Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 50

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Secondo gli Annali bertiniani[932], sul principio di febbraio dell'anno presente fu in Aquisgrana tenuta una general dieta, dove si presero le risoluzioni convenienti intorno a coloro che aveano cospirato contro di Lodovico Pio. Furono tutti concordemente giudicati incorsi nella pena della testa. Ma il buon imperadore volle che la clemenza andasse innanzi alla giustizia, con decretare ai laici il farsi monaci, e ai monaci la relegazione in qualche monistero. Cadde questo lieve gastigo sopra i tre abbati suddetti _Ilduino_, _Elisacaro_ e _Walla_. _Jesse_ vescovo di Amiens fu deposto. Altri vescovi ed ecclesiastici spontaneamente elessero l'esilio con fuggire in Italia, e ricoverarsi sotto la protezion di Lottario. Vi restava da decidere il punto dell'_imperadrice Giuditta_. Sopra di ciò era stato consultato il sommo _pontefice Gregorio_, e la sentenza sua fu che si avesse per nulla ed insussistente la di lei monacazione, e concordi colla santa sede andarono i vescovi di Francia. Però, come scrive Tegano[933], _jubente Gregorio romano pontifice cum aliorum episcoporum justo judicio_ ella sen venne ad Aquisgrana con riassumere gli abiti secolareschi; ma prima le fu prescritto di purgarsi dagli apposti reati. Il che si fece secondo i biasimevoli riti di que' tempi, cioè con esibirsi un campion d'essa pronto a provare la di lei innocenza col duello. E posciachè non comparve accusatore alcuno, fu accettato il di lei giuramento per pruova bastevole della sua onestà. Dopo di che _Pippino_ e _Lodovico_ figliuoli dell'imperadore, lieti per l'accrescimento fatto a' loro domini, ebbero licenza di andarsene l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera. Lottario solo si trovò deluso in mezzo alle sue grandi idee e speranze[934], perciocchè gli convenne contentarsi della sola Italia, con giurare inoltre di non far da lì innanzi novità nella monarchia contro la volontà del padre. A lui più che ad altri era attribuita l'origine e continuazione di sì brutti sconcerti. E cercarono anche di profittarne i suddetti suoi due fratelli, col cominciar cadauno a far broglio per ottenere il primato, cioè il titolo imperiale dopo la morte del padre; ma per questo conto ritrovarono una forte opposizione nei ministri della corte paterna. La verità nondimeno è che Lodovico Pio non trattò sempre da lì innanzi Lottario come collega nell'imperio. Tennesi poi un'altra dieta in Ingeleim sul principio del seguente maggio, dove comparve ancora esso Lottario Augusto, che fu onorevolmente accolto dal padre; ma fra poco ebbe ordine di tornarsene in Italia, perchè non poca apprensione dovea dare a Lodovico lo spirito imbroglione di questo suo figliuolo. Quivi il clementissimo Augusto fece grazia a molti degli esiliati, permettendo ad alcuni di ritornarsene alle lor case, e ad altri anche il rivenire alla corte. In un'altra dieta, che fu nell'autunno seguente tenuta a Tionvilla, si vide comparire _Bernardo duca_ di Settimania, quel medesimo, per cui tanto rumore s'era sollevato nell'anno addietro. Anch'egli si esibì pronto a provar coll'armi le calunniose voci sparse contra di lui; e non essendosi trovato chi si sentisse voglia di prendere questa briga, si venne al giuramento, per cui, nel tribunale del mondo, egli restò bastantemente giustificato. Assisterono a questa dieta due figliuoli dell'imperadore, cioè _Lottario_ e _Lodovico_, e di poi se ne andarono. Ma non v'intervenne già il re _Pippino_. Aspettollo un pezzo il padre, e non veggendolo venire, mandò gente apposta a chiamarlo. Promise Pippino di andarvi, e finalmente sol pochi dì prima del santo natale si presentò all'Augusto genitore, che, a cagion della disubbidienza sua, lo accolse assai freddamente, ed anche lo sgridò. Se ne impazientò il giovine principe, e nel dì 27 di dicembre, senza dire addio ad alcuno, se ne fuggì frettolosamente verso l'Aquitania. E tali erano i portamenti de' figliuoli verso l'infelice Lodovico imperadore lor padre, che declinarono anche in peggio, siccome vedremo. Abbiamo dalla Cronica arabica[935], tratta dal codice di Cambridge e da me ristampata, che in quest'anno riuscì ai Saraceni, dopo aver già fissato il piede in Sicilia, d'impadronirsi della città di Messina. Teodoto patrizio, che per l'imperadore greco, il meglio che poteva, andava contrastando e difficultando le conquiste di quegl'infedeli, restò da loro ucciso in qualche mischia.

NOTE:

[932] Annales Franc. Bertin. et Metens.

[933] Theganus, de Gest. Ludovici Pii, cap. 37.

[934] Nithardus, Hist. lib. 1.

[935] P. II, tom. 2 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCXXXII. Indizione X.

GREGORIO IV papa 6. LODOVICO PIO imperad. 19. LOTTARIO imperadore e re di Italia 15 e 10.

Non senza nuovi affanni passò l'_Augusto Lodovico_ quest'anno ancora a cagione de' suoi figliuoli. L'improvvisa fuga e disubbidienza del _re Pippino_ gli avea trafitto il cuore. Per cercare rimedio a questi disordini intimò una nuova dieta in Orleans[936], dove eziandio furono invitati _Lottario Augusto_ dall'Italia, e _Lodovico re_ dalla Baviera. Ma non andò molto che arrivò nuova come il suddetto suo figliuol Lodovico, messa insieme una poderosa armata di Bavaresi e Schiavoni disegnava d'invadere l'Alemagna, ossia la Suevia e di torla al picciolo fratello _Carlo_ e di passar poscia in Francia per sottomettere al suo dominio tutto quanto quel paese che potesse. Tegano[937] ci vuol far credere mosso questo principe dai consigli di _Lottario_, al quale veniva forse troppo facilmente da alcuni attribuito ogni malanno d'allora. Altri ne fanno autore _Malfrido conte_ di Orleans, a cui l'imperadore avea donata la vita. A tali avvisi non tardò Lodovico Pio a mettere in piedi un grosso esercito di Franzesi e di Sassoni, co' quali marciò contra del figliuolo. Si trovarono a fronte le due armate presso a Vormazia, e parea disposto il figliuolo a venire ad un cimento; ma perchè riconobbe vana la speranza a lui data che passerebbono nel campo suo le soldatesche del padre, e nello stesso tempo il buon imperadore, non mai dimentico che quegli era suo figliuolo, il mandò a chiamare; andò coraggiosamente il giovane Lodovico a trovarlo. Fu dal buon padre benignamente accolto, e con sì amorevoli parole esortato alla pace, che restò dissipato tutto questo nuvolo, ed amendue si separarono con apparenza di grande amore. Non fu già così per l'altro figliuolo _Pippino_. Questi fuggito, come dicemmo, s'ebbe avviso che meditasse anch'egli delle novità; però fu obbligato l'imperador suo padre a mandar ordine perchè sul principio di settembre si facesse la raunanza dell'esercito ad Orleans, dove si portò per tenere la dieta. Colà fu chiamato, e colà finalmente venne, ma contra sua voglia, il re Pippino. Lo sgridò il padre, perchè senza chiedere licenza si fosse ritirato dalla corte nell'anno addietro, e messolo sotto buona guardia, gli comandò di andare a Treveri, e di guadagnarsi il perdono del passato coll'ubbidienza in avvenire. Le promesse del figliuolo furono quali si desideravano da un padre, ma i fatti non corrisposero. Non andò molto ch'egli tornò a fuggire. Il perchè l'imperador Lodovico avendo non poco fondamento che il figliuolo fosse pervertito dai consigli d'alcune malvage persone, e specialmente da _Bernardo duca_ della Settimania, autore in addietro di tanti mali, e dimorante allora in Aquitania, fece citar costui a render conto di sua persona. L'imputazione era di fellonia. Egli elesse la detestabil via del duello per provare l'innocenza sua. Non si venne al combattimento per mancanza di chi volesse uscire in campo contra di lui. Ciò non ostante, egli venne degradato, e liberato il pubblico da sì pernicioso arnese. Presero qui occasione _Lottario Augusto_ e _Lodovico re_ di Baviera di profittare dello sdegno del padre contra del loro fratello _Pippino_[938], con tirarlo a fare un'altra divisione della monarchia in vantaggio d'essi e di _Carlo_, quarto loro fratello; ma questa non ebbe poi effetto. In questi medesimi tempi la Cristianità e l'Italia ebbero di che piagnere, perciocchè, secondo la Cronica arabica[939], riuscì ai Saraceni di forzare alla resa la città di Palermo; con che venne la maggiore e miglior parte della Sicilia sotto il loro giogo. Ne abbiamo anche la testimonianza di Giovanni Diacono[940], che fiorì in questi tempi, e racconta che tutti i Palermitani furono stati schiavi, e che il solo _Luca_ eletto vescovo di quella città, e Simeone spatario dell'imperadore greco con pochi altri ottennero dipoi la libertà. Circa questi tempi ancora diede fine a questa mortal vita _Antonino_ abbate benedettino di Sorrento. Leggesi la breve sua vita pubblicata dal padre Bollando[941], e poi ristampata dal padre Mabillone[942], dove dice ch'egli morì _sexto decimo kalendas martii, consule Probiano_. Non riguarda già questa nota cronologica l'anno di Cristo 471, in cui fu console _Probiano_, ma bensì l'anno presente, o i due vicini, ne' quali _Probiano_ console ossia duca di Sorrento vivea. Ancorchè nulla di riguardevole o per virtù o per miracoli si narri di lui nella vita suddetta, pure in que' tempi barbari egli meritò il titolo di santo e lo si ritien tuttavia in quella città.

NOTE:

[936] Annal. Franc. Bertiniani.

[937] Thegan., de Gest. Ludovici Pii, cap. 39.

[938] Astronomus, in Vita Ludov. Pii.

[939] P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[940] Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol., P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.

[941] Bollandus, in Act. Sanct. ad diem 13 februarii.

[942] Mabill., Saecul. IV Benedict.

Anno di CRISTO DCCCXXXIII. Indiz. XI.

GREGORIO IV papa 7. LODOVICO PIO imperadore 20. LOTTARIO imperadore e re di Italia 14 e 11.

Intorno a questi tempi si può credere accaduto ciò che narra Anastasio bibliotecario[943]. Quasi tutta la Sicilia era già caduta in mano de' Saraceni africani, e cominciarono tosto a provarsi i funesti effetti della maggiore loro vicinanza all'Italia, facendo quei barbari corsari delle scorrerie per tutto il litorale del Mediterraneo. Questa calamità diede molto da pensare al sommo _pontefice Gregorio_, per la giusta apprensione che le città di Porto e d'Ostia potessero un dì restar preda degl'infedeli. Tanto maggiore era la di lui ansietà, perchè se coloro avessero presi quei due luoghi alla sboccatura del Tevere e peggio se vi avessero fermato il piede, Roma non era sicura, o certo correva gran pericolo la venerata basilica vaticana coi corpi de' santi Apostoli, giacchè era essa in questi tempi fuori di Roma. Però il vigilante papa determinò di fabbricare una nuova città nel sito d'Ostia. Vi si portò egli in persona e diede principio con vigore alle mura, che riuscirono alte, con porte ben fortificate, troniere e petriere e con buona fossa all'intorno. Questa nuova Ostia ordinò egli che in avvenire si nomasse dal suo nome _Gregoriopoli_. Cessò di vivere secondo i conti di Camillo Pellegrino[944], nel presente anno _Sicone_ principe di Benevento, il cui epitaffio resta tuttavia e vien registrato nella storia de' principi longobardi del suddetto Pellegrino. Quivi è detto ch'egli regnò _per quinos annos_, anni quindici, i quali dedotti dall'anno 817, ci possono far dubitare che la sua morte accadesse piuttosto nell'anno precedente. Comunque sia, fra le sue lodi si conta ch'egli difese il ducato beneventano dall'ira de' Franchi; assediò vigorosamente Napoli, ed obbligò quel popolo a pagargli il tributo, e di là condusse a Benevento il corpo di san Gennaro vescovo e martire, in onore del quale fabbricò un tempio e fece grandi donativi d'argento. A proposito dell'assedio di Napoli narra Erchemperto[945], aver egli talmente stretta e bersagliata quella città con arieti e mangani, che diroccato un buon pezzo di muro vicino al mare, i Beneventani erano già alla vigilia di entrarvi per forza. Allora il duca di Napoli mandò a trattar della resa per ischivare il sacco, e diede per ostaggio la madre e due suoi figliuoli. Impetrarono i legati che Sicone entrasse solamente nel giorno appresso nella città; ma non v'entrò già egli mai, perchè nella notte stessa i Napoletani alzarono bravamente nella parte smantellata un nuovo muro, e sul far del giorno comparvero sopra di esso coll'armi più che mai risoluti di difendersi. L'Anonimo salernitano[946] aggiugne che fu inviato _Orso_, eletto vescovo di Napoli, ad implorar misericordia e pace da Sicone, il quale, cedendo alle esortazioni e preghiere del prelato, venne ad un accordo; cioè si obbligò il duca napoletano di pagare ogni anno tributo al principe di Benevento. Abbiamo inoltre dal prefato Salernitano che _Landolfo_ seniore conte di Capua per ordine di esso Sicone fabbricò una nuova forte città nel monte Trilisco non lungi dalla medesima città di Capua. Fu pregato Sicone di venirla a vedere e giunto colà chiese parere a' suoi baroni, qual nome si potesse porre a questa nuova città. Tutti ad una voce risposero _Sicopoli_, fuorchè uno il qual disse: piuttosto che Sicopoli, chiamiamola _Rebellopoli_. Montò in collera Sicone a questo motto, e gli dimandò perchè parlasse così. Perchè, disse colui, dappoichè i Capuani hanno un luogo sì ben fortificato, dureran fatica ad ubbidirvi; e questo vi succederà quando non si formi una buona lega d'animi fra i Beneventani e Capuani col mezzo di varii matrimoni. Non cadde in terra questo avvertimento; e Sicone da lì innanzi procurò varie parentele fra que' due popoli. A Sicone defunto succedette nel principato di Benevento _Sicardo_ suo figliuolo, già dichiarato suo collega, principe, al dire di Erchemperto, anch'esso divoratore de' suoi sudditi.

L'anno fu questo in cui si vide una scandalosa rivoluzion di stato, che non si può rammentar senza orrore e senza obbrobrio della Francia e di que' tempi. Tornarono peggio che prima a rivoltarsi contro l'_imperador Lodovico_ i suoi tre maggiori figliuoli _Lottario, Pippino_ e _Lodovico_. Le cagioni di sì fatti abbominevoli movimenti non sono ben registrate dagli storici. Per quel ch'io credo, e per quanto si può dedurre da _Agobardo_[947], celebre arcivescovo di Lione, l'invidia e gelosia di stato rimise l'armi in mano a que' principi dimentichi della riverenza dovuta ad un padre. Si lasciava pur troppo il buon imperadore menar pel naso dalla _imperadrice Giuditta_ loro matrigna, e si può in parte prestar fede a quanto di lei in questo proposito lasciarono scritto Pascasio Ratberto[948] ed Agobardo. Le mire dell'ambiziosa donna tendevano tutte ad ingrandir l'unico suo figliuolo Carlo; e in quest'anno ancora le era riuscito di fargli assegnar l'Aquitania, con levarla al figliastro Pippino, come attesta Nitardo[949], _Aquitania, Pippino demta, Carolo datur, et in ejus obsequio primatus populi, qui cum patre sentiebat, jurat_. Questi passi sì svantaggiosi agli altri figliuoli e il timore di peggio, fecero perdere la pazienza a Lottario, Pippino e Lodovico; e tanto più perchè non mancavano segreti istigatori che malignamente accendevano il fuoco e nulla più desideravano che di veder discendere dal trono il cristianissimo e clementissimo loro monarca. Passata dunque intelligenza fra i tre suddetti fratelli, dopo aver trattato indarno di concordia col padre in lontananza, _Lottario_ dall'Italia, _Pippino_ dall'Aquitania, _Lodovico_ dalla Baviera, marciarono coi loro eserciti per andarlo a trovare in persona. L'Augusto Lodovico, subodorati questi movimenti, anch'egli s'armò come potè, e venne in Alsazia, dove a fronte di lui arrivarono anche i figliuoli, risoluti di dare alla monarchia quel regolamento che al loro senno, o, per dir meglio, alla loro detestabile ambizione parea più proprio. Quel sito acquistò da lì innanzi il nome di _Campo della bugia_, o di _Campo mendace_. Avea Lottario fatto venire d'Italia e condotto seco _papa Gregorio IV_, figurandosi che niun personaggio fosse atto più di lui, siccome padre comune e di tanta autorità, a maneggiar un trattato di pace fra un padre e i suoi figliuoli. Ma fu presa in sospetto dall'imperador Lodovico la venuta del romano pontefice, quasichè egli si fosse unicamente mosso per favorire i disegni del figliuolo Lottario, cioè di chi era arbitro dell'Italia. Fece in oltre delle doglianze perchè egli fosse venuto, senz'averne preventivamente avuto da lui ordine alcuno, ed anche dopo essere venuto, tardasse tanto a lasciarsi vedere da lui. Anzi gli stessi vescovi franzesi del partito d'esso imperador Lodovico, essendosi sparsa voce che il papa per troppa parzialità nudrisse pensiero di scomunicar l'imperadore e i vescovi, se alcun di loro si mostrasse disubbidiente al volere di lui e de' figliuoli di esso Augusto, si lasciarono trasportare all'eccesso con fargli sapere, secondochè narra l'autore della vita di Lodovico[950], _nullo modo se velle ejus voluntati succumbere. Sed si excommunicaturus adveniret, excommunicatus abiret: quum aliter se habeat antiquorum canonum auctoritas._ Finalmente fu permesso al papa di andar ad abboccarsi coll'imperador Lodovico, che il ricevette con poco garbo, e senza la riverenza usata da' suoi maggiori al vicario di Cristo. Per testimonianza di Tegano[951], Gregorio gli presentò grandi e innumerabili regali, si fermò con lui qualche giorno e trattò seco de' correnti scabrosi affari, per quanto si può conghietturare, con tutta onoratezza e vera intenzione di rimettere la buona armonia fra lui e i figliuoli. Da Pascasio Ratberto si può ricavare ch'egli proponeva ed insisteva che stesse salda la _prima division dell'imperio_ fatta dall'imperadore, giacchè l'averla egli guasta, per esaltare il fanciullo quartogenito _Carlo_, avea troppo disgustato i tre maggiori figliuoli. I seguenti successi ci danno a conoscere che o Lodovico Augusto, o i figliuoli non vi vollero acconsentire. Però il papa licenziato si restituì al campo di Lottario, nè gli fu più permesso di tornar a parlare coll'Augusto Lodovico.

Intanto lavoravano sott'acqua i figliuoli tirando a poco a poco con doni o con minacce nel loro partito i seguaci del padre, di modo che non andò molto che esso Lodovico si vide quasi affatto abbandonato dai suoi e costretto a far sapere ai figliuoli che andrebbe alle lor tende, persuadendosi bene che non mancherebbono di rispetto verso di lui e verso la moglie, nè di amore verso il loro fratello Carlo. Andò e fu ricevuto col figliuolo nel padiglione di Lottario, che era il principal promotore di questa esecrabil briga. Allora fu che i tre fratelli si divisero fra loro la monarchia franzese, e si fecero giurar fedeltà dai popoli. Quindi Lottario mandò in esilio l'imperadrice _Giuditta_ in Italia, confinandola nella città di Tortona[952], con promessa giurata fatta al padre di non nuocere al corpo nè alla vita di lei. Fu anche levato da lato dell'imperadore con suo gran rammarico il tanto da lui amato figliuolo _Carlo_ e relegato nel monistero di Prumia nella Germania. _Papa Gregorio_ al vedere cotali sregolate violenze, le disapprovò, nè soffrendogli più il cuore d'essere spettatore di sì brutta tragedia, se ne ritornò malcontento a Roma. _Pippino_ e _Lodovico_ fratelli di Lottario se ne tornarono ai regni loro. Restò l'infelice _Augusto Lodovico_ nelle mani di _Lottario_, il quale, avendo già prese le redini del governo, seco il condusse, come privata persona e a guisa di prigioniere sotto buona guardia, a Soissons, con adoperare intanto emissarii e segrete esortazioni per indurlo a rinunziare spontaneamente l'imperio e a monacarsi, siccome altre volte pareva che avesse avuta intenzione di fare. Per muoverlo più agevolmente, gli fu dato a credere che l'imperadrice avesse già dato l'addio al secolo con prender l'abito monastico, o fosse morta, e che il figliuolo Carlo già fosse tonsurato in un monistero. Ma Lodovico non si arrendè per questo, e tanto più perchè segretamente fu avvertito della falsità di quelle voci, ed esortato a tener forte per quanto potesse lo scettro. Non valendo questi mezzi, si venne al più vigoroso e fu quello di raunare nel mese di ottobre in Compiegne molti vescovi, alla testa de' quali era _Ebbone_ arcivescovo di Reims, fazionario di Lottario, uomo di vil nascita, ma di una crudeltà che non avea pari. Videsi in tal occasione, con vergogna del nome cristiano, empiamente impiegata dai ministri di Dio la santissima religione per ispaventare e detronizzare quel misero principe con indurlo a chiamarsi colpevole delle seguenti imputazioni. Cioè, di aver permessa la morte del re _Bernardo_ suo nipote e fatti monacare per forza i suoi fratelli naturali, tuttochè di ciò egli avesse già fatta penitenza. Di aver contro i giuramenti rotta la divisione da lui già stabilita dell'imperio, ed astretti i sudditi a due contrari giuramenti: dal che erano venuti spergiuri e gravi turbazioni. Di avere in tempo di quaresima intimata al popolo una spedizion generale: cosa che avea cagionata una gran mormorazione. Di aver maltrattato chi dei suoi fedeli era ito ad informarlo dei malanni correnti e delle insidie a lui tese, con cacciarli in esilio e confiscar loro i beni; siccome ancora d'aver cagionato del discredito ai sacerdoti e monaci. Di aver esatto contro la giustizia varii giuramenti da' suoi figliuoli e popoli. Di aver fatto varie spedizioni militari che aveano prodotti tanti omicidii, sacrilegii, adulterii, rapine ed incendii, con oppression de' poveri: mali tutti, de' quali era reo presso Dio. Di aver fatto delle divisioni dell'imperio a capriccio, turbata la pace comune, armati i popoli contra de' suoi figliuoli, in vece di pacificarli coll'autorità paterna e col consiglio de' suoi fedeli. E finalmente d'aver messo a pericolo d'infinite uccisioni i suoi sudditi, quando l'obbligo suo era di procurar loro la salute e la pace. Con questi mal inventati capi di reati diedero que' vescovi ad intendere al piissimo imperadore ch'era scomunicato e che gli era d'uopo di farne penitenza, se voleva salvar l'anima sua. Lasciossi il meschino principe trattar come vollero que' vescovi che aveano venduta la lor coscienza a Lottario, con deporre la spada e le insegne imperiali, e vestirsi di cilicio, e vituperar le sue passate azioni, e con pericolo di verificar l'antico proverbio: _Heroum filii noxae_. Questo bastò a Lottario per credere decaduto il padre: benchè non fidandosi di lui, nè del popolo, seguitasse a tenerlo sotto più rigorosa guardia, senza permettergli di parlare, se non con pochi destinati al di lui servigio. Il popolo, terminata questa scena, se ne tornò tutto confuso e mesto a casa. Lottario si fermò in Aquisgrana quel verno, facendola da padron dell'imperio. _Walla abbate_ di Corbeia, per levarsi da così deforme spettacolo, avea ottenuto da lui di potersi ritirare in Italia, e venuto al celebre monistero di san Colombano di Bobbio, quivi coll'aiuto di Lottario fu eletto abbate. Da un documento veronese pubblicato dal Panvinio e poi dall'Ughelli[953], che fu scritto nell'anno 837 pare che nell'anno presente Lottario Augusto mandasse a Verona _Mario_ (forse nome scorretto) _conte bergense_ (s'ha verisimilmente da scrivere _bergomense_) ed _Eriberto_ vescovo di Lodi, _ut muros qui ad portam, quae dicitur Nova, diruebant, sive in castello, aliisve necessariis locis restituerent_. Dicesi ordinata questa riparazione _eo anno, quando imperator Lotharius cum exercitu in Franciam cum fratribus ad patrem perrexit_.

NOTE:

[943] Anast. Bibliothec., in Vit. Gregor. IV.

[944] Part. I, tom. 2 Rer. Italic.

[945] Erchempertus, Hist., cap. 10.

[946] Anonymus Salernitan., P. II. edit. Peregr.

[947] Agobardus de Comparat. utriusq. Regimin.

[948] Paschasius, Ratbertus in Vit. Walae, lib. 1.

[949] Nithardus, Hist., lib. 1.

[950] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.

[951] Theganus, de Reb. est. Ludovici, cap. 42.

[952] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.

[953] Ughell., tom. 5, Ital. Sacr. de Episcop. Veronens.

Anno di CRISTO DCCCXXXIV. Indiz. XII.

GREGORIO IV papa 8. LODOVICO PIO imperadore 21. LOTTARIO imperadore e re di Italia 15 e 12.