Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 49

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Abbiamo ancora dagli Annali dei Franchi[916] che nell'anno presente _Bonifazio II_, conte di Lucca, del quale abbiam parlato di supra all'anno 823, e a cui l'imperadore avea dato il carico di difendere l'isola di Corsica dalle incursioni de' Saraceni, preso seco _Beretario_ (che _Berehario_ vien nominato dall'autore della vita di Lodovico Pio) con alquanti altri conti della Toscana, Corsica e Sardegna, _assumto secum fratre Berethario, et aliis quibusdam comitibus de Tuscia_, e formata una picciola flotta, uscì in corso contro quegl'infedeli. Non avendo trovato nei contorni della Corsica alcun corsaro, passò in Africa colle sue navi, e fece uno sbarco fra Utica e Cartigine. Accorse una innumerabile quantità di quegl'infedeli, e ben cinque volte vennero alle mani coi Cristiani, de' quali ancora ne trucidarono alcuni che vollero far troppo da bravi. Però Bonifazio, fatta una saggia ritirata, se ne tornò co' suoi legni a casa. Poco certamente di profitto riportò seco; tuttavia gli Africani, avvezzi solamente a portare il terrore e la desolazione nelle contrade cristiane, al vedere i Cristiani questa volta comparire coll'armi in casa loro, se non sentirono danno, ebbero almeno un fiero spavento. Allora veramente trascuravano forte gl'imperadori d'Occidente l'aver forze in mare, e perciò cotanto insolentivano i Saraceni di Spagna, d'Africa e di Soria. Ed appunto circa questi tempi riuscì a quei d'Africa di mettere il piede nell'isola di Sicilia, e poscia di conquistarla a poco a poco con danno e vergogna del nome cristiano. Per quanto si ricava da Cedreno[917], un certo Eufemio capitano di milizia perdutamente innamorato di una monaca, la rapì per forza dal monistero, e tenne questa preda come cosa sua in sua casa. Ricorsi i fratelli della monaca all'imperadore d'Oriente padrone dell'isola, venne ordine di dargli il convenevol gastigo; ciò gli fece prendere la fuga, e ritirarsi presso i Saraceni dell'Africa. Così un greco storico. Ma un italiano, cioè l'Anonimo salernitano[918] ne rigetta la colpa sopra gli stessi Greci, con dire che Eufemio avea contratti gli sponsali con una giovine appellata Omoniza di maravigliosa bellezza. Ma il governator greco della Sicilia, sedotto con danari, gliela levò, e la diede per moglie ad un altro. Infuriato per tale affronto Eufemio coi suoi famigli s'imbarcò, e passato in Africa, tante speranze diede a quel re maomettano della conquista della Sicilia, che in fatti condusse que' Barbari colà, ed aprì loro la strada ad impadronirsene interamente nello spazio di pochi anni, avvenimento che recò lunghi ed incredibili disastri all'Italia. Aggiugne lo stesso Anonimo che i Saraceni presero a tutta prima Catania, con farvi un gran macello di que' cittadini, e dello stesso greco governatore. Portata questa infausta nuova a _Sicone_ principe di Benevento, se ne afflisse forte, ben prevedendo che questo turbine andrebbe un dì a cadere sulle proprie contrade. Giovanni Diacono, scrittore di questi tempi, racconta[919] che i Siracusani _cujusdam Euthymii factione rebellantes_ (chiama egli _Eutimio_ lo stesso, che gli altri appellano _Eufemio_), uccisone _Gregora patrizio_, cioè il governatore della Sicilia. Perciò _Michele imperadore_ de' Greci spedì contra di loro un riguardevol esercito, al quale non potendo resistere, presero que' cittadini la fuga. Allora fu che Eutimio ossia Eufemio _colla moglie e coi figliuoli_ (adunque non potè cercare Omoniza per moglie) passò in Africa; e sollecitò quel re saraceno all'impresa della Sicilia. Vennero que' Barbari, e talmente strinsero Siracusa, che i Greci pagarono di tributo cinquantamila soldi, forse per riscattare la lor vita e la facoltà di andarsene in pace. Diedero da lì innanzi i Saraceni un terribil guasto a tutta la Sicilia. La narrativa nondimeno di Giovanni Diacono pare che metta alcuni anni prima del presente l'entrata d'essi Saraceni in quella dianzi sì felice e dappoi sì sventurata isola. Ma giacchè abbiam fatto di sopra menzione del suddetto _Bonifazio_, bene sarà che il lettore non ne perda la memoria, sì perchè fortissime conghietture concorrono a farci credere questo personaggio per uno degli antenati della nobilissima ed antichissima casa d'Este, siccome ho fatto vedere nella parte I delle Antichità estensi; e sì ancora perchè di qui possiam ricavare che già la Toscana avesse ricevuto anch'essa la forma di _marca_, stante il vedersi che già Bonifazio comandava ai conti di quella provincia. Truovansi simili personaggi chiamati nello stesso tempo _conti_, perchè governatori d'una città, ed appunto Bonifazio era conte di Lucca; ed anche _marchesi_, perchè la lor provincia era limitanea, ed essi custodi di quei confini; ed ancora _duchi_, secondochè piaceva agli Augusti di decorarli coi titoli. Trovandosi parimente monete battute in Lucca fino nei tempi di Carlo Magno, concorre ancor questa notizia a farci credere quella città per capitale in questi tempi di tutta la Toscana longobarda. Si ha poi da riferire all'anno presente, per attestato del Dandolo[920], la traslazione del corpo di s. Marco evangelista da Alessandria a Venezia: sopra di che è da vedere la sua leggenda. Ed avendo l'imperador de' Greci _Michele_ fatta istanza di molte navi da guerra a _Giustiniano_ doge di Venezia contra dei Saraceni che a poco a poco andavano conquistando la Sicilia, le inviò ben egli, ma inutile riuscì il loro viaggio e sforzo.

NOTE:

[913] Annal. Francor. Bertiniani. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.

[914] Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.

[915] Sigonius, de Regno Italiae.

[916] Annales Franc. Eginhard.

[917] Cedren., in Annal. ad ann. 826.

[918] Anonym. Salernit., Paralip., cap. 45. P. II, tom. 2 Rerum Ital.

[919] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., P. II, Tom. 2 Rer. Ital.

[920] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCCCXXIX. Indiz. VII.

GREGORIO IV, papa 3. LODOVICO PIO imperadore 16. LOTTARIO imperadore e re d'Italia 10 e 7.

L'anno ultimo della vita e dell'imperio di _Michele Balbo_ imperadore de' Greci fu questo. Morì egli nel mese d'ottobre, con lasciare presso i Cattolici un'abbominevol memoria a cagione de' suoi giudaici ed ereticali sentimenti, e della persecuzione fatta ai protettori delle sacre immagini. Gli succedette _Teofilo_ suo figliuolo, che sulle prime finse mansuetudine e zelo della giustizia, e poi, cavatasi la maschera, non sì lasciò vincere dal padre ne' vizii. Intanto l'_imperador Lodovico_ continuamente pensava a provveder di stati il picciolo _Carlo_, cioè il quarto dei suoi figliuoli, a lui nato dall'_imperadrice Giuditta_; perciocchè dianzi avea divisi i suoi regni fra i tre maggiori. Nitardo[921] è quello che ci ha conservate tali notizie. Nè parlò più volte Lodovico con _Lottario_, e questi in fine consentì che ne fosse assegnata anche a lui una porzione, con giurar anche di sostenerlo e di difenderlo in tutte le occorrenze. Perciò l'Allamagna ossia la Suevia, che allora abbracciava l'Elvezia, cioè gli Svizzeri, fu data in sua parte al regio fanciullo. Tegano[922] vi aggiugne anche la Rezia ossia i Grigioni, con parte della Borgogna. Di qui prese origine un'iliade di sconcerti nella famiglia imperiale, che costò tanti disturbi tanto sangue alla monarchia dei Franchi. Convien nulladimeno osservare che prima ancora di questo avvenimento non mancavano nella corte e fuor della corte d'esso Augusto de' cattivi umori contra della stessa di lui persona. Quei medesimi, a' quali egli avea donata la vita, o fatti altri benefizii, quegli erano che covavano un mal animo, e segretamente sparlavano di lui, macchinando anche, o almen desiderando la di lui rovina; effetti tutti del concetto, in cui egli era d'essere un principe debole. Poco stettero ancora l'invidia e l'interesse a maggiormente soffiar nel coperto fuoco. Ora altra via non seppe prendere il buon imperadore che di costituire aio del figliuolo Carlo un uomo da lui creduto di polso, cioè _Bernardo duca_ o marchese di quella che oggidì chiamiamo Linguadoca, con insieme conferirgli il grado di presidente della sua camera, e una straordinaria balìa nella sua corte. Ma ad altro non servì una tal risoluzione che a maggiormente inasprire non meno i figliuoli che i malcontenti, con somministrar loro nuovi pretesti per le novità che andremo esponendo. Fu celebrato in quest'anno un concilio di moltissimi vescovi nella città di Parigi, dove furono formati varii canoni di disciplina ecclesiastica, e dati anche de' saggi documenti agl'imperadori per governo de' popoli. In quest'anno l'imperador Lodovico spedì il figliuolo Lottario in Italia, acciocchè accudisse agli affari di questo regno. Sia lecito a me di rammentar qui un suo capitolare, che già diedi alla luce fra le leggi longobardiche[923], quantunque sia incerto l'anno in cui esso fu formato dal suddetto Lottario Augusto. Dice egli di aver trovato che lo studio delle lettere, per colpa e dappocaggine dei ministri sacri e profani, è _affatto estinto_ nel regno d'Italia; e però di aver deputati maestri che insegnino le lettere, con raccomandar loro di usar tutta la premura possibile affinchè i giovani ne cavino profitto. Vien poscia annoverando le città, in cadauna delle quali era destinato un maestro, acciocchè concorressero colà a studiare gli scolari delle circonvicine città. _Primieramente_, dice egli, _dovran venire a studiare sotto Dungallo in Pavia i giovani di Milano, Brescia, Lodi, Bergamo, Novara, Vercelli e Como_. Questo _Dungallo_ altri non può essere che _Dungalo_ monaco, autore del trattato contra di Claudio vescovo di Torino, di cui s'è parlato di sopra, che abitava e faceva scuola in Pavia. Seguita a dire che _in Ivrea lo stesso vescovo insegnerà le lettere. A Torino concorreranno da Albenga, da Vado, da Alba. In Cremona dovran venire allo studio quei di Reggio, Piacenza, Parma_ e _Modena_. Ed ecco chiaramente comprese queste quattro città nel regno d'Italia, e non già nell'esarcato conceduto alla santa Sede, come alcuno (non so mai come) ha preteso ai dì nostri. _In Firenze_ (son parole di Lottario volgarizzate) _si farà scuola a tutti gli studenti della Toscana: in Fermo a quei del ducato di Spoleti: a Verona concorreranno da Mantova e da Trento: a Vicenza da Padoa, da Trivigi, da Feltro, Ceneda ed Asolo. L'altre città di quelle parti manderanno i lor giovani alla scuola del Foro di Giulio_, cioè a Cividal del Friuli. Questo bel documento ci fa intendere tutte le contrade del regno d'Italia dalla parte occidentale. Non vi si parla del ducato di Benevento, perchè que' duchi o principi, a riserva del tributo, godevano quasi un supremo dominio ne' loro stati. E neppur si fa parola delle città della Chiesa romana, perchè esse erano ben sottoposte alla sovrana signoria degl'imperadori, ma escluse dal regno d'Italia. Si vuol inoltre osservare che i maestri di scuola d'allora altro non insegnavano che la grammatica, nome nondimeno che abbracciava un largo campo, cioè, oltre alla lingua latina, anche le lettere umane, la spiegazion degli antichi scrittori e poeti latini, una qualche tintura delle sacre Scritture, colla giunta talvolta del computo per intendere le lunazioni, e simili altre conoscenze. Ci ha contato delle favole chi ha spacciato delle università di arti e scienze in que' tempi, come oggidì, e ne ha fatto istitutore Carlo Magno in Italia e in Francia. Era fortuna in quei secoli rozzi il poter avere un buon maestro di scuola. Sì fatte scuole in molti monisteri di monaci si trovavano e in alcune città. Anche i vescovi talora insegnavano, e i parrochi di villa erano tenuti ad ammaestrar nelle lettere i fanciulli.

Appartiene a quest'anno un celebre placito ossia giudizio tenuto in Roma dai ministri dell'_imperador Lodovico_, che il padre Mabillone[924] già diede alla luce, e si legge nell'appendice alla piena esposizione dei diritti cesarei ed estensi sopra Comacchio. Anche il Du-Chesne[925], cento anni sono, l'avea comunicato al pubblico negli estratti della Cronica di Farfa. Il padre Pagi[926] ne fa menzione all'anno 839, perchè non ne avea veduta la data, che è questa: _Anno imperii domni Hludovici XVI, mense januario, per Indictione VII_, cioè nell'anno presente. Da esso placito impariamo che _Giuseppe vescovo_, e _Leone conte, missi ipsius Augusti ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas_, erano per ordine del grande imperador Lodovico venuti da Spoleti e dalla Romagna a Roma, e che _residentibus nobis in judicio in palatio lateranensi, in praesentia domni Gregorii papae, et una simul nobiscum aderant Leo episcopus et bibliothecarius sanctae romanae Ecclesiae, Theodorus episcopus,_ etc., _Petrus dux de Ravenna,_ etc., comparve Ingoaldo abate del monistero di Farfa col suo avvocato, lamentandosi che _domnus Adrianus et Leo pontifices per fortia invasissent res ipsius monasterii, idest curtem cornianianum, etc. unde tempore Stephani, Paschalis et Eugenii semper reclamavimus, et justitiam minime invenire potuimus_: perciò chiedeva giustizia dai ministri imperiali, secondo l'ordine dato loro dall'imperadore. Interrogato l'avvocato del papa, rispose che la santa Chiesa romana teneva giustamente que' beni. Allora fu intimato all'avvocato dall'abate di produrre, se ne avea, delle ragioni. E questi esibì strumento, dal quale appariva che _Anselberga badessa del monistero di s. Salvatore di Brescia_ (oggidì di santa Giulia), e figliuola del re Desiderio, avea ceduto quei beni al monistero farfense, siccome ancora un'altra pergamena, per cui si chiariva che _Teodicio duca di Spoleti_ glieli avea venduti; e un'altra comprovante che _Ansa regina_ avea acquistato con un cambio la corte di s. Vito da _Teutone vescovo di Rieti_, e poi l'avea donata alla suddetta Anselberga sua figliuola. Produsse ancora i diplomi del re Desiderio e di Carlo Magno, che aveano confermato quelle corti al suo monistero. E perciocchè negava l'avvocato pontificio che i monaci ne avessero mai avuto il possesso, l'abbate si esibì pronto a produrre testimoni legittimi del possesso, _usque dum praefati pontifices per fortia eas tollere fecissent_. Nel giorno appresso furono esaminati varii idonei testimonii che deposero in favore dei monaci; e non avendo l'avvocato del papa che rispondere a tali testimonianze, i giudici diedero la sentenza che que' poderi fossero riconsegnati al monistero di Farfa. Ma l'avvocato pontificio disse di non voler farlo; e il papa protestò di non accettar quella sentenza, con riserbarsi di trattarne di nuovo coi medesimi davanti al signor imperadore. Se dal vedere che i ministri imperiali alzano tribunale in Roma e nello stesso palazzo lateranense, e ad istanza di chi si pretende gravato, chiamano al loro giudizio il pontefice per beni temporali, e proferiscono sentenza, non risulti chiaramente il dominio sovrano tuttavia conservato in Roma dagli Augusti: io ne rimetto la decisione a chiunque fa profession d'amare le verità in Roma stessa, con credenza che ognuno ivi l'ami e non l'abborrisca. Secondo il Dandolo[927], mancò in quest'anno di vita _Giustiniano Particiaco_, ossia Participazio, doge di Venezia, con lasciar molti legati ai luoghi pii, e un buon fondo per fabbricare una chiesa in onore di s. Marco evangelista, il cui corpo, siccome dicemmo, sotto di lui fu portato a Venezia. Aveva egli richiamato alla patria _Giovanni_ suo fratello, già relegato in Costantinopoli, ed ottenuto dal popolo d'averlo per suo collega; laonde, accaduta la di lui morte, esso Giovanni continuò ad esser doge.

NOTE:

[921] Nithardus. Hist., lib. 2.

[922] Theganus, de Gest. Ludovici Pii.

[923] P. I, tom. 2 Rer. Italic.

[924] Mabill. Append. ad tom. 2 Annal. Bened.

[925] Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 3.

[926] Pagius, in Crit. Baron.

[927] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCXXX. Indizione VIII.

GREGORIO IV papa 4. LODOVICO PIO imperad. 17. LOTTARIO imperadore e re di Italia 11 e 8.

Scoppiarono finalmente in quest'anno le mine formate contra dell'_imperador Lodovico_ dai malcontenti, e, quel che fa più orrore, da' suoi stessi figliuoli, cioè da _Lottario, Pippino_ e _Lodovico_[928]. _Bernardo duca_ della Settimania, divenuto lo arbitro e padron della corte, se vogliam credere a Pascasio Ratberto[929], l'aveva tutta sconvolta, e la facea da tiranno; e può essere che non pochi disordini succedessero a cagione della di lui prepotenza. Ma questo non bastò. Si fece correre anche voce che egli mantenesse pratica disonesta coll'_imperadrice Giuditta_, fino a dire che il _principe Carlo_, ultimo genito dell'imperadore, a lui doveva i suoi natali. Ratberto su questo si scalda, e francamente spaccia per vero tutto quanto era apposto ad esso Bernardo, con dargli il nome di _amissarius_ (o pure, come par più credibile, di _emissarius_) _qui cuncta reliquit honesta_. Avrebbe avuta pena il buon monaco a recar buone pruove di questa imputazione; e certo non conveniva mai ad un par suo il parlare così. Mossesi l'imperador[930] sul principio della quaresima coll'esercito per passare ostilmente contro ai popoli della minore Bretagna sempre tumultuanti. Era la stagion fredda, fangose le strade, disastroso il cammino. Si prevalsero i nobili congiurati di questa occasione per distrarre l'armata dall'ubbidienza dovuta al sovrano, di modo che la maggior parte delle milizie, tornatasene indietro, venne a Parigi; ed eglino intanto fecero sapere a _Lottario_ che accorresse colà dall'Italia, e a _Pippino_ di venir dall'Aquitania, perchè il tempo era questo di deporre il padre, di levar dal trono la creduta impudica _Giuditta Augusta_, e dal mondo il decantato adultero _Bernardo_, come sovvertitore del regno. Se potesse servire di scusa a Lottario il sapere che i migliori e più assennati tra' Franzesi non poteano sofferire lo stato della corte imperiale d'allora: certo questa scusa non gli mancò. Ma nel tribunal di Dio, e neppure in quello degli uomini, non avrà mai peso una scusa sì fatta. Pervenuto allo orecchio dell'imperador Lodovico il suono dell'insorta tempesta, preveduta in parte per l'abbandono seguito delle soldatesche, mandò a Laon in monistero la Augusta sua moglie; permise a Bernardo di ritirarsi a Barcellona, se pur questi non prese da sè stesso e dalla sua paura un tal consiglio; ed esso imperadore sen venne a Compiegne. Colà corse il _re di Aquitania Pippino_ suo figliuolo, accompagnato da una gran folla di popolo; e secondo il concerto fatto per via di lettere con Lottario Augusto suo fratello, levò al padre il comando. Presa poi l'imperadrice Giuditta dal monistero di Laon, la mandò a quello di Poitiers, ed ivi per forza la costrinsero a prendere l'abito monastico. Per forza ancora cacciarono in monistero i due fratelli d'essa Augusta _Corrado_ e _Ridolfo_. Alla serie di queste abbominevoli vicende, secondo Pascasio Ratberto, pare che intervenisse _Lodovico re di Baviera_, altro figliuolo dell'imperadore; ma è ben certo che _Lottario Augusto_ dopo l'ottava di Pasqua arrivò a Compiegne, e fece cavar gli occhi ad Eriberto fratello di Bernardo duca, giacchè non potè aver nelle mani Bernardo stesso. Fu approvato da Lottario tutto quanto fin qui aveva operato Pippino; e trattò ben egli rispettosamente il padre, ma tendeva ogni mira de' figliuoli ad indurlo ad assumere la tonsura monastica in qualche monistero. Prima ancora che Giuditta prendesse il sacro velo, adoperarono lei stessa per persuadergli questa ritirata; ed in fatti gli parlò essa in segreto, ma senza sapersi s'ella mantenesse la parola data. Lodovico prese tempo per pensare a sì gran risoluzione, ed intanto, poco fidandosi dei Franzesi, segretamente cominciò dei maneggi coi Tedeschi. Per voglia di metter fine in qualche maniera a tante turbolenze, fu destinata una dieta a Nimega. Il concorso di chi era in favore dell'imperador Lodovico si scoprì maggiore di quel che si credeva, di maniera che la contraria fazione, come disperata, ricorse la notte a Lottario per esortarlo o a decidere col ferro la contesa o a ritirarsi. Informatone Lodovico, fece venire a sè nella mattina seguente il figliuolo Lottario, al dispetto di chi il consigliava di non andarvi, e con una parlata da padre si studiò di fargli conoscere il suo dovere. Intanto il popolo temendo chi per Lodovico e chi per Lottario, furiosamente diedero di piglio all'armi; e ne sarebbe venuto gran male, se i due Augusti non si fossero fatti vedere a tutti in forma di concordia: il che servì a quetar tutto quel pazzo movimento. E perciocchè oramai senza misura prevaleva la fazione dell'Augusto Lodovico, egli ricuperò il comando; e successivamente ordinata fu la cattura de' principali fra' congiurati, e d'essi formato il processo. Fra questi si trovarono _Ilduino abbate_ di s. Dionisio in Parigi e di altri monisteri, che godeva anche la riguardevol carica di cappellano della corte, _Elisacaro_ abbate di Centulae, _Walla_ abbate della vecchia Corbeia, di cui abbiamo parlato di sopra. Questi abbati cortigiani ci vengono descritti per santi; ma certo, che che ne dica Pascasio Ratberto ad acquistar loro il credito della santità, niuno dirà che concorresse l'aver eglino avuta mano in questi imbrogli, e tenuto il partito de' figliuoli contra di un padre. _Lottario Augusto_ giurò allora fedeltà al genitore; e _Lodovico re di Baviera_, intervenuto alla dieta suddetta, aiutò, per quanto potè, la causa del medesimo suo padre Augusto. E ciò perchè non meno a lui che a _Pippino_ suo fratello segretamente esso Lodovico Pio diede intenzione di accrescere la lor porzione di stati. Può essere che in quest'anno accadesse ciò che narra il Dandolo[931], cioè che _Obelerio_, già doge deposto di Venezia, se ne tornò furtivamente a casa, e si fece forte nell'isola appellata Vigilia. Accorse incontanente _Giovanni_ doge regnante coll'esercito, e lo assediò in quell'isola. Avvenne che quei di Malamocco, perchè Obelerio era di nascita loro concittadino, passarono al campo di lui, con abbandonar Giovanni. Allora Giovanni, lasciata stare Vigilia, passò contra di Malamocco, e dopo avere espugnato quel luogo e datolo alle fiamme, tornò contra d'Obelerio, ed avutolo finalmente nelle mani, se ne assicurò con fargli tagliare la testa.

NOTE:

[928] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii. Theganus, de Gest. Ludovici Pii, cap. 36.

[929] Paschasius Ratbertus, in Vit. Wallae Ab., lib. 2, cap. 28.

[930] Annales Francor. Bertiniani.

[931] Dandul., Chronic., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCCCXXXI. Indiz. IX.

GREGORIO IV papa 5. LODOVICO PIO imperadore 18. LOTTARIO imperadore e re di Italia 12 e 9.