Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 40
Servì di esercizio in quest'anno alle milizie di Carlo imperadore la guerra insorta con _Gotifredo re di Danimarca_[703]. Mosse questi le sue armi contra gli Sclavi Obotriti, collegati de' Franchi, e minacciava ancora i confini della Sassonia. Fu dunque spedito contra di lui il principe o re _Carlo_, primogenito d'esso imperadore, con un forte esercito di Franchi e Sassoni. Venne bensì fatto al suddetto Gotifredo di spignere fuor del paese _Trasicone_ re o duca degli Obotriti, e di espugnar molte castella; ma con pagar caro queste prodezze, perchè vi perdette un suo nipote coi suoi migliori soldati. Il principe Carlo, dopo aver fatto delle scorrerie nel paese nemico, formato ed assicurato con due fortezze un ponte sull'Elba, se ne ritornò indietro coll'armata sana e salva. Essendo intanto stato cacciato dal suo regno _Eardulfo re di Nortumbria_ nella gran Bretagna, venne egli a trovare Carlo Magno, che l'indirizzò a Roma a _papa Leone_, avendo, come io credo, conosciuto che la di lui disgrazia era proceduta dalla mala intelligenza che passava tra esso re ed _Eanbaldo arcivescovo di Jorch_, e i vescovi del regno. Si adoperò efficacemente il sommo pontefice perchè Eardulfo fosse rimesso sul trono, avendo spedito apposta colà Adolfo diacono, coi legati di Carlo Augusto. Dalla lettera decima di papa Leone[704] consta che l'imperadore fece non poche doglianze contra di questo diacono, perchè tornando indietro non si lasciò vedere alla sua corte. Seguì parimente in quest'anno una spedizione dell'esercito cristiano in Catalogna contro la città di Tortosa per ordine di _Lodovico re d'Aquitania_[705], ma con poco successo. E perciocchè aveano negli anni addietro i _Normanni_ cominciato ad infestar colle loro navi armate i litorali della Francia, male che, come vedremo, crebbe di poi in infinito; il saggio imperador Carlo, che ben previde quel che poscia avvenne, cominciò a pensare di buon'ora al rimedio. Sotto nome di _Normanni_, significante _uomini del Nord_, cioè del Settentrione, venivano allora i Danesi, gli Svezzesi, e tutti, a mio credere, gli abitanti verso il mar Baltico, e parte probabilmente anche della Russia. Si diedero que' Barbari alla pirateria, scorrendo per mare ora nella Bretagna, ed ora nella Germania e nella Gallia; e trovando gusto in questo infame mestiere, tuttodì andavano aumentando le lor forze, di modo che, essendo pochi sulle prime, arrivarono poi a formar delle flotte formidabili pel concorso di quelle settentrionali nazioni, che tornavano sempre cariche di spoglie e di ricchezze ai lor poveri e freddi paesi. Ora l'imperador Carlo ordinò in quest'anno che per tutti i fiumi della sua monarchia, là dove sboccavano in mare, si fabbricassero e tenessero pronte molte navi, per opporsi, quando occorreva, alle incursioni de' Normanni. Ma le precauzioni di questo saggio Augusto o furono mal eseguite, o non valsero col tempo a reprimere la potenza e il furore di que' nefandi corsari. Benchè non si sappia il tempo preciso, in cui papa Leone scrisse la lettera duodecima[706] a Carlo Magno, pure sia lecito a me di farne qui menzione. Leggonsi quivi le seguenti parole: _Misit igitur pia Serenitas vestra missos suos, ut justitiam nobis facere debuissent, sed magis damnum fecerunt._ Il prega poi d'interrogare di quanto era accaduto i medesimi suoi messi, e _Giovanni arcivescovo_ spedito dal papa, dai quali potrà intendere, _quia omnia, quidquid per vestrum pium ac legale judicium, de caussa videlicet palatii ravennatis recollectamus, unde et jussistis, ut nullus quilibet homo in posterum conquassare, aut in judicio promovere praesumeret, tam de vulgaria, quam etiam de mansis, quos per vestrum dispositum Herminus fidelis vester nobis reconsignavit: omnia cum casis, vineis, seu laboribus, atque peculiis abstulerunt, et nihil exinde nobis remansit. Quamobrem quaesumus vestram imperialem clementiam, ut sic de vestra a Deo accepta donatione quam praedicto Dei Apostolo obtulistis peragere jubeatis, quatenus in nulla minuatur parte._ Possono farci queste parole maggiormente intendere il sistema dell'esarcato di Ravenna in questi tempi: cioè averne bensì il vecchio Pippino fatta la donazione alla Chiesa romana, ma con ritenerne l'alto dominio. Quivi perciò godevano i sommi pontefici l'utile signoril dominio. Ma o i ministri dell'imperadore, che anche allora si credeano di farsi merito col patrone in procurando per diritto o per traverso di vantaggiare il fisco; o pure i Ravegnani stessi si misero a disputare al papa alcune rendite della camera di Ravenna, pertinenti a lui, cioè la _vulgaria_, che possiam credere un tributo pagato dal volgo, o pure dai contadini, e molte case e poderi colle lor vigne e bestiami. Fu al tribunale di Carlo Magno dedotta questa lite, e ne uscì solenne decreto in favore del pontefice, con essergliene anche dato il possesso da Ermino ministro dell'imperadore. Furono poi suscitate nuove cabale contra questo decreto e possesso; e Carlo Augusto per le istanze del papa spedì dei messi con autorità ed ordine di fargli giustizia. La bella giustizia, che costoro gli fecero, fu di spogliarlo di nuovo di que' diritti. Però il pontefice Leone di loro si lagna, e prega l'imperadore che non permetta che sia sminuita la donazione fatta a san Pietro.
Certo è poi che all'anno presente appartiene l'epistola settima del medesimo papa Leone, perchè ivi si parla della cacciata del regno di Eardulfo. Fra le altre cose scrive egli a Carlo Magno: _Nescimus enim, si vestra fuit demandatio_ (comandamento, commessione) _quod missi vestri, qui venerunt ad justitiam faciendam, detulerunt secum homines plures, et per singulas civitates constituerunt. Quia omnia, secundum quod solebat dux, qui erat a nobis constitutus per distractionem caussarum tollere, et nobis more solito annue tribuere_ (leggo _districtionem caussarum_, cioè le pene pecuniarie) _ipsi eorum homines peregerunt; et multam collectionem_ (cioè una colletta di danaro) _fecerunt de ipso populo: unde ipsi duces minime possunt suffragium_ (aiuto di danaro) _nobis plenissime praesentare_. Coerente a questa lettera è anche la terza del medesimo papa, in cui si duole, perchè gente maligna abbia rappresentato all'imperador Carlo che niun de' messi spediti dall'imperadore dava mai nel genio d'esso papa, e che di tutti il papa sparlava: cosa ch'egli niega affatto, avendo ricevuto col dovuto onore tutti i messi imperiali, e però il prega di non prestar fede a questi iniqui seminatori di zizzanie e calunniatori. Intorno a che è da osservare, che stando sommamente a cuore a Carlo Magno l'esercizio della giustizia fra i popoli, e ben conoscendo egli come facilmente inferociscano i prepotenti, e sieno trasandate ed anche assassinate le cause de' poveri, con gloriosa saviezza ne inventò un efficace rimedio. Cioè introdusse l'uso di spedire per le provincie di tanto in tanto degl'inquisitori, ispettori, o vogliam dire giudici straordinarii, per osservar come era fatta giustizia, per rifare occorrendo il mal fatto, elevare gli abusi e disordini pregiudiziali ai diritti e alla quiete sì del pubblico che de' privati, con far loro protestare d'essere inviati _ad singularum hominum caussas audiendas ac deliberandas_. Erano questi appellati _missi regii, missi dominici_, persone nobili, scelte dalla corte, o dal clero, o dai monisteri, credute le più disinteressate, di petto forte, e d'animo incapace d'essere sedotto dalle parzialità, dai riguardi, dai regali: cioè vescovi, abati, diaconi, conti, vassalli e simili. Un solo talvolta, ma per lo più due si mandavano, l'un laico e l'altro ecclesiastico; ed era la loro autorità di tale estensione, che chiamavano al loro tribunale anche i duchi governatori delle provincie, e i conti governatori delle città e gli ecclesiastici. Era tassata un discreta contribuzione pel mantenimento e per i viaggi loro, ripartita sulla provincia. Dappertutto dove si trovavano, teneano _placiti_ particolari, o pur generali, chiamati _malli_, cioè giudizii, dove dovea intervenire il popolo, affinchè chi reclamava avesse pronti i rei citati a rispondere. Se non erano liti molto scabrose e di lunga ispezione, d'ordinario su due piedi decidevano le controversie, ora stando nel palazzo della città, ora alla campagna sotto degli alberi, ed ora in case private, con dichiarar nondimeno ne' loro giudicati di aver quivi alzato tribunale _per data licenzia_ del padrone d'essa casa. Venivano invitati a questi placiti o giudizii il vescovo, il conte, e vi assistevano sempre varii giudici bene informati delle leggi, che proferivano i lor voti, e molte persone onorate, acciocchè molti fossero informati del fatto e delle ragioni della sentenza. Di tali messi e dei lor malli e placiti ho io più diffusamente trattato nelle Antichità italiche; e volesse Dio che ne durasse l'uso ancora ai nostri tempi! Ora siccome _Pippino re d'Italia_ per ordine del padre inviava di questi messi pel regno italico, e ne abbiam già veduti gli esempli nel ducato di Spoleti dipendente da esso re, così Carlo Magno ne spediva per tutte le provincie della sua monarchia; e dalla suddetta lettera settima di papa Leone abbiam appreso: che se ne mandavano anche per gli stati posseduti e governati dai sommi pontefici: _Missi vestri, qui venerunt ad justitiam faciendam_. E perciò ne' patti col papa si scorge che Carlo Magno doveva essersi riserbato questo diritto della sovranità. Ma questi messi parve a papa Leone che eccedessero i limiti della loro autorità; mentre non contenti di _far la giustizia_, levavano via i giudici e ministri del papa, e ve ne mettevano degli altri venuti con loro. Nelle città pontificie si vede che il governatore messovi dal papa portava il nome di _duca_, ed era suo uffizio di mandare a Roma le multe ossia pene pecuniarie che si ricavavano dalle cause criminali. Ma i messi imperiali se le erano appropriate, con far anche contribuire il popolo: il che ridondava in danno della camera pontificia, e con ragione dispiaceva a papa Leone; sebben egli ne scrive all'imperador con gran riguardo, mostrando di non sapere, se per ordine suo avessero così operato i di lui messi, e con astenersi da ogni ombra di doglianza.
NOTE:
[703] Eginhard., in Annal. Franc.
[704] Labbe, Concilior., tom. 7.
[705] Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.
[706] Labbe, Concil., tom. 7.
Anno di CRISTO DCCCIX. Indizione II.
LEONE III papa 15. CARLO MAGNO imperadore 10. PIPPINO re d'Italia 29.
Fece gran rumore in quest'anno la teologica quistione della processione dello Spirito Santo non solo dal Padre, ma anche dal Figliuolo, commossa da un monaco in Gerusalemme. Fu perciò tenuto un concilio in Aquisgrana, e rimessane la decisione al romano pontefice, che faticò non poco per questo affare, nè volle permettere che il _Filioque_ si aggiugnesse al simbolo della Fede per non irritare i Greci, non aderenti alla sentenza della Chiesa latina. Intorno a ciò son da vedere il cardinal Baronio, Natale Alessandro, il Pagi ed altri. Durò ancora in quest'anno la guerra con _Gotifredo re di Danimarca_, il quale mostrò ben di voler placare Carlo Magno, e fece istanza per un abboccamento fra i suoi ministri e quei dell'imperadore, ma si sciolse in fumo tutto quel negoziato. Però continuarono le azioni militari in quelle parti. _Trasicone_ duca degli Sclavi Obotriti ricuperò il suo paese, ma restò poi ucciso per frode degli uomini di Gotifredo. _Carlo Magno_ allora determinò di mettere un po' di briglia alla tracotanza di costui, e prese ben le sue misure[707]; piantò nel marzo dell'anno seguente una città di là dal fiume Elba in un luogo appellato Essesfeld, e la fortificò. Per quel che riguarda l'Italia, noi abbiamo da varii Annali de' Franchi[708] che in quest'anno (il Cronista loiseliano ne parla all'anno precedente) spedita da Costantinopoli un'armata navale sotto il comando di Paolo, venne prima nella Dalmazia, e poscia alla città di Venezia, dove svernò. Ora una parte d'essa per voglia e speranza di occupar l'isola e città di Comacchio, posta al mare di là dal Po, grande in que' tempi, si portò ostilmente colà. Ma fu sì ben ricevuta dalla guarnigione ivi tenuta dal _re Pippino_, che messa in rotta fu forzata a salvarsi di nuovo in Venezia. Per questo il comandante della flotta Paolo cominciò a trattare con esso Pippino di pace, quasi che fosse stato unicamente spedito per questo dall'imperador greco suo padrone. Ma perchè s'avvide che _Obelerio doge di Venezia_ e i suoi fratelli non solamente con segrete mine attraversavano i trattati d'essa pace, ma eziandio tramavano a lui delle insidie, stimò miglior partito l'andarsene con Dio. Così gli Annali de' Franchi. Raccontano i medesimi che parimente in quest'anno dai Greci chiamati Orobioti, cioè montanari, fu presa e saccheggiata la città di Populonia, situata sul lido del mare nella Toscana, di cui non restano più le vestigia. Inoltre dicono che i Mori di Spagna, venuti nell'isola di Corsica, nello stesso giorno santo di Pasqua, presero e misero a sacco una città di quell'isola, di cui non sappiamo il nome. Vien creduta _Aleria_ dal Sigonio, dal padre Pagi _Mariana_, o _Nebbio_. A riserva del vescovo e di alcuni pochi vecchi ed infermi, condussero via schiavi tutti quegl'infelici abitanti. Per attestato poi di Teofane[709], in questi tempi _Niceforo imperador d'Oriente_ parea che si studiasse a tutto suo potere di tirarsi addosso l'odio universale del popolo: tante furono le gravezze ed avanie ch'egli introdusse, annoverate da quello storico ad una ad una. Ma, siccome vedremo, non andò molto che ne pagò il fio.
NOTE:
[707] Annal. Francor. Loiseliani.
[708] Annal. Francor. Bertiniani. Annales Francor. Metenses.
[709] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCCX. Indizione III.
LEONE III papa 16. CARLO MAGNO imperadore 11.
Tra l'ardente brama che nudriva _Pippino re d'Italia_ d'aggiugnere al suo dominio anche la città, ossia le città di Venezia, e il trovarsi egli mal soddisfatto dei dogi di quella città per le cagioni accennate di sopra, in quest'anno prese la risoluzione di portar la guerra fin dentro quella città. Formata perciò una potente flotta di navi (se prestiam fede ad Eginardo[710]), andò per mare a quella volta; prese la città; se gli arrenderono i dogi di Venezia; e di là passò in Dalmazia con pensiero di sottomettere del pari quelle città marittime. Ma udito Paolo governatore della Cefalonia (quel medesimo, secondo tutte le apparenze, di cui s'è parlato nel precedente anno) veniva in soccorso de' Dalmatini colla flotta de' Greci, giudicò miglior consiglio il tornarsene indietro. Con questa relazione non s'accordano le storie venete, le quali, sebben lontane da que' tempi per poterci dare un'accertata notizia di quel fatto, non sono però da sprezzare. Andrea Dandolo ne parla[711] come di cosa accaduta nell'_anno ottavo di Carlo Magno_, quando è certo che correva allora l'_anno decimo_ del suo imperio. Secondo lui, in potere di Pippino vennero Brondolo, Chiozza, Palestrina e Malamocco. Ritiraronsi i Veneziani nell'isola di Rialto, e quivi fecero fronte; nè Pippino aveva maniera di penetrar colà; perchè pare, secondo il supposto di quello storico, che i Franchi andassero ai luoghi suddetti _per litora_, cioè per la diga che separa la laguna di Venezia dal mare. Ma se Pippino, come raccontano gli antichi Annalisti, assalì _Venetiam bello terra marique_, bisogna che avesse delle navi; ed è poi chiaro che non gli mancavano, perchè egli _classem ad Dalmatiae litora vaslanda misit_. Ma forse era sprovveduto di quelle barche, delle quali si può far buon uso nella laguna. Comunque sia, narra lo storico Dandolo, aver Pippino fatto fabbricare un ponte di molte barchette, su cui mise una buona brigata d'armati per assalire Rialto; ma ossia che i Veneziani accorsi colle lor barche, oppure che i venti furiosi improvvisamente insorti scompigliassero quel ponte, rimasero sconfitti i Franchi, ed astretti ad andarsene, dopo aver devastati, o dati alle fiamme quei luoghi, dove aveano potuto arrivare, cioè sino alla chiesa di san Michele. Non è a noi possibile il chiarir oggidì questi fatti, i quali potrebbe anche darsi che fossero stati esaltati più del dovere dagli scrittori francesi, per dar più risalto alla gloria della loro nazione. Tornato da questa spedizione il re Pippino a Ravenna, passò dipoi a Milano, dove sorpreso da una mortale infermità cessò di vivere agli otto di luglio in età di soli trentaquattr'anni: principe di gran valore e di non minore ambizione, e sotto il cui governo l'Italia godè pace, e provò gli effetti d'una ben regolata giustizia. Il suo corpo fu portato a Verona, e seppellito nella basilica di san Zenone, ch'egli stesso avea fatta magnificamente riedificare insieme con quell'insigne monistero. Dal Ritmo pubblicato dal padre Mabillone e da me ristampato[712], che contien la descrizione di Verona, fatta circa que' tempi, impariamo che dilettavasi molto esso re Pippino del soggiorno di quella nobile ed allegra città. _Magnus habitat in te rex Pippinus piissimus, non oblitus pietatem, aut rectum judicium._ Lo stesso abbiamo dall'antica leggenda della traslazione del corpo di san Zeno, ossia Zenone, pubblicata dal marchese Maffei[713]. Fu essa fatta, _quum Rotaldus, vir altributis personae praestantissimus, pastoralem curam Veronae gerebat, et Pippinus rex Caroli Magni filius regnum italicum regebat. Rex vero Veronam regali situ praeditam plus ceteris urbibus diligebat, et cum episcopo sibi dilecto frequens colloquium habebat._ Nel corpo delle leggi longobardiche da me ristampato[714] se ne leggono quarantanove spettanti al medesimo re Pippino, e pubblicate da lui, come costa dalla prefazione, _quum adessent nobiscum singuli episcopi, abbates et comites seu reliqui fideles nostri Franci et Longobardi_. Buona parte nondimeno d'esse si possono credere costituzioni ossia capitolari, mandati da _Carlo Magno_ suo padre, acciocchè si pubblicassero in Italia. Leggesi parimente una lettera scritta[715] dall'imperador Carlo _dilectissimo filio suo Pippino glorioso regi_, in cui dice d'avere inteso che alcuni duchi d'Italia, e i lor cortigiani, i gastaldi, i vicarii, i centenarii ed altri pubblici ministri, siccome ancora i falconieri e cacciatori della corte, recavano degl'indebiti aggravii al popolo e agli ecclesiastici, prendendo stanza nelle lor case, e valendosi de' loro cavalli e delle lor carra, con obbligar per forza gli uomini a lavorar ne' campi loro, ed esiger anche contribuzioni di carne e di vino, e commettere altre avanie. Però gli raccomanda, se ciò è vero, di mettervi rimedio in tutte le forme. Lettera degna di quel sempre glorioso e memorando monarca. Chi fosse moglie di Pippino, non è giunto a nostra notizia, ma pare indubitato ch'egli l'avesse. Abbiamo da Eginardo[716] ch'egli lasciò dopo di sè un figliuolo appellato _Bernardo_, (a lui nato da una concubina), per attestato di Tegano, e cinque figliuole, cioè _Adelaide, Atala, Gundrada, Bertraide,_ e _Tedrada_.
Ora il buon Carlo Magno accolse con amore paterno la tenera prole lasciata dal figliuolo; esaltò Bernardo, siccome vedremo, con farlo re d'Italia; e le sue sorelle fece allevare in corte fra le sue stesse figliuole. Era pure mancata di vita in quest'anno nel dì 6 di gennaio _Rotrude_ figliuola del medesimo imperadore, quella che già contrasse gli sponsali coll'imperador de' Greci _Costantino_ figliuolo d'Irene. Lasciò anch'ella, per testimonianza degli Annali bertiniani, un figliuolo per nome _Lodovico_, ma illecitamente da lei messo alla luce, non potendosi già negare che la felicità, compagna in tante imprese di Carlo Magno, non l'abbandonasse per conto delle sue figliuole. E non senza colpa di lui, per confessione del millesimo Eginardo, che parlando d'esse, così scrive: _Quae quum pulcherrimae essent, et ab eo plurimum diligerentur, mirum, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum nuptum dare voluit. Sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua retinuit, dicens, se earum contubernio carere non posse._ Però seco le conducea, ovunque andava, ed anche alla guerra, senza por mente che non gli mancavano in casa e seco cavalcavano degli altri, ma dolci, nemici, contra de' quali non sapeano combattere esse figliuole. Diede ciò motivo di molte dicerie al popolo; e Carlo con disinvoltura dissimulava tutto, come se mai non fosse nato, o non avesse forza il sospetto della lor imprudente condotta. Seguitano gli Annali de' Franchi a dire che in quest'anno i Mori della Spagna, avendo da tutto il lor paese raunata una potente flotta di navi, passarono prima in Sardegna e poscia in Corsica. Può essere che nella prima non trovassero i lor conti; ma nella seconda, giacchè non v'era presidio di milizie atto alla difesa, riuscì loro d'impadronirsene per la maggior parte, con danno e vergogna del Cristianesimo. Intanto _Niceforo_ imperadore dei Greci, che, per testimonianza di Teofane[717], ogni dì più andava imperversando contra de' suoi popoli, udita la guerra mossa dal re _Pippino_ ai Veneziani, e che la città di Venezia era stata dall'armi franzesi occupata, spedì Arsacio spatario, suo ambasciatore al medesimo re[718]. Ma avendo questi trovato che Pippino era passato al paese dei più, andò oltre per trattare coll'Augusto Carlo. Gli diede egli udienza in Aquisgrana nel mese d'ottobre; e perchè all'Italia era mancato il suo forte scudo colla morte del figliuolo, volentieri ascoltò i discorsi di pace col greco imperadore, al quale dipoi, per consentimento di tutti gli storici, nell'anno 812 _Venetiam reddidit_: parole che bastantemente ci fanno intendere lo stato e stima di Venezia in questi tempi. Come intendano queste parole i veneziani scrittori, si può leggere nel Dandolo[719] e ne' Giornali de' letterati d'Italia[720]. Il Porfirogeneta, tuttochè storico greco[721], confessa che in quella pace si obbligarono i Veneziani di pagare al re d'Italia da lì innanzi annualmente una somma di danaro.