Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 35

Chapter 353,662 wordsPublic domain

Noi nondimeno vedremo, andando innanzi, che dovette ben colle parole Zaddo mostrare di rendersi a Carlo Magno, ma coi fatti operò poi il contrario. Puossi credere che costui s'inducesse a questa resa per timore di _Lodovico_ re di Aquitania, il quale per ordine del padre penetrò in quest'anno in Ispagna con tutte le sue forze, ma senza che sappiamo quali imprese egli quivi facesse. Trattenevasi il re Carlo in Aquisgrana, e, per attestato di Eginardo, _illuc Pippinum de italica, et Ludovicum de hispanica expeditione regressos, ad se venire jussit_. Che spedizione militare facesse in quest'anno il re Pippino in Italia, lo tace la storia. Potrebbe essere stata contra di _Grimoaldo_ duca ossia principe di Benevento; perciocchè da che quel principe si mise in testa di non voler più riconoscere per suo superiore Carlo re de' Franchi, nè Pippino per re d'Italia, durò sempre la rissa e guerra fra questi due principi, come si ha da Erchemperto. Portossi ancora ad Aquisgrana _Teottisto_ legato, oppur figliuolo di _Niceta_ patrizio della Sicilia, che presentò a Carlo Magno una lettera dell'imperador Costantino, scritta prima delle sue disavventure, e fu con particolare onore ricevuto e rispedito. Tornossene in Italia il re Pippino, e Lodovico si restituì in Aquitania. In questo anno ancora il re Carlo coll'armata entrò nella Sassonia, tolse quanti ostaggi volle da quei popoli, che tutti correvano a suggettarsi a lui. Ne condusse anche via moltissimi, avendo per esperienza conosciuto che non v'era miglior maniera di domar quella feroce nazione, che col sempre più indebolirla e disperderla. Quindi, per essere più a portata di quegli affari, svernò coll'esercito, nella stessa Sassonia. Probabilmente sino a questi tempi condusse la sua vita _Paolo Diacono_, già divenuto monaco di Monte Casino, scrittore de' più celebri di quell'età, a cui dee molto la storia d'Italia. Il catalogo delle opere da lui composte si legge presso gli autori della storia letteraria. Passò fra Carlo Magno e lui una gran familiarità con lettere e con versi vicendevoli, di maniera che egli lasciò un'illustre memoria di sè stesso.

NOTE:

[596] Theoph., in Chronogr.

[597] Eginhardus, Annal. Francor.

[598] Poeta Saxo, Annal. Franc.

Anno di CRISTO DCCXCVIII. Indizione VI.

LEONE III papa 4. IRENE imperadrice 2. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 25. PIPPINO re d'Italia 18.

A questi tempi si può riferire quanto scrisse Pascasio Ratberto[599] nella vita di s. _Adalardo_ abbate di Corbeia. Questo abbate, celebre per la sua rara pietà e per molte altre virtù, fu scelto da Carlo Magno, probabilmente o nel precedente o nel presente anno, perchè servisse di consigliere e primo ministro al figliuolo _Pippino_ re d'Italia. Come si portasse egli in quest'impiego, gioverà intenderlo dallo stesso, Pascasio, che così ne parla: _Justitiam vero quantum sectatus sit, testis est Francia, et omnia regna terrarum consultu sibi submissa. Maxime tamen Italia, quae sibi commissa fuerat, ut regnum et ejus regem Pippinum juniorem ad statum reipublicae, et ad religionis cultum utiliter, juste, atque discrete honestius informaret. Ubi tantam promeruit laudem, ut a quibusdam ita ut fertur, non homo, sed pro virtutis amore angelus predicaretur_. Seguita poi a dire che Adalardo non guardava in faccia ad alcuno, allorchè si trattava di far la giustizia; nè dubbio v'era che entrassero a lui regali. Trovò egli de' prepotenti nelle contrade d'Italia, che faceano delle angherie al basso popolo. S'applicò a sradicar questi abusi, senza mettersi suggezione d'alcuno, e procurò che dappertutto avesse luogo la giustizia, e ne fosse bandita la violenza. Andò poscia Adalardo a Roma, e s'introdusse presso papa Leone con tal credito e familiarità, che esso pontefice ebbe, a dire che se si fosse ingannato a credere ad esso Adalardo, a niun altro Francese avrebbe egli creduto nell'avvenire. Rimessa in trono l'imperadrice Irene, spedì in quest'anno al re _Carlo_ per ambasciatori[600] _Michele_, già patrizio della Frigia, e _Teofilo_ prete. Il suggetto della loro ambasciata fu di notificargli le mutazioni seguite in Costantinopoli, e di stabilir pace con esso re: al che è da credere che desse mano il buon re, il quale in segno anche di amicizia restituì in libertà _Sisinnio_ fratello di s. _Tarasio_ patriarca di Costantinopoli, che già era stato preso in guerra, probabilmente nell'anno 788, allorchè l'armata greca fu disfatta da Grimoaldo ed Ildebrando duchi. Ebbe da fare anche in quest'anno Carlo Magno coi Sassoni, nel paese de' quali s'inoltrò coll'armi; fece, dovunque arrivò, darsi degli ostaggi; e menò seco altri di quegli abitanti, con dividerli, secondo il solito, in varie provincie. Succedette ancora un fatto d'armi tra gli Sclavi settentrionali, benchè Pagani, pure fedeli a Carlo Magno, e i Sassoni abitanti di là dall'Elba, con restar sul campo quasi tre migliaia di questi ultimi. Accadde ne' medesimi tempi che Felice vescovo d'Urgel in Catalogna, nominato di sopra, non solamente rinnovellò le sue eresie, ma le difese ancora in un libro che diede alla luce. La riputazione in cui si era allora s. _Paolino_ patriarca d'Aquileia, fu cagione che Alcuino abbate, chiamato anche Flacco Albino, non contento di scriver egli in difesa della Chiesa, sollecitò ancora esso s. Paolino a confutar quella velenosa scrittura. E indarno nol pregò. San Paolino con tre libri, che tuttavia esistono, rispose a tutte le dicerie di Felice; e siccome versato non meno in prosa che in versi, v'aggiunse un simbolo o regola della fede, composta in versi, che parimente si legge data alla luce.

Attendeva in questi tempi, perchè tempi di pace in Italia, _Leone III_, romano pontefice, a rinnovar le chiese di Roma, e a decorarle con suntuose fabbriche, paramenti ed altri ornamenti, minutamente descritti da Anastasio[601]. Monsignor Ciampini[602] rapporta un musaico, tuttavia visibile nella chiesa di s. Susanna di Roma, dove comparisce la figura d'esso papa che tiene in mano la forma d'una Chiesa; siccome ancora l'immagine di _Carlo Magno_ che porta i mustacchi, il manto e la spada. Ma soprattutto è celebre il magnifico triclinio, ossia sala destinata per mangiarvi, ch'egli edificò nel palazzo patriarcale del Laterano. Niccolò Alamanni, il Ciampini ed altri hanno pubblicato il musaico che ivi tuttavia si conserva. Scorgesi in una parte d'esso il Signor Gesù Cristo, che porge colla destra le _chiavi_ a s. Pietro, e colla sinistra il _vessillo_ ad un principe coronato coll'iscrizione COSTANTINO V. Trovandosi dietro alla testa di questo principe un _quadrato_, che, secondo l'osservazione de' padri Papebrochio, Mabillone e d'altri, denota persona vivente, verisimile è che qui s'abbia da intendere, non già Costantino il grande, ma _Costantino_ imperadore di Oriente ne' primi anni del pontificato di papa Leone III. E quando ciò sussista, viene a fortificarsi la conghiettura proposta di sopra, cioè che durava tuttavia in Roma il rispetto all'imperador greco, ed era quivi riconosciuta la di lui sovranità, e che i re di Francia nell'accettare il _patriziato_ de' Romani dovettero intavolar qualche accordo con gl'imperadori, e senza vergognarsi d'essere loro vicarii e subordinati per conto di Roma e del suo ducato. Nell'altra parte del musaico si mira s. Pietro, che colla destra porge il pallio ad un papa inginocchiato colle lettere appresso SCSSIMUS D. N. LEO PP., cioè lo stesso papa Leone III, autore di quel musaico, rappresentato col _quadrato_ dietro la testa. Colla sinistra poi s. Pietro porge un _vessillo_ ad un principe inginocchiato, che porta i mustacchi, il manto, la spada e fasce alle gambe, come ebbe in uso Carlo Magno. E che di lui appunto si parli lo attestano le lettere sovrapposte, cioè DN. CARVLO REGI. Di sotto si legge questa iscrizione: BEATE PETRE DONA VITA LEONI PP. ET BICTORI[=A] CARVLV DONA. L'Alamanni, il Marca, il Pagi, l'Eccardo ed altri han fatto varii commenti a questo musaico. Non ne vo' io aggiugnere alcun altro, perchè non si può con sicurezza trovar la luce vera in mezzo a sì fatte tenebre. A quest'anno poi dovrebbe appartenere, se fosse vera, una donazione fatta da _Ludigario_ conte d'Ascoli ad _Instolfo_ vescovo di quella città. La carta rapportata dall'Ughelli[603] si dice scritta: _Regnante domino Carolo et Pippino filio ejus, excellentissimis regibus Francorum et Longobardorum, seu et patritiis Romanorum, regnorum in Christi nomine in Italia, Deo propitio, vigesimo sexto, et octavo decimo, eodemque temporibus viro gloriosissimo Vinigisi summo duce, anno felicissimo ducatus ejus octavo, seu Ludigari comite civitatis asculanae, mense junio, die II, per Indictione sexta_ L'Ughelli, quantunque infelice critico, conobbe che le sottoscrizioni _Carlo imperadore, di Pippino patrizio de' Romani_, e l'_anno_ 874 posto in fine, erano sconcordanze intollerabili. Contuttociò si credette di poter conciare tante slogature con levar quell'anno, e credere tale atto seguito nell'anno 799. Ma quello non è documento che si possa per verun conto legittimare. Pippino mai non fu _re de' Franchi_; nè Carlo Magno era _imperadore_ nel giugno di quell'anno, per tacere degli altri spropositi, che non trattennero il Lilii nella storia di Camerino dall'accogliere come tant'oro questa screditata carta. Abbiamo poi dalle memorie del monistero di Farfa[604] che nella città di Spoleti _anno Karoli, et Pippini regis XXIV et XVIII, mense majo, Indictione VI. Mamiano_ abbate ed _Isembardo, missi domni regis_, giudicarono di una causa in favore de' monaci farfensi.

NOTE:

[599] Apud Mabill., Saecul. IV Benedict., P. I.

[600] Annal. Franc. Loiselian.

[601] Anastas., in Vit. Leonis III.

[602] Ciampinius, de Musiv., P. II, cap. 23.

[603] Ughell., Ital. Sacr., tom. I, in Episc. Asculan.

[604] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

Anno di CRISTO DCCXCIX. Indizione VII.

LEONE III papa 5. IRENE imperadrice 3. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 26. PIPPINO re d'Italia 19.

Siccome costa dalla confession di fede che _Felice_ vescovo d'Urgel compose, allorchè finalmente tornò al grembo della Chiesa, sul principio dell'anno presente, fu celebrato in Roma un concilio da papa _Leone III_, e da cinquantasette vescovi, _praecipiente gloriosissimo ac piissimo domino nostro Carolo_: parole degne di osservazione. Proferì la sacra adunanza la scomunica contra del suddetto Felice, s'egli non ritrattava l'eretical suo dogma, _in quo ausus est Filium Dei adoptivum asserere_. Ma non andò molto che il buon papa Leone si vide involto in una fiera calamità per la scellerata congiura di alcuni dei principali Romani, i capi de' quali furono _Pasquale_ primicerio e _Campulo_ sacellario, ossia sagristano, nipote del fu papa Adriano I. Il motivo o pretesto di tale iniquità l'hanno o ignorato o lasciato nella penna gli antichi scrittori, non altro dicendo se non che costoro accusarono poscia di varii delitti il papa, ma senza poterne provar nè pur uno. Costoro nondimeno, che sotto il precedente pontificato erano avvezzi a comandare, probabilmente non sofferivano di ubbidire sotto il nuovo pontefice. Ora noi abbiamo da Anastasio bibliotecario[605], che mentre nel dì di san Marco a dì 25 d'aprile papa Leone con tutto il clero e buona parte del popolo faceva la solenne processione delle litanie maggiori, allorchè egli fu arrivato davanti al monistero dei santi Stefano e Silvestro, sbucarono fuori i due suddetti congiurati con una mano di sgherri armati, e preso il pontefice, il gittarono per terra, e lo spogliarono, sforzandosi con somma crudeltà a forza di pugnalate di cavargli gli occhi e di tagliargli la lingua. In fatti credendo di averlo accecato e renduto mutolo per sempre, il lasciarono così malconcio in mezzo alla piazza. Poi ritornati più che prima infelloniti a prenderlo, e condottolo avanti all'altare di quella chiesa, di nuovo più barbaramente il trattarono, con fama che gli cavarono gli occhi e la lingua, gli diedero delle bastonate e ferite, e mezzo morto ed intriso nel proprio sangue il rinserrarono prigione in quello stesso monistero. Tutto il popolo, che interveniva senz'armi alla processione, se ne fuggì in fretta. Fu poi condotto da quei masnadieri il misero pontefice nel monistero di sant'Erasmo, cioè in luogo creduto più sicuro. Quivi miracolosamente, per quanto fu creduto, gli fu restituita da Dio la vista e la lingua; e venne poi fatto ad Albino suo cameriere, unito con altri fedeli, di nascostamente penetrar colà, e di condurlo via con guidarlo alla basilica vaticana, dove si fortificarono. Intanto corsa dappertutto la voce di così empio attentato, arrivò anche agli orecchi di _Guinigiso_ duca di Spoleti, il quale probabilmente si trovava in quelle vicinanze, perchè i confini del suo ducato arrivavano assai presso a Roma. Anzi gli Annali bertiniani e metensi dei Franchi scrivono ch'egli era in Roma, e che il papa scappò di notte _ad legatos regis, qui tunc apud basilicam sancti Petri erant, Wirundum scilicet abbatem, et Winigisum Spoletanorum ducem veniens, Spoletum ductus est_. Comunque sia, non tardò punto Guinigiso ad accorrere in aiuto del papa con un buon nerbo di soldatesche. Arrivato a san Pietro, e trovatovi, contra l'espettazione, sano e salvo esso pontefice, seco con tutta venerazione il condusse a Spoleti, dove concorsero da varie città vescovi, preti e secolari di prima riga a seco congratularsi. Volarono presto al re Carlo lettere del duca Guinigiso coll'avviso di sì orrido avvenimento; e il re rispose che avrebbe veduto volentieri il pontefice, il quale perciò si mise in viaggio per ire a trovarlo. Scrivono altri essere stato il pontefice che desiderò d'andare in persona alla real corte, e fu esaudito. Nè si dee tralasciar di dire, che, oltre ad Anastasio, varii Annali de' Franchi raccontano essere di fatto stati cavati gli occhi e tagliata la lingua a papa Leone da quei sicarii, e che miracolosa fu la di lui guarigione. Ma non mancano scrittori antichi e contemporanei che diversamente raccontano quel fatto, e in maniera più credibile, con dire che tentarono bensì quegli scellerati l'enormità suddetta, ma o non poterono, o non vollero compierla; e veggendosi poi papa Leone tuttavia colla lingua e con gli occhi, vi si aggiunse il miracolo. Secondochè abbiam da Eginardo[606], esso pontefice _equo dejectus, et erutis oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque amputata, nudus ac semivivus in platea relictus est_. Son parimente parole dell'Annalista lambeciano e moissiacense le seguenti: _Romani comprehenderunt domnum apostolicum Leonem, et absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere oculos ejus, et eum morti tradere. Sed juxta Dei dispensationem malum quod inchoaverant, non perfecerunt_. Odasi ora Giovanni Diacono[607], autore vicino a questi tempi, nelle vite de' vescovi di Napoli, da me date alla luce. _Conspirantes_, dice egli, _viri iniqui contra Leonem tertium romanae sedis antistitem, comprehenderunt eum. Cujus quum vellent oculos eruere, inter ipsos tumultus, sicut assolet fieri, unus ei oculus paululum est laesus._ Quel che è più, il grande ornamento della Francia in questi tempi Alcuino abbate, in iscrivendo al re Carlo la lettera terzadecima intorno al fatto di papa Leone, dice, che _Deus compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes caecatis mentibus lumen ejus extinguere_. Similmente Notchero[608] racconta che alcuni empi tentarono di accecarlo, _sed divino nutu conterriti sunt et retracti ut nequaquam oculos ejus eruerent_. Finalmente Teodolfo vescovo di Orleans[609], scrittore contemporaneo, narra che ai suoi dì v'era chi diceva cavati e miracolosamente restituiti gli occhi al papa; e chi lo negava, confessando solamente che il tentativo fu fatto, ma non eseguito. Però riflette egli:

_Reddita sunt? Mirum est. Mirum est, auferre nequisse,_ _Est tamen in dubio; hinc mirer, an inde magis._

Dimorava in Paderbona _Carlo Magno_ colla sua armata, allorchè ebbe avviso della venuta di papa Leone; ed immantinente gli spedì all'incontro prima _Adelbaldo_, ossia _Adelboldo_, arcivescovo primo di Colonia, e poscia il figliuolo _Pippino_ re d'Italia con assai baroni e molte squadre d'armati. Per dovunque passò il pontefice nel suo viaggio, fu accolto dappertutto dal concorso de' popoli e dalla venerazione e maraviglia d'ognuno; e finalmente ricevuto dal re Pippino, fu condotto alla corte del padre. Resta tuttavia un poemetto, dato alla luce da Arrigo Canisio[610], che tratta dell'arrivo d'esso papa a Paderbona. Avea il re Carlo schierato tutto il suo fiorito esercito per onorare il vegnente santo pastore, ed egli stesso a cavallo gli fu all'incontro. Tutte le schiere, al comparire del venerabil padre prostrate in terra il venerarono, chiedendogli la sua benedizione; e Carlo anch'egli sceso da cavallo, dopo profondi inchini l'abbracciò e baciò. Andarono poi unitamente al sacro tempio a rendere grazie all'Altissimo, indi al palazzo; e ne' molti giorni che il papa si trattenne presso quel monarca, i conviti e le feste furono continue. Senza fallo fra il papa e il re si dovette più volte trattare della maniera di gastigare e mettere in dovere i Romani. Fu consultato intorno a questo affare Alcuino da Carlo Magno, siccome ricaviamo dalla di lui lettera undecima, in cui gli dice, che i tempi son pericolosi, e che _nullatenus capitis_ (cioè del romano pontefice) _cura omittenda est. Levius est pedes tollere quam caput._ Tuttavia aggiugne: _Componatur pax cum populo nefando, si fieri potest. Relinquantur aliquantulum minae, ne obdurati fugiant: sed et in spe retineantur, donec salubri consilio ad pacem revocentur. Tenendum est, quod habetur, ne propter acquisitionem minoris, quod majus est, amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus rapax devastet illud. Ita in alienis sudetur, ut in propriis damnum non patiatur._ Da queste parole volle dedurre il padre Pagi[611] che Roma in questi tempi non riconosceva nè imperadore greco, nè Carlo Magno per suo superiore. Ma da queste medesime Giovan-Giorgio Eccardo[612] dedusse tutto il contrario, con pretendere consigliato Carlo Magno a procedere senza rigore contro i delinquenti Romani, per timore che questi, già in rivolta contro il papa, non si rivoltassero anche contro d'esso Carlo, ed egli per acquistare il _meno_, cioè per voler punire a tutta giustizia gli offensori del papa, non perda il _più_, cioè il suo patriziato e dominio in Roma; e per voler riparare i torti fatti ad _altrui_, cioè al pontefice, non resti egli privo del _proprio_, cioè della sua signoria in quell'insigne ducato; potendo temere che i _lupi rapaci_, cioè i Greci e il duca di Benevento confinanti non si prevalessero di tale occasione per occupar Roma, e i Romani troppo aspramente trattati non corressero loro in braccio. Intanto i nemici del pontefice, siccome aggiugne Anastasio[613], misero a sacco molti poderi di san Pietro, e per giustificare l'esecrabile lor procedura, inviarono al re Carlo una lista di varie infami accuse contra del papa, tali nondimeno, che di niuna potevano addurre le pruove. Ora dopo essersi fermato per alcune settimane o mesi col re papa Leone, visitato quivi e onorato dai vescovi di quelle parti, e dai fedeli correnti da tutti que' paesi, e suntuosamente regalato dal re e dalla sua corte, fu risoluto ch'egli se ne tornasse a Roma, avendo il saggio monarca prese ben le sue misure, affinchè vi potesse rientrare senza pericolo della sua persona e dignità.

L'accompagnaron nel viaggio _Adeboldo_ arcivescovo di Colonia, _Arnone_ arcivescovo di Salisburgo, e quattro vescovi, cioè _Bernardo_ di Vormazia, _Azzone_ di Frisinga, _Jesse_ di Amiens, e _Cuniberto_ non si sa di qual città, siccome ancora Elmgeto, Rotegario e Germano conti. Per tutte le città, dove egli passò, fu ricevuto come un apostolo; e pervenuto che fu nelle vicinanze di Roma nella vigilia di santo Andrea, tutto il clero, il senato e popolo romano colla milizia, colle monache, diaconesse e le nobili matrone, e tutte le scuole de' forestieri, cioè dei Franchi, Frisoni, Sassoni e Longobardi, gli andarono incontro fino al ponte Milvio, oggidì _ponte Molle_, e colle bandiere ed insegne, cantando inni spirituali, e con infinito giubilo il condussero alla basilica vaticana, dove egli cantò messa solenne, e tutti presero la comunione del Corpo e del Sangue del Signore, come si praticava in questi tempi anche per gli secolari. Nel dì appresso entrò in Roma, e tornò pacificamente ad abitare nel palazzo lateranense. Da lì a pochi giorni i suddetti vescovi e conti, siccome messi del re Carlo patrizio de' Romani (la cui autorità anche di qui risulta), alzarono il lor tribunale nel triclinio di papa Leone; e citati i malfattori, per più d'una settimana attesero a formare il processo. Pasquale e Campolo coi lor seguaci vi comparvero, e nulla avendo che dire, o non potendo provare quel che dicevano contra del papa, furono presi e mandati in esilio in Francia. Così Anastasio bibliotecario; ma noi vedremo che più tardi accadde la relegazion di costoro. In questa maniera finì per allora l'abbominevol tragedia succeduta in Roma. Nell'anno presente ancora ebbe da faticare il re Carlo nella Sassonia, e di nuovo una gran moltitudine di quegli abitanti colle moglie e co' figliuoli trasse da quelle contrade, con dividerla per varie altre parti della sua monarchia. Avevano poi i popoli delle isole di Maiorica e Minorica, perchè infestati dai Mori di Africa, o pure di Spagna, implorato ed anche ottenuto soccorso da Carlo Magno, col mettersi sotto la sua protezione e signoria. Tornarono loro addosso in quest'anno i Saraceni[614], e venuti a battaglia coll'esercito franzese, rimasero sconfitti, e le lor bandiere prese, presentate ad esso re Carlo, gli servirono di molta consolazione. Ma non compensarono queste allegrezze l'afflizione che egli provò per la perdita di due de' suoi più valorosi e fedeli uffiziali. L'uno di essi fu _Geroldo_ presidente della Baviera, che in una baruffa contro gli Unni della Pannonia restò miseramente ucciso[615], ma non invendicato. Imperocchè sembra che in quest'anno terminasse la guerra con que' Barbari, il paese de' quali restò in potere del re Carlo, ridotto nondimeno ad una total desolazione, dopo essere periti in sì lungo bellicoso contrasto tutti i nobili di quella nazione, e dopo averne i Franchi asportate le immense ricchezze, che coloro in tanti anni aveano raunate coi lor latrocinii. L'altro suo uffiziale fu _Erico_, ossia _Enrico_ o _Arrigo_, duca o marchese del Friuli, personaggio sopra da noi nominato, che in varii cimenti e vittorie s'era dianzi acquistato un gran capitale di gloria. Questi trovandosi nella Liburnia, provincia situata fra l'Istria e la Dalmazia, i cui popoli s'erano già dati al re Carlo e attendendo nella città di Tarsatica, oggidì Tarsacoz, a regolar quegli affari, da alcuni di que' cittadini ammutinati fu privato di vita. In luogo suo succedette in quella marca _Cadalo_, di cui parleremo altrove. Conghiettura fu dell'Eccardo[616] e del p. de Rubeis[617] che questo _Enrico_ potesse essere lo stesso che _Unroco_, o pure padre di Unroco conte, il cui figlio _Everardo_ a suo tempo vedremo reggere la marca del Friuli, ed essere stato padre di _Berengario_ imperadore.

NOTE:

[605] Anastas. Bibliothecar., in Vit. Leonis III.

[606] Eginhardus, in Annal. Franc.

[607] Rer. Ital., P. II, tom. 1.

[608] Notcher., in Vita C. M., lib. 1, cap. 28.

[609] Theodulph., lib. 3, Carm. VI.

[610] Canisius, edition. Bosnag. tom. 1, P. II.

[611] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.

[612] Eccard., Rer. Franc. lib. 25, cap. 11

[613] Anastas. Bibliot., in Leon. III.

[614] Monachus Engolismensis, in Vit. Caroli Magni.

[615] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[616] Eccard. Bissor.

[617] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejen.

Anno di CRISTO DCCC. Indizione VIII.

LEONE III papa 6. CARLO MAGNO imperadore 1. PIPPINO re d'Italia 20.