Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 37
Dappoichè Carlo _imperadore_ ebbe dato buon sesto al governo e agli affari di Roma, del papa e di tutta l'Italia, e non solamente a quei del pubblico, ma anche a quei degli ecclesiastici e de' privati, con trattenersi apposta per tutto il verno in Roma, dove sappiamo ch'egli fece fabbricare (è incerto il tempo) un magnifico palazzo per la sua persona, ed anche fece dei ricchi presenti alla chiesa di s. Pietro e alle altre di Roma; e dopo aver quivi celebrata la santa Pasqua, si mise in viaggio per tornarsene in Francia. Nello stesso tempo[639] anche in quest'anno ordinò a _Pippino re d'Italia_ suo figliuolo di portar la guerra nel ducato beneventano contra di _Grimoaldo:_ del che fra poco ragioneremo. Venne l'Augusto Carlo a Spoleti, e quivi si trovava l'ultimo dì d'aprile, quando si fece sentire una terribile scossa di tremuoto, che rovinò molte città di Italia, e fece cadere la maggior parte del tetto della basilica di san Paolo fuori di Roma. Da Spoleti passò egli a Ravenna, dove si fermò per alquanti giorni, e di là portossi a Pavia. Stando quivi applicato, secondo il suo costume, a stabilire il buon governo de' popoli, e a recidere gli abusi introdotti, formò e pubblicò alcuni capitolari, o vogliam dire leggi, che servissero da lì innanzi al regno d'Italia, come giunte al Codice delle leggi longobardiche. Leggonsi queste in esso Codice e presso il Baluzio. Alcune poche di più ne ho io[640] dato, ed insieme la prefazione alle medesime, dove egli s'intitola: _Carolus divino nutu coronatus, Romanorum regens imperium, serenissimus Augustus, omnibus ducibus, comitibus, castaldis, seu cunctis reipublicae per provinciam Italiae a nostra mansuetudine praepositis. Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCI, Indictione IX, anno vero regni nostri in Francia XXXIII, in Italia XXVIII, consulatus autem nostri primo._ Dal che e da altri esempii si vede che cominciò allora ad usarsi con frequenza l'era nostra volgare. Fece egli anche menzione dell'_anno primo del consolato_, per imitar gl'imperadori greci, che gran tempo ritennero il rito di annoverar gli anni del perpetuo lor consolato. Uso era allora che nei casi particolari, a' quali non avessero provveduto le leggi longobardiche, si ricorreva al re per intenderne la sua mente e volontà. Erano perciò restate indecise molte cause in addietro: motivo per conseguente al saggio imperadore di provvedere per l'avvenire colla giunta di nuove leggi, _ut necessaria quae legi defuerant, supplerentur, et in rebus dubiis non quorumlibet Judicum arbitrio, sed nostrae regiae auctoritatis sententia praevaleret_. Stando in Pavia, ricevette l'Augusto Carlo l'avviso che i legati di _Aronne re di Persia_, a lui indirizzati, erano giunti a Pisa, e fra gli altri donativi veniva ancora un elefante, cosa troppo forestiera in Occidente. Diede loro dipoi udienza fra Vercelli ed Ivrea; e solennizzata in quest'ultima città la festa di s. Giovanni Battista, passò dipoi in Francia. Erano già due anni che _Lodovico re d'Aquitania_ stringeva con forte assedio o blocco la città di Barcellona, perchè Zaddo saraceno, dopo aver fatto negli anni addietro omaggio di quella città a Carlo Magno, allorchè Lodovico entrò coll'armi in Catalogna, si scoprì mancator di parola, e non fedele, anzi nemico. La fame era a dismisura cresciuta nella città, e venuti meno i più dei difensori. Però disperato Zaddo, perchè niun soccorso gli veniva da Cordova, si appigliò al partito d'andare egli stesso a cercar soccorso dagli altri Mori di Spagna. Ma uscito di notte non potè sì cautamente passare pel campo de' Francesi, che non fosse scoperto e preso, e condotto al re Lodovico. Fu con più vigore da lì innanzi continuato l'assedio, tantochè fu astretta quella nobil città alla resa, e vi entrò trionfante il re Lodovico. Truovasi descritta questa gloriosa impresa diffusamente dall'autore anonimo della vita di Lodovico Pio[641], e similmente da Ermoldo Nigello[642], autore contemporaneo, nel suo poema da me dato alla luce. Se crediamo al primo, il saraceno Zaddo si partì da Barcellona per andare a trovare il re Lodovico a Narbona, ed implorare la di lui misericordia. Sembra ben più probabile, come ha il suddetto Ermoldo, ch'egli andasse a cercar soccorsi dal sultano di Cordova; perchè se avesse pensato di rendersi ai Franchi, facile gli sarebbe riuscito di ottenere un passaporto. Scorgesi in altri punti di storia e di cronologia difettoso il suddetto Anonimo. In Italia ancora fu posto l'assedio alla città di Rieti dall'esercito franzese, e combattuta con tal vigore, che venne in potere del _re Pippino_[643], insieme con tutte le castella da essa dipendenti. La misera città data fu barbaramente alle fiamme, e _Rosulmo_ governator d'essa incatenato, inviato in Francia all'imperadore. Ma negli Annali di Metz, di s. Bertino e in altri, in vece di _Rieti_, sta scritto _Theate_, cioè la città di _Chieti_, a cui toccò questa sciagura. In fatti è scorretto nell'edizion del Du-Chesne il testo d'Eginardo. _Rieti_ era città del ducato di Spoleti, nè alcuno scrive ch'essa si fosse ribellata per darsi a _Grimoaldo duca di Benevento_. Oltre a ciò, abbiamo da Erchemperto[644], che continuando la guerra fra il re Pippino e Grimoaldo, _tellures Theatensium et urbes a dominio Beneventanorum subtractae sunt usque in praesens_. Nel medesimo giorno furono dipoi presentati a Carlo Magno il saraceno Zaddo, già padrone di Barcellona, e Roselmo, governatore di Chieti, ed amendue mandati in esilio.
Al presente anno appartiene un giudicato in favore dell'insigne monistero di Farfa, di cui è fatta menzione nelle memorie da me pubblicate[645]. Trovavasi il re Pippino in un luogo appellato Cancello, spettante al ducato di Spoleti, _Anno Karoli et Pippini XXVII, et XXI, mense augusto_. Fatto ricorso a lui per aver giustizia, _Ebroardo_ conte del palazzo, d'ordine suo decise la controversia, risedendo con lui _Adelmo_ vescovo. Da un'altra carta d'essa badia di Farfa, scritta _sub die XI mensis maii, Indict. IX., anno Deo propitio domni Karoli et filii ejus Pippini XXVII et XX, in diebus illis, quando domnus Karolus ad imperium coronatus_, apparisce che nel ducato di Spoleti veniva esercitata giurisdizione _per Halabolt abbatem et missum domni Pippini regis_. Dalla Cronica farfense[646] parimente si vede che _Mancione_ abbate ed altri messi erano stati inviati dal re Pippino per giudicare eziandio di una lite vertente fra i monaci di Farfa e _Guinigiso_ duca di Spoleti. Tenuto fu il placito nella stessa città di Spoleti, e sentenziato contra del duca in favore del monistero. Pertanto comincia qui ad apparire il grado di _conte del palazzo_ o pure _del sacro palazzo_ in Italia, grado sommamente riguardevole, perchè a lui devolvevano in ultima istanza e nelle appellazioni le cause difficili del regno tutto d'Italia; ed allorchè egli si trovava per le città e provincie del regno italico, godeva l'autorità di giudicar anche de' conti, marchesi e duchi. Non ho io saputo scoprire in Italia un conte del palazzo più antico di questo _Ebroardo_[647], a riserva di _Echerigo conte del palazzo_, che si truova mentovato in una pergamena di Pistoia[648] da me altrove rapportata, dove è citata, _Reclamatio tempore domni Pippini regis facta ad Paulinum_ (patriarca d'Aquileja) _Arnonem_ (arcivescovo di Salzburg) _Fardulfum abbatem_ (di s. Dionisio di Parigi) _et Echerigum comitem palatii, vel reliquos loco eorum, qui tunc hic in Italia missi fuerunt_, etc. Essendo, siccome diremo, mancato di vita _s. Paolino_ patriarca nell'anno seguente, s'intende che questo _Echerigo_ dovette esercitar la carica di conte del palazzo, prima che venisse _Ebroardo_. Dei messi spediti o dai re o dagli imperadori a far giustizia pel regno d'Italia parleremo più abbasso. Intanto da questi placiti e giudicati abbiamo una chiara pruova che il sovrano di Spoleti e del suo ducato erano allora Pippino re di Italia e Carlo Magno imperadore suo padre; e non apparisce che in quelle parti esercitasse giurisdizione alcuna, neppure subordinata, il romano pontefice. Quel solo che merita osservazione si è, che nella maggior parte delle carte farfensi scritte in questi tempi si veggono segnati gli anni di _Carlo imperadore_ e di _Pippino re_, colla giunta talvolta degli anni del duca di Spoleti. In altre poi s'incontrano i nomi di _Carlo_ e di _papa Leone_. Ma chi potesse vedere interi quegli atti, troverebbe essere le prime formate dai notai nel ducato di Spoleti, e le seconde in Viterbo, e in altri luoghi del ducato romano sottoposti al pontefice. E perciocchè anche negli strumenti dello stesso ducato romano si mirano segnati prima gli anni di Carlo imperadore, come appunto uno farfense scritto in questo anno si vede segnato: _Regnante domno nostro piissimo perpetuo, et a Deo coronato Karolo Magno imperatore, anno imperii ejus primo, seu et domno nostro Leone summo pontifice, et universali papa anno VI, mense junio, Indictione IX_; questo ancora concorre a farci intendere chi fosse il sovrano di Roma in que' tempi. Praticavasi lo stesso dai duchi di Spoleti; nè si può mettere in dubbio che la sovranità su quel ducato non fosse allora annessa ai re d'Italia. Riferiscono i padri Cointe[649] e Pagi[650] al presente anno la vittoria riportata da papa Leone e da Carlo Magno presso la città d'Ansidonia nella Toscana occupata dagl'infedeli, essendo loro miracolosamente riuscito di sconfiggere que' Barbari, con distruggere poi quella città, situata verso Orbitello. Prestò fede a questo racconto anche il padre Beretti[651] nella corografia de' secoli bassi. L'Ughelli, con pubblicare il diploma dato da esso papa ed imperadore, quegli fu che dopo il Volterrano c'insegnò questa notizia. Ma è da stupire come uomini dotti e sperti nella critica non abbiano conosciuto che quel documento da capo a piedi è un'impostura, nè merita d'aver luogo nelle purgate istorie. Però, anche senza addurre il non dirsi parola di questa battaglia e vittoria e tanto più di vittoria miracolosa, dagli storici contemporanei, narranti tante altre minuzie dei fatti di Carlo Magno, basta leggere quel diploma per rigettarne subito il racconto. In questi tempi, per attestato di Giovanni Diacono[652], era console, ossia duca di Napoli, _Teofilatto_, marito di _Euprassia_, figliuola del precedente duca e vescovo di Napoli _Stefano_.
NOTE:
[639] Eginhard., in Annal. Franc.
[640] Rer. Italic., Part. II, tom. I.
[641] Vit. Ludovici Pii, tom. 2 Rer. Franc.
[642] Ermold., lib. I Carm. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[643] Eginhard., in Annal.
[644] Erchempert., Hist. Princip. Langobard. P. I, tom. 2, Rer. Ital.
[645] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[646] Chron. Farfense, P. II, tom. 2, Rer. Ital.
[647] Antiquit. Ital., Dissert. 7 de Comit. Palat.
[648] Antiquit. Ital., Dissert. 70, de Cleri immunitate.
[649] Cointe, in Annal. Eccl.
[650] Pagius, Critic. Baron.
[651] Beretta, Chronogr., tom. 10 Rer. Ital.
[652] Johann. Diac., in Vita Episcopor. Neapol., Part. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCII. Indiz. X.
LEONE III papa 8. CARLO MAGNO imperad. 5. PIPPINO re d'Italia 22.
Continuava l'_imperadrice Irene_ nel governo dell'imperio orientale, ma con sentire il trono che le traballava sotto a' piedi. Più d'uno v'era che aspirava all'imperio, e facea de' maneggi per questo, e principalmente Aezio e Stauracio patrizii emuli lavoravano forte sott'acqua per compiere questo disegno, ciascuno in proprio vantaggio. Irene, per cattivarsi la benevolenza del popolo, gli avea rimesso nel precedente anno alcuni tributi. Tuttavia, non fidandosi dell'instabilità di esso popolo, e paventando le mine segrete de' concorrenti al soglio imperiale, determinò di appoggiarsi a Carlo Magno, la cui riputazione e possanza facea grande strepito anche in Oriente. Pertanto gli spedì per suo ambasciatore _Leone spatario_[653], con ordine di stabilir pace fra i Greci e Franchi, non ostante il disgusto provato per la dignità imperiale a lui conferita. Ricevuta che fu l'ambasciata, e rispedito l'ambasciatore, anche l'Augusto Carlo inviò a Costantinopoli i suoi legati, cioè _Jesse vescovo d'Amiens_, ed _Elingaudo conte_, per trattare con essa imperadrice. Teofane[654] scrive che v'andarono anche gli apocrisarii di _papa Leone_. Dal medesimo storico e da Zonara[655] viene spiegato il motivo di tale spedizione: cioè che Carlo Magno e il papa erano dietro a fare un bellissimo colpo, consistente nello strignere matrimonio fra esso imperador d'Occidente ed Irene imperadrice d'Oriente, con che si sarebbono riuniti i due già divisi imperii. Se questo glorioso disegno fosse vero, o pure una voce disseminata da chi atterrò l'imperadrice, per renderla odiosa presso ai Greci; e se ella stessa fosse la prima a farne proposizione a Carlo Magno, o pure ne nascesse l'idea in mente del papa o di Carlo, al qual fine mandassero i loro legati in Oriente, noi nol sappiamo dire. La verità si è, che scoperto questo trattato, al quale scrivono che Irene aderiva, ma con disapprovazione dei superbi Greci; o pure sparsane voce da chi macchinava di salire sul trono; questo servì non poco per cagionare o accelerar la rovina d'essa imperadrice. Si studiava Aezio patrizio di promuover Leone suo fratello; ma fu più scaltro o fortunato _Niceforo_ patrizio e logoteta generale, che, tirati nel suo partito molti nobili e una parte del popolo, si fece proclamare imperadore. Rinserrò nel palazzo Irene, ed appresso con finte lusinghe e promesse tanto fece, che le cavò di bocca il luogo dove erano i tesori; poscia per ricompensa la mandò in esilio in un monistero di Lesbo, oggidì Metelino, dove custodita dalle guardie, e riconoscendo dalla mano di Dio questo per un gastigo de' suoi peccati, nell'anno seguente diede fine ai suoi giorni. Presenti a questa tragedia, succeduta nel dì ultimo di ottobre, furono gli ambasciatori di Carlo Magno, i quali poi seguitarono a trattenersi in Costantinopoli, finchè videro quetati i rumori, e poterono ottenere udienza dal novello imperadore, della cui avarizia, infedeltà, empietà e tirannia parla assai francamente nella sua storia Teofane.
Continuava intanto la guerra fra il _re Pippino_ e _Grimoaldo duca di Benevento_. Racconta Erchemperto[656] che fra questi due principi, siccome giovani ed animosi amendue, passava una terribil gara, ed ognun d'essi con gran vigore sosteneva il suo punto. Più volte Pippino spedì ambasciatori all'altro, con fargli sapere, che siccome _Arigiso_ duca, padre di lui, era stato suggetto al re Desiderio, nella stessa guisa pretendea che Grimoaldo fosse suggetto a lui. Rispondeva Grimoaldo:
_Liber et ingenuus sum natus utroque parente;_ _Semper ero liber, credo, tuente Deo._
A tali risposte montava Pippino in collera, e con quante forze poteva, di tanto in tanto passava a fargli guerra. Ma Grimoaldo non si perdeva di coraggio. Nè a lui mancavano buone truppe e delle ben guernite fortezze; e però si rideva di lui. Tuttavia abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in quest'anno riuscì al re Pippino di prendere la città d'Ortona nell'Abruzzo[657]. Con lungo assedio ancora forzò la città di _Lucera_ o _Nocera_ in Puglia a rendersi, e vi mise guarnigione francese, con darne la guardia a _Guinigiso duca di Spoleti_. Grimoaldo, che non dormiva, da che seppe che Pippino avea ricondotto a quartiere l'esercito suo, venne colle sue brigate sotto la medesima città di Lucera, e dopo averla stretta con assedio per alcun tempo, finalmente se ne impadronì. Così cadde nelle mani di lui lo stesso duca Guinigiso, il quale s'era infermato durante l'assedio, e fu da lui trattato con tutta onorevolezza. Accadde in quest'anno una scandalosa iniquità, di cui lasciarono memoria gli Annali de' Veneziani. Era stato eletto vescovo di Olivola Castello (oggidì parte della città di Venezia) _Cristoforo_, uomo greco, col favore di _Giovanni doge di Venezia_, e per raccomandazione di _Niceforo imperadore_. Ma essendo in discordia i tribuni di Venezia col doge, scrissero a _Giovanni patriarca di Grado_, pregandolo di non volerlo consecrare. Non solo il patriarca gli negò la consecrazione, ma lo scomunicò. A questo avviso andò sì mattamente nelle furie il doge Giovanni, che preso seco _Maurizio doge_ suo figliuolo, con una squadra di navi e di armati volò contro la terra di Grado; ed entratovi senza resistenza, e trovato il patriarca fuggito sopra la torre da quella il precipitò al basso. Il Sabellico[658] e Pietro Giustiniano scrivono essere proceduta l'uccisione del patriarca, perch'egli avea ripreso i dogi suddetti a cagione di molte loro iniquità. Rapporta il cardinal Baronio[659] una lettera scritta da s. _Paolino_ patriarca di Aquileia a Carlo Magno, in cui gli dà avviso d'aver celebrato un concilio in Altino. E poscia soggiugne, _De sacerdotibus autem plagis impositis, semique vivis relictis, vel certe diabolico fervescente furore, per ejus satellites interemtis, non meum, sed vestrae definitionis erit judicium, ec. Egrediatur, si placet, una de hac re per universam regni vestri late diffusam monarchiam decretalis sententiae ultio_, ec. Crede esso eminentissimo Annalista che s. Paolino implorasse il braccio di Carlo Magno per punire il sacrilego misfatto dei dogi di Venezia. Ma è da osservare che, secondo gli Annali di Lambecio[660] e di Fulda[661] e di Ermanno Contratto[662], e per confessione dello stesso Baronio, in quest'anno, e non già nell'804, fu chiamato da Dio a miglior vita il santo patriarca Paolino. Ed essendo seguita, per quanto s'ha dal calendario aquileiense, la di lui morte nel dì 11 di gennaio, non si può tal notizia accordare coll'elezione del vescovo d'Olivola, per quanto si dice, a raccomandazione di Niceforo imperadore, che appena due mesi prima aveva occupato l'imperio d'Oriente. Oltre di che, non essendo l'isola e il patriarca di Grado sotto la giurisdizion di Carlo Magno, è da vedere come s. Paolino ricorresse a lui pel gastigo de' malfattori. Ed egli parla di sacerdoti feriti o uccisi, e non già di un vescovo e patriarca. Però non sono ben chiare le circostanze di quell'orrido e indubitato fatto, che portò poi seco un grave sconcerto nella repubblica veneziana. Per altro nella morte di s. Paolino mancò all'Italia un singolare ornamento, perch'egli non meno colla sua letteratura che per le sue insigni virtù faceva in Italia quella gloriosa figura, che allora anche Alcuino suo amicissimo faceva in Francia. Ed è ben da maravigliarsi come il cardinal Baronio non inserisse nel Martirologio romano questo insigne personaggio, quando ivi ha dato luogo ad altri in merito a lui molto inferiori. Più ancora è da dolersi perchè in quei tempi, ne' quali la Francia, la Germania e l'Inghilterra ebbero tanti scrittori delle vite di varii vescovi, abati ed altri riguardevoli per le loro virtù, niuno in Italia prendesse a scrivere quella del suddetto patriarca, e che sieno restate in oblio le vite d'altri personaggi italiani, distinti per le loro bell'opere, dovendosi credere che neppure all'Italia mancassero allora dei sacri vescovi e degli altri ecclesiastici e secolari di rara pietà.
NOTE:
[653] Annales Franc. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.
[654] Teoph., in Chronogr.
[655] Zonar., in Annalib.
[656] Erchempertus, Hist. Lang., P. I, tom. 2. Rer. Ital.
[657] Annales, Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.
[658] Sabellicus, Ennead. VIII, lib. 9.
[659] Baron., in Annal. Eccl.
[660] Lambecius, in Annal. Franc.
[661] Annales Francor. Fuldenses.
[662] Hermann. Contractus, in Chron.
Anno di CRISTO DCCCIII. Indizione XI.
LEONE III papa 9. CARLO MAGNO imperadore 4. PIPPINO re d'Italia 23.