Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 48

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La funzione più riguardevole dell'anno presente nella corte dell'augusto Lodovico fu la venuta di _Erioldo_ ossia _Exoldo_, re di Danimarca, colla moglie ed un figliuolo ad Ingeleim, presso al Reno, dove esso imperadore tenne una gran dieta. Aveva _Ebbone, arcivescovo di Rems_, esortato questo re pagano ad abbracciar la fede di Gesù Cristo, e a questo fine venne egli a trovar l'imperadore; ma vel trassero anche dei riguardi politici, mentre non si sentiva egli sicuro sul trono per la concorrenza de' figliuoli del _re Gotifredo_, e potea molto giovargli la protezione e l'aiuto dell'imperadore. _Ermoldo Nigello abbate_, il cui poema, ricavato dalla biblioteca cesarea, ho io dato in luce[896], descrive minutamente questo avvenimento, di cui sembra essere stato spettatore, cioè tutta la solennità del ricevimento d'esso Erioldo: il battesimo a lui conferito, alla moglie ed al figliuolo; la sua coronazione, e i regali a lui presentati da Lodovico, a sua moglie dall'_imperadrice Giuditta_, e a suo figliuolo da _Lottario Augusto_; e una sontuosa caccia fatta in tal occasione col convito di campagna preparato dall'imperadrice. Terminate queste funzioni, Erioldo sottopose il regno suo danese all'imperio romano, con giurar fedeltà all'Augusto Lodovico. Finalmente accompagnato da _Anscario_ monaco, il quale col tempo divenne vescovo di Amburgo ed apostolo del Settentrione, ed ora veniva destinato a predicar la religione di Cristo nelle di lui contrade, s'incamminò verso la Danimarca, dove, per quanto si ha dall'antico storico di quel regno[897], da lì a qualche tempo abiurò la credenza e i riti del Cristianesimo, mancando di fede a Dio e all'Augusto suo benefattore; Degnissima ancora di memoria, e non senza ragione, parve agli scrittori d'allora l'introduzione in Occidente di far gli _organi_ da fiato. Fin qui era stata ristretta nei Greci, che forte se ne gloriavano; e chi volea degli organi anche in Italia, li facea venir fatti di colà. Fin dall'anno 757 _Costantino imperador_ de' Greci ne inviò uno in dono a _Pippino re_ di Francia: e questo sonato empiè di maraviglia i Francesi. Noi, avvezzi ad udir sì fatte ingegnosissime macchine, non ce ne stupiamo ora punto; ma se per la prima volta ne udissimo una, tasteggiata da qualche buon maestro, l'ammireremmo ancor noi al pari di quelli. Dissi che il saper fabbricare di questi organi era mestiere allora affatto ignoto in Occidente. Accadde, che tornando alla corte imperiale _Baldrico duca_ del Friuli[898], per informar l'imperadore delle diligenze da sè praticate per risaper lo stato dei Bulgari, menò seco un prete veneziano, per nome Giorgio, il quale si esibì pronto a lavorar di questi organi. Accettata ben volentieri una tal proposizione, l'imperadore il mandò ad Aquisgrana, con ordine di somministrargli tutto il bisognevole. L'opera fu compiuta, e perciò essendosi in quelle parti introdotta quest'arte, che s'andò poi sempre più dilatando, non ci fu più bisogno da lì innanzi di ricorrere alla Grecia per arricchir d'organi i sacri templi. Ebbe il suddetto Giorgio prete in ricompensa una badia in Francia. Siccome fu detto di sopra, era divenuto duca, ossia principe di Benevento _Sicone_. _Radelchi_, o vogliam dire _Radelgiso_, che tanto avea cooperato alla di lui esaltazione, per qualche tempo fu uno de' suoi favoriti. Nulla d'importante, per quanto scrive l'Anonimo salernitano[899], si faceva in quella corte senza il parere di esso Radelgiso. Ma ritrovandosi egli al suo governo di Conza, e venutogli all'orecchio che Sicone senza partecipazione sua avea presa non so qual risoluzione, se l'ebbe a male, e gli scappò detto: _Poco fa io ho tolto di mezzo il falcone_ (cioè _Grimoaldo Storesaiz_ duca, da lui ucciso), _mi resta anche la volpe_ (cioè Sicone). Non cadde in terra questo motto, e fu rapportato ben tosto al principe Sicone, che con grande amarezza l'ascoltò, e cominciò a pensar le vie di fortificarsi con delle parentele contro ai disegni di Radelgiso. Per questo maritò tre sue figliuole con tre de' più nobili e potenti beneventani.

Allora fu che Radelgiso, il quale dianzi si teneva in pugno le nozze d'una di quelle principesse con un suo figliuolo, non solamente conobbe perduta per lui questa fortuna, ma eziandio si avvide di essere caduto di grazia, e si riputò come perduto. Però si appigliò al partito di abbandonare il mondo, per motivo, diceva egli, di far penitenza dell'omicidio commesso nella persona del suo principe, e ne ottenne licenza da Sicone, il quale fece vista di concederla mal volentieri. Raccomandatogli il figliuolo, si cinse al collo una catena; e presa questa da un suo famiglio, si fece condurre al monistero di Monte Casino, e quivi con assai gemiti e lagrime chiese l'abito monastico, che non gli fu negato. Sì l'Anonimo salernitano che Erchemperto[900], monaci amendue, raccontano cose grandi della sua penitenza, e v'aggiungono anche de' miracoli. Fecesi monaca anche sua moglie in un monistero fuori di Conza, e menò vita santa. Ora Sicone, che da Erchemperto ci vien dipinto per uomo bestiale e troppo pesante ai Beneventani, e dal suddetto Anonimo, per lo contrario, uomo mansueto e liberale: attaccò lite coi Napoletani, che tutta la potenza de' Longobardi non avea mai potuto sottomettere, e fece loro un'aspra guerra per più anni, con assediar Napoli per mare e per terra. Convien credere che già questa cominciasse molto prima dell'anno presente, e che quel popolo si trovasse anche a mal partito, perchè sappiamo dal sopraddetto Erchemperto che i Napoletani furono costretti a ricorrere a Lodovico imperadore. Gli Annali dei Franchi appunto notano sotto quest'anno che in Aquisgrana sì presentarono all'udienza dell'imperadore i _legati dei Napoletani_, i quali, ricevuta che ebbero la risposta, se ne tornarono a casa loro. Forse ottennero qualche lettera di raccomandazione al duca di Benevento. Ma che non per questo cessasse la guerra, o la molestia al loro territorio, lo conosceremo andando innanzi. Non si può ben chiarire la cronologia dei _duchi di Napoli_; tuttavia sappiamo da Giovanni Diacono[901], scrittore di questi tempi, che _Teofilatto_ circa il principio di questo secolo governava quella anche allora potente città. A lui succedette _Antimo_, dopo la cui morte non accordandosi i Napoletani nell'elezione del duca (ed aveano essi il gius di eleggerlo), stimarono meglio di prendere uno straniero che un lor cittadino pel governo. Spediti dunque dei messi in Sicilia, fecero venire di colà un greco _Teottisto_, e il costituirono maestro de' militi, cioè generale dell'armi loro. I rettori di Napoli erano in que' tempi chiamati ora _duchi_, ora _consoli_, ora _maestri de' militi_: tre nomi che significavano il governatore, ossia principe di Napoli, il quale nondimeno riconosceva per sovrano l'imperadore de' Greci. Teottisto ebbe per successore _Teodoro_, decorato del titolo di _protospatario_ da esso imperadore. Costui fu cacciato via dai Napoletani, e sustituito in suo luogo _Stefano_ nipote di _Stefano_ dianzi vescovo di quella città. Per attestato del medesimo Giovanni Diacono, ai tempi di questo _duca Stefano_, Sicone principe di Benevento mosse guerra a Napoli, ansioso di conquistare quella nobilissima città ed arrecò infiniti danni a quei contorni. Fingendo poscia di dar mano ad un trattato di pace, inviò entro la città i suoi legati con ordine di guadagnar con danari alcuni de' principali del popolo: il che loro venne fatto. Presentatosi Stefano davanti alla chiesa di santa Stefania, per conchiudere il trattato, quivi fu ucciso dai congiurati su gli occhi dei legati beneventani. Ma costoro ne furono ben pagati dalla giustizia di Dio, perchè creato immantinente duca _Buono_, cioè uno degli stessi uccisori, egli da lì a poco parte de' suoi complici fece abbacinare, e parte ne cacciò in esilio. Era costui Buono di nome, scellerato di fatti. Cominciò tosto ad aggravare e malmenare il clero e i beni delle chiese di Napoli: e perciocchè _Tiberio_, vescovo della città, gli minacciava l'ira di Dio, il fece prendere e confinare in una dura prigione, dove il tenne vivo gran tempo a pane ed acqua. Forzò dipoi _Giovanni_ ad accettar l'elezione di lui fatta di successore nel vescovato, minacciandolo che, se ricusava, avrebbe fatto mozzare il capo al tuttavia vivente Tiberio vescovo. Non durò il ducato di Buono se non che un anno e mezzo; e tuttavia esiste l'epitaffio suo rozzissimo presso Camillo Pellegrino, che il fa morto nell'anno 834. Epitaffio nondimeno composto da qualche poeta col privilegio di poter dire delle bugie.

NOTE:

[893] Baron., Annal. Eccl.

[894] Labbe, Concilior., tom. 7.

[895] Annal. Franc. Lauresham. Auct. Vit. Ludovici Pii.

[896] Ermold. Nigell., lib. 4, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[897] Saxo Grammat., lib. 9 Hist. Dan.

[898] Annales Franc. Eginhardi. Annal. Franc. Fuldenses, etc.

[899] Anonym. Salernitan. Paralipomen., P. II, tom. 2 Rerum Italicarum.

[900] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[901] Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.

Anno di CRISTO DCCCXXVII. Indiz. V.

VALENTINO papa 1. GREGORIO IV papa 1. LODOVICO PIO imperad. 14. LOTTARIO imperadore e re di Italia 8 e 5.

Accadde nel mese d'agosto la morte del buon papa _Eugenio II_, poche memorie del quale per negligenza di que' tempi son giunte a nostra notizia, essendo stata troppo breve la vita di lui, che ci resta presso Anastasio bibliotecario. Successore nella cattedra di s. Pietro fu immediatamente con rara concordia di tutti eletto _Valentino_ diacono, oppure arcidiacono, senza che apparisca[902] che si aspettasse approvazione alcuna degl'imperadori o de' loro ministri. Di questo pontefice erano insigni le virtù, annoverate dal suddetto Anastasio[903], ed egli degno ben era di lunga vita; ma non passò un mese che Dio sel tolse, con dolore di tutti i Romani. Si venne adunque ad una nuova elezione, e i voti di tutto il clero e popolo romano concorsero nella persona di _Gregorio IV_, parroco, ossia cardinale di s. Marco, la cui pietà e carità verso i poveri, con assaissimi altri pregi, gli servirono di raccomandazione per conseguire la cattedra di s. Pietro. Dissi che tutti concorsero, ma se ne dee eccettuare uno, cioè Gregorio stesso, che, per quanto potè, ripugnò ad accettar sì fatta elezione. Abbiamo poi da Eginardo, che questi _electus, sed non prius ordinatus est, quam legatus imperatoris Romam venit, et electionem populi, qualis esset, examinavit_. Ecco dunque che cominciamo a vedere verificato il decreto attribuito a papa Eugenio secondo e Lottario Augusto intorno al divieto di consecrare il pontefice eletto senza l'assenso dell'imperadore o de' suoi ministri, con potersi dubitare che ciò ancora si osservasse nell'elezione di Valentino, perchè, forse in Roma, si trovava il legato imperiale che acconsentì. L'autore della vita di Lodovico Pio scrive[904] che fu eletto esso Gregorio, _dilata consecratione ejus usque ad consultum imperatoris. Quo annuente et electionam cleri et populi probante, ordinatus est in loco prioris_. Facevano gran rumore in Italia e in Francia gli scritti di _Claudio vescovo_ di Torino contro il culto delle sacre immagini. Presero perciò la penna per confutare i di lui errori _Dungalo_ monaco, e poi _Giona_, vescovo di Orleans. Il padre Mabillone[905] cercando chi fosse questo Dungalo, autore del libro _de Cultu imaginum_, inclinò a crederlo monaco nel monistero di s. Dionisio in Francia, e lo stesso che un _Dungalo rinchiuso_, cioè, secondo il costume durato per molti secoli, chiuso spontaneamente fra quattro mura, talvolta con un contiguo orticello, o con un oratorio, per servire a Dio in un sì stretto albergo; del qual Dungalo restano tuttavia alcuni versi. Abbracciò anche il padre Pagi[906], con altri, questa conghiettura, ch'io ho già dimostrato non reggere alle pruove. Cioè nelle annotazioni[907] alle giunte delle leggi longobardiche, e molto più nelle Antichità italiane[908] ho dimostrato che _Dungalo_, monaco, di nazione veramente _scoto_, come immaginò il suddetto padre Mabillone, abitava non già in Francia, ma in Italia nella città di _Pavia_, e quivi era _maestro di scuola_, inviatovi dall'imperador Carlo Magno, affine d'insegnar le lettere in quella real città. Ciò costa dal capitolare di Lottario Augusto, da me dato alla luce, di cui parleremo più a basso, e da altre memorie. La di lui vicinanza a Torino il mosse ad entrare in aringo contra del suddetto prosuntuoso prelato. Leggesi anche una lettera di questo Dungalo, pubblicata dal padre Dachery[909], e indirizzata a Carlo Magno nell'anno 811, in risposta alle interrogazioni fatte da quel glorioso principe intorno a due eclissi del sole accaduti nell'anno 810. Frequenti poi aveano cominciato ad essere le traslazioni de' corpi santi da Roma in Francia e Germania, paesi che ne scarseggiavano. Varie se ne raccontano, che io tralascio, e solamente osservo che strepitosa fu nell'anno presente quella dei santi Marcellino e Pietro, procurata da _Eginardo abate_ di vari monisteri in Germania, e quello stesso a cui siam tenuti della vita di Carlo Magno e, per quanto si crede, degli Annali dei Franchi. Furono que' sacri corpi rubati ed asportati dalla chiesa di s. Tiburzio di Roma. Si contano grandi miracoli succeduti in simili traslazioni. E però non si può dire quanto fossero avidi di queste caccie allora i pii Oltramontani. Usavano frodi, spendevano somme d'oro, nè lasciavano arte alcuna per giugnere ad arricchir di sacre reliquie le lor chiese e monisteri; e di qui presero talvolta occasione i furbi e falsarii di burlar la divozion di essi con reliquie insussistenti e finte. E di qui parimente è venuto che alcune chiese di Francia e Germania si gloriano di possedere i corpi d'alcuni santi insigni, come di s. Gregorio, di s. Sebastiano e simili, che pure in Roma si credono tuttavia seppelliti. Ebbe la Catalogna in quest'anno delle fiere vessazioni dai Mori, ossia dai Saraceni della Spagna, e quantunque vi accorressero con forte armata i Franzesi, pure in vece di vittorie ne riportarono vergogna, e le campagne di Barcellona e Girona ne rimasero devastate. Nel mese di settembre[910] giunsero a Compiegne, dove si trovava l'imperador Lodovico, i legati di _Michele imperador dei Greci_, per confermar la lega ed amicizia. Portarono dei regali; ma anch'essi furono _nobiliter suscepti, opulentissime curati, liberaliter munerati_. Essendo morto in quest'anno[911] _Angelo Particiaco_ ossia _Participazio_, doge di Venezia, _Giustiniano_ suo figliuolo, molto prima dichiarato doge, continuò a governar que' popoli, ed ottenne da _Michel Balbo_ imperador dei Greci il titolo di _console imperiale_. Bramando _Masenzio_ patriarca d'Aquileia di ridurre all'antica ubbidienza della sua Chiesa quella di Grado, siccome ancora le altre dipendenti da esso patriarca di Grado, ed assistito dal favor di papa Eugenio e de' regnanti Augusti, ottenne che raunasse in quest'anno un concilio di molti vescovi nella città di Mantova. La sentenza fu quale egli la desiderava, e gli atti di quella sacra adunanza si leggono pubblicati dall'accuratissimo padre Bernardo Maria de Rubeis[912]. Ma nè più nè meno continuò il patriarcato di Grado a sussistere, non ostante lo sforzo in contrario di quello d'Aquileia.

NOTE:

[902] Annal. Franc. Eginhardus.

[903] Anastas, in Vit. Valentini.

[904] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.

[905] Mabillonius, Annal. Benedictin. ad hunc ann.

[906] Pagius. ad Ann. Baron.

[907] Rer. Ital. P. II, tom. 1.

[908] Antiquit. Ital., Dissert. XLIII.

[909] Dachery, in Spicileg.

[910] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.

[911] Dandolus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.

[912] De Rubeis, Monu. Eccl. Aquilejens. cap. 47.

Anno di CRISTO DCCCXXVIII. Indiz. VI.

GREGORIO IV, papa 2. LODOVICO PIO imperadore 15. LOTTARIO imperatore e re di Italia 9 e 6.

Cominciava già la monarchia franzese a sentire che più non la reggeva un Carlo Magno. Avea l'armata imperiale di Catalogna fatta una vergognosa figura incontro ai Mori di Spagna. Altrettanto aveva operato nella Pannonia superiore, o pur nella Carintia quella d'Italia incontro ai Bulgari, che aveano dato il guasto ad un buon tratto di paese suggetto allo imperadore, senza che alcuno avesse fatta resistenza e contrasto[913]. Però l'Augusto _Lodovico_ nel febbraio di quest'anno, tenuta una gran dieta in Aquisgrana, cassò gli uffiziali che in sì fatte congiunture aveano mancato al loro dovere. Cadde questo medesimo gastigo sopra _Baldrico_ duca o marchese del Friuli; e quella marca, _quam solus tenebat, inter quatuor comites divisa est_. Sicchè veggiamo che prima d'ora era stata formata la _marca del Friuli_, e ch'essa per questo avvenimento cessò d'avere un duca ossia marchese, con esserne dato il governo a quattro conti, cioè a quattro governatori di città, indipendenti l'uno dall'altro. Probabilmente queste città furono _Cividal di Friuli, Trivigi, Padova_ e _Vicenza_, se pur fra queste non si computò anche _Verona_. Il nome di _marca_ vuol dire _confine_. Fin sotto Carlo Magno per maggior sicurezza delle provincie situate ai confini furono istituiti uffiziali che ne avessero cura, chiamati perciò _marchensi_ e _marchesi_, che è quanto dire custodi de' confini. E perchè secondo i bisogni non mancasse forza a tali uffiziali, al marchese furono subordinati i conti, cioè i governatori delle città della provincia. Che il marchese della marca del Friuli risedesse in _Trivigi_, sembra che si possa conghietturare dal vedere che in quella città era la zecca dell'imperadore, come costa da una moneta di Carlo Magno ch'io ho data alla luce[914]. Ma non andrà molto che questa marca ci comparirà davanti risorta come prima. Non so onde abbia preso il Sigonio[915] che la marca del Friuli fu allora divisa fra dodici conti, e che _Lottario_ figliuolo dell'Augusto Lodovico se ne credette stranamente offeso. Nell'anno precedente avea lo stesso imperadore inviati a Costantinopoli per suoi ambasciatori _Alitgario vescovo_ di Cambrai, e _Anfrido abbate_ di Nonantola sul modenese: contrassegno della singolar considerazione in cui erano allora gli abati di questo insigne monistero, ma che fra poco decaderono, siccome dirò a suo luogo. Tornarono questi legati circa il tempo della dieta suddetta contenti dell'onorevol trattamento lor fatto da _Michel Balbo_ imperador de' Greci. Poscia nel mese di giugno, trovandosi Lodovico nella villa d'Ingeleim (perciocchè i re ed imperadori di allora mutavano spesso paese, nè soleano avere un luogo fisso di residenza, a riserva di Aquisgrana, dove era il loro più ordinario soggiorno di là da' monti, ed eccettuata Pavia per i re d'Italia) quivi si presentarono a lui con dei ricchi doni Quirino primicerio e Teofilatto nomenclatore, legati del romano pontefice _Gregorio_. La cagione della lor venuta è a noi ignota. Furono ben accolti e rimandati. Sparsasi poi voce che i Saraceni di Spagna con grande sforzo minacciavano la Catalogna ed anche l'Aquitania, diede l'imperadore commessione a Lottario augusto di accorrere con un grosso nerbo di milizie in ajuto del fratello _Pippino_. Venne Lottario a Lione per questo; ma svanita la nuova, e cessato il pericolo, se ne tornò al padre; il quale intanto religiosamente attendeva a placar Dio, che parea sdegnato colla Francia, e diede in quest'anno ordine che si celebrassero quattro concilii per la correzione del clero e del popolo.