Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 41
Fece anche pace l'imperador Carlo in quest'anno con _Albaca_, ossia con _Abulaz_ re de' Saraceni, ossia de' Mori di Spagna, che da Cordova gli spedì i suoi ambasciatori. Prima ancora di questi fatti ebbe esso Augusto delle strepitose brighe con _Gotifredo re di Danimarca_, il quale spedita un'armata di ducento vele nella Frisia, devastò l'isole adiacenti; e sbarcato l'esercito in terra ferma, dopo avere sconfitti quei popoli, avea loro imposto tributi e gabelle. Carlo Magno, all'avviso di questi disordini negli stati suoi, s'affrettò per quando potè per adunar da ogni parte un poderoso esercito; e in persona cavalcò sino a Verda, per mettersi a fronte del re danese, che millantava di voler venire ad un fatto d'armi con lui, anzi di voler arrivare fino ad Aquisgrana coll'armi sue. Quand'eccoti giugnere nuova che la flotta nemica si era ritirata dalla Frisia, e che il re Gotifredo era stato ucciso da una delle sue guardie. Per questo se ne tornò l'imperadore, senza far altro, ad Aquisgrana. Accadde nondimeno in quella spedizione una funesta disgrazia, cioè che insorta la peste ne' buoi dell'armata, quasi tutti vi perirono. Nè solamente si provò questo terribil flagello nell'oste di Carlo Magno, ma anche per tutte le provincie della Francia e Germania a lui soggette; perchè la buona gente d'allora non s'avvisava che a sì fatti malori d'epidemie attaccaticcie d'uomini o di bestie si può mettere riparo colle guardie e coll'impedirne la comunicazione. Agobardo vivente allora arcivescovo di Lione[722] racconta una pazzia di questi tempi, che dee servir d'istruzione ai posteri in somiglianti casi: cioè che si sparse voce essere originata quella mortalità de' buoi da polve avvelenata, che _Grimoaldo_ Storesaiz duca di Benevento avea fatta spargere per le campagne della Francia: _Ante hos paucos annos, dice egli, disseminata est quaedam stultitia, quum esset mortalitas boum, ut dicerent Grimoaldum ducem Beneventanorum transmisisse homines cum pulveribus, quos spargerent per campos et montes, prata et fontes, eo quod esset inimicus christianissimo imperatori Carolo, et de ipso sparso pulvere mori boves. Propter quam causam multos comprehensos audivimus, et vidimus, et aliquos occisos, plerosque autem affixos tabulis in flumen projectos atque necatos. Et quod mirum valde est, comprehensi ipsi adversum se dicebant testimonium, habere se talem pulverem et spargere_. Guai, se in casi di pestilenza o d'uomini, o d'animali si caccia una di sì fatte immaginazioni in capo al matto popolo. Non c'è maniera di farlo discredere, e facilmente si va a sognar dei delinquenti e a levar loro la vita, come allora avvenne in Francia, senza pensare (lo avvertì lo stesso Agobardo) come mai quella pretesa velenosa polve nocesse ai soli buoi, e non anche agli altri animali. E che succedessero molti omicidii di persone innocenti per questa diabolica apprensione, lo ricaviamo anche da un capitolare di Carlo Magno, pubblicato nel presente anno, e rapportato dal Baluzio[723]: _De homicidiis factis anno praesenti inter vulgares homines, quasi propter pulverem mortalem_.
NOTE:
[710] Eginhardus, in Annal. Franc.
[711] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[712] Rer. Italic., Part. II, tom. 2.
[713] Maffei, Istor. Diplomat., facc. 330.
[714] Rer. Italic., Part. II, tom. 1.
[715] Ibid., pag. 112.
[716] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[717] Theoph., in Chronogr.
[718] Annales Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani. Eginhardus, in Annal. Francor.
[719] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[720] Giornale de' Letterati d'Italia, tom. 16, pag. 475.
[721] Porphyrogenneta, lib. de Administr. Imp., cap. 28.
[722] Agobardus, I, de Grandine et Tonitr. c. 16.
[723] Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1.
Anno di CRISTO DCCCXI. Indizione IV.
LEONE III papa 17. CARLO MAGNO imperad. 12.
Sul principio di quest'anno, se pur non fu sul fine del precedente, rispedì lo imperador Carlo a Costantinopoli Arsacio, ossia Arsafio, ambasciatore di Niceforo Augusto, con una lettera che si legge fra l'opere di Alcuino, ma non già scritta da lui[724], a nome dell'imperadore, perchè Alcuino non era più tra i vivi. In essa Carlo tratta Niceforo col titolo di _fratello_, per farsi conoscere eguale a lui in dignità. Mandò con tal congiuntura anch'egli per suoi ambasciatori a Costantinopoli _Attone_ ossia _Azzo, vescovo di Basilea, Ugo conte di Tours_, e Aione ossia Agione longobardo del Friuli; imperocchè il saggio monarca accomunava anche ai Longobardi ed Italiani gli uffizii più onorevoli della corte e del regno. Abbiamo poi dalla legge ottava[725] di Pippino re d'Italia nel corpo delle leggi longobardiche, che in Italia c'erano dei conti _franzesi_, cioè dei governatori delle città, e dei _conti longobardi_. Inoltre scrivono gli Annalisti d'allora[726] che questi ambasciatori seco condussero _Leone_ spatario greco, e _Willario_, ossia _Willerico_, doge di Venezia, chiamato _Obelerio_, siccome vedemmo dagli scrittori veneti. Il primo dieci anni prima, allorchè Carlo Magno si trovava in Roma, era scappato dalla Sicilia. _Alter_, cioè Willario (o vogliam dire _Obelerio_), _propter perfidiam honore spoliatus, Constantinopolim ad dominum suum duci jubetur_. Dal che sempre più apprendiamo come fossero regolati in questi tempi gli affari della città di Venezia. Con tali notizie va concorde il Dandolo[727], scrivendo che i Veneziani, coll'assistenza di Ebersafio apocrisario imperiale, fecero in maniera che _Obelerio_ e _Beato_ dogi fossero esclusi dalla dignità e dalla patria. Obelerio fu condotto a Costantinopoli, e Beato a Jadra. _Valentino_, terzo lor fratello, restò in Venezia difeso dalla sua giovanile età, ma spogliato anch'egli dell'onorevol grado di doge. Il perchè venne il popolo di Venezia all'elezione di un nuovo doge, e concorsero i voti in _Angelo Particiaco_, chiamato da altri _Participazio_, originario d'Eraclea, personaggio valoroso e buon cattolico. Era stata fino allora la sedia ducale in Malamocco. Perchè troppo avea patito nella precedente guerra quel luogo, fu concordemente risoluto dai Veneziani, che in avvenire i dogi abitassero in Rialto, dove in fatti il novello doge fabbricò il palazzo ducale, che tuttavia esisteva ai tempi del Dandolo. Perciò l'inclita città che da tanti secoli risplende col nome di _Venezia_, veniva allora appellata anche _Rialto_ dal popolo, e _Olivola_ o _Castello_ dal clero, perchè il vescovo della città abitava in quella parte che portava quei nomi. Ma gli ambasciatori spediti da Carlo Magno alla corte di Costantinopoli o trovarono o videro dipoi cambiato di molto l'aspetto di quel governo. Imperocchè _Niceforo_ imperadore, principe per tutti i capi indegno dell'augustal dignità, uscito in campagna contra di _Crummo re de' Bulgari_, nel dì 25 di luglio restò con tutta l'armata sua disfatto, e lasciovvi anche la vita. La testa di lui sopra un'asta fu esposta alla vista di tutte le nazioni in dispregio de' vinti. Teofane, scrittore[728] contemporaneo, lagrimando descrive quella terribil giornata, in cui perì la maggior parte della nobiltà de' Greci. Succedette poscia al malvagio Niceforo con acclamazione universale del senato e degli ordini militari nel dì 2 d'ottobre il buon _Michele Curopalata_, ornato di ottimi costumi, e riguardevole per insigni virtù. Fu egli coronato da _Niceforo patriarca_, e dipoi nel dì 25 dicembre anche a _Teofilatto_ di lui figliuolo fu conferita la imperial corona. Nè tardò l'augusto Michele ad inviare i suoi ambasciatori a Carlo Magno per istabilir seco pace, ed anche per trattare di un matrimonio pel suddetto Teofilatto.
Varii erano ormai gl'incomodi della sanità di Carlo imperadore: al che riflettendo il saggio e piissimo principe, fece nell'anno presente una specie di testamento, che contiene la maniera di dividere i suoi tesori in tante limosine alle chiese e ai poveri. Eginardo[729] ce ne ha conservato un abbozzo. Buona parte adunque dell'oro, argento, gemme e vesti, divisa in parti ventuna, fu destinata alle chiese metropolitane. _Et quia_, dice quel contemporaneo scrittore, _in regno illius metropolitanae civitates viginti et una esse noscuntur, unaquaeque illarum partium ad unamquamque metropolim per manus haeredum et amicorum eleemosinae nomine perveniat_, ec. Ma e quali erano queste città metropolitane della monarchia di Carlo Magno? Seguita Eginardo a spiegarlo con dire: _Nomina vero metropoleorum, ad quas eadem eleemosyna sive largitio facienda est, haec sunt: Roma, Ravenna, Mediolanum, Forum Julii_ (cioè Aquileia, perchè quel patriarca abitava in Cividale del Friuli), _Gradus_, ec. Queste son le cinque città metropolitane d'Italia (e di più non ce n'era in que' tempi), e tutte poste in _regno illius_: dal che sempre veniamo ad apprendere quello che s'abbia a credere delle città di _Roma_ e _Ravenna_. Aggiugne poscia Eginardo che nel tesoro di lui si trovavano tre tavole d'argento e una d'oro di particolar grandezza e peso. Ora egli determinò che una d'esse tavole di figura quadrangolare, contenente la descrizione della città di Costantinopoli, con altri suntuosi donativi fosse portata alla basilica di s. Pietro di Roma. Un'altra di figura rotonda, in cui si mirava la descrizione della città di Roma, fosse data all'arcivescovo di Ravenna. In fatti Agnello storico di questi tempi, nelle vite de' vescovi ravennati[730], parlando di _Martino_ arcivescovo, ha queste parole: _Igitur istius Martini temporibus misit Ludovicus imperator ex dimissione sui genitoris Karoli ad Martinum ponteficem hujus ravennatis sedis mensam argenteam unam absque ligno, habentem infra se anagliphte totam Romam, unam cum tetrogonis argenteis pedibus, et diversa vascula argentea, seu et cuppam auream unam: quae cuppa haec sita in cratere aureo sancto, quo quotidie utimur_. Perchè mai non son giunte fino a' dì nostri due sì riguardevoli tavole? Varrebbono ora più che se fossero di oro, e darebbono un maraviglioso pascolo alla curiosità degli eruditi. Gran bisogno in quest'anno ebbe ancora Carlo Magno della sua virtù per tollerare un nuovo colpo delle umane vicende; imperciocchè la morte gli rapì l'altro suo figliuolo maggiore _Carlo_ nel dì 4 di decembre, cioè un principe che in varie imprese finora fatte avea dato speranza di non riuscire inferiore all'invitto suo padre. Con che dei tre suoi figliuoli legittimi altro non gli restò se non _Lodovico re d'Aquitania_. Mostrò poi premura di far pace coll'Augusto Carlo _Emmingo_ re di Danimarca, succeduto all'ucciso Gotifredo suo padre; e in effetto questa fu conchiusa; e perchè correva allora un verno straordinariamente rigido, fu giurata sull'armi secondo i riti d'allora. Dappoichè fu mitigata la stagione, venne essa pace con più splendida solennità ratificata da dodici baroni eletti dall'una parte e dall'altra, che si trovarono insieme ai confini. Le armate poi di Carlo nell'anno presente fecero alcune azioni militari contro gli Sclavi Linoni di là dall'Elba e nella Pannonia, dove bollivano delle controversie tra gli Unni e gli Schiavoni, e contro ai popoli della minor Bretagna che aveano eccitato tumulti di ribellione. Dappertutto ebbero prosperità l'armi sue. Circa questi tempi fu console e duca di Napoli _Antimo_[731]. Venuto egli a morte, i Napoletani avendo spedito in Sicilia, condussero di là per loro _maestro de' militi_, o vogliam dire generale d'armata (così ancora appellavano essi il loro console e duca), _Teotisto_. Questi dopo qualche tempo ebbe per successore _Teodoro_, dichiarato _protospatario_ dai greci Augusti. Il tempo preciso d'essi duchi di Napoli non si può ben accertare. Regnando poscia _Sicone_ principe di Benevento, ad esso Teodoro succedette _Stefano_ nipote di Stefano vescovo. Di questi tornerà occasion di parlare andando innanzi.
NOTE:
[724] Inter Alcuini Opera, Epist. III.
[725] Rer. Ital., P. II., tom. 1.
[726] Annales Franc. Eginhard., Annal. Francor. Metenses. Annal. Franc. Bertiniani.
[727] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[728] Theophanes, in Chron.
[729] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[730] Agnell., Vit. Episcop. Ravennat., Part. I, tom. 2 Rer. Ital.
[731] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neap., Part. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCXII. Indizione V.
LEONE III papa 18. CARLO MAGNO imperad. 12. BERNARDO re d'Italia 1.
Quanto più Carlo imperadore sentiva declinante la sua sanità, tanto più fervorosamente attese ai consigli di pace, per lasciare al figliuolo Lodovico la monarchia quieta e senza nemici[732]. Giunsero appunto in quest'anno gli ambasciatori a lui spediti da Michele nuovo imperadore de' Greci, cioè Michele vescovo, ed Arsafio e Teognosto protospatarii imperiali. Furono questi all'udienza dell'Augusto Carlo in Aquisgrana, e siccome erano venuti anch'essi volonterosi di pace, così diedero tutta la mano per istabilirla. Nella chiesa fu loro consegnata la capitolazione segnata da Carlo: dopo di che in lingua greca gli fecero le acclamazioni, appellandolo _imperatore_ e _basileo_, cioè _re_: cosa nondimeno che si crede non fosse dipoi approvata dalla superba corte di Costantinopoli. Preso poco appresso il congedo, vennero a dirittura a Roma, e nella basilica di san Pietro riceverono un'altra copia della suddetta convenzione, sottoscritta da papa Leone, sì in riguardo degli stati della Chiesa confinanti a Napoli e Gaeta, città dipendenti dai Greci, e sì per accrescere colla maestà del nome pontificio più credito e sicurezza a quei patti. Trattossi parimente di pace[733] fra l'imperadore Carlo ed Abulaz re di Cordova, ossia dei Mori della Spagna; e questa essendo venuti a chiederla i messi di quel re infedele, fu conchiusa per tre anni avvenire. Durava poi da molti anni la nemicizia tra esso imperadore e il ducato di Benevento, e già vedemmo fatte varie ostilità dai Franchi, cioè da Pippino re d'Italia, contra di Grimoaldo duca, figliuolo di Arigiso, che mai non seppe indursi a riconoscere esso re per suo sovrano. _Grimoaldo Storesaiz_, suo successore in quell'insigne principato, si appigliò finalmente ai consigli di concordia, ed ottenne la pace da Carlo Magno, con patto di pagargli annualmente a titolo di tributo venticinquemila soldi d'oro, e che restassero illese per lui e godute da lui tutte le regalie dell'ampio ducato beneventano. Fu da lì a due anni, siccome vedremo, sminuito questo tributo. Da Erchemperto[734] viene appellato il suddetto Grimoaldo _vir satis mitis, et adeo suavis, ut non solum cum Gallis, verum etiam cum universis circumquaque gentibus constitutis inierit foedus, et Neapolitibus supramemoratis gratiam pacemque donarit_. All'incontro l'Anonimo salernitano[735], men degno di fede, cel dipigne per uomo superbo, avaro e seminator di discordie fra i Longobardi. Aggiugne egli dipoi, appena esser egli stato assunto a quel trono principesco, che l'armata franzese corse ad invadere il ducato di Benevento, sperando forse i Franchi miglior fortuna in questa novità di governo. Ma Grimoaldo, unite le sue forze ed uscito in campagna, diede loro una gran rotta. Tacendo gli Annali di Francia questa guerra, e tacendo Erchemperto, autore molto più vicino a que' tempi, una tal vittoria, probabilmente ancor questa è una delle dicerie vane del volgo, che l'Anonimo salernitano spacciò nella sua storia. Quando però sussistesse, parrebbe che fosse da riferire a questi tempi.
Ebbe fine nell'anno presente la vita di _Emmingo_ re di Danimarca, e per cagion d'essa insorsero gare fra i pretendenti al regno. Restarono queste decise con una battaglia, e finalmente si videro eletti due re, cioè _Eriolto_ e _Reginfredo_, i quali non tardarono a conchiuder pace con Carlo Magno. Venuta in questo medesimo anno ad Aquisgrana la nuova che i Saraceni di Spagna e d'Africa aveano preparata una formidabile flotta per portarsi ai danni dell'Italia, Carlo Magno, che fino allora nulla avea determinato per provvedere al governo di questo regno, commosso dalle minacce de' suddetti Barbari, venne alla risoluzione d'inviare in Italia[736] _Bernardo_ suo nipote, cioè figliuolo del defunto _re Pippino_. Tenuta dunque una gran dieta dei suoi baroni in Aquisgrana, quivi dichiarò la sua mente, e poscia spedì in Italia esso suo nipote. Ma perciocchè egli era assai giovane e bisognoso di consiglio, gli mise ai fianchi _Walla_, figliuolo di Carlo Martello, persona allora secolare, e di gran senno e sperienza. Fratello di esso Walla era _Adalardo_ celebre abbate di Corbeia; e questi, già dato da Carlo Magno per primo consigliere al re Pippino suo figliuolo, seguitò dopo la sua morte a governar l'Italia, e dovette anch'egli assistere colla sua prudenza al novello re Bernardo, potendosi eziandio giudicare ch'egli maneggiasse con _Grimoaldo duca di Benevento_ la sopra mentovata pace. Ho già nominato re d'Italia il suddetto _Bernardo_, tuttochè paia, siccome diremo, conferito a lui questo titolo solamente nell'anno susseguente. Imperocchè per le memorie da me raccolte nelle Antichità italiche[737], vegniamo bastevolmente ad intendere che l'epoca del regno ebbe principio nell'anno presente, e non già nel susseguente, come vuole il padre Pagi[738]. Nel contare i suoi anni si soleva aggiugnere: _Postquam in Italia reversus est_. Era egli nato in Italia, e in Italia ritornò nell'anno presente. Però negli Annali wirceburgensi citati dall'Eccardo[739], si legge: _Anno DCCCXII. Pennhardus rex factus est_. Presso l'Ughelli[740] si legge una carta di Rataldo vescovo di Verona, _Anno Bernardi piissimi regis primo sub die VIII, kalendas julii, Indictione VI_, cioè nell'anno susseguente, prima che seguisse la dieta d'Aquisgrana, di cui parleremo. Perciò può essere stata in uso un'altr'epoca, cominciata nell'anno seguente; il che nondimeno convien provare con documenti sicuri. Ora la flotta de' Saraceni, di cui abbiam fatta poco fa menzione, parte si scaricò addosso alla Corsica, e parte alla Sardegna; ma quest'ultima per fortuna di mare quasi tutta andò a fondo. Volle nel presente anno l'Augusto Carlo, intento sempre a cose grandi, far pruova del sapere de' suoi vescovi, giacchè egli s'era studiato finora di promuovere le lettere per i suoi regni. Scrisse dunque agli arcivescovi, incaricandoli di riferirgli il sentimento loro intorno a tutti i riti del sacro battesimo. Fra quei che soddisfecero alla pia curiosità ed istanza di questo glorioso monarca, uno fu _Odelberto_, arcivescovo in questi tempi di Milano. Il libro da lui composto de _Baptismo_, esiste tuttavia diviso in ventidue capitoli, e riferito del padre Mabillone[741], che diede alla luce la lettera a lui scritta da Carlo Magno.
NOTE:
[732] Eginhardus, in Annal. Francor.
[733] Annales Francor. Moissincens.
[734] Erchempert., Hist. Princip. Langobard., cap. 7.
[735] Anonymus Salernitan., Paralipom. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[736] Annales Franc. Metens. et Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.
[737] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[738] Pagius, Critic. Baron.
[739] Eccard., Rer. Franc., lib. 18.
[740] Ughell., Ital. Sacr., in Episc. Veronensib.
[741] Mabill., Annalect., p. 10, edition. recent.
Anno di CRISTO DCCCXIII. Indizione VI.
LEONE III papa 19. CARLO MAGNO imperad. 14. BERNARDO re d'Italia 2.