Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 46

Chapter 463,495 wordsPublic domain

Trovavasi a Nimega l'_imperador Lodovico_ dopo Pasqua, ed ivi nella dieta dei suoi conti magnati confermò la partizion degli stati fra' suoi figliuoli, precedentemente da lui fatta nell'anno 817. Leggesi questa presso il Baluzio[837]. Di _Lottario_ altro non è detto, se non che era stato dichiarato compagno e successore nell'imperio. Al re _Pippino_ viene assegnata l'Aquitania, la Guascogna, la Linguadoca e la Marca di Tolosa con quattro altri comitati; a _Lodovico_ re la Baviera, la Carintia, la Boemia, e ciò che apparteneva alla monarchia franzese nella Schiavonia e Pannonia. Comanda poi che i due minori fratelli non possano ammogliarsi[838], nè far pace o guerra senza il consiglio o consenso del fratello maggiore, cioè dell'_imperadore Lottario_. Colà arrivarono nello stesso tempo i legati di _papa Pasquale_ cioè _Pietro Vescovo_ di Cento Celle, oggidì Cività Vecchia, e Leone nomenclatore. Il suggetto di tale ambasciata restò nella penna agli storici. Furono essi prontamente ammessi all'udienza e rispediti. Fecesi ancora in quest'anno una spedizione degli eserciti nella Pannonia contra del ribello _Liudevito_ duca, ed altro non si sa operato da essi, fuorchè l'aver dato il sacco dovunque arrivarono. Nel mese poi di ottobre nella villa di Teodone, essendo stata intimata colà una dieta generale, quivi il giovane imperador _Lottario_ prese per moglie _Ermengarda_ figliuola di _Ugo conte_[839], discendente da _Eticone_ duca d'Alemagna: _Qui erat de stirpe cujusdam ducis nomine Edith_, scrive Tegano[840]. Informato il romano pontefice che si aveano a celebrar queste nozze, vi spedì anch'egli i suoi legati, cioè Teodoro primicerio e Floro, che portarono dei gran regali agli Augusti sposi. E allora fu che il piissimo imperador Lodovico, mosso a compassione (probabilmente ancora per le istanze e preghiere del suddetto papa) verso gli esiliati a cagion della congiura del fu re d'Italia _Bernardo_, li fece venire alla sua presenza[841], nè solamente donò loro la vita e la libertà, ma eziandio fece loro restituire tutto quanto dei lor beni era venuto in potere del fisco. Negli Annali di Fulda più precisamente sta scritto che _singulos in statum pristinum restituit_. Di qui han preso giusto motivo il Puricelli, l'Ughelli e il padre Papebrochio di credere che _Anselmo_ arcivescovo di Milano se ne tornasse alla sua cattedra, e morisse placidamente fra' suoi. _Wolfoldo_ vescovo di Cremona (chiamato dall'Ughelli[842], non so con qual fondamento modenese) scrive il medesimo autore che mancò di vita nell'esilio, ma senza addurne pruova alcuna. _Teodolfo_ ancora vescovo d'Orleans fu partecipe di questo perdono; ma comune opinione è ch'egli poco ne godesse, e che terminasse da lì a non molto i suoi giorni. Anzi, se è vero quanto scrive Letaldo monaco miciacense[843], il veleno fu quello che il levò di vita, a lui dato da chi nel tempo di sua disgrazia avea occupati i suoi beni. Già dicemmo all'anno 814 che il celebre _Adalardo_, abbate della vecchia Corbeia, era stato per meri sospetti relegato in un monistero d'Aquitania. A lui pure fece grazia in quest'anno l'imperadore, e il rimise in possesso della sua badia. Avenne in questi tempi che _Fortunato patriarca di Grado_ fu accusato da Tiberio suo prete presso l'imperador Lodovico d'infedeltà[844], quasi che egli esortasse _Liudevito_ duca dell'inferiore Pannonia a persistere nella sua ribellione, ed in oltre con inviargli de' muratori gli desse aiuto a fortificar le sue castella. Fu perciò citato che venisse alla corte. Mostrò egli a tutta prima prontezza ad ubbidire, e a tal effetto passò in Istria. Poscia, fingendo di andare alla città di Grado, ed occultato il suo disegno ai suoi stessi domestici, all'improvviso segretamente s'imbarcò, e portossi a Fara, città della Dalmazia, dove rivelò a Giovanni, governator della provincia per l'imperador greco, i motivi della sua fuga; e questi presane la protezione, non tardò a spedirlo per mare a Costantinopoli. Non ebbe contezza di questo fatto Andrea Dandolo nella sua Cronica di Venezia. Fu in quest'anno nel mese d'agosto tenuto un placito, ossia pubblico giudizio nella città di Norcia del ducato spoletino[845], da _Aledramo conte_, e da _Adelardo_ e _Leone_, vassali e messi spediti da _Lodovico magno imperadore, ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas_. Aveano sessione nel medesimo giudizio _Guinigiso_ e _Gerardo duchi, Sigoaldo_ vescovo di Spoleti, _Magio, Ittone_ e _Liutardo_ parimente vescovi con altri abati, vassi e gastaldi. Aveva il suddetto Guinigiso duca di Spoleti confiscato _ad regiam partem_, cioè applicato alla camera del re d'Italia (il che la conoscere chi fosse il sovrano di Spoleti) i beni di un certo Paolo, che i monaci di Farfa pretendeano donati al loro monistero, ed anche posseduti da loro. La decision fu in favore d'_Ingoaldo_ abate di Farfa. L'aver trovato nella carta di questo placito con _Guinigiso duca Gerardo duca_, diede, credo io, motivo a chi fece il catalogo dei duchi di Spoleti, anteposto alla Cronica farfense, di registrarlo fra i duchi di quella contrada; e tale l'hanno tenuto il padre Mabillone, il padre Pagi e l'Eccardo. Anzi il conte Campelli, siccome di sopra accennai, spacciò francamente per figliuolo di Guinigiso questo _Gerardo duca_. Io senza altre pruove non ardirei di asserirlo duca di Spoleti, perchè potè essere duca d'altro paese, ed essere capitato a Norcia per suoi affari; sapendo noi che s'invitavano ai placiti i più riguardevoli signori che quivi allora si trovavano. Abbiamo già veduto che nei vicini stati della Chiesa i governatori delle città portavano il titolo di duca. Nè di questo Gerardo si truova più menzione; ed essendo passato a miglior vita nell'anno seguente _Guinigiso_, duca indubitato di Spoleti, vedremo che gli succede _Suppone_, senza che più si parli di Gerardo. Però tali riflessioni fanno me andar guardingo a concedergli luogo fra i duchi di Spoleti. Al più si potrebbe sospettare che fosse stato duca di Camerino. Abbiamo poi dal Dandolo[846] che _Angelo Particiaco_ doge di Venezia, udita l'assunzione al trono imperiale d'Oriente di _Michele Balbo_, gli spedì per suo ambasciatore _Angelo_ figliuolo di _Giustiniano_ suo figliuolo, che avea per moglie una nobil donna per nome Romana. Ma questi giunto a Costantinopoli, da lì a pochi giorni s'infermò e morì.

NOTE:

[837] Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1, p. 573.

[838] Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.

[839] Eccard., Hist. Genealog. Domus Habsburg.

[840] Thegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 28.

[841] Annal. Franc. Lauresham. Annal. Franc. Bertiniani.

[842] Ughell., tom. 4 Ital. Sacr.

[843] Letald., de Miracul. S. Maximini, cap. 13.

[844] Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.

[845] Chron. Farfens.

[846] Dandulus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCXXII. Indizione XV.

PASQUALE papa 6. LODOVICO PIO imperadore 9. LOTTARIO imp. e re d'Italia 3.

Per attestato di Eginardo e d'altri antichi annalisti, l'anno fu questo in cui l'_imperador Lodovico_, trovandosi nella dieta di Attignì, che fu universale di tutto l'imperio, e v'intervennero anche i legati del papa, si riconciliò con _Drogone, Teodorico_ ed _Ugo_, suoi fratelli bastardi[847], ch'egli nell'anno 818 avea forzati a prendere l'abito monastico. A Drogone diede nell'anno seguente il vescovato di Metz, ad Ugo varii monisteri, Teodorico verisimilmente col morir poco appresso non godè dei benefizii a lui pure compartiti o destinati dal fratello Augusto. Si accusò ancora pubblicamente il religiosissimo imperadore della crudeltà usata contra di _Bernardo re d'Italia_ suo nipote, e di quanto aveva operato contra di _Adalardo_ abate e di _Walla_ suo fratello, personaggi illustri della real famiglia; e ne domandò e ne fece pubblica penitenza. Dopo la dieta di Attignì[848] egli spedì l'Augusto _Lottario_ suo primogenito al governo dell'Italia, e gli mise a' fianchi il suddetto _Walla_, già fatto monaco e _Gerungo_ che era _ostiariorum magister_ nella sua corte, acciochè essendo esso suo figliuolo tuttavia giovane ed inesperto, si regolasse negli affari del regno col loro consiglio. Questo Walla abate, nella vita di lui scritta da Pascasio Ratberto, e pubblicata dal padre Mabillone[849], è chiamato _paedagogus Augusti Caesaris_; noi diremmo _aio di Lottario imperadore_. Son di parere il suddetto padre Mabillone[850] e il padre Pagi[851] che da questo ingresso di Lottario cominciasse un'altra epoca, che dicono incontrarsi in alcuni diplomi. Veramente nell'insigne archivio dell'arcivescovato di Lucca ho io vedute varie pergamene segnate con gli anni di esso imperador Lottario, _postquam in Italiam ingressus est_. Una di quelle fu scritta _Anno XXVIII. Hlotharii imperatoris, postquam, ec. Indictione XIII, nono kal. martias_, cioè nell'anno 850. Ma questa epoca pare dedotta dall'anno seguente 823, poichè in Lucca non si contavano peranche nel febbraio dell'anno presente gli anni di Lottario, ciò constando da un placito tenuto da due Scabini, dove son queste parole: _Facta notitia judicati in regno Dno nro Hludovvic magni imperatoris, anno imperii ejus nono, mense aprile, Indictione quintadecima,_ cioè nell'anno 822, dove non si vede menzione di Lottario. Un'altra carta vidi scritta _regnante. D. N. Hlothario imperatore Augusto, anno imperii ejus postquam in Italia ingressus est, trigesimo tertio, et figlio ejus D. N. Hludovvico idemque imperator, anno sexto, decimo kal. octobris, Indictione quarta._ Un'altra ha le seguenti note: _Anno XXV. Hlotarii imperatoris postquam in Italia ingressus est, V nonas martias, Indictione X,_ cioè nell'anno 847, a dì 3 di marzo. Questa epoca, che mi sembra dedotta dall'anno presente, non s'accorda colle precedenti; e però lascerò sopra di ciò disputare a chi ha più abbondanza di tempo.

Abbiamo a quest'anno le seguenti parole di Eginardo[852], alle quali son conformi quelle d'altri annalisti[853]. _Vinigisus dux spoletanus, jam senio confectus, habitu saeculari deposito, monasticae se mancipavit conversationi; at non multo post tactus corporis infirmitate decessit. In cujus locum Suppo Brixiae comes substitutus est_. Sicchè nell'anno presente _Guinigiso_ duca di Spoleti si fece monaco, e poco dappoi compiè il corso della sua vita, e in luogo suo fu sostituito dagl'imperadori Lodovico e Lottario _Suppone_ conte di Brescia. Questo _Guinigiso_ vien chiamato _il secondo_ dal padre Mabillone[854], perchè nel catalogo anteposto da me alla Cronica di Farfa si legge due volte _Guinichus dux_. Ma siccome ho di sopra avvertito, un solo _Guinigiso_ governò quel ducato, e ciò a noi viene anche insinuato dal _jam senio confectus_. Il conte Campelli ed altri hanno poi creduto ch'egli non lasciasse dopo di sè prole maschile; ma il suddetto padre Mabillone pretende che restasse di lui un figliuolo similmente appellato Guinigiso; perchè in un placito tenuto nella città di Spoleti _anno Ludovici et Lotharii imperatorum decimo et quarto, mense aprili, Indictione I_, cioè nell'anno seguente 823, _Ingoaldo_ abate di Farfa ricuperò una corte a lui usurpata da _Guinigiso vasso dell'imperadore_. Per chiarirsi meglio di ciò converrebbe aver sotto gli occhi il placito stesso, e vedere se questo Guinigiso è allora vivente; e quando sia vivo, se apparisca figliuolo del defunto duca Guinigiso, potendo altre persone fuori della di lui casa aver portato il medesimo nome. Per altro non è da fidarsi molto del catalogo suddetto, al vedere che in esso non è dipoi fatta menzione di _Suppone_, che senza fallo succedette in quel ducato. Secondo i sopraccitati Annali, in quest'anno ancora l'esercito d'Italia fu spedito contra di _Liudevito_ duca ribello nella Pannonia. Costui, veggendo appressarsi le armi nemiche, abbandonata la città di Siscia, oggidì Sissec, posta alla sboccatura del Savo, si ricoverò appresso i Sorabi, creduti dall'Eccardo gli stessi che i Serbi, o Servi, da lì innanzi padroni della Servia. L'Astronomo[855] scrive ch'egli _ad quemdam principem Delmatiae venit_. Ammesso da quel principetto in una sua città, il pagò da par suo di questo benefizio, perchè ammazzatolo s'impadronì della città medesima. Finalmente o pentito daddovero, o fingendosi pentito, mandò all'imperador Lodovico alcuni de' suoi a chiedere misericordia, con promessa ancora di comparire davanti a lui in persona. Ma il barbaro fu poscia nell'anno seguente ucciso da uno de' suoi: con che diede fine a tante sciagure per sua cagione accadute alla Pannonia. Abbiamo parimente dal Porfirogenneta[856] e dal continuator di Teofane[857], che i Saraceni, e, quel che può recar più maraviglia, i Saraceni di Spagna, s'impadronirono in quest'anno dell'isola di Creta. Credesi che i medesimi coll'aver quivi fabbricata la città appellata _Candia_, fecero col tempo mutare all'isola il nome. Avendo spedito _Deusdedit_ vescovo di Modena un suo prete all'imperador Lodovico, ottenne la conferma de' privilegii conceduti al vescovato di Modena, ossia alla _chiesa di san Geminiano_, dai re longobardi, e dei beni spettanti alla medesima, fra' quali era un molino, _quod pertinebat ad curtem regis civitatis Novae_. Presso il Sillingardi e presso l'Ughelli[858], quel diploma è scorretto in molti siti, e specialmente nel fine. L'originale ha: _Durandus diaconus ad vicem Fridugisi recognovi et subscripsi. Data sexto idus februarias, anno Christo propitio VIIII imperii domni Hludovici piissimi Augusti, Indictione XV. Actum Aquisgrani palatio regio._

NOTE:

[847] Hincmarus, de Divor. Lotharii Regis.

[848] Annal. Franc. Eginhard.

[849] Mabill., Saecul. Bened. IV, P. 1.

[850] Idem, lib. 2. cap. 26, de Re Diplom.

[851] Pagius, in Crit. Baron.

[852] Eginhardus, Annal. Franc.

[853] Annales Franc. Bertiniani.

[854] Mabillon., Annal. Benedictin., ad hunc ann.

[855] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.

[856] Constantinus Porphyrogenn. de Administr. Imper. cap. 22.

[857] Continuator Chron. Theoph.

[858] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.

Anno di CRISTO DCCCXXIII. Indizione I.

PASQUALE papa 7. LODOVICO PIO imperadore 10. LOTTARIO imperadore e re d'Italia 4 e 1.

Per attestato di Eginardo[859], dell'autore della vita di Lodovico Pio[860] e d'altri annalisti antichi[861], l'_imperadore Lottario_ già venuto in Italia, dopo avere per ordine del padre atteso a rendere giustizia ai popoli in diversi luoghi, già si preparava per tornarsene in Francia, quando fu inviato e pregato da _papa Pasquale (rogante Paschale papa_) a portarsi a Roma, per quivi ricevere la corona dell'imperio. L'aveano ricevuta Carlo Magno e Lodovico Pio dalle mani de' sommi Pontefici; dovea premere a papa Pasquale di conservare i suoi diritti, e di non permettere che Lottario seguitasse a farla da imperadore senza la solenne funzione della coronazione, Pascasio Ratberto[862] ci fa sapere che _Lodovico Pio_ anch'egli concorse ad inviare colà il figliuolo, mettendo in bocca di Lottario queste parole verso il padre: _Ad eamdem sedem_ (di Roma) _clementer me vestra imperialis eximietas misit, ad confirmandum in me, quidquid pia dignatio vestra decreverat, ut essem socius et consors, non minus sanctificatione, quam potestate et nomine_. Ecco che ad autenticare e confermare l'elezion di un Augusto si richiedeva la coronazione romana. _Unde_ (soggiugne) _quia coram sancto altare et coram sancto corpore beati Petri principis Apostolorum a summo pontifice, vestro ex consensu et voluntate benedictionem, honorem et nomen suscepi imperialis officii_. Andò in fatti Lottario a Roma, dove fu accolto con gran pompa _(clarissima ambitione)_ dal sommo pontefice, e nel solenne giorno di Pasqua, che in quest'anno cadde nel dì 3 di aprile, fu maestosamente ornato della corona imperiale, _et Augusti nomen accepit_, come se cominciasse allora ad usar questo glorioso titolo. Nelle giunte alla storia di Paolo Diacono[863], date alla luce dal Freero, si legge all'anno 823: _Lotharius imperator primo ad Italiam venit, et diem sanctum Paschae Romae fecit Paschalis quoque apostolicus potestatem, quam prisci imperadores habuere, ei super populum romanum concessit_. E di qui prese principio un'epoca degli anni di Lottario imperadore, che dipoi fu la più usata in Italia ed altrove. Fu in questa occasione del trovarsi in Roma l'imperador Lottario che _Ingoaldo_ abbate di Farfa, come consta da un diploma del medesimo Augusto dell'anno 840, rapportato dal Du-Chesne e da me[864] nella Cronica di Farfa, reclamò nel concistoro, dove erano _papa Pasquale_ ed esso _Lottario Augusto_, contra del medesimo papa, perchè avea imposta al monistero di Farfa una pensione contro i suoi privilegii. _Postquam nos_ (dice ivi Lottario) _divino sibi nutu favente_ (Lodovico Pio) _consortes fecit imperii, ab eo in Italiam directi sumus, et a summo invitati pontifice et universali papa ac spirituali patre nostro Paschali, quondam Romani venimus. Quo dum in praesentia ejusdem domni apostolici ac nostra, procerumque romanorum, sive optimatum nostrorum, atque multorum utriusque partis nobilium virorum quaestiones agitarentur: inter ceteras altercationes, jubente eodem domno apostolico, advocatus suus nomine Sergius, interpellavit virum venerabilem Ingoaldum abbatem, dicens, quod idem Sabinense monasterium_ (cioè di Farfa) _ad jus et dominationem Romanae Ecclesiae pertineret._ Ma avendo l'abbate Ingoaldo prodotti i diplomi dei re longobardi e di Carlo Magno, da' quali appariva l'esenzione del suddetto monistero, e che esso era sotto la tutela dei re d'Italia, nè avendo che replicare in contrario l'avvocato pontificio: il pontefice Pasquale riconobbe di non avervi diritto alcuno, e fece restituire all'abbate tutti i beni che _ex eodem monasterio potestas antecessorum ejusdem Paschalis papae injuste abstulerat._ Rapporta il padre Pagi[865] questo atto all'anno seguente; ma è certo che si deve riferire al presente in cui era tuttavia vivo papa Pasquale. Terminate queste funzioni[866], se ne tornò l'augusto Lottario a Pavia, e di là nel mese di giugno passò a visitar l'imperadore suo padre, con dargli contezza delle giustizie in parte fatte e in parte cominciate in Italia. Il buono imperador Lodovico, standogli forte a cuore il sollievo e buon regolamento de' popoli, spedì allora in Italia _Adalardo_ conte del palazzo, con ordine di prendere per suo compagno _Mauringo_ conte di Brescia, e di perfezionar gli affari non terminati dal figliuolo.

Venuto l'autunno, tenne l'Augusto Lodovico una dieta in Compiegne[867], e colà pervennero nuove da Roma come _Teodoro primicerio_ della Chiesa romana, e _Leone nomenclatore_ suo genero (quel medesimo probabilmente, che nell'anno 817 fu spedito da papa Pasquale a Lodovico Pio) nel palazzo lateranense erano stati prima accecati, e che loro dipoi era stato mozzato il capo: _et hoc ideo eis contigisse, quod se in omnibus fideliter erga partes Lotharii juvenis imperatoris egerant. Erant et qui dicerent, jussu vel consilio Paschalis pontificis rem fuisse perpetratam_. Dispiacque non poco all'imperadore un tal fatto, ed incontanente diede ordine ad _Adalongo abbate_ di san Vedasto e ad _Unfredo conte_ di Coira, o pur duca della Rezia, di mettersi in viaggio alla volta di Roma, per fare una diligente inquisizione di tali omicidii. In questo mentre arrivarono alla corte i legati del papa, cioè _Giovanni vescovo_ di Selva Candida e _Benedetto arcidiacono_ della santa romana Chiesa, con incombenza di pregar l'imperadore che non prestasse fede a chi volea caricare il pontefice dell'infamia d'aver consentito alla morte di que' tali. Rispediti questi colle convenevoli risposte, fu replicato l'ordine ai legati imperiali di passare a Roma ad esaminar questo fatto. Andarono, ma non poterono raccogliere la certezza come fosse passato l'affare; perchè papa Pasquale si era giustificato col giuramento preso davanti ad un gran numero di vescovi, asserendo di non aver avuta parte in quegli omicidii. Per altro si trovò che il papa difendeva a spada tratta gli autori di quella strage, perchè erano della famiglia di s. Pietro, cioè suoi cortigiani, sostenendo che gli uccisi erano rei di lesa maestà, e però meritevolmente uccisi. Furono spediti di nuovo all'imperadore quattro legati pontificii col ritorno degl'imperiali; ed egli intese da loro la purgazione canonica praticata dal papa, che tagliava il corso ad ulteriori perquisizioni intorno alla pretesa di lui complicità, e udite le scuse degli uccisori (benchè mal volentieri), lasciò morir questo processo senza vendicare gli uccisi. _Occisorum vindictam ultra persegui non valens, quamquam multum volens ab inquisitione hujusmodi cessandum existimavit_: son parole dello Astronomo nella vita di Lodovico Pio. Chi non vede nella sostanza e nel maneggio di questo fatto la sovranità dell'imperadore in Roma, è da credere che abbia ben corta la vista. Sembra eziandio che i papi allora non istendessero al criminale la loro autorità, forse appartenendo ciò al prefetto di Roma, postovi dall'imperadore; ma ciò io non oso asserirlo. Nel dì 13 di giugno dell'anno presente l'_imperadrice Giuditta_ partorì in Francfort all'Augusto suo consorte un figliuolo, a cui fu posto il nome di _Carlo_: figliuolo, che diede col tempo occasione ad incredibili sconcerti nella monarchia franzese. Egli è celebre nella storia col nome di _Carlo Calvo_. Noi, andando innanzi, il vedremo un dì imperadore. Per altro in quest'anno s'unì insieme una gran frotta di disgrazie in Francia, perchè un fiero tremuoto fece traballare Aquisgrana, s'udirono di notte dei suoni insoliti; caddero furiose gragnuole ed assaissimi fulmini, continuò la mortalità degli uomini e delle bestie, ventitrè ville della Sassonia restarono distrutte dal fuoco, creduto del cielo. Abbiamo ancora dagli Annali dei Franchi che in quest'anno nella terra di Gravedona sul lago di Como una vecchia e già scolorita immagine della beatissima Vergine con Gesù Bambino in braccio, adorato dai Magi, per due giorni mandò splendor sì chiaro, che fu cagione di maraviglia a tutti; nè questa irradiazione si stendeva ai Magi. Della verità di questo miracolo io non fo la sigurtà ad alcuno. Così fatti prodigii e disavventure tennero forte inquieto l'animo del piissimo imperadore, di maniera che ricorse ai digiuni e alle orazioni dei sacerdoti, e alle limosine, a fin di placare lo sdegno di Dio, con farsi francamente a credere che tanti malanni presagissero qualche gran rovina al genere umano. Già avea terminato il corso di sua vita _Bonifazio conte di Lucca_, e verisimilmente _marchese di Toscana_, del quale parlammo di sopra all'anno 813. Ebbe per successore, in quel governo, _Bonifazio II_ suo figliuolo. Ciò si ricava da uno strumento rapportato da Cosimo della Renna[868], e scritto _regnante domno nostro Hludovicus serenissimus Augustus, a Deo coronatus, magnus et pacificus imperator, anno imperii ejus decimo, et domni nostri Hlotarii gloriosissimi Angusti filii et in Italia anno primo, III nonas mensis octobris, Indictione secunda_, cominciata nel settembre di quest'anno. Quivi _Richilda filia bonae memoriae Bonifati comiti, natio Baivariorum_, badessa di s. Benedetto nella città di Lucca, promette ubbidienza a _Pietro vescovo_ e ad _Odelberto abbate_ di san Salvatore di Sesto. Dopo la di lei sottoscrizione seguita quella di _Bonifazio conte_ suo _fratello_ con queste parole: _Signum manus Bonifati comitis germanus suprascriptae abbatissae, per cujus licentiam hoc factum est_. Sicchè nel governo di Lucca era già succeduto _Bonifazio II conte_, che verisimilmente fu anche marchese di Toscana per le ragioni che addurremo nell'anno 828.

NOTE:

[859] Eginh., Annal. Francor.

[860] Anonymus, in Vit. Ludov. Pii.

[861] Annales Franc. Bertiniani, etc.

[862] Paschasius Ratbertus, in vita Wallae Ab. apud Mabill.

[863] Rer. Ital., tom. 2, P. I.

[864] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[865] Pagius, in Crit. Baron., ad ann. 824.

[866] Annales Francor. Metenses. Astronom., in Vit. Ludovici Pii.

[867] Annales Lauresham. Astronom., in Vit. Ludov. Pii.

[868] Renna, Serie de' duchi di Toscana, P. I, pag. 95.