Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 4

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Nel dì 26 di giugno terminò la carriera de' suoi giorni papa _Adeodato_, pontefice benignissimo, pieno di umiltà, caritativo massimamente verso i poveri e liberale verso il clero, al quale diede la _roga_, cioè il regalo solito a darsi dai suoi predecessori; ma con averne accresciuta di molto la misura. Nota Anastasio[51] che dopo la sua morte vennero tante piogge e caddero tanti fulmini, che niun si ricordava d'aver mai provato un somigliante flagello; perchè durarono tanto, che non si poteva battere il grano; e i legumi tornarono a nascere nelle campagne, e restarono morti degli uomini e delle bestie dai fulmini. Fuor di sito fece menzione Paolo Diacono[52] di questa medesima sciagura, e, quel che è peggio, guastolla con una spropositata giunta, se pure a lui si dee attribuire; perciocchè scrive che _innumerabili migliaja di uomini e di animali furono uccisi dai fulmini_. Avea tanto senno Paolo Diacono da non credere nè vero nè verisimile un sì terribil macello venuto dai fulmini; e però usiamogli la carità di credere fatta da altri questa giunta al testo suo. Vien riportata una bolla del suddetto papa Adeodato[53] in favore del monistero di san Martino di Turs, in cui lo esenta dalla giurisdizione dei vescovi, con protestar nondimeno che _l'uso e la tradizione della sede apostolica era di non sottrarre i monisteri dall'ubbidienza e dal governo de' vescovi_, e che intanto si è indotto a concedere questo privilegio, in quanto ha conosciuto che lo stesso vescovo di Turs _Crodeberto_ ha accordato la libertà ed esenzione ad esso monistero: parole che son da notare, per giudicare della legittimità d'altri privilegii che si dicono conceduti in questi tempi. Il saggio cardinal Baronio, facendo menzione del suddetto documento, osserva che per isperienza si doveva essere conosciuto che questa indipendenza de' monaci noceva piuttosto alla disciplina ed osservanza monastica; e che san Bernardo disapprovò l'usanza introdotta di esentare i monaci dall'ubbidire ai vescovi, e che neppur piacque a san Francesco d'Assisi una tale indipendenza de' suoi frati; ma che fu guasto il suo disegno da frate Elia, personaggio condotto dallo spirito non di Dio, ma della carne. Intorno a questo privilegio di papa Adeodato insorsero negli anni addietro contese fra i letterati francesi, che io tralascio, e certo v'ha gran ragione di dubitare della legittimità del medesimo. Ad Adeodato succedette nella cattedra pontificia _Dono_ di nazione romano. Dal padre Pagi vien creduto che la sua consecrazione seguisse nel dì primo di novembre dell'anno presente, nel quale i Saraceni continuarono i loro sforzi contra la città di Costantinopoli, ma senza guadagnar terreno.

NOTE:

[51] Anastas., in Adeodat.

[52] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.

[53] Labbe, Concilior., tom. 4.

Anno di CRISTO DCLXXVII. Indizione V.

DONO papa 2. COSTANTINO Pogonato imp. 10. BERTARIDO re 7.

Mal soffrendo il pontefice _Dono_ che la chiesa di Ravenna si fosse sottratta dalla ubbidienza della Sede apostolica, in quest'anno finalmente ottenne l'intento suo, con ridurre al dovere quell'arcivescovo _Reparato_. Ne siamo assicurati da Anastasio bibliotecario[54], che scrive essere tornata quella Chiesa a riconoscere la superiorità del papa, dopo aver nudrito negli anni precedenti delle pretensioni di primato. Si dee credere che il sommo pontefice ricorresse per questo affare all'imperador _Costantino_, il quale, siccome principe veramente cattolico e di buone massime, forzò l'arcivescovo a chinar l'ambiziosa testa. E qui è da notare ciò che lasciò scritto Agnello ravennate nella vita di questo arcivescovo[55]: cioè ch'egli andò alla corte imperiale di Costantinopoli, ed impetrò quanto seppe dimandare dall'imperador Costantino, e spezialmente l'esenzione del suo clero dalle contribuzioni e gabelle; e che tutti i contadini che lavoravano le terre della sua chiesa e i suoi muratori e il suo crocifero fossero esenti dalla podestà de' giudici secolari e degli esattori pubblici, e sottoposti solamente all'arcivescovo. Fu eziandio decretato che l'arcivescovo eletto di Ravenna, portandosi a _Roma_ per essere quivi consecrato _non fosse tenuto a dimorar colà più di otto giorni_, segno che dianzi si dovevano stiracchiar le consecrazioni di quegli arcivescovi in Roma. Questo parlare d'Agnello fa chiaramente comprendere l'aggiustamento suddetto, e dee essere un errore del suo testo il soggiugnere appresso, che Reparato _non si sottomise all'autorità del papa_, mentre le parole suddette pruovano tutto il contrario. Aggiugne Anastasio che poco dopo questo aggiustamento il suddetto Reparato diede fine ai suoi giorni. Ebbe per successore _Teodoro_, il quale, perchè si fece consecrare in Roma, come per più secoli s'era costumato in addietro, incorse nell'odio del suo clero. Agnello stesso dice molte parole in suo vituperio, benchè si serva d'altri pretesti per iscreditarlo. Anastasio notò[56] che questo Teodoro si presentò davanti a papa _Agatone_ verisimilmente nell'anno seguente. Mi sia lecito il rapportare al presente la fabbrica di un nuovo tempio fatto della regina _Rodelinda_ moglie del re _Bertarido_ fuori di Pavia. Opera maravigliosa, dice Paolo Diacono[57], e nobilitata da stupendi ornamenti. Fu chiamata basilica di _santa Maria alle Pertiche_; e tal denominazione venne a quel sacro luogo, per attestato del medesimo storico, perchè quivi era un insigne cemeterio, dove i nobili longobardi amavano per divozione d'essere seppelliti. Che se accadeva che taluno de' suoi morisse in guerra, o in altra parte, alzavano delle pertiche, cioè delle travi sopra que' sepolcri, con una colomba di legno in cima, tenente il becco rivolto a quella parte, dove il suo parente od amico era morto. Con qualche segno od iscrizione si distinguevano quei sepolcri, acciocchè ognun potesse riconoscere il suo. Lo Spelta, storico pavese di questi ultimi secoli, pretende che quel tempio fosse fabbricato prima della venuta del Signor nostro Gesù Cristo, e servisse agl'idoli. Tutti sogni. Paolo chiaramente scrive che Rodelinda lo fabbricò di pianta; nè presso il padre Romoaldo[58] veggo bastanti ragioni per farci credere che quella regina edificasse una chiesa col monistero, posseduto oggidì dalle monache cisterciensi.

In quest'anno crede Camillo Pellegrino[59] che finisse di vivere _Romoaldo_ duca di Benevento, dopo aver governato per lo spazio di sedici anni quel ducato[60]. Egli ebbe, siccome dicemmo altrove, per moglie _Teoderada_, la quale fuori della città di Benevento fabbricò la basilica di san Pietro apostolo, ed unitamente un insigne monistero di sacre vergini. Lasciò Romoaldo dopo di sè tre figliuoli maschi, cioè _Grimoaldo II_, _Gisolfo_ ed _Arichi_, ossia _Arigiso_. Il primo di essi fu duca di Benevento immediatamente dopo la morte del padre, ed ebbe per moglie _Vigilinda_, ossia _Vinilinda_, figliuola del re _Bertarido_ e sorella di _Cuniberto_, che fu re anch'esso: segno che era seguita buona pace fra esso re Bertarido e il duca di Benevento. Ma vedremo all'anno 702 che questa cronologia non si accorda con Anastasio bibliotecario. Seguitando intanto qui dietro alle pedate di Paolo Diacono[61], dico che circa questi tempi succedette il trasporto in Francia dei sacri corpi di san _Benedetto_ e di santa _Scolastica_. Era rimasto il monistero di Monte Casino, ai primi tempi della venuta de' Longobardi nella Campania, preda del loro furore. Se vi abitasse più alcun monaco non si sa. Ben sappiamo che mal custoditi, se non anche negletti, restavano in quella solitudine i lor sepolcri. Servì la negligenza de' monaci italiani per far animo e voglia ai monaci francesi di venir a cercare que' sacri depositi. Dicono che _Agiolfo_ monaco del monistero floriacense, ossia di Fleury, con alcuni compagni fu spedito per questo in Italia; e che andato a Monte Casino sotto pretesto di far quivi orazione, la notte estrasse da quelle rovine i due sacri corpi, e se li portò in Francia, con ritenere quel di san Benedetto in Fleury, e ripor quello di santa Scolastica nella città del Mans. Abbiamo varie antiche relazioni di tal traslazione, ma non contemporanee, e vi son raccontati vari miracoli, non senza delle contrarietà e circostanze, le quali non siam tenuti a credere per vere, ed anzi sembrano far poco onore alla fedeltà de' monaci d'allora. Comunque sia, chi degl'Italiani ha voluto negar questo fatto, ha contra di sè la chiara testimonianza di Paolo Diacono, che visse e scrisse solamente nel secolo dopo. Quanto al tempo, il cardinal Baronio ne parla all'anno 664. Il Coinzio, franzese, crede accaduto il trasporto molto più tardi, cioè nell'anno 673. Ma i padri Mabillone e Pagi lo riferiscono ai tempi di _Clodoveo_ II, e però all'anno 653 oppure al susseguente. Ma in fine il punto più sostanziale si è di sapere se nel secolo susseguente fossero o non fossero restituite a monte Casino quelle sacre reliquie; del che hanno acremente disputato i Benedettini casinensi coi franzesi, palliando sì fattamente le cose, che non si sa a qual parte credere. Di ciò diremo qualche altra cosa a suo tempo. Seguitò poi ancora per quest'anno la guerra de' Saraceni contro la città di Costantinopoli, che fu col solito valore preservata e difesa.

NOTE:

[54] Anastas., in Vit. Don.

[55] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.

[56] Anastas., in Vita Agathonis.

[57] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.

[58] Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.

[59] Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.

[60] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.

[61] Idem., ibid., cap. 2.

Anno di CRISTO DCLXXVIII. Indizione VI.

AGATONE papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 11. BERTARIDO re 8. CUNIBERTO re 1.

Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi. Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco[62], che si gittava nei legni nemici, nè si poteva smorzare coll'acqua. Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar simili fuochi. Cedreno scrive[63] che ai suoi dì vivea Lampro, discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata battaglia in terra dai capitani cesarei _Floro_, _Petrona_ e _Cipriano_; e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine _Muavia_ lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador _Costantino_. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria _Giovanni_ patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che _Cacano_ re degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. I soli Bulgari, popoli della Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una lettera a papa _Dono_, per seco concertare un general concilio da tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a miglior vita. In suo luogo succedette papa _Agatone_, già monaco, di nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma _san Vilfrido_ arcivescovo di Jorch[64], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa, decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a Roma, fu sì onoratamente accolto dal re _Bertarido_ in Pavia, siccome osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di assicurare il regno a _Cuniberto_ suo figliuolo[65]. Però, convocata la dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note:[66] _Sub die tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima, regnante domnis nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto_: cioè nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a leggere _Indictione undecima_, errore provenuto dalla vicinanza di _die tertiodecimo_. Circa questi tempi a _Vettari_ duca del Friuli succedette nel ducato _Laudari_, di cui Paolo Diacono[67] non rapporta azione alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne, ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del Friuli _Rodoaldo_. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di _Dagoberto II_ re dei Franchi ucciso per congiura di _Ebroino_ già maggiordomo e di alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re _Teoderico III_. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra, mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.

NOTE:

[62] Teoph., in Chronogr.

[63] Cedren., in Annal.

[64] Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.

[65] Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.

[66] Antiq. Italic. Dissert. XLV.

[67] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.

Anno di CRISTO DCLXXIX. Indizione VII.

AGATONE papa 2. COSTANTINO Pogonato imp. 12. BERTARIDO re 9. CUNIBERTO re 2.

Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono d'intervenirvi coi loro voti. Perciò da _Mansueto_ arcivescovo santo di Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica intorno alle due volontà in Cristo. Leggesi tuttavia negli atti del concilio sesto generale[68] la lettera scritta da esso santo arcivescovo all'imperador Costantino a nome del sinodo, _quae in hac magna regia urbe convenit_, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti parole: _Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert, praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus_ (vivimus) _una cum eorum sancta devotione_, ec. Di qui intendiamo che già _Cuniberto_ era stato proclamato re, e che egli, non meno che _Bertarido_ suo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo per la custodia della medesima. Paolo Diacono[69], facendo menzione nel concilio sesto ecumenico, scrive che _Damiano vescovo di Pavia_ sotto nome di _Mansueto arcivescovo di Milano_ scrisse una lettera molto utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il cardinal Baronio[70], che essendo intervenuto _Anastasio vescovo di Pavia_ in quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per conseguente esser allora _Damiano_ vescovo di Pavia. Saggiamente rispose a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papa _Agatone_ nel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa a _Costantino maggiore imperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augusti_ di lui fratelli, in cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo, e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo il _difetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile_, s'erano potuti trovare, cioè _Abondanzio vescovo di Paterno_, _Giovanni vescovo di Porto_, _e Giovanni vescovo di Reggio_ in Calabria, _legati_ del concilio romano, e _Teodoro_ e _Giorgio_ preti, e _Giovanni_ diacono, legati del medesimo papa. _Imperocchè_ (dice esso pontefice) _qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone poste in_ medio gentium, _e che colla fatica delle lor mani sono astrette a procacciarsi il pane giornaliero?_ Il che ci fa intendere l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana, maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo. Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla quistione delle due volontà; e questa principalmente servì a condannare nel general concilio il monotelismo.