proposizione da Lottario, gli parve assai dolce; nè perdè tempo a mettersi in viaggio alla volta di Vormazia, dove era l'imperador suo padre[981]. Giunto colà si gittò ai suoi piedi in presenza di tutti, con chiedere perdono del passato: fu accolto con tutto amore, trattati i suoi domestici con lautezza, e in somma ottenne la buona grazia del genitore, con patto di nulla operare in avvenire contro la volontà paterna, nè contro il fratello Carlo. Nel dì seguente il buon imperadore, per mantenere la parola data dai suoi ministri, esibì al figliuolo la licenza di dividere i regni, con dirgli che facendo egli le parti, Carlo eleggerebbe, o pure facendole i ministri di Carlo, potrebbe Lottario eleggere. Per tre di questi dì andò Lottario ruminando l'affare, e in fine mandò a pregare il padre che si compiacesse di far egli la divisione, con riserbare a sè stesso di prendere la parte che maggiormente gli fosse a grado. La fece in fatti l'imperador Lodovico, senza toccar la Baviera; e Lottario si elesse l'una delle parti cominciando dalla Mosa, e gliene fu dato il possesso. A Carlo restò l'occidentale, cioè la Neustria; e in questa maniera seguì buona unione fra essi fratelli. A riserva di Lodovico re di Baviera, che si alterò forte all'udir questa unione, i popoli ne mostrarono un sommo giubilo. Poscia Lottario, dopo aver ricevuto dal padre molti regali e la benedizione paterna, lieto se ne tornò in Italia. Così Nitardo e l'autore della vita di Lodovico Pio. Ma gli Annali bertiniani[982] imbrogliano qui la storia con riferir questo fatto all'anno seguente. Siam nondimeno tenuti a quell'autore, perchè specifica le parti toccate in quella divisione ai suddetti due fratelli. Lottario, oltre all'Italia, che già era in sua mano, comprendeva la Provenza di qua dal Rodano sino al contado di Lione, e stendendosi pel corso della Mosa fino al mare, abbracciava la valle d'Aosta, i Vallesi, gli Svizzeri, i Grigioni, l'Alsazia, l'Alamagna, ossia la Svevia, l'Austrasia, la Sassonia, l'Olanda, la Frisia ed altri ampii paesi. Ma sì vasto dominio non ebbe effetto col tempo. Io non so bene se appartenga all'anno presente ciò che hanno i suddetti Annali bertiniani, con dire che sul principio della quaresima si fece un abboccamento alle Chiuse d'Italia tra i due fratelli _Lottario_ Augusto e _Lodovico_ re di Baviera; il che diede gran gelosia all'imperadore loro padre. Chiamato perciò Lodovico a Nimega, seguì fra loro qualche altercazion di parole, e finalmente fu costretto il figliuolo a restituire al padre tutto quello che egli aveva usurpato, cioè l'Alsazia, la Sassonia, la Turingia, l'Austrasia e l'Alamagna: e però potè nell'anno presente l'imperador Lodovico assegnare queste contrade al figliuolo Lottario. Ma non si vede il motivo per cui da sole parole s'inducesse il figliuolo di Lodovico a far quella cessione, e qui v'ha delle tenebre. Ora, dacchè fu stabilita la concordia d'esso Lottario col padre e con Carlo suo fratello (se pure non fu prima, essendo ancor qui confusa la storia) eccoti giugnere la nuova che _Pippino re di Aquitania_, altro lor fratello, era stato da immatura morte rapito. Perchè nell'aggiustamento poco fa descritto si truova assegnata al re Carlo l'Aquitania, par molto probabile che questo seguisse dappoichè s'intese la morte di esso Pippino. Non ostante poi che tra Lodovico Pio e il figliuolo Lottario fosse stabilita la riconciliazione suddetta, pure sembra che _Bonifazio II_ conte di Lucca e marchese della Toscana non ricuperasse peranche il governo di quella provincia e città; perciocchè da una carta di quest'anno, accennata dal Fiorentino[983], si raccoglie che _nell'anno XXV di Lodovico, nel XVI di Lottario imperadori, nell'indizione prima_, cioè nell'anno presente, fu fatto in Lucca un atto giudicatorio in favore della chiesa di s. Frediano _per Aghanum comitem ipsius civitatis, et Christianum venerabilem diaconum missos domini Lotharii_. L'essere questo _Agano_ stato conte ossia governatore di Lucca nell'anno presente, e il trovarsi egli quivi parimente nell'anno 840, esercitante giurisdizione insieme con _Rodingo vescovo_ e _Maurino conte_, messi imperiali, come consta da un altro documento lucchese, serve a noi d'indizio che _Bonifazio II_, dianzi conte di Lucca, e probabilmente ancora della Toscana, seguitasse ad essere privo della grazia di Lottario e del suo governo, se pur egli non era già mancato di vita.
NOTE:
[980] Nithardus, Hist. lib. 1.
[981] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.
[982] Annales Franc. Bertiniani.
[983] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
Anno di CRISTO DCCCXXXIX. Indiz. II.
GREGORIO IV papa 13. LODOVICO PIO imperadore 26. LOTTARIO imperadore e re di Italia 20 e 17.
Pacificò bensì l'_imperador Lodovico_ ed unì per quanto potè i due suoi figliuoli _Lottario_ e _Carlo_, con isperanza che tal unione terrebbe in briglia _Lodovico re di Baviera_ dopo la sua morte[984]. Ma questi sdegnato non poco per la divisione sopraccennata di stati, non volle aspettar tanto a risentirsene. Nella quaresima dell'anno presente, uscito egli in campagna con quante forze potè, occupò tutta la parte della monarchia franzese di là dal Reno. A tale avviso l'imperadore suo padre, raunato un poderoso esercito, marciò incontro al figliuolo ribello, passò il Reno a Magonza, e dappoichè col fermarsi ebbe maggiormente ingrossata l'armata sua, continuò il viaggio per andare a fronte della nemica[985]. Ma accadde che le milizie della Sassonia, Franconia, Turingia ed Alamagna, che s'erano poste sotto le insegne del giovane Lodovico, non solamente abbandonarono lui, ma vennero a schierarsi all'ubbidienza dell'Augusto suo genitore: colpo che fece ritirar nella Baviera disingannato e confuso lo sconsigliato principe suo figliuolo. Ma il buon imperadore, non mai dimentico d'essere padre, mandò a chiamarlo; ed egli, veggendosi al disotto, benchè a suo dispetto, v'andò. Lo accolse Lodovico Augusto con aria di sdegno, e sulle prime lo sgridò, ma poi con amorevoli parole gli parlò e gli perdonò: dopo di che lasciollo tornare in Baviera, con avere ricuperato tutto il paese perduto. E qui è più probabile che accadesse quanto abbiamo inteso di sopra dagli Annali bertiniani intorno alla cessione fatta dal giovane Lodovico al padre. Dagli stessi Annali abbiamo sotto quest'anno il racconto di questa guerra. Nel maggio del presente anno vennero a trovar l'imperador Lodovico, dimorante in Ingeleim, gli ambasciatori di _Teofilo imperadore dei Greci_, che gli presentarono varii regali e una lettera assai cortese. Secondo i suddetti Annali bertiniani, d'altro non trattarono, se non di confermar l'amicizia e lega che passava fra i due imperii. Ma Costantino Porfirogenneta[986] attesta che il principal motivo di tale spedizione fu per chiedere soccorso all'imperador latino contra dei Saraceni che aveano occupate le isole di Creta e di Sicilia, e varie città dell'Asia, con aver inoltre dato varie rotte a più d'un esercito di Greci spedito contra di loro. Non si mostrò Lodovico Augusto alieno da questa impresa; ma essendo mancato di vita _Teodosio patrizio_, capo di quella ambasciata nel presente anno, e nel susseguente lo stesso imperadore de' Greci, si sciolse in fumo tutto il trattato. Intanto per la morte del _re Pippino_ era tutto in confusione il regno di Aquitania. Lodovico Pio fece tosto intendere a que' popoli, che per concessione sua quelle contrade erano state aggiunte al regno di Carlo, minimo tra i suoi figliuoli. Ma di Pippino erano restati due figliuoli maschi leggittimi, cioè _Pippino II_ e _Carlo_; e una parte di que' popoli avea già acclamato per re lo stesso Pippino II, perchè primogenito del re defunto: l'altra parte si trovò favorevole al re Carlo. Perciò l'imperador Lodovico, per sostenere gl'interessi dell'amato figliuolo, mosse l'armi nell'autunno contra del nipote Pippino, prese qualche fortezza, e tirò nel suo partito alquanti di que' nobili. Ma l'esercito suo infestato dalle febbri, e faticato dalle scorrerie de gli Aquitani, giacchè cominciava ad inasprirsi la stagione, stimò meglio di ritirarsi e di passare ai quartieri di verno. Si sforza l'autore[987] della vita di Lodovico Pio d'inorpellare questa sua spedizione contro i figli di un suo figliuolo, con dire che non erano atti al governo i due figliuoli di Pippino per la loro età, e che que' popoli tumultuanti aveano bisogno di un buon braccio per essere regolati. Ma niuno lascerà di conoscere e di dire che non fa onore alla memoria di questo imperadore l'aver voluto spogliare de' loro stati e diritti que' principi per ingrandir maggiormente il proprio figliuolo Carlo, già provveduto di una nobilissima porzione di stati. Il troppo amore, ch'egli portava a questo suo Beniamino, gli dovette ben chiudere gli occhi, e gli orecchi, per non vedere nè ascoltare in tal congiuntura le leggi della giustizia.