Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 39
Gli anni intanto dell'_Augusto Carlo_ erano cresciuti di molto, e ne cominciava egli a sentire anche il peso; però come principe saggio volle provvedere all'avvenire, con dividere fra i tre suoi figliuoli la vasta sua monarchia. Rapporta il cardinal Baronio la divisione da lui fattane[684], che si legge anche presso il Baluzio[685] e in altri libri. Trovavasi allora l'imperadore nella villa di Teodone: e quivi a tale effetto tenne una dieta numerosa de' baroni de' suoi regni. Concedette adunque a _Lodovico_, il minore dei figliuoli, la Linguadoca, la Guascogna, la Provenza, la Savoia, il Lionese e la valle di Susa, cioè tutto il tratto di paese meridionale posto fra i confini di Italia e di Spagna. A _Pippino_ lasciò _Italiam, quae et Langobardia dicitur, et Bajovariam, sicut Tassilo tenuit, excepto duabus villis,_ etc._, et de Alamania partem, quae in australi ripa Danubii fluminis est, et de ipso flumine Danubii currente limite usque ad Rhenum fluvium,_ etc._, et inde per Rhenum fluvium, sursum versum usque ad Alpes quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel orientem respicit, una cum ducatu curiensi et pago Durgouve._ Sicchè al re Pippino toccò in sua parte il regno d'_Italia_ con quasi tutta la _Baviera_, provincia allora di grande estensione, e una porzione dell'_Alemagna_. In questa parte, siccome conghietturò Giovanni Lucio[686] si può credere compresa l'Istria e la Dalmazia, e una porzione della Pannonia e Schiavonia già conquistate da esso Carlo Magno, ciò argomentandosi dalle parole: _et quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel ad orientem respicit_. A _Carlo_ suo primogenito lasciò tutto il rimanente della Francia espresso coi nomi d'Austria e di Neustria, paese vasto, che scorreva di là dal Reno, quasi tutta la Borgogna colla valle d'Aosta, la Turingia, la Sassonia, la Frisia, e quasi tutta l'Alemagna, oggidì la Svevia. Poscia, in caso che uno d'essi fratelli venisse a mancar di vita, dispose come si avesse a dividere fra chi sopravviveva la porzione del defunto, e fra l'altre cose si dice: _Si vero Karolo et Ludovico viventibus, Pippinus debitum humanae sortis compleverit, Karolus et Ludovicus divident inter se regnum, quod ille habuit. Et haec divisio tali modo fiat, ut ab ingressa Italiae per augustam civitatem accipiat Karolus Eboreiam, Vercellas, Papiam et inde per Padum fluvium termino currente usque ad fines Regiensium, et Civitatem Novam, atque Mutinam usque ad terminos sancti Petri. Has civitates cum suburbanis et territoriis suis, atque comitatibus, quae ad ipsas pertinent; et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit, una cum ducatu spoletano hanc portionem, sicut praedicimus, accipiat Karolus. Quidquid autem a praedictis civitatibus vel comitatibus Romam eunti ad dexteram jacet de predicto regno, idest portionem, quae remansit de regione transpadana una cum ducatu tuscano usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam, Ludovicus ad augmentum sui regni sortiatur._ Se dunque fosse premorto ai fratelli il re Pippino, in sua porzione al principe Carlo avea da toccare l'Oltrepò, e di qua dal Po anche la città di _Reggio, Cittanuova_ (allora riguardevole luogo posto sulla via Claudia, quattro miglia lungi da Modena all'Occidente, siccome ho provato altrove), e _Modena_ col suo territorio _sino ai confini di s. Pietro_[687]. Che ai tempi di Clemente VII papa ci fossero persone che si figurassero comprese nell'esarcato di Ravenna, donato alla santa Sede, le città di _Modena, Reggio, Parma_ e _Piacenza_, si può perdonare alla scarsa erudizione d'allora. Ma è bene una vergogna che ne' tempi nostri, tempi di tanta luce per l'erudizione, persona abbia osato di voler sostenere questa pretensione con impugnare la verità conosciuta. Chiaro apparisce di qui che erano comprese nel regno d'Italia le città suddette, e che il territorio di s. Pietro cominciava sul bolognese. Non è già nella stessa guisa manifesto che voglia dire l'Augusto Carlo con quelle parole: _Et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit_. Ma non si può già controvertere che almeno il _ducato di Spoleti_ non fosse anch'esso incastrato nel regno d'Italia. Similmente apprendiamo che al re Lodovico sarebbe toccato in sua parte il di qua dal Po (a riserva di Reggio, Cittanuova e Modena) col Genovesato e col _ducato della Toscana_: notizia che ci conduce ad intendere che sopra tutta quella provincia era già stato costituito con titolo di _duca_, oppure, siccome vedremo, di _marchese_, un governator generale e perpetuo. Resta poi scuro ciò che veramente significhi _usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam_. Il confine d'Italia al ponente era la Provenza. Pare che l'altro confine al levante fosse il _mare Australe_, e che questo si stendesse di là dalla Toscana, ma di ciò lascerò disputare ad altri. Della sovranità di Roma e del suo ducato, siccome non pertinente al regno d'Italia, nulla si parla in questa divisione. Era essa riservata a chi fosse dipoi dichiarato imperador de' Romani: sopra di che nulla determinò per allora l'Augusto Carlo. Fu mandata a papa Leone la carta di questa divisione, acciocchè la sottoscrivesse: tanta era anche in que' tempi la venerazione al sommo pontefice. Eginardo, autore degli Annali e della vita di Carlo Magno, quegli fu che la portò a Roma.
Ora giacchè abbiam fatta menzione del ducato di _Spoleti_, si dee qui avvertire che nel catalogo posto innanzi alla Cronica di Farfa[688], sotto quest'anno, vien riferito _Romanus dux_, come duca di Spoleti. Ma perciocchè era tuttavia vivo e comandava in quel ducato _Guinigiso_, e nel medesimo catalogo all'anno 814 vien ripetuto _Guinichus dux_; perciò non si capisce come qui entri Romano duca. Il conte Campelli[689] ha senza bilanciare tolta ogni difficoltà con dire francamente che _nell'anno 806 il duca Vinigiso prese per compagno nel ducato un suo figliuolo, che natogli in Italia, e perciò chiamato Romano, era appunto in quei giorni pervenuto ad età capace di alcun maneggio_. Ma questo scrittore, avvezzo a spacciar le sue immaginazioni per le cose certe, sarebbe restato ben imbrogliato, se gli fosse stata chiesta la pruova di tale asserzione. Tutto quel che sappiamo di questo Romano duca, l'abbiam dalla Cronica farfense, dove vien fatto menzione di una lite agitata _in placito ante praesentiam Romani ducis castri viterbiensis, et omnium judicum ejus_. Dalle memorie dell'archivio farfense, da me prodotte nelle Antichità italiane[690], si raccoglie _judicatum Romani gloriosi ducis in castro viterbiensi. Actum temporibus Karoli domni nostri piissimi perpetui Augusti, a Deo coronati, magnifici imperatoris, anno Deo propitio, imperii ejus VI, atque domni nostri Leonis summi pontificis et universalis papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli anno XI, in mense majo, per Indictionem XIV,_ cioè nell'anno presente. Ben considerate le circostanze di quest'atto, altro non so io conchiudere, se non che questo _Romano_ fosse _duca_, non già di Spoleti, ma bensì di _Viterbo_, cioè governatore di quel castello, divenuto poi col tempo città illustre, sapendo noi che i papi davano il titolo di _duca_ ai governatori delle loro città; e Viterbo senza fallo era anche in que' tempi sotto la loro giurisdizione, come inchiuso nel ducato romano. Noi troveremo da qui innanzi tuttavia duca di Spoleti il suddetto _Guinigiso_, senza che più s'incontri memorie del predetto _Romano_. Se il padre Mabillone[691] avesse fatta riflessione che Viterbo, in cui Romano duca d'autorità ordinaria fece quel giudicato, nulla avea che fare col ducato spoletano, non avrebbe anch'egli scritto che nell'anno presente _Romano_ succedette a _Guinigiso_ duca di Spoleti.
Per quanto lasciarono scritto varii annali dei Franchi, sul fine dell'anno precedente, o sul principio del presente, _Obelerio_, chiamato in essi Annali _Wilerio_, e _Beato_ suo fratello, dogi di Venezia, insieme con _Paolo_ duca di Jadra, e _Donato_ vescovo di quella città, legati della Dalmazia, giunsero alla villa di Teodone, e si presentarono con assai regali all'imperador Carlo Magno. Ciò che trattassero e quel che conchiudessero non è ben pervenuto a nostra notizia. Solamente s'ha da quegli storici che l'imperadore fece alcuni ordinamenti sì per gli dogi che pel popolo non men della città di Venezia che della Dalmazia: parole che danno adito ad un giusto sospetto che i dogi di Venezia e le città marittime della Dalmazia fossero minacciate dal bellicoso re Pippino, e cercassero pace, oppure che credessero meglio l'amicizia o lega, oppure l'alto dominio di Carlo Magno, e si ritirassero dalla suggezione o lega che aveano coi Greci. Ma troppo è difficile di chiarir bene il sistema de' Veneziani d'allora, e tanto più perchè Andrea Dandolo[692], il più antico ed accurato degli storici veneziani, ci rappresenta questi dogi con un differente aspetto, siccome vedremo all'anno seguente. Intanto coll'autorità del medesimo Dandolo dirò che _Fortunato patriarca di Grado_, già fuggito in Francia, ritornò in Istria insieme con _Cristoforo d'Olivola_, e non attentandosi di andare a Venezia, si fermò in Torcello. _Giovanni_, usurpatore dal vescovato di Olivola, incautamente capitò colà, e fu messo in prigione, ma trovata poi la maniera di fuggirsene, tornò a Venezia, e con rappresentare ai dogi il trattamento a lui fatto, maggiormente gli attizzò contra del patriarca. Ma qualora Torcello in questi anni fosse stato dipendente dal ducato di Venezia, non sarebbe già probabile la dimora colà di Fortunato patriarca. Noi abbiamo la lettera undecima[693] di papa Leone III scritta a Carlo Magno, dove si parla d'esso Fortunato, che stava in esilio in Francia _proter persecutionem Graecorum seu Veneticorum_. Fece egli istanza ad esso Carlo di poter venir ad abitare nella città di Pola e governar quella Chiesa vacante. Ne scrisse Carlo al papa, il quale rispose d'esserne contento, purchè il patriarca, quando mai riuscisse ad esso imperadore di rimetterlo nella sua sedia di Grado, lasciasse intatti e liberi tutti i beni e diritti della Chiesa di Pola, in favore del vescovo che quivi potesse essere eletto. Per altro soggiugne d'aver poco buone informazioni d'esso patriarca, come di persona mal provveduta di costumi ecclesiastici; e che se i cortigiani gliel lodavano, era perchè i regali li faceano parlare.
In quest'anno poi l'imperador Carlo spedì il figliuolo _Carlo_ con un'armata[694] contra degli Sclavi Sorabi, dimoranti di là dal fiume Elba. In questa spedizione _Miliduco_, capitano e duca di quella nazione, restò morto, e un gran guasto si fece di campagne e città: laonde si trattò di pace, e que' popoli si sottomisero. Fu anche inviato in quest'anno ai danni della Boemia un esercito composto di Bavaresi, Alamanni e Borgognoni, che dato un nuovo guasto a gran tratto di quel paese, se ne tornarono poi a casa senza aver provato incontro o danno alcuno. Il _re Lodovico_ anch'egli fece una spedizion militare contra de' Mori spagnuoli in Catalogna, che mise a ferro e fuoco quel paese fino a Tortosa. Una gran perdita fece in quest'anno il ducato di Benevento, perchè venne a morte _Grimoaldo_ principe, ossia duca di quelle contrade, dotato di rara accortezza e senno, e di non minor valore, a cui nè la forza de' Greci, nè la potenza maggiore di Carlo Magno e di Pippino re d'Italia giunsero con tutti i loro sforzi e maneggi al vanto di averlo potuto spogliare della sovranità e indipendenza negli ampii suoi stati. L'Annalista lambeciano mette la di lui morte sotto quest'anno; e Camillo Pellegrino[695] anch'egli consente; e però l'Annalista sassone, che la riferisce allo anno susseguente, verisimilmente non è qui da ascoltare. Riscosse Grimoaldo in morendo un universal tributo di lagrime dai suoi popoli, e le lodi sue si leggono nell'epitaffio a lui posto in Salerno, dove ebbe sepoltura, a noi conservato dallo Anonimo salernitano[696]. Ivi si dice che egli era della stirpe de' _Longobardi_, e riportò vittoria de' Greci. Si aggiugne dipoi:
PERTVLIT ADVERSAS FRANCORVM SAEPE PHALANGAS SALVAVIT PATRIAM SED BENEVENTE TVAM. SED QVID PLVRA FERAM? GALLORVM FORTIA REGNA NON VALVERE HVJVS SVBDERE COLLA SIBI.
Perchè questo principe mancò di vita[697] senza lasciar dopo di sè prole maschile, fu eletto per suo successore un altro _Grimoaldo_ già suo tesoriere, cognominato _Storesaiz_. L'Anonimo salernitano ci spiega questa parola, con dire al cap. 29: _Defuncto itaque Grimoald, Ildrici filius Grimoald (qui lingua theodisca, qua olim Langobardi utebantur, Storeseyz fuit appellatus; et nos in nostro eloquio: Qui ante obtutum principum et regum milites hinc inde sedendo praeordinat, possumus vocilare) in principali dignitate est elevatus_. Di costui dice gran bene Erchemperto, all'incontro gran male l'Anonimo salernitano, siccome vedremo andando innanzi. Si vuol anche avvertire che fra i regolamenti fatti da Carlo Magno per l'Italia, vi fu ancora quello della zecca, cioè il privilegio e diritto di battere moneta. Di questo godeva ab antiquo la città di _Roma_, e i romani pontefici cominciarono a battere soldi e denari d'oro, d'argento e di rame col nome proprio e con quello dell'imperadore sovrano. Altrettanto faceano _Pavia_ e _Milano_, e _Lucca_ nella Toscana. Ho io ultimamente scoperto che la città di _Trivigi_ avea anch'essa la zecca pel ducato del Friuli. Verisimilmente anche _Spoleti_ godea la stessa prerogativa, ma senza che fin qui moneta si sia trovata spettante a quel ducato. Non vollero essere da meno i principi di _Benevento_, siccome quelli che si sforzarono di ritenere la sovranità: però si truovano anche le loro monete. In questo secolo ancora, oppure nel susseguente, anche i dogi di _Venezia_ cominciarono a battere moneta, siccome parimente i duchi di _Napoli_. Di tutto ciò ho io recate le pruove nelle mie Antichità italiane[698].
NOTE:
[684] Baron., Annal. Eccl.
[685] Baluz., Capitular., tom. 1, p. 439.
[686] Johann. Lucius, de Regno Dalmat. lib. 1.
[687] Antiquit. Ital., Dissert. XXI.
[688] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[689] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.
[690] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[691] Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 806.
[692] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[693] Labbe, Concilior., tom. 7.
[694] Annal. Francor. Metenses. Eginhard., in Annal. Francor. Annal. Francor., Moissiacens.
[695] Peregrinus, Hist. Princ. Langobard. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[696] Anonymus Salernit. Paralipomen. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[697] Erchempertus, Hist. Princip. Langobard.
[698] Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.
Anno di CRISTO DCCCVII. Indizione XV.
LEONE III papa 13. CARLO MAGNO imperadore 8. PIPPINO re d'Italia 27.
Secondo l'attestato di tutti gli Annali de' Franchi[699], vennero in quest'anno a trovar _Carlo imperadore_ in Aquisgrana gli ambasciatori di _Abdela_ re di Persia e califa de' Saraceni, insieme con due monaci, spediti dal patriarca di Gerusalemme. Nel nome di questo re pare ad alcuni che abbiano fallato quegli storici, perchè allora dominava tuttavia in Persia _Aronne_, sopra da noi memorato. Nulladimeno è da osservare, che morto Aronne, per quanto si crede nell'anno seguente, fu disputato quel regno fra _Almanana_ e _Abdela_ suoi figliuoli, per attestato di Elmacino; e però potrebbe essere che piuttosto in quest'anno fosse mancato di vita _Aronne_, e che _Abdela_ cercasse l'amicizia di Carlo Magno. Portarono costoro dei sontuosi regali a Carlo, cioè un padiglione col suo atrio di mirabil grandezza e bellezza, tutto di bisso, fino le corde; e dei drappi di seta, odori, unguenti e balsami preziosi. Soprattutto cagionò ammirazione un orologio di ottone mirabilmente lavorato, che coll'acqua misurava il corso di dodici ore, avendo altrettante palle di bronzo che, terminata un'ora, cadevano sopra un sottoposto tamburo con farlo sonare. Eranvi ancora dodici statuette d'uomini a cavallo, che, compiuta cadauna ora, uscivano fuori per dodici finestre, e con tal empito uscivano, che chiudevano altrettante finestre che prima erano aperte. Altri ingegnosi lavori si miravano in quell'orologio, che, siccome cose non più vedute in Occidente, diedero un gran pascolo alla curiosità della gente. Eranvi ancora due candellieri d'ottone di sterminata grandezza ed altezza. Spedì poscia in questo anno l'Augusto Carlo Burcardo suo contestabile con una flotta ed assai brigate di soldati in Corsica, isola già venuta in suo dominio, acciocchè la difendesse dai Mori di Spagna, che negli anni addietro erano più volte sbarcati colà, ed avevano fatto varii saccheggi in quel paese. Tornarono infatti costoro al solito lor giuoco, e prima si provarono di bottinar nella Sardegna, ma i Sardi sì bravamente uscirono alla battaglia, che fama corse d'essere rimasti estinti nel campo circa tremila di quegl'infedeli. Passarono dipoi in Corsica, e con loro venne alle mani Burcardo colla sua flotta. Quivi ancora restarono sconfitti colla perdita di tredici navi, e con lasciarvi molti morti e feriti. Merita qui d'essere registrato un passo della lettera ottava[700] scritta da papa Leone a Carlo Magno, da cui pare che si ricavi, avere esso imperadore donata alla santa Chiesa romana anche la suddetta isola di _Corsica_; e però vien pregato dal papa di prenderne la difesa. _De autem insula Corsica_, dice egli, _unde et in scriptis et per missos vestros nobis emisistis, in vestrum arbitrium et dispositum committimus, atque in ore posuimus Helmengaudi comitis, ut vestra donatio semper firma et stabilis permaneat, et insidiis inimicorum tuta persistat_. Se avesse effetto questa donazione, l'andremo cercando nel proseguimento della storia. Quando poi appartenesse a questi tempi (il che io non so) la lettera suddetta, da essa ancora apprenderemmo che il _re Pippino_ pensava di portarsi a Roma dopo Pasqua; laonde papa Leone si preparava per fargli un degno accoglimento. Il motivo di questo viaggio era per dar fine ad alcuni dissapori insorti fra esso papa e il medesimo re Pippino, probabilmente a cagion della giurisdizione, o dei confini. _Ubi_ (scrive Leone) _ambobus placuisset, nobis obviam occurrisset_ (Pippino)_; ut quod vos omni modo optatis, cum Dei adjutorio veniat ad perfectionem: idest ut pax et concordia inter nos firma et stabilis constituatur._ Protesta poi di non avere alcun mal animo col re Pippino, e provenir la voce della discordia dai seminatori di zizzanie che faceano de' falsi rapporti all'Augusto Carlo e a Pippino suo figliuolo. Duravano tuttavia, forse anche andavano crescendo le dissensioni già insorte nel popolo di Venezia e nelle città marittime della Dalmazia, sì per i maneggi segreti di _Fortunato patriarca di Grado_, il quale s'era messo in braccio de' Franzesi, come per le minacce o controversie mosse da Pippino re d'Italia, il quale avea tuttodì in mente dei nuovi acquisti. La corte di Costantinopoli, che non trascurava i suoi diritti in quelle parti, spedì colà _Niceta patrizio_ con una armata navale, che si fermò nella città di Venezia. Quivi stando quello stuolo, il greco comandante trattò di tregua col re Pippino, e la conchiuse sino al mese di agosto: dopo di che si restituì a Costantinopoli. Le notizie, che di questi fatti ebbe il Dandolo[701], sono, che al patriarca Fortunato riuscì in fine di tornarsene alla sua chiesa di Grado dopo aver placato lo sdegno de' suoi compatrioti. Ma giunto che fu in quelle bande Niceta patrizio colla flotta, portando soccorso ai Veneziani, il patriarca di nuovo scappò in Francia per timore de' Greci; laonde Giovanni diacono, che già avea usurpato il vescovato d'Olivola, si fece tosto eleggere patriarca (coll'appoggio del greco ministro, e forse per ordin suo), quasichè quella chiesa fosse restata vacante. Oltre a ciò, Niceta, per maggiormente attaccare all'imperio orientale i dogi di Venezia, allorchè si portò colà, presentò al doge _Obelerio_ la patente di _spatario imperiale_. Parimente _Beato_ doge, fratello dell'altro, per consiglio dei Veneziani, andò col patrizio Niceta per la seconda volta sino a Costantinopoli, seco menando _Cristoforo vescovo d'Olivola_, cioè della stessa Venezia, e Felice tribuno, banditi da essa Venezia, perchè pareva che aderissero al partito de' Franchi. Fu ricevuto con molto onore Beato da Niceforo Augusto ed essendo stato onorato col titolo di _ipato_, ossia di _console_, se ne ritornò tutto lieto alla patria. Amendue poi questi dogi ottennero dal popolo che _Valentino_ terzo loro fratello fosse anche egli costituito _doge_. Dalle memorie del monistero farfense si ha[702] che Ardemanno e Gaidualdo _missi Karoli imperatoris, et domni regis Pipini_, giudicarono nella città di Rieti una causa in favore di que' monaci. _Rieti_ era città del ducato di Spoleti.
NOTE:
[699] Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani. Annales Franc. Metenses.
[700] Labbe, Concilior., tom. 7.
[701] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.
[702] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCCVIII. Indizione I.
LEONE III papa 14. CARLO MAGNO imperadore 9. PIPPINO re d'Italia 28.