Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 47
Anno di CRISTO DCCCXXIV. Indizione II.
EUGENIO II papa 1. LODOVICO PIO imperad. 11. LOTTARIO imperadore e re di Italia 5 e 2.
Ritornarono a Roma i legati, già spediti da _papa Pasquale_ per discolparsi presso l'imperador Lodovico[869]; ma trovarono esso papa gravemente malato; e in fatti da lì a pochi dì accadde la morte sua. Non se ne sa bene il dì preciso, nè se in gennaio o febbraio, o pure più tardi. Anastasio[870] scrive ch'egli fece una solenne traslazione del corpo di santa Cecilia vergine e martire; trasportò quelli d'altri santi; riscosse molti schiavi cristiani dalle mani degl'infedeli, riparò molte chiese rovinate; e lasciò dappertutto memorie illustri della sua pia munificenza verso d'esse chiese e verso de' poveri. Si venne all'elezion del nuovo pontefice, e non s'accordando il popolo, due ne furono eletti; ma prevalendo la fazione de' nobili, restò canonicamente prescelto ed ordinato _Eugenio_, _secondo_ di questo nome, che era prima arciprete di santa Sabina. Ne fu portata subito la nuova all'imperador Lodovico da Quirino suddiacono; e non resta sentore che fosse fatta doglianza alcuna per la sua consecrazione, la qual nondimeno pare seguita poco dopo l'elezione sua; se non che abbiamo dagli Annali de' Franchi, avere in questi tempi l'Augusto Lodovico presa la risoluzione d'inviare a Roma il figliuolo Lottario imperadore, _ut vice sua functus, ea, quae rerum necessitas flagitare videbatur, cum novo pontifice, populoque romano, statueret atque firmaret_. Dopo la metà d'agosto si mise in viaggio esso Lottario, accompagnato da _Ilduino abate_ di s. Dionisio, e arcicappellano di Francia; e giunto a Roma fu onorevolmente ricevuto da papa Eugenio. _Cui quum injuncta sibi patefecisset_ (son parole d'Eginardo) _statum populi romani, jamdudum quorumdam, perversitate pontificum depravatum, memorati pontificis benevola assensione ita correxit, ut omnes, qui rerum suarum direptione graviter fuerant desolati, de receptione bonorum suorum, quae per illius adventum, Deo donante receperant, magnifice sunt consolati_. Anche Pascasio Ratberto[871] scrive che il celebre _Walla abbate_ si adoperò molto perchè fosse eletto e consecrato _Eugenio_, santissimo vescovo della sede apostolica, _in cujus ordinatione plurimum laborasse dicitur, si quo modo per eum deinceps corrigerentur, quae diu negligentius a plurimis fuerant depravata_. Odasi inoltre l'autore della vita di Lodovico Pio[872], che dopo aver detto il buon accoglimento fatto dal papa al giovane imperador Lottario, aggiugne: _quumque de his, quae acciderant, quereretur, quare scilicet hi, qui imperatori et Francis fideles fuerant, iniqua nece peremti fuerint, et qui superviverent, ludibrio reliquis forent et haberentur; quare etiam tantae querelae adversus Romanorum pontifices, judicesque sonarent: repertum est, quod quorumdam pontificum vel ignorantia vel desidia, sed et judicum caeca et inexplebili cupiditate, multorum praedia injuste fuerint confiscata. Ideoque reddendo, quae injuste fuerant sublata, Lotharius magnam populo romano creavit laetitiam. Statutum est etiam JUXTA ANTIQUUM MOREM, ut EX LATERE IMPERATORIS mitterentur, qui judiciariam exercentes potestatem, justitiam omni populo facerent, et tempore, quo visum foret imperatori, aequa lance penderent_. Sicchè ai disordini passati si rimediò coll'obbligare la camera pontificia alla restituzion dei beni indebitamente confiscati; e si provvide all'avvenire col deputar giudici _ex latere imperatoris_, che amministrassero giustizia a tutto il popolo, e durassero nell'impiego per quel tempo che paresse all'imperadore medesimo. Atti tali non credo che abbiano bisogna di spiegazione. E probabilmente fu in tal congiuntura che l'imperadore Lottario, trovati in Roma dei giudici rei di concussioni ed ingiustizie, li gastigò con inviarli alle prigioni in Francia. Ma col tempo papa Eugenio tanto si adoperò che riebbero la libertà. Nella vita breve d'esso papa scrive Anastasio[873]: _Hujus diebus romani judices, qui in Francia tenebantur captivi, reversi sunt, quos in parentum propria ingredi permisit, et eis non modicas res ex patriarchio lateranensi praebuit, quia erant pene omnibus facultatibus destituti_. Oltre a ciò, pel buon governo di Roma Lottario Augusto pubblicò alcune costituzioni, pubblicate dal cardinal Baronio[874], ma più copiose presso l'Olstenio[875]. Nella prima egli ordina che chiunque ha spezial privilegio, dipendenza e patrocinio del papa e dell'imperadore (_sub speciali defensione domni apostolici, seu nostra_), inviolabilmente ne goda, sotto pena della vita a chi li molestasse. Vedemmo di sopra il monistero farfense posto _sub defensione regum langobardorum et Caroli Magni_, e sopra d'esso niun dominio per conto del temporale avea il papa. Ivi similmente comanda che si presti in tutto una giusta ubbidienza al romano pontefice e ai suoi duchi (governatori delle città) e ai giudici da lui deputati a far giustizia. Nella seconda son vietate le ruberie fatte in addietro, tanto vivente il papa, come nella sede vacante. Nella terza si prescrive, sotto pena d'esilio, che niuno impedisca l'elezion del pontefice, e ad eleggerlo concorrano quei soli Romani che v'hanno diritto. Nella quarta vuole che sieno deputati dei messi dall'imperadore, che ogni anno informino esso Augusto, come si portino i giudici nell'amministrazion della giustizia, e come sia osservata l'imperial costituzione. Decreta inoltre che in prima istanza le querele contra i duchi o giudici negligenti sieno portate al papa, acciocchè egli tosto vi provvegga per mezzo de' suoi deputati; o lo faccia sapere all'imperadore, che manderà suoi messi per provvedere. Nella quinta vuole che s'interroghi tutto il senato e popolo romano, per sapere con che legge voglia vivere, avvertendo ognuno che se commetteran delitto contra la legge da loro eletta e professata, secondo quella saran gastigati per ordine del pontefice e dell'imperadore. Va inteso delle leggi romane, saliche, bavaresi, ripuarie e longobarde, che tutte aveano allora corso in Italia ed anche in Roma, dove concorrevano tanti Longobardi e Franzesi. Nella sesta trovandosi dei beni occupati alla Chiesa romana da alcuni potenti di Roma, sotto pretesto d'averli ottenuti dai precedenti papi, vuole i ministri imperiali, il più presto che si possa, li facciano restituire. Nella settima comanda che non si facciano dai Romani ruberie ne' confini delle provincie suggette al regno d'Italia; e che le già fatte ed ogni altra ingiustizia occorse di qua e di là sia corretta secondo le leggi. Nell'ottava dà ordine, che compariscano alla sua presenza, finchè egli si trova in Roma, tutt'i duchi, giudici ed altri uffiziali del governo; perchè ne vuol sapere il numero e i nomi, e fare a cadauno un'ammonizione intorno al ministero che gli è appoggiato. In ultimo comanda ed esorta ciascuno che portino in tutto ubbidienza e riverenza al romano pontefice, se loro sta a cuore di goder la grazia di Dio e d'esso imperadore. Da queste ordinazioni risulta la signoria de' papi in Roma e nel suo ducato, ma insieme la superiore degli Augusti. Tornò poscia Lottario in Francia, e notificato al padre come erano stati eseguiti in Roma i di lui ordini, se ne rallegrò forte il buon imperadore, e specialmente del bene fatto agli oppressi sotto i precedenti pontificati.
Se vogliamo prestar fede al continuatore anonimo della storia di Paolo Diacono[876], già pubblicato dal Freero, Lottario imperatore solennizzò in Roma la festa di san Martino, e fece fare tanto egli come papa Eugenio al clero e popolo romano il seguente giuramento: _Promitto ego ille per Deum omnipotentem, et per ista quatuor Evangelia et per hanc Crucem Domini nostri Jesu Christi, et per corpus beatissimi Petri principis Apostolorum, quod ab hac die in futurum ero fidelis dominis nostris imperatoribus Hludovico et Hlothario, diebus vitae meae, juxta vires et intellectum meum, sine fraude atque malo ingenio, salva fide, quam repromisi domino apostolico. Et quod non consentiam, ut aliter in hac sede romana fiat electio pontificis, nisi canonice et juste secundum vires et intellectum meum; et ille, qui electus fuerit, me consentiente consecratus pontifex non fiat, priusquam tale sacramentum faciat in praesentia missi domini imperatoris et populi eum juramento, quale dominus Eugenius papa sponte pro conservatione omnium factum habet per scriptum._ Ma noi non possiam dare questo per documento sicuro, stante il dirsi da quello scrittore che _anno DCCCXXV Lotharius imperator iterum ad Italiam veniens, missam sancti Martini Romae celebravit_. Bensì nell'anno presente 824 venne a Roma l'imperador Lottario, e si può credere che vi si trovasse nella festa di san Martino, perchè solamente nel seguente anno tornò in Francia; ma non sussiste la sua venuta nell'anno 825. Anche il padre Pagi[877] per altre ragioni tien quell'autore per molto posteriore a' tempi di Paolo Diacono. Giovan-Giorgio Eccardo[878] crede errato qui l'anno per colpa de' copisti. Tolto ciò, non è inverisimile quell'atto per i motivi che addurremo più abbasso. Lo stesso padre Pagi lo riferisce come cosa certa; e veramente papa Eugenio, considerata la discordia accaduta nella propria elezione, potè condiscendervi, per rimediare ai disordini dell'avvenire. Tuttavia lecito è a ciascuno di sentire qui ciò che gli pare più verisimile. Prima che il suddetto Augusto Lottario imprendesse di quest'anno il viaggio in Italia, trovandosi in Compiegne, diede un diploma in favore di _Leone vescovo_ di Como, che si legge presso l'Ughelli[879], dove conferma alla di lui chiesa i privilegii conceduti da Ansprando, Cuniberto, Bertarido, Ariberto, Liutprando, Rachisio, Astolfo e Lodovico suo padre, e nominatamente _res quas Waldo abbas praedicto Petro episcopo quaesivit, quae erant sitae in Valle Tellina in ducatu mediolanense_. Degno è d'osservazione questo nome di _ducato di Milano_, e che la Valtellina fosse in esso compresa. Per altro quel diploma è pieno di spropositi, e v'ha qualche giunta che non può venir dall'originale, come è il dirsi sul principio _Lotharius primus Augustus_. Quel _primus_ è stato aggiunto da qualche sciocco, e così _Ludovicus secundus_ e _Ludovicus tertius_ ne' susseguenti, quasichè gli imperadori d'allora usassero i riti dei tempi nostri. Negli Annali sacri del padre Tatti[880] non compariscono così macchiati que' diplomi. La data è questa: _III nonas januarii anno, Christo propitio, undecimo imperii domni Ludovici piissimi Augusti, Lotharii filii ejus gloriosissimi regnantis secundo, indictione secunda, anno DCCCXXIV. Actum Compendio, palatio regio_. Ma quell'anno dell'era cristiana anch'esso è una giunta, non essendo per anche stato in uso di questi monarchi ne' loro diplomi, come risulta da tanti altri esempli. _L'anno secondo_ di Lottario, corrente nel dì 3 di gennaio del presente anno, suppone una epoca incominciata nell'anno 822. Un altro diploma d'esso Lottario vien riferito dal medesimo padre Tatti sotto il precedente anno con queste note: _Datum III nonas junii anno imperii domni Hludovici serenissimi imperatoris X, regnique Hlotharii gloriosissimi Augusti in Italia I, Indictione prima. Actum Venonica Villa Unfredi comitis, in Dei nomine feliciter. Amen. Anno DCCCXXIII_. Si dee credere aggiunto l'anno cristiano, perchè è fuor di sito e non usato allora.
Fu costretto ancora in quest'anno l'imperador Lodovico, per domare gli umori inquieti de' popoli della minore Bretagna, di portarsi con un potente esercito in quella provincia, insieme coi suoi due figliuoli _Pippino_ e _Lodovico_. Secondo gli abusi di que' tempi, anche i vescovi, gli abati ed altri ecclesiastici, che aveano de' vassalli, erano obbligati ad intervenirvi coll'armi. E v'intervenne appunto anche _Ermoldo Nigello_ monaco, anzi per quanto portano le conghietture, abbate di Aniana, che racconta[881] quella guerra, con protestar nondimeno di non aver combattuto, nè sparso il sangue d'alcuno, e con aggiungere un motto faceto del _re Pippino_, che al vedere la bella figura di questo buon monaco guernito d'armi, non potè contener le risa, e gli disse che andasse a studiar lettere; che questo era il suo mestiere, e non già il maneggiar armi. Ecco le sue parole:
_Hic egomet scutum humeris ensemque revinctum_ _Gessi, sed nemo me feriente dolet._ _Pippin hoc aspiciens, risit, miratur et infit:_ _Cede armis, frater, literam amato magis_.
Questi erano i bei costumi d'allora, che durarono anche dipoi gran tempo al dispetto di tutte le doglianze de' sommi pontefici e de' concilii, e benchè Carlo Magno avesse promesso di esentar gli ecclesiastici della guerra. Per più di quaranta giorni fu devastata la minore Bretagna, tanto che quel popolo s'indusse alla sommessione e a dar degli ostaggi per sicurezza delle loro promesse. Vennero nel novembre di quest'anno all'udienza dell'imperador Lodovico[882] in Roano i legati di _Michele Balbo_ imperadore d'Oriente, per confermar la pace fra l'uno e l'altro imperio, e gli presentarono varii regali per parte del loro padrone. Si servì di questa congiuntura _Fortunato patriarca di Grado_ per venire anch'egli da Costantinopoli a trovar lo imperadore desideroso d'essere rimesso in sua grazia. Ma quegli ambasciatori nulla parlarono in favore di lui; ne parlò ben egli; ma l'imperadore il rimise al papa, come a giudice competente dei suoi pari. Secondochè scrive il Dandolo[883]: questo patriarca terminò il corso della sua instabile vita in Francia, e lasciò per testamento alla chiesa di Grado molti ricchi arredi ch'egli aveva acquistati nelle varie sue vicende. Suo successore nel patriarcato di Grado fu _Venerio_, nato in Rialto, ossia nella nuova Venezia, che rifabbricò in Grado molte chiese malcondotte dalla lor vecchiaia. _Suppone_, già da noi veduto duca di Spoleti, godè per poco tempo della sua fortuna, perchè per attestato degli Annali de' Franchi, mancò di vita in quest'anno. Trovavasi allora in Italia a rendere giustizia ai popoli per ordine degl'imperadori _Adalardo conte del palazzo_, appellato il Minore. A lui fu conferito quel ducato; ma appena passarono cinque mesi che anch'egli sloggiò da questa vita. In suo luogo venne dichiarato duca di Spoleti _Mauringo ossia Moringo_, conte di Brescia, che vedemmo nell'anno precedente delegato anch'esso dall'imperador Lodovico insieme col suddetto Adalardo. Strana cosa parve che appena ricevuta la nuova della dignità a lui conferita, cadde infermo, e passò similmente al paese dei più. Pensa il conte Campelli[884] che a lui succedesse nel governo di Spoleti _Guido I, ossia Guidone_ o _Widone_; ma di ciò parleremo più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che i legati dell'imperador greco portarono all'Augusto Lodovico lettere del loro padrone, dove si trattava del culto delle sacre immagini, contra le quali esso Michele imperadore palesemente s'era dichiarato, per veder di tirare nel suo partito il regno de' Franchi. Lodovico poscia inviò tutti costoro a Roma, acciocchè di questo affare risguardante la Chiesa ne fosse giudice il solo romano pontefice. Se vogliam credere ad essi Greci, molte superstizioni e molti abusi s'erano introdotti nella venerazion delle immagini. Ora Lodovico a cui dispiaceva la dissension della Chiesa per questo affare, spedì anch'egli al papa i suoi legati, con chiedergli licenza di tener delle conferenze coi vescovi per disaminar questo punto, benchè già deciso nel concilio niceno II.
NOTE:
[869] Annal. Franc. Eginhardi. Annal. Franc. Bertiniani et alii.
[870] Anastas. Bibliothecar., in Vita Pascal.
[871] Paschasius Ratbertus, in Vit. Wallae Ab., lib. 1.
[872] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[873] Anastas. Bibliothec., in Vit. Eugenii II.
[874] Baron., in Annal. Eccl.
[875] Holstenius, Collect. Rom., P. II.
[876] Rer. Italic., P. II, tom. 1.
[877] Pagius, ad Ann. Baron.
[878] Eccard., Rer. Franc., lib. 28.
[879] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.
[880] Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 1.
[881] Ermold. Nigellus, lib. 4, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[882] Annales Franc. Eginh. Annal. Franc. Bertin., ec.
[883] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[884] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.
Anno di CRISTO DCCCXXV. Indizione III.
EUGENIO II papa 2. LODOVICO PIO imperadore 12. LOTTARIO imperadore e re di Italia 6 e 3.
Fu in fatti nel novembre dell'anno presente tenuta in Parigi una copiosa conferenza di vescovi per riconoscere, se culto si dovesse, e quale, alle sacre immagini, e si trovarono que' prelati conformi in alcuni punti alla dottrina della Chiesa romana, stabilita nel suddetto concilio di Nicea, ma discordi in altri. Essendo fuori dell'assunto, ch'io ho preso, una tal controversia, rimetto i lettori bramosi di prenderne conoscenza, a quanto sopra di ciò hanno scritto il cardinal Baronio[885], il padre Mabillone[886] e il padre Pagi[887], e alla storia ecclesiastica del Fleury. Mentre l'imperador Lodovico era in Aquisgrana, vennero a trovarlo gli ambasciatori de' Bulgari per metter fine alle dispute de' confini fra la loro nazione e i Franchi. Segno è questo che il dominio dei Franchi si stendeva ben oltre nella Pannonia, mentre arrivava sino ai confini della Bulgaria. Tuttavia potrebbe essere che i Bulgari occupassero allora un paese più vasto della Bulgaria moderna da noi conosciuta, e che potessero anche sì fatte liti essere state dalla parte della Schiavonia. L'imperadore, come conveniva, rispose con sue lettere al re dei Bulgari; ma per ora non seguì accordo alcuno fra loro. Conchiuse egli bensì un trattato di pace coi Danesi, e inoltre destinò varii messi per diverse parti della sua monarchia con ordine di procurar l'onore delle chiese e la giustizia fra i popoli. Leggonsi tuttavia presso il Baluzio[888] le Istruzioni sue premurose e giuste, a tale effetto pubblicate in un capitolare. Finquando vivea papa Pasquale, _Claudio_ vescovo di Torino, di nazione spagnuolo, avea cominciato a riprovar la venerazione delle sacre immagini e delle relique, e i pellegrinaggi della gente pia. Si sa che esso papa era in collera contra di lui. Da che Pasquale fu chiamato da Dio a miglior vita, si diede Claudio a scrivere pubblicamente contro la dottrina della Chiesa. Non si può negare, costui era uomo dotto, ma pieno di superbia e di presunzione: chiamava asini tutti i vescovi d'Italia. Scrisse a Teodemiro abbate in Francia per persuadergli i suoi sentimenti; ma l'abbate, lungi dall'accordarsi con lui, modestamente riprovò gli erronei di lui sentimenti. Di più non vi volle perchè Claudio acceso di collera facesse un insolente risposta in difesa de' suoi errori. Dalla Cronica farfense[889] apprendiamo avere _papa Eugenio_ donate al monistero di Farfa due masse, appellate l'una Pompeiana, e l'altra Belagai, poste _infra nobilissimam urbem romanam_: il che ci fa conoscere che entro Roma stessa si trovavano dei buoni poderi coltivabili. _Ingoaldo abbate_ ne cercò in quest'anno la conferma da Lottario imperadore, come costa dal suo diploma, dato _secundo kalendas junias, anno, Christo propitio, imperii serenissimi domni Ludovici Augusti XII, regnique Lotharii gloriosissimi imperatoris in Italia III, Indictione III Actum Olonna palatio regio_, cioè nell'anno presente. Dura tuttavia il nome di _corte Olonna_ nel distretto di Pavia in vicinanza del fiume Olonna non lungi dal Po. Era una volta luogo di delizie dei re d'Italia con palazzo per la villeggiatura; e quivi furono dati varii loro diplomi. Oggidì appartiene ad un generoso signore della casa d'Este, cioè a don Carlo Filiberto d'Este, principe del sacro romano imperio e marchese di san Martino. Circa questi tempi per attestato del Dandolo[890], i dogi di Venezia spedirono Giusto prete per loro legato, unitamente con Pietro diacono di _Venerio patriarca_ di Grado, agl'imperadori Lodovico e Lottario, ed ottennero la conferma delle esenzioni de' beni spettanti alla chiesa di Grado nel regno d'Italia. Trovavasi l'Augusto Lottario in Marengo, corte regale in Lombardia, nel febbraio dell'anno presente, ed ivi con suo diploma[891] assegnò un monistero in ricompensa d'uno spedale di pellegrini tolto all'insigne monistero della Novalesa. Erano negli antichi secoli frequentissimi gli spedali per alloggiare i pellegrini, tanto nelle città che fuori, e massimamente nei passaggi delle montagne e de' fiumi perchè le osterie, sì usate oggidì, erano allora cose rare. Però pochi monisteri di monaci e canonici regolari si contavano una volta che non avessero di sì fatti caritativi alberghi; per nulla dire di tanti altri istituti per gl'infermi, per gli fanciulli esposti, per gli vecchi ed altri poverelli: del che ho io trattato nelle mie Antichità italiane[892].
NOTE:
[885] Baron., Annal. in Eccl.
[886] Mabill., Praef. p. 1. Saecul. IV, Benedictio.
[887] Pagius, in Crit. Baron. ad hunc annum.
[888] Baluz., Capitular. Reg. Franc. tom. 1.
[889] Part. II, tom. 2 Rer. Ital.
[890] Dandolus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[891] Antiquit. Italic., Dissertat. XXXVII, p. 577.
[892] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVII, pag. 577.
Anno di CRISTO DCCCXXVI. Indizione IV.
EUGENIO II papa 3. LODOVICO PIO imperadore 13. LOTTARIO imperadore e re di Italia 7 e 4.
Tenne in quest'anno _papa Eugenio_ un concilio in Roma riferito in parte dal cardinal Baronio[893] ed interamente poi dall'Olstenio e dal Labbe[894]. Si dice ivi raunata quella sacra assemblea, _imperante domino nostro piissimo Augusto Hludovico a Deo coronato magno imperatore, anno XIII, et post consulatum ejus anno XIII, et Hlothario novo imperatore ejus filio anno X, Indictione IV_ (probabilmente sarà stato ivi scritto _Indictione V_, cominciata nel settembre) _mensis novembris die XV_. Si vede qui praticato per gl'imperadori d'Occidente lo stesso stile che si usava nei tempi addietro per gli greci Augusti, allorchè erano padroni di Roma. Merita anche osservazione l'epoca di Lottario Augusto presa non già dall'anno della coronazione romana 823, ma bensì dalla sua prima elezione dell'anno 817. A questo concilio intervennero sessantatrè vescovi, e furono fatti trentotto canoni. Fra l'altre cose dice il pontefice d'aver inteso come in alcuni luoghi non si trovavano maestri di lettere, e che di ciò niuno prendeva cura. Il perchè ordina che in tutti i palazzi dei vescovi e in tutte le pievi, cioè nelle case de' parrochi di villa e negli altri luoghi, dove occorra il bisogno, vi sia chi insegni le lettere e l'arti liberali, e spieghi la divina Scrittura. C'era quest'obbligo anche prima, e Carlo Magno ebbe anche egli a cuore che non meno in Francia e Germania, che in Italia rifiorisse lo studio delle lettere. Ma in che stato fosse allora per questo conto l'Italia, e ciò che allora insegnassero i maestri, lo vedremo all'anno susseguente. In esso concilio ancora fece premura il papa perchè dappertutto s'introducesse l'istituto dei canonici, e della vita loro comune in chiostro unito alle cattedrali. Sappiamo eziandio dagli Annali de' Franchi[895], che nell'anno presente furono spediti da papa Eugenio _all'imperador Lodovico_ due nunzii, cioè _Leone vescovo_ di Selva Candida e Teofilatto nomenclatore; ma senza essere a noi pervenuto il motivo e soggetto di quest'ambasceria. Vi tornò ancora un legato del re de' Bulgari, e questi, giacchè non era anche decisa la controversia de' confini, fece nuove istanze per determinarle senza maggior dilezione, altrimente protestava che cadauno difenderebbe coll'armi ciò che possedeva. Andò l'imperadore tirando in lungo le risposte, perchè v'era qualche sentore che il re suddetto in questo mentre fosse stato ucciso o cacciato dal regno; e per chiarirsene inviò _Bertrico_, conte del palazzo, a _Baldrico, duca_ o marchese del Friuli, e a _Geroldo, conte_ della Carintia, con ordine d'informarsene. Si trovò falsa la voce: però l'imperadore rispedì quel legato, ma però senza lettere.