Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 5
Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era allora arcivescovo di Ravenna _Teodoro_, di cui sparla forte nella di lui vita Agnello ravennate, con dire[71] ch'egli tolse al suo clero la quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì ancora le consuetudini dell'arcivescovo _Ecclesio_, e fraudolentemente abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per questo scabroso avvenimento, ricorse a _Teodoro_ patrizio ed esarco, pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole e promesse di correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico, che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione dell'_Autocefalia_, e che con papa _Leone_ successor d'Agatone fece un accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la memoria di questo arcivescovo _Teodoro_: ma forse egli non ebbe altro reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismatico _Mauro_ suo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 che _Gregorio_ esarco d'Italia era succeduto a _Teodoro Calliopa_ in quell'impiego. Girolamo Rossi[72], che non avvertì nella serie degli esarchi il suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedente _Teodoro_ esarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro arcivescovo, s'immaginò ch'esso _Teodoro Calliopa_ continuasse nel governo fino a questi giorni. Ma questo _Teodoro_ fu diverso da _Calliopa_, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino alla chiesa di san Martino confessore, chiamata _Coelum aureum_, e già fabbricata dal re _Teoderico_. Donò tre calici d'oro alla cattedrale. Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme con _Agata_ sua consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello, cominciò a farsi conoscere in Ravenna _Giovanniccio_, così chiamato per la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili ravennati che lo avevano introdotto: _È questi il suggetto che m'avete proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera._ Gli risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte imperiale.
NOTE:
[68] Labbe, Concilior., tom. 6.
[69] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.
[70] Baron., in Martyrologio.
[71] Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.
[72] Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.
Anno di CRISTO DCLXXX. Indizione VIII.
AGATONE papa 3. COSTANTINO Pogonato imp. 13. BERTARIDO re 10. CUNIBERTO re 3.
Fu in quest'anno a dì 5 di novembre aperto il sacro ecumenico concilio sesto, tenuto in Costantinopoli nella sacristia del sacro palazzo in _Trullo_, cioè sotto la _cupola_ maestosa che era in quell'edifizio. Furono nelle prime sessioni prodotte le lettere di papa _Agatone_ e del concilio romano in pruova delle due volontà in Cristo, e _Macario_ patriarca di Antiochia produsse anch'egli i passi dei santi Padri creduti favorevoli ai monoteliti. Cinque sessioni si fecero, e con esse si terminò l'anno, ma non già il concilio, le cui sessioni furono differite sino al prossimo venturo febbraio. In quest'anno, per attestato di Anastasio bibliotecario[73], un'orrida pestilenza afflisse di molto la città di Roma e si provò il flagello medesimo anche in Pavia. E perciocchè chiunque potè se ne fuggì alla campagna e ai monti, nelle piazze della spopolata città di Pavia si vide crescere l'erba. Fu rivelato ad una persona che non cesserebbe quella micidial malattia finchè non fosse posto nella basilica di san Pietro _ad Vincula_ un altare a san Sebastiano. Furono in fatti dalla città di Roma portate le reliquie di san Sebastiano, ed alzatogli un altare nella suddetta basilica di san Pietro: ed allora cessò la peste. Così Paolo Diacono[74], le cui parole han data occasione ad una disputa, pretendendo il Sigonio[75] e il cardinal Baronio[76] che nella basilica romana di san Pietro _ad Vincula_ si ergesse quell'altare; e all'incontro gli scrittori pavesi, che ciò succedesse nella chiesa parrocchiale tuttavia esistente in Pavia di san Pietro _ad Vincula_. E veramente i testi di Paolo dicono che le reliquie di san Sebastiano furono portate _ab urbe Roma_, e non già _ad urbem Romam_, come immaginò il cardinal Baronio che s'abbia quivi a scrivere. Potrebbe essere che circa questi tempi accadesse ciò che narra il suddetto Paolo[77], di _Alachi_ ossia _Alachiso_ duca di Trento. Governava il buon re _Bertarido_ col re _Cuniberto_ suo figliuolo il regno longobardico con tutta amorevolezza e giustizia, facendo godere ad ognuno un'invidiabil pace e tranquillità, quando il suddetto Alachi turbò questo sereno con accendere da lì innanzi un grande incendio, che costò la vita ad assaissima gente. Nacquero contese fra lui e il conte, ossia governatore della Baviera, la cui giurisdizione si stendeva allora pel Tirolo fino alla terra di Bolzano. Si venne all'armi e riuscì ad Alachi di dare una gran rotta ai Bavaresi. Per questa fortunata azione salì forte costui in superbia, di maniera che cominciò a cozzare col proprio re, e ribellatosi contra di lui, si fortificò in Trento. Portossi in persona il re Bertarido con armata mano per gastigare l'insolenza e fellonia di costui, e lo assediò in Trento. Ma uscito un dì all'improvviso fuor della città Alachi con tutta la sua guarnigione, sì furiosamente si scagliò sopra l'esercito regale, che obbligò lo stesso re a menar ben le gambe. Era Alachi amato non poco dal re Cuniberto, a cagion massimamente del suo valore; e ciò gli giovò non poco, che frappostosi il medesimo figlio appresso il re suo padre, tanto fece, che gli ottenne il perdono e rimiselo in sua grazia; cosa nondimeno mal volentieri fatta da Bertarido, perchè ben conosceva il mal umore ed inquieto genio di costui, e desiderava di risparmiare al figliuolo e ai popoli qualche gran malanno, siccome col tempo avvenne. Fu più volte perciò in pensiero di ucciderlo; ma Cuniberto, che si figurava in Alachi una soda fedeltà per l'avvenire, sempre gl'impedì il farlo; anzi non rifinì mai di supplicare per lui, finchè gli ottenne anche il ducato, ossia governo di Brescia, contuttochè reclamasse il padre, con dire al figliuolo che egli andava cercando il proprio malanno, e di aggiugnere lena ad un nemico e traditore. In fatti, dice Paolo, la città di Brescia conteneva e sempre ha contenuto nel suo seno una gran moltitudine di nobili longobardi. E Bertarido, siccome principe vecchio e di molta sperienza, scorgeva, che vedendosi sempre più potente Alachi, potrebbe un giorno costar caro al figliuolo questo accrescimento di potenza. Vedremo a suo tempo ch'egli non s'ingannò ne' suoi timori. Fabbricò in questi tempi esso re Bertarido nella città di Pavia la porta vicina al palazzo, chiamata Platinense o Palatinense, opera di sontuosa e mirabile struttura, per quanto comportava il sapere di questi tempi, che era troppo declinato dal buon gusto de' saggi romani. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, diede fine ai suoi giorni in quest'anno _Grimoaldo II_ duca di Benevento, e a lui succedette in quel ducato _Gisolfo_ suo minor fratello, il qual ebbe per moglie _Viniberta_, ossia _Guiniberta_, che gli partorì _Romoaldo II_. Scrive in fatti Paolo Diacono[78], ch'egli tenne quel ducato solamente _tre anni_. Ma discordando questa cronologia da Anastasio bibliotecario, ne parleremo all'anno 702.
NOTE:
[73] Anast., in Agathone.
[74] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.
[75] Sigon., de Regn. Italiae, lib. 2.
[76] Baron., Annal. Eccl.
[77] Paulus Diacon., lib. 5, cap. 36.
[78] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 2.
Anno di CRISTO DCLXXXI. Indizione IX.
AGATONE papa 4. COSTANTINO Pogonato imp. 14. BERTARIDO re 11. CUNIBERTO re 4.
Furono ripigliate nel dì 12 di febbraio del presente anno le sessioni del concilio sesto generale in Costantinopoli[79]. _Macario_ patriarca d'Antiochia era il principal sostegno del partito de' monoteliti. Costui avea prodotto una gran filza di passi presi dai santi Padri per provare una sola volontà in Cristo nostro Signore. Ma avendo reclamato i legati di papa _Agatone_, cioè _Teodoro_ e _Giorgio_ preti, e _Giovanni_ diacono, con dire che que' passi o erano adulterati, o mal intesi, perchè staccati da altre necessarie parole, oppur detti della volontà competente alla Trinità santissima, ma non già al Figliuolo di Dio incarnato; veramente alle pruove comparve che così era. Fu dipoi prodotta la lettera di papa Agatone, e trovati i passi de' santi Padri in essa addotti per chiaramente comprovanti le due volontà in Cristo; e però _Giorgio_ patriarca di Costantinopoli, che dianzi era in lega con gli eretici, ravvedutosi a questa luce, con tutti i suoi suffraganei si dichiarò per la dottrina della santa romana Chiesa. Macario antiocheno stette fermo e pertinace nella credenza de' monoteliti: e però fu deposto. Quindi passarono i padri a condannare anche i defunti vescovi che aveano sostenuto il monotelismo, e questi furono _Ciro_ patriarca d'Alessandria, _Sergio_, _Pirro_, _Pietro_ e _Paolo_ patriarchi di Costantinopoli. Negli atti che abbiamo di questo concilio, ed in altre antiche memorie, si truova ancora condannato papa _Onorio_, che mancò di vita, siccome vedemmo, nell'anno 658. Intorno a questo punto, cioè se sia vera una tal condanna, o se sieno stati alterati i testi, oppure perchè fosse mischiata in essa sentenza la memoria di questo per altro sì riguardevol papa, hanno disputato non poco i cardinali Baronio e Bellarmino, e varii letterati franzesi, fra' quali ultimamente il Pagi e monsignor Bossuet vescovo di Meaux. Non è del presente mio istituto d'entrare in sì fatte quistioni. A noi basti di sapere, che se il nome di papa _Onorio_ entrò in quella sentenza, certo non fu perchè egli veramente insegnasse o tenesse l'eresia dei monoteliti, ma solamente perchè, usando di troppa connivenza, non la riprovò, nè s'ingegnò di strozzarla sui principii, avendo certamente questa sua maniera d'operare dato un gran coraggio ai fautori di quegli errori.
In questo medesimo anno abbiamo da Teofane[80], che scoperta da _Costantino_ imperadore qualche trama d'_Eraclio_ e _Tiberio_ suoi fratelli per far delle novità in pregiudizio della sua autorità, li degradò. Fin qui nelle date degli atti pubblici si veggono registrati dopo gli anni d'esso Costantino quelli ancora de' suddetti suoi fratelli. Da qui innanzi non vi s'incontra più il loro nome. Godevano bensì del titolo di _Augusti_, ma non doveano impacciarsi nel governo. Il solo _Costantino_ era considerato come _imperador maggiore_, ed essi probabilmente non erano contenti di questa misura d'onore. Abbiam veduto all'anno 670 che questo imperadore, per certa cospirazione scoperta in favore di questi due suoi fratelli, fece loro tagliar il naso. A me si rende verisimile che solamente in quest'anno succedesse la cospirazione e lo sfregio fatto al loro volto e insieme la lor deposizione. Dopo di che l'imperador Costantino dichiarò Augusto e suo collega nell'imperio _Giustiniano II_ suo figliuol primogenito. Abbiamo poi da Anastasio bibliotecario[81] un atto lodevolissimo di questo cattolico imperadore in favor della Chiesa romana. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto l'abuso che il papa nuovo eletto, prima d'essere consecrato, pagasse una somma di danaro al re e imperadore. Forse erano tremila soldi d'oro. Giustiniano e gli altri imperadori greci trovarono introdotta questa utile iniquità, e la continuarono sotto varii colori, che mai non mancano. Ma il pio imperadore Costantino Barbato quegli fu che da questa indebita avania esentò la santa Sede romana, con tener saldo nondimeno, per attestato del medesimo Anastasio, che morendo un papa, fosse ben lecito al clero, nobili e popolo romano di eleggere il successore, ma questi non potesse essere consecrato senza l'approvazione in iscritto dell'imperadore, secondochè portava l'antica consuetudine. Crede il padre Pagi che per qualche tempo addietro gli esarchi godessero l'autorità di confermar l'elezione del nuovo papa senza ricorrere alla corte. Di ciò io non ho veduto buone pruove per i tempi addietro.
NOTE:
[79] Labbe, Concilior., tom. 4.
[80] Theoph., in Chronogr.
[81] Anastas., in Agathone.
Anno di CRISTO DCLXXXII. Indizione X.
LEONE II papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 15. BERTARIDO re 12. CUNIBERTO re 5.
Fu quest'anno l'ultimo della vita di papa _Agatone_, sapendosi ch'egli fu chiamato da Dio ne' primi giorni di gennaio. Le sue virtù e i benefizii prestati alla Chiesa di Dio meritarono ch'egli fosse messo nel ruolo de' santi. Per più mesi stette vacante la cattedra apostolica, e finalmente _Leone II_, di nazion siciliano, personaggio di non minori doti ornato, fu consecrato papa, per quanto crede il Pagi, nel dì 17 di agosto. Il cardinal Baronio, il padre Papebrochio ed altri hanno stimato più tardi. Ma io mi soglio qui attenere all'esame, fatto il meglio che s'è potuto, della cronologia pontificia dal suddetto padre Pagi. Nota Anastasio bibliotecario[82] che egli fu consecrato da tre vescovi, cioè da _Andrea ostiense_, _Giovanni portuense_ e _Piacentino di Veletri_, perchè vacava allora la Chiesa d'Albano. Queste parole di Anastasio diedero ansa al Sigonio[83] di credere che in addietro l'uso fosse che il solo vescovo d'Ostia consecrasse il papa novello. Ma il padre Mabillone ed altri han dimostrato che anche i precedenti papi furono consecrati da tre vescovi. E sapendo noi che tre vescovi intervenivano alla consecrazione de' metropolitani, quanto più dee ciò credersi del romano pontefice? Convien ora udire l'elogio lasciatoci da Anastasio di esso papa Leone. Era, dice egli, uomo eloquentissimo e sufficientemente istruito nelle divine Scritture; egualmente perito della latina che della greca lingua; ben addottrinato nel canto ecclesiastico e nella salmodia; sottile interprete dei sensi delle sacre lettere; che con grazia e pulizia di dire e con gran fervore esponeva al popolo la parola di Dio, esortava tutti all'amore e alla pratica delle buone opere; amatore de' poveri, al soccorso de' quali con sollecita cura continuamente attendeva. Abbiam già parlato di sopra di _Teodoro_ arcivescovo di Ravenna (chiamato per errore _Teodosio_ dall'Ughelli), e come egli sotto papa Leone II compose le differenze insorte colla Sede apostolica per la vana pretensione dell'autocefalia, ossia della indipendenza dal romano pontefice. Ora il suddetto Anastasio nella vita d'esso papa Leone anch'egli osserva che a' tempi di lui, in vigore d'un ordine e decreto del clementissimo principe Costantino Augusto, fu restituita sotto l'ordinazione del romano pontefice la Chiesa di Ravenna, di modo che ogni nuovo arcivescovo in quella Chiesa eletto avesse da passare a Roma per essere ivi consecrato secondo l'antica consuetudine. Ma perchè vi doveva esser introdotta un'altra consuetudine che dispiaceva ai Ravennati, cioè che il loro novello arcivescovo pagava una somma di danaro in Roma per ottenere il pallio, dal santo pontefice Leone con un decreto, posto nell'archivio della Chiesa romana, restò abolito quest'uso, od abuso. Ordinò poscia il saggio papa che nella Chiesa di Ravenna non si potesse celebrare anniversario, nè messa da morto per l'arcivescovo _Mauro_, siccome persona che pertinace nello scisma era passato all'altro mondo; e per tagliar la radice agli scandali in avvenire, volle che fosse restituito e lacerato l'iniquo diploma dell'autocefalia, che esso Mauro avea carpito all'imperador Costantino, detto Costante, nimico della santa Sede.
NOTE:
[82] Anastas., in Leone II.
[83] Sigon. de Regno Italiae.
Anno di CRISTO DCLXXXIII. Indizione XI.
Sede vacante. COSTANTINO Pogonato imp. 16. BERTARIDO re 13. CUNIBERTO re 6.
Secondo le prove addotte dal p. Pagi, sul principio di luglio del presente anno giunse al fine dei suoi giorni _Leone II_ papa. Intorno al principio e fine di questo pontefice hanno disputato non poco i letterati. Quel che è certo, ebbe ben corta durata il suo pontificato; ma tali e tante dovettero essere le di lui virtù, che meritò d'essere aggregato al catalogo dei santi. Si celebra nella Chiesa di Dio la sua festa nel dì 28 di giugno. Ma questo giorno, se vogliam credere al suddetto Pagi, non è quel della sua morte, credendolo egli passato alla gloria de' beati nel dì 5 di luglio. Stette poi vacante la cattedra di s. Pietro undici mesi e ventidue giorni, per quanto abbiam da varii testi d'Anastasio[84]: però all'anno susseguente appartiene la consecrazion del suo successore. Benchè sia attorniata da molte tenebre l'origine dell'insigne monistero di santa _Maria di Farfa_ nella Sabina, compreso una volta nel ducato di Spoleti, e però sottoposto ai principi longobardi, tuttavia dopo il padre Mabillone[85] sarà lecito anche a me il parlarne in questo sito. Credesi per un'oscura tradizione che fin prima della venuta dei Longobardi in Italia quel sacro luogo fosse edificato e poscia distrutto, quando giunsero in quelle parti i nuovi ospiti longobardi, spiranti allora solamente crudeltà. Verso questi tempi poi capitato colà _Tommaso_ prete di Morienna, uomo di gran santità, si sentì incoraggito da Dio a rimettere in piedi quell'abbandonato monistero. Ma forse più tardi accadde la sua restaurazione, dacchè sappiamo che _Faroaldo II_ duca di Spoleti, il quale governò da lì a qualche tempo quel ducato, fu il principal protettore di questa fabbrica, e vi contribuì con varii doni e spese. L'antica cronica[86] di quell'insigne monistero fu da me pubblicata nella Raccolta degli scrittori delle cose d'Italia. A questi medesimi tempi si può similmente riferire un abbozzo della fondazione d'un altro non men celebre monistero nel ducato di Benevento e nella provincia del Sannio, appellato di s. _Vincenzo di Volturno_. Tuttavia la fabbrica ancora di questo pare che appartenga al principio del secolo susseguente, come si può ricavare dalla cronica d'esso monistero da me parimente data alla luce[87]. Se non tutti, almeno la maggior parte de' Longobardi, abiurato l'arianesimo e l'idolatria, avevano abbracciata la religion cattolica; e però cominciò il monachismo a rimettersi nel primiero vigore in Italia con lo ristabilimento degli antichi monasteri, e colla fondazion di nuovi, ne' quali si rimiravano luminosi fanali di pietà e santità cristiana. Fioriva in questi tempi la disciplina monastica nella Francia, nell'Inghilterra e nell'Irlanda. Servirono quegli esempli a rinnovarla in Italia.
NOTE:
[84] Anastas., in Leone II.
[85] Mabill., Annal. Benedict., lib. 17, cap. 20.
[86] Chronic. Farfense, part. II, tom. 2 Rer. Italic.
[87] Chronic. Vulturnense, part. II, tom. 1. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCLXXXIV. Indiz. XII.
BENEDETTO papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 17. BERTARIDO re 14. CUNIBERTO re 7.