Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 43
Seguita poi questo autore a raccontare il gran bene fatto da' suddetti messi: il che vien confermato dall'astronomo nella vita di Lodovico Pio. Mandò poscia l'imperadore il maggior figliuolo _Lottario_ al governo della Baviera, e _Pippino_ secondogenito in Aquitania, con ritenere presso di sè _Lodovico_ terzogenito, perchè tuttavia fanciullo. Ed essendo ricorso a lui _Erioldo re di Danimarca_, cacciato dal suo regno, per implorar la sua protezione, il mandò in Sassonia ad aspettar tempo più propizio da prestargli aiuto. Notano inoltre gli Annali de' Franchi[764] che in questo anno la città di Gerusalemme fu devastata dai Persiani, cioè dai Saraceni, ed essere seguitata una fiera persecuzione de' Cristiani. Probabilmente que' seguaci di Maometto non sapevano digerire che quella santa città fosse passata in mano di Carlo Magno, siccome dicemmo, e che vi fosse cresciuta cotanto la popolazion de' Cristiani. Pel rispetto che portavano a sì potente e temuto monarca, tacquero finchè egli visse, ma udita la sua morte, infuriarono contra de' Cristiani ivi abitanti. Truovasi ancora nelle memorie del monistero di Farfa[765], da me prodotte altrove, una donazione fatta a quel sacro luogo da Ilderico castaldo colle seguenti note cronologiche: _Ludogvico serenissimo Augusto a Deo coronato, magno, pacifico imperatore, imperium romanum gubernante, anno ejusdem in Christi nomine I, seu et regnante Bernardo rege Langobardorum anno ejus in Dei nomine II, sed et temporibus Guinichis ducis ducatus spoletani, anno ejus in Dei nomine XXV, mense majo, die XVIII. Indictione VII. Actum in Reate_. A questo medesimo Ilderico erano stati conceduti in livello altri beni _mense martio, Indictione VII, anno imperii Ludovici I, Bernardi regis Langobardorum II_. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non aver avuto principio l'epoca di Bernardo nell'agosto dell'anno 813, allorchè Carlo Magno nella dieta tenuta in Aquisgrana _Bernardum nepotem, suum Italiae praefecit, et regem appellari jussit_, ma bensì sul fine del precedente anno 812, allorchè il mandò in Italia; altrimenti nel marzo e maggio del presente anno non sarebbe corso l'_anno secondo_ del suo regno, ma solamente il primo.
NOTE:
[754] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[755] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.
[756] Ermold. Nighel., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[757] Theganus, in Vit. Ludovici Pii, cap. 11.
[758] Eginhard., in Annal. Franc.
[759] Astronomus, in Vita Ludovici Pii.
[760] Chron. Farfense, P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[761] Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 814.
[762] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.
[763] Ermold. Nigellus, lib. 2, P. II, tom. 2, Rer. Italic.
[764] Annal. Francor. Lambecii.
[765] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCCXV. Indiz. VIII.
LEONE III papa 21. LODOVICO PIO imper. 2. BERNARDO re d'Italia 4.
Racconta Agnello nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna[766], che _Martino_ fu eletto arcivescovo di quella città, e consecrato in Roma dalle mani di _papa Leone_; e ciò prima che mancasse di vita _Pippino re d'Italia_, cioè prima dell'anno 810. Ch'egli ritornato a Ravenna, spedì tosto in Francia i suoi messi a notificar la sua assunzione, e che questi furono ben veduti da Carlo Magno. Esso arcivescovo fu che diede a godere allo stesso Agnello, che era in questi tempi tuttavia fanciullo, il monistero di _s. Maria ad Blachernas_, con averne ricevuto in regalo dugento soldi d'oro, perchè allora la simonia non era cosa forestiera in Italia. Di quest'oro colla giunta di altro egli fabbricò un vaso a guisa di chiocciola marina, che serviva al sacro crisma. Aggiugne quello storico, che dopo la morte di Carlo Magno, papa Leone mandò a Ravenna Crisafio suo cameriere, e molti muratori per rifare il tetto della basilica di s. Apollinare. Contribuì il papa molto di sua borsa per cotal fabbrica; ma costò eziandio di molte spese ai cittadini di Ravenna, e di grandi aggravii anche alle altre città dell'esarcato. Parimente Anastasio[767] fa menzione di questa pia liberalità del papa verso la basilica suddetta, e racconta altri doni ad essa fatti dal memorato pontefice. Ora avvenne per attestato del medesimo Agnello, che questo arcivescovo cadde in disgrazia di papa Leone, senza addurne a noi il motivo. Perciò il pontefice mandò un suo legato in Francia all'_imperador Lodovico_ per chiedere licenza di poter procedere contra d'esso prelato, e l'ottenne. Spedì Lodovico apposta _Giovanni vescovo d'Arles_ con ordine di presentarlo al papa. Venuto a Ravenna questo prelato, fece l'intimazione all'arcivescovo, che mostrò prontezza ad ubbidire; e fecero sigurtà di duemila soldi d'oro alcuni cittadini ravegnani, che egli andrebbe a Roma, a riserva dell'infermità di corpo. Pertanto da lì a dieci dì Martino si mise in viaggio; ma giunto che fu _ad Novas_, quasi quindici miglia lungi da Ravenna, _ubi olim fuit civitas nunc dirupta_, di cui si ha menzione anche nelle Tavole itinerarie, e che dal Cluverio vien creduta _Porto Cesenatico_, quivi finse di cader malato, e mandò questa scusa al papa, che al riceverla battè i piedi. Tuttavia ebbe licenza di tornarsene a Ravenna, dove trattò in Apolline il vescovo d'Arles, probabilmente guadagnato prima da lui, e gli donò varii vasi di argento e le alape d'oro (forse le coperte) dei santi Evangelii. Non è improbabile che desistesse papa Leone dal procedere ulteriormente contra del suddetto arcivescovo, perchè ad esso ancora toccarono in quest'anno delle traversie assai pericolose e disgustose. Non si sa perchè Anastasio bibliotecario trasandasse questa rilevante partita della vita d'esso pontefice. Abbiam solamente gli Annali de' Franchi, i quali ne fanno menzione. Durava tuttavia il mal animo di alcuni principali e potenti fra i Romani contra di papa Leone, verisimilmente fin qui tenuti in dovere dalla paura di Carlo Magno, fedel protettore della santa Sede[768]. Morto lui, tramarono una congiura per levar di vita esso pontefice; ma avutone egli sentore, li fece prendere e li diede in mano della giustizia. Convinti di questo reato, secondo le leggi romane furono sentenziati a morte, e la sentenza ebbe esecuzione. Giuntone l'avviso all'imperadore, se lo ebbe forte a male, parendogli troppo rigorosamente gastigati i rei da un papa primo vescovo della Cristianità. Può eziandio conghietturarsi ch'egli temesse per questo fatto delle rivoluzioni, onde venisse a perdere non men egli che il papa il dominio di Roma. Per questo spedì immantinente a _Bernardo re d'Italia_ ordine di portarsi a Roma unitamente con _Geroldo conte_, affin di prendere le informazioni di questo strepitoso fatto. Andò Bernardo, ma appena fu in Roma, che restò preso da alcune febbri. Nondimeno Geroldo in sua vece raccolse quanto occorreva, e rimessosi in cammino, ne portò le notizie all'imperadore. Il papa, o perchè temesse, o perchè sapesse che non erano molto favorevoli per lui le relazioni del re Bernardo e di Geroldo, non tardò a spedire anch'egli alla corte i suoi inviati, cioè _Giovanni vescovo di Selva Candida_, Teodoro nomenclatore e _Sergio duca_, a' quali riuscì di giustificare presso dell'Augusto Lodovico tutto quanto aveva in tal congiuntura operato il papa. Ma non passò gran tempo che il pontefice Leone cadde infermo di malattia tale, che fu giudicata da molti disperata la di lui salute. Allora si sollevarono i Romani, ed armati si portarono a distruggere i poderi e i casali di villa che di fresco egli avea fabbricato; e senza aspettare sentenza di giudice alcuno, andarono a ripigliarsi que' beni che esso papa avea lor confiscati, pretendendo ingiusto un sì fatto confisco. Avvertito di questa commozione il re Bernardo, diede incontanente commessione a _Guinigiso duca di Spoleti_ di passare a Roma con alcune squadre d'armati, e di smorzar quell'incendio: il che fu puntualmente eseguito da esso duca. Di tutto il successo diede avviso il re Bernardo all'imperadore.
Desideroso in quest'anno esso Augusto di rimettere in trono _Erioldo re di Danimarca_, che s'era ricoverato sotto la ombra del suo patrocinio, spedì una potente armata di Sassoni e di Sclavi Obotriti verso quel regno. Ma venuto ad accamparsi contra di loro uno non men poderoso esercito di Danesi, giudicarono i Sassoni più sicuro partito il ritirarsi a casa, contentandosi del sacco dato ad un tratto di paese, e di aver seco condotti alcuni ostaggi. Fu nondimeno cagione questo armamento che i Danesi inviarono legati a trattar di pace. Secondo altri Annali[769], tenne l'imperadore una dieta in Paderbona nel primo dì di luglio, alla quale intervennero _Lottario re di Baviera_ e _Pippino re d'Aquitania_, suoi figliuoli: dal che si può dedurre ch'egli avesse già conceduto loro il titolo di re. Giunse colà anche _Bernardo re d'Italia;_ e Tegano[770] scrive: _Bernardus ibi ad eum venit, quem dimisit ire iterum in Italiam_. Tornarono ancora da Costantinopoli i legati colà spediti, seco portando la concordia, di nuovo e vantaggiosamente assodata con _Leone imperador de' Greci_, il quale in questi tempi risvegliò e sostenne la setta degl'iconoclasti, con passar anche a perseguitare i monaci ed altri che proteggevano il culto delle sacre immagini, fra' quali _s. Teodoro Studita_ ed altri santi uomini furono cacciati in esilio. Risulta poi dalle memorie del monistero di Farfa[771], che Scatolfo e Formosa sua moglie fecero una donazion di beni a quel sacro luogo _anno II Ludovici imperatoris, II Bernardi regis, XXVI Guinichis ducis, mense januario, Die XVII, Indictione VIII_, cioè nell'anno presente. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non reggere l'opinione del p. Pagi[772] e dell'Eccardo[773], che stimarono _Guinigiso duca di Spoleti_ poco fa nominato, da cui fu quetato il tumulto di Roma, diverso da _Guinigiso_ creato duca di quella provincia nell'anno 789, perchè nel catalogo dei duchi spoletini[774] all'anno 814 si legge _Guinichus dux_, quasichè questi sia stato figliuolo del primo. La carta suddetta ci fa conoscere che un solo _Guinigiso_ continuava tuttavia a reggere il ducato di Spoleti, nè sussistere l'immaginazione di due diversi duchi di questo nome. In vece di _anno II Bernardi regis_, probabilmente quivi si leggerà anno III, per le ragioni che altrove[775] addussi; potendo nulladimeno essere che due diverse epoche di questo re si usassero, l'una dall'anno 812 in cui egli venne in Italia, e l'altra dal susseguente, allorchè ebbe il titolo di re. Forse nell'anno presente accadde ciò che narra Erchemperto[776] di _Grimoaldo Storesaiz_, principe ossia duca di Benevento. Mentre egli andava a Salerno, Dauferio, uomo fra' suoi di gran possanza, gli avea tese delle insidie ad un ponte. Se ne avvide Grimoaldo, e rinforzato dalla gente sua passò oltre senza molestia. Fece poi mettere in prigione gli artefici di tal cospirazione. Dauferio ebbe la sorte di salvarsi colla fuga a Napoli, e fu ben ricevuto dai Napoletani. Ciò mise in gran collera Grimoaldo, e però senza perdere tempo corse colla sua armata addosso a Napoli, e quella assediò, con fare strage dei Napoletani, qualunque volta osavano di uscire contra di lui. Il duca di Napoli, che probabilmente era _Antimo_, tanto s'ingegnò, che con lo sborso di ottomila soldi d'oro il placò, e rimise in grazia di lui Dauferio: il che diede fine alla guerra.
NOTE:
[766] Rer. Ital. P. I, tom. 2.
[767] Anastas. Bibliothecar., in Vita Leonis III.
[768] Astronomus, in Vita Ludovici Pii. Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani.
[769] Annal. Fuldens. Lambec.
[770] Theganus, de Gest. Ludovici Pii, n. 14.
[771] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[772] Pagius, ad Annal. Baron.
[773] Eccard., Rer. Franc., lib. 27.
[774] Ante Chronic. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[775] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[776] Erchempertus, Hist. Princip. Langobard., n. 7.
Anno di CRISTO DCCCXVI. Indizione IX.
STEFANO IV papa 1. LODOVICO PIO imperadore 3. BERNARDO re d'Italia 5.
Durò il pontificato di _Leone III_ papa fino al presente anno, in cui fu chiamato da Dio a miglior vita nel dì 11 di giugno, o in quel torno. Anastasio bibliotecario[777], qualunque sia l'autore della sua Vita, è assai digiuno nel racconto delle sue azioni, ma diffusamente poi parla delle tante fabbriche e de' risarcimenti da lui fatti alle chiese in Roma e fuori di Roma, e dei doni ed ornamenti preziosi ch'egli alle medesime contribuì. In questo, più che in altro sfoggiava in questi tempi la divozion de' Cristiani, e papa Leone profuse in ciò assaissimi tesori. Dopo dieci giorni di sede vacante fu eletto in suo luogo _Stefano_, _quarto_ di questo nome[778], diacono della santa romana Chiesa, che dianzi co' suoi piissimi costumi, con una vita veramente ecclesiastica, e con predicare al popolo la parola di Dio, s'era guadagnato l'affetto e la venerazione di tutto il clero e popolo romano. Siccome abbiamo dall'autore della vita di Lodovico Pio[779], consecrato ch'egli fu, si lasciò intendere di voler passare in Francia, per abboccarsi collo imperadore, dovunque a lui piacesse. _Praemisit tamen legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret_: parole che indicano già nata in Lodovico Augusto la pretensione che non s'avesse a consecrare il papa eletto senza il consentimento suo. Oltre a ciò, siccome abbiam da Tegano[780], scrittore contemporaneo, _statim postquam pontificatum suscepit, jussit omnem populum romanum fidelitatem cum juramento promittere Ludovico_: parole che presso gl'intendenti non han bisogno di spiegazione. Fu sommamente caro al pio imperadore d'udire che il sommo pastor della Chiesa volesse venir a trovarlo; sebbene Ermoldo Nigello suppone essere stato chiamato in Francia da Lodovico esso pontefice. Comunque sia, mandò tosto l'imperadore ordine a _Bernardo re d'Italia_ di accompagnarlo nel viaggio. Altri messi inviò ad incontrarlo, allorchè fu entrato in Francia, ed egli si fermò nella città di Rems ad aspettarlo. Quando poi fu in vicinanza di alquante miglia dalla città, furono a riceverlo _Ildebaldo arcicappellano_ del sacro palazzo, _Teodolfo vescovo di Orleans_, _Giovanni vescovo d'Arles_, ed altri sacri ministri, tutti vestiti co' sacri abiti sacerdotali. Un miglio poi fuori della città lo stesso imperadore con isplendido accompagnamento l'accolse. Smontato da cavallo, tre volte s'inginocchiò davanti al papa. Dice di più Tegano, che _princeps_ (cioè _Lodovico_, dopo essere scesi amendue da cavallo) _se prosternens omni corpore in terram tribus vicibus ante pedes tanti pontificis, et tertia vice erectus, salutavit pontificem_. Ermoldo Nigello[781], che più diffusamente degli altri descrive la andata in Francia di papa Stefano, succeduta ai suoi tempi, racconta che il pontefice alzò da terra l'imperadore, e il baciò. Dopo di che, preceduto da tutto il clero cantante il _Te Deum_, andarono alla chiesa, dove il clero romano intonò le acclamazioni consuete all'Augusto Lodovico, e il papa terminò coll'orazione l'allegrissima funzion di quel dì. Nel giorno seguente fu accresciuta l'allegria da un solennissimo convito, che l'imperador diede al papa, con regalarlo ancora da par suo. Nel terzo giorno fu invitato l'imperadore dal papa ad un somigliante magnifico convito, in cui anche il papa gli fece de' suntuosi presenti. Venuto il quarto giorno, ch'era domenica, essendo raunato tutto il clero e popolo nella gran basilica, papa Stefano con una corona d'oro tempestata di gemme coronò ed unse col sacro crisma l'_imperador Lodovico_, e similmente l'_imperadrice Ermengarda_ sua moglie, con aggiugnere dipoi nuovi regali all'uno e all'altra. Veggasi Ermoldo Nigello, il quale annovera appresso i donativi fatti da Lodovico a Stefano di vasi d'oro e d'argento, di vesti e cavalli, conchiudendo poi il catalogo con dire.
_Plura quid hinc memorem? nam centuplicata recepit_ _Munera Romanis quae arcibus extulerat._
Agnello[782] nelle Vite de' vescovi di Ravenna scrive che papa Stefano andò in Francia all'imperador Lodovico, _et quidquid postulavit ab eo, accepit_. E dal suddetto Ermoldo abbiamo che l'imperadore confermò i privilegii alla Chiesa romana, ordinando,
_Ut res Ecclesiae Petri, sedisque perennis_ _Inlaesae vigeant semper honore Dei._ _Ut prius ecclesia haec, pastorum munere fulta,_ _Summum apicem tenuit, et teneat, volumus._ _Addimus at, praesul, tantum eat ut supra locutum,_ _Justitiam recolat, qui sedet arce Petri._
Preso poi congedo dall'imperadore, s'incamminò il papa verso l'Italia; ma prima di farlo, secondochè avvertì Anastasio[783], avendo trovato in Francia molti Romani banditi per le enormità da lor commesse contro la Chiesa romana e contra del suo predecessore Leone, tutti con somma clemenza e carità seco li ricondusse a Roma. Arrivato _papa Stefano_ a Ravenna, per attestato del suddetto Agnello, _Martino arcivescovo_ fu ad incontrarlo, e si baciarono insieme. Nel dì seguente celebrò messa il pontefice nella basilica orsiana, _et ostendit sandalias Salvatoris, quas omnis populus vidit_.
Fece l'imperador Lodovico[784] nell'ottobre dell'anno presente (e non già del seguente, come con errore scrisse lo Astronomo nella di lui Vita); fece, dissi, raunare un concilio numerosissimo di vescovi ed abati in Aquisgrana; e siccome principe piissimo e sommamente bramoso di veder fiorire la pietà e regolatezza del clero secolare e regolare, ordinò che si stendesse la regola de' _canonici_ e quella delle _canonichesse_. Fu eziandio stabilito che i _monaci_ esattamente seguitassero la regola di s. Benedetto. Era già introdotto in varie chiese cattedrali l'uso de' _canonici_, che viveano nel medesimo chiostro, annesso alla cattedrale, ad una mensa comune, e in coro cantavano i divini uffizii, non solamente di giorno, ma anche di notte, non meno che si facessero i monaci d'allora. Quel solo che li distingueva dai monaci, era l'abito, e il poter ritenere la proprietà dei lor beni patrimoniali; e il titolo di _priore_, e non d'_abbate_, si dava al loro capo. Gran cura si prese il pio imperadore perchè si dilatasse per tutte le chiese, non solo della Francia e Germania, ma anche dell'Italia, questo lodevole istituto, per cui si accresceva il culto di Dio e il decoro delle cattedrali. E a' suoi desiderii tenne dietro il buon successo, perciocchè a poco a poco s'andò introducendo anche in Italia, in guisa che in quel secolo poche chiese rimasero in Italia che non avessero il collegio de' lor canonici, viventi secondo la regola proposta nel concilio suddetto. Attesta poi Ermoldo Nigello[785], che venuto l'imperador Lodovico a Compiegne (due parole ne dice anche l'Anonimo nella vita di lui), quivi fece una spedizione di messi per tutto il suo imperio a disaminar la vita de' vescovi e del clero secolare, e parimente de' monaci e delle monache, con ordine di notar tutto, e di riferire a lui tutto quanto ritrovavano degno di lode e bisognoso di correzione.
_Nunc nunc, o missi, certis insistite rebus,_ _Atque per imperium currite rite meum;_ _Canonicumque gregem, sexumque probate virilem,_ _Femineum nec non, quae pia castra colunt._ _Qualis vita, decor, qualis doctrina, modusque,_ _Quantaque religio, quod pietatis opus._ _Pastorique gregem quae convenientia jungat,_ _Ut grex pastorem diligat, ipse ut oves._ _Si sibi e laustra, domos, potum, tegimenque, cibumque_ _Praelati tribuant tempore sive loco._
Ebbe l'imperador Lodovico in quest'anno da impiegar le sue armi contro agli Slavi, o Sclavi Sorabi, che pareano disposti alla ribellione. Un esercito[786] raunato dalla Franconia e Sassonia li mise tosto in dovere. S'erano anche apertamente ribellati i popoli della Guascogna abitanti nella falda orientale de' Pirenei. Due spedizioni furono fatte, per le quali tornarono all'ubbidienza con poco lor gusto. Trovandosi in Compiegne, diede un diploma con varie esenzioni[787] al monistero di s. Salvatore di monte Amiate in Toscana nel territorio di Chiusi, e ad _Andoaldo abbate_, con lasciar ai monaci la libertà di eleggersi i di lui successori, _per nostram auctoritatem et consensum, vel dilecti filii nostri Bernardi regis_. Fu dato quel privilegio _XV kal. decembr. anno, Christo propitio, III domni Ludovici piissimi Augusti, Indictione X. Actum Compendio palatio_. Nel catalogo dei duchi di Spoleti[788], posto avanti alla Cronica del monistero di Farfa, si legge sotto questo anno _Geraldus dux_: il che ha fatto credere che in quest'anno egli fosse eletto duca di Spoleti, quantunque, siccome vedremo all'anno 821, _Guinigiso_ seguitasse ad essere duca di quella provincia. Di questo parleremo più abbasso. Il conte Campelli[789] francamente scrive che questo _Geraldo_, appellato altrove più rettamente _Gerardo_, era figliuolo del suddetto Guinigiso, e che dal padre fu _dichiarato suo compagno nel ducato_, mentre vivea tuttavia _Romano_ altro suo figliuolo, già creato duca. Ma non sappiam di certo che Gerardo fosse figliuolo di Guinigiso; nè sussiste che Guinigiso godesse l'autorità di dichiararsi un collega nel ducato, perchè ciò apparteneva all'imperadore, o pure al re d'Italia; e meno qui sussiste (siccome si osservò all'anno 806) che quel _Romano_ fosse figliuolo di Guinigiso, e duca anche egli vivente di Spoleti. Può ben l'accurato storico produrre le sue conghietture intorno ai fatti antichi che egli descrive, ma non dee già spacciare come fatti indubitati i suoi sogni, perchè facilmente si fabbrica un inganno ai lettori.
NOTE:
[777] Anast. Biblioth., in Leon. III.
[778] Idem, in Vit. Stephani IV.
[779] Astronom., in Vit. Ludov. Pii.
[780] Tegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 16.
[781] Ermold. Nighell., lib. 2, P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[782] Agnell., P. I, tom. 2, Rer. Ital.
[783] Anast., in Vit. Stephani IV.
[784] Annales Franc. Lambec. Annal. Franc. Hildesheim
[785] Ermold. Nigellus, Poemat., lib. 2.
[786] Annal. Franc. Laureshamens. Annal. Fran. Bertin.
[787] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3, in Episcop. Clusin.
[788] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[789] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.
Anno di CRISTO DCCCXVII. Indizione X.
PASQUALE papa 1. LODOVICO PIO imperadore 4. BERNARDO re d'Italia 6.