Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 34
Abbiam di sopra parlato dell'arcivescovo di Ravenna. Potrebbe per avventura appartenere a questi tempi l'elezione seguita di _Valerio_ in arcivescovo di quella città, succeduta senza fallo, vivente papa _Adriano_. A cagion di questa sorse qualche disparere fra esso papa e Carlo Magno, come apparisce dall'epistola settantesima prima del Codice Carolino. Pretendeva esso re Carlo che i suoi messi dovessero intervenire all'elezione di quegli arcivescovi, allegando ciò fatto, allorchè dopo la morte di _Sergio_ arcivescovo si trattò di eleggere il suo successore, cioè _Leone_. Risponde in quella lettera il pontefice Adriano, che dappoichè fu mancato di vita il suddetto Sergio, _Michele_ usurpò la cattedra di Ravenna, e capitato per altri affari a Roma Ubaldo messo del re medesimo, fu solamente incaricato di portarsi a Ravenna per cacciar via di colà l'usurpatore e condurlo a Roma. Per altro non era in uso che nè i papi, nè esso Carlo Magno, nè Pippino suo padre inviassero messi per assistere all'elezione dell'arcivescovo ravignano; nè ciò s'era fatto dopo la morte di Leone nell'elezion di _Giovanni_ e di _Grazioso_. Perciò quivi seguitava lo antico costume, che morto un arcivescovo, il clero e popolo di Ravenna concordemente eleggeva il successore, il quale, col decreto dell'elezione in mano, passava dipoi a Roma per ricevere la consecrazione dal sommo pontefice. Prega dunque Adriano il re Carlo di quetarsi su questa pretensione e di non prestar fede alle lingue ingannatrici, con persuadersi che niuno più d'esso papa è geloso, perchè sia mantenuto tutto l'onore al di lui _patriziato_, e venga esso re esaltato. Questa pretensione di Carlo Magno, di aver mano nell'elezione dello arcivescovo di Ravenna, può anch'essa servire d'indizio della sua sovranità nell'esarcato, perchè da gran tempo i re franchi voleano mischiarsi nelle elezioni de' vescovi: abuso detestato dai sacri concilii e dallo stesso papa Adriano nell'epistola ottantesima quinta del Codice Carolino, dove scrive al medesimo re: _Numquam nos in qualibet electione invenimus, nec invenire debemus vestram excellentiam; sed neque optamus talem rem incumbere; sed qualis a clero et plebe cunctoque populo electus canonice fuerit, et nihil sit, quod sacro obsit ordini, solita traditione illum ordinamus_. Diede fine ai suoi giorni in quest'anno la regina _Fastrada_ moglie di Carlo Magno, e fu seppellita a Magonza, donna crudele e malvoluta da molti[575]. Il re Carlo poscia con un'armata da una parte e Carlo suo primogenito con un'altra da altra parte, marciarono contra i Sassoni, per farli pentire della lor ribellione e del rinnovato lor paganismo. Pareano costoro disposti in campo a decidere della lor sorte con una battaglia; ma conosciuto che il pericolo era maggiore della speranza, implorarono la misericordia del re e si sottomisero, con dargli in pegno della lor fede molti ostaggi. Parimente spedì esso re un possente esercito sotto il comando di _Guglielmo_ conte di Tolosa, o pur duca di Aquitania, contra de' Mori di Spagna, che aveano preso Oranges ed altri luoghi della Linguadoca. Venne a lui fatto di ricuperar quella città, e continuò dipoi anche nel seguente anno le sue vittorie con grave danno di quella barbara gente. Prese in quest'anno il re Carlo per sua moglie _Liutgarda_ di nazione alemanna; ma, secondo Eginardo, non ebbe figliuoli. Probabilmente fu in quest'anno che _Teodolfo_, scrittore poscia celebre, ottenne da esso re[576] la badia di Fleury in Francia, e forse nello stesso tempo anche il vescovato di Orleans. Era questi di nazione italiano, discendente non già dai Longobardi, ma dai Goti; dai Goti, dissi, non so se dei rimasti in Italia, o pure dei conquistatori della Spagna. Scrive egli[577], che andato a Narbona, quivi trovò un resto di Goti che il riguardarono come lor parente. Comune opinione è che il mirabil genio di Carlo Magno in una delle sue venute in Italia, trovato Teodolfo dotato di molta letteratura (cosa rara in questi tempi) seco il menasse in Francia, e poscia il promovesse alla dignità episcopale.
NOTE:
[571] Labbeus, tom. 7 Concilior.
[572] Rer. Italic., Part. II, tom. 1.
[573] Nigell., lib. 1, Poemat. P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[574] Anonymus apud Mabillon., Saecul. Benedict., lib. 1, cap. 10.
[575] Eginhardus, in Annal. Franc.
[576] Mabill., in Annal. Benedictin.
[577] Theodulphus, in Paraenesi ad Judic.
Anno di CRISTO DCCXCV. Indizione III.
LEONE III papa 1. COSTANTINO imp. 20 e 16. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 22. PIPPINO re d'Italia 15.
Giunse in quest'anno al fine de' suoi giorni papa _Adriano I_, e la sua morte succedette nel dì santo del Natale di nostro Signore. La memoria di questo prudente ed insigne pontefice, che meritò d'essere ascritto al catalogo de' santi, sarà sempre in benedizione nella Chiesa romana, di cui fu egli sommamente benemerito; perchè essa dianzi sempre maestosa e riverita nello spirituale, per cura di lui cominciò ad essere grande e stimata anche nel temporale. Quanto alto ascendesse la sua pia liberalità verso le chiese di Roma e verso i poveri, si legge con istupore presso di Anastasio bibliotecario[578]. La città stessa di Roma gli professò di grandi obbligazioni, perchè con immense spese ne rifece egli le mura e le torri. Era questo pontefice teneramente amato da Carlo Magno, il quale, udita la di lui morte, l'onorò delle sue lagrime, distribuì di molte limosine in suffragio della di lui anima, ed anche formò in versi l'epitaffio che tuttavia si legge negli Annali ecclesiastici e presso d'altri autori. Nella Raccolta dei concilii del Labbe abbiamo i _capitoli di papa Adriano_, raccolti da varii concilii e dai decreti de' sommi pontefici. E in questa occasione vien creduto che per la prima volta alcuno si servisse della Raccolta delle decretali de' papi, vivuti prima de' santi Siricio ed Innocenzo I, romani pontefici, che uscì alla luce sotto nome d'_Isidoro vescovo_, da alcuni incautamente cognominato Mercatore. Oggidì è sentenza stabilita anche presso tutti i letterati cattolici, che quelle lettere sono apocrife e finte, cioè invenzione del suddetto Isidoro, e spezialmente Davide Biondello, uno de' protestanti, mostrò da che libri fu ricavata quella farragine di decreti, non conformi all'antica disciplina della Chiesa. Incmaro, celebre arcivescovo di Rems, il primo fu a scoprir quella impostura; ma nol persuase agl'ignoranti secoli susseguenti, finchè vennero altri valentuomini che nel secolo prossimo passato terminarono il processo contra delle medesime. Ora nella festa di santo Stefano il clero, i nobili e il popolo romano raunatisi, vennero concordemente all'elezione del successore; e questa cadde nella persona di _Leone III_, che pel lungo servigio prestato nella basilica lateranense, pel suo amore verso i poveri e per la sua nota pietà, fu conosciuto sopra gli altri meritevole della sublime pontificia dignità. Nel giorno appresso seguì la di lui consecrazione, in cui fece un regalo al clero, maggiore ancora del praticato dai suoi antecessori. Nè tardò egli a dar notizia della sua esaltazione a Carlo Magno. Fra le lettere d'Alcuino e presso il Du-Chesne[579], resta tuttavia la risposta data ad esso papa Leone dal medesimo re Carlo. Rallegrasi egli per la concorde elezione fatta di lui, _et in promissionis ad nos fidelitate_. Aggiugne che avea preparato dei regali da inviare al suo predecessore, la cui morte l'ha estremamente afflitto, ma essergli di consolazione che sia assunto al pontificato un successore che non men di Adriano adotterà per figliuolo esso re. Pertanto manda per mezzo di _Angilberto_ abbate, nominato di sopra, quei donativi ad esso papa Leone, e gli dice di avere incaricato lo stesso Angilberto di conferire col papa intorno a tutto ciò che _ad exaltationem sanctae Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestris, vel patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis. Sicut enim cum beatissimo praedecessore vestro sanctae paternitatis pactum, sic cum beatitudine vestra ejusdem fidei et caritatis inviolabile foedus statuere desidero._ In che consistessero questi patti e questa lega di fede e d'amore, noi nol sappiamo; ma verisimilmente riguardano l'accordo seguito fra i papi precedenti e il medesimo Carlo Magno, per conto del _patriziato de' Romani_ conferito a Carlo, e del governo di Roma e del suo ducato. In un'altra lettera, che si legge fra quelle d'Alcuino, esso re Carlo dà commessione al suddetto Angilberto abbate di fare un'ammonizione a papa Leone _de omni honestate vitae suae, et praecipue de sanctorum observatione canonum, de pia sanctae Dei Ecclesiae gubernatione;_ e vuole che gli ricordi quanto sia corto l'onore mondano, e perpetuo il premio di chi ben fatica quaggiù, e gl'inculchi di sradicare la peste della simonia e di effettuare la promessa a lui fatta da papa Adriano di fabbricare un monistero presso alla basilica di san Paolo.
Non ostante la sommessione fatta nell'anno precedente dai Sassoni ribelli, si scorgeva tuttavia inquieto e tumultuante l'animo loro; laonde Carlo Magno con grandi forze entrò nelle loro contrade, e la maggior parte mise a sacco. Ma mentre veniva ad unirsi con lui _Vilza_ re degli Obotriti, nel passare il fiume Elba, caduto in un'imboscata de' Sassoni, vi lasciò la vita: accidente che irritò forte il re Carlo, e cagionò di gran rovina al paese di que' Sassoni. Nè cessò egli dal perseguitarli, finchè ricevuti da essi varii ostaggi, se ne tornò placato ad Aquisgrana. Durante questa spedizione vennero a trovare il re Carlo gli ambasciatori di _Tudino_, uno dei principi degli Unni, che prometteva di farsi cristiano: il che recò non poca allegrezza a quel piissimo monarca. In fatti seguì la venuta di lui e il suo battesimo nell'anno seguente; ma gli Annali del Lambecio lo riferiscono al presente. Fu spezialmente in questi tempi che Carlo Magno s'applicò ad ingrandire ed abbellire Aquisgrana, per desiderio di farne una Roma nuova. Vi fabbricò un palazzo suntuosissimo, a cui diede il nome di Laterano, e una basilica in onor della Vergine santissima, di ricca e mirabile struttura, con pitture, mosaici e marmi rari, per la maggior parte tratti da Ravenna, siccome innanzi dicemmo. Edificò eziandio altri palazzi, ponti, contrade, e concertò i siti per nobilissime cacce. Quivi pose il suo amore, quivi erano le delizie sue, e però vi stabilì la sua magnifica corte, con far divenire celebre quella città sopra l'altre de' suoi regni. Si può credere data in quest'anno la lettera centesima di Alcuino a san Paolino patriarca di Aquileia, dove sono le seguenti parole: _Mirabiliter de Avarorum gente triumphatum est, quorum missi ad dominum regem directi subjectionem pacificam, et Christianitatis fidem promittentes venerunt._ Dice ancora d'avergli scritto due altre lettere, l'una mandata pel _santo vescovo d'Istria_, e l'altra pel _venerabil uomo Erico_ o _Enrico duca_. Era questi duca del Friuli, e gli Annali dei Franchi ci hanno conservata memoria delle prodezze sue nella guerra contro gli Avari, o vogliam dire gli Unni, signori della Pannonia, che allora era suggetta a varii principi, e non più ad un solo re, chiamato per soprannome Cagano, come abbiam veduto ne' tempi addietro. Non si sa bene se nell'anno presente, o pure nel susseguente (pare nondimeno che piuttosto in questo che nell'altro), esso duca Enrico, ossia Erico, spedì l'esercito italiano, o pure v'andò egli in persona, con _Wonomiro_, uno de' principi della Schiavonia[580], contra degli Unni ossia Avari, passando dalla Carintia nella Pannonia. Per buona ventura erano fra lor disuniti gli Unni, e stanchi i lor capi per una guerra civile, allumata ne' tempi addietro. Profittò Enrico della lor debolezza, e gli riuscì di espugnare il Ringo, cioè la fortificazione più rinomata di quella nazione, di cui parla Notchero[581] nella vita di Carlo Magno, dove stavano riposti i lor tesori, raunati da più re, spezialmente colle spoglie dei vicini. Vi si trovarono in fatti immense ricchezze, e il duca adempiè bene il suo dovere, con portarne la maggior parte ad Aquisgrana, e consegnarla al re Carlo. Servì questo tesoro al generoso monarca per regalare i suoi baroni, cherici e laici; una buona parte nondimeno riservò per mandarla in dono al romano pontefice. L'incumbenza di condurla a Roma fu data ad _Angilberto_ abbate di san Ricario, ossia di Centula, a cui parimente fu appoggiata la carica di primo consigliere del re _Pippino_ in Italia. Nella lettera quarantesima seconda di Alcuino egli è chiamato _Angilbertus primicerius Pippini regis_. Di tanto in tanto il re Pippino era all'armata fuori d'Italia, o alla corte del re Carlo suo padre. È da credere che allora Angilberto facesse le funzioni come vicerè.
NOTE:
[578] Anastas., in Vit. S. Hadriani Papae.
[579] Du-Chesne, tom. II, pag. 685, Rer. Franc.
[580] Annales Franc. Loiselian.
[581] Notcherus, in Vita C. M., lib. 2, cap. 2.
Anno di CRISTO DCCXCVI. Indizione IV.
LEONE III papa 2. COSTANTINO imper. 21 e 17. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 23. PIPPINO re d'Italia 16.
Sul principio di quest'anno, per attestato degli Annali de' Franchi[582], papa _Leone III misit legatos cum muneribus ad regem, claves etiam confessionis sancti Petri, et vexillum romanae urbis eidem direxit_. Cosa significassero quelle _chiavi_ e quel _vessillo_ l'abbiamo detto di sopra. E pare che non ce ne lasci dubitare Eginardo[583], con iscrivere all'anno presente: _Mox Leo per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque subjectionem per sacramenta firmaret_. Se il popolo romano giurava _fedeltà_ e _soggezione_ al re Carlo, non si può già rettamente immaginare che il _patriziato de' Romani_ a lui conferito consistesse in grado di semplice onore coll'obbligo solo di difendere esso popolo e la Chiesa romana. E però non ha già da chiamarsi una esagerazione, come si figurò il padre Pagi[584] quella di Paolo Diacono[585], che di Carlo Magno tuttavia re, e non peranche imperadore scrisse: _Romanos praeterea, ipsamque urbem romuleam, jampridem ejus praesentiam desiderantem, quae aliquandiu mundi totius domina fuerat, et tum a Longobardis oppressa gemebat, duris angustiis eximens, suis addidit sceptris; cunctaque nihilominus Italia miti dominatione potitus est_. Che nell'anno 773 non fosse angustiata Roma da Desiderio re de' Longobardi, può ben negarlo il padre Pagi; ma parla in contrario la storia. Seguirono in quest'anno le nozze di _Lodovico_ re d'Aquitania, terzo legittimo figliuolo di Carlo Magno[586], con _Ermengarda_ figliuola d'_Ingrammo_ conte o duca, nipote di _Crodegango_ vescovo di Metz. Vuolsi parimente osservare che anche _Pippino_ re d'Italia, già pervenuto all'età di ventun anno, era in questi tempi ammogliato, perciocchè Alcuino in una lettera[587] a lui scritta dice: _Laetare cum muliere_ (onde il nome di _moglie) adolescentiae tuae, et non sint alienae participes tui_. Ma per una strana negligenza niuno degli antichi storici ha a noi conservato il nome di questa regina sua moglie. Trovavasi l'invitto re Carlo impegnato in due guerre, l'una contra de' Sassoni ribelli, l'altra contra quegli Unni della Pannonia che tuttavia mantenevano nemicizia e facevano testa alle di lui forze. Abbiamo dall'Astronomo, autore della vita di Lodovico Pio, ch'egli chiamò dall'Aquitania questo suo figliuolo con quanti combattenti potè raunar da quelle parti. In compagnia dunque di lui e col primogenito _Carlo_ condusse una poderosa armata in Sassonia, diede il guasto dovunque arrivò, e fece prigioni innumerabili persone dell'uno e dell'altro sesso, e d'ogni età di quella nazione che furono condotte e distribuite per la Francia, e probabilmente anche in Italia, affinchè imparassero e seguitassero la legge di Cristo. Da Anastasio bibliotecario[588] impariamo che in Roma abitavano moltissimi Sassoni, e v'era la lor contrada, appellata _Vicus Saxonum_. Diede Carlo in questa maniera un gran crollo a quell'indomita ed instabil nazione. Dall'altra parte ebbe ordine il re Pippino di portar la guerra nella Pannonia contro gli Unni[589]. Conduceva questo valoroso principe una forte armata d'Italiani e Bavaresi, e con questa virilmente s'inoltrò nel paese nemico, con giugnere fin dove il fiume Dravo sbocca nel Danubio. Alcuni scrittori attribuiscono a lui la presa del Ringo, detto di sopra; e scrivono che, venendo il verno, andò a trovare il re Carlo suo padre in Aquisgrana, e gli presentò un ricchissimo bottino fatto in quelle barbare contrade, ed insieme una esorbitante quantità di prigioni. Altri Annali[590] attribuiscono, siccome già osservammo, la principal gloria di questa impresa ad _Arrigo_ duca del Friuli, che era succeduto a _Marcario_ in quel governo, con aggiugnere esser egli stato il portatore del tesoro unnico a Carlo Magno. Venne in questa maniera buona parte della Pannonia, oggidì Ungheria, in potere di Carlo Magno, e questa fu nello spirituale sottomessa e raccomandata alla cura di _Arnone_ vescovo di Salisburgo. E perciochè non era lungi da que' paesi s. _Paolino_ patriarca di Aquileia, Alcuino[591] a lui scrisse animandolo a predicare e piantar fra loro la religione di Cristo. Adoperossi ancora esso Alcuino appresso Carlo Magno per la liberazione di tanti prigioni, ed ottenutala, ne portò i ringraziamenti a lui e al re Pippino. Intanto prosperamente ancora procedevano gli affari della guerra contra dei Saraceni della Spagna[592]. Entrato nelle lor terre il prode _Guglielmo_ duca di Tolosa, ossia d'Aquitania, sconfisse le loro brigate, mise a sacco le campagne, e sparse il terrore dappertutto. L'anno ancora fu questo, in cui il suddetto san Paolino tenne un concilio in Cividale del Friuli, appellata _Forum Julii_. Il cardinal Baronio[593], il Labbe[594] ed altri l'hanno rapportato all'anno 791, ma con errore. Esso fu celebrato _anno felicissimo principatus eorum_ (cioè di Carlo Magno e di Pippino) _tertio et vicesimo, et decimo quinto_. Queste note cronologiche convengono all'anno presente, come ancora ha osservato il padre de Rubeis[595]. Dice ivi il santo patriarca di non aver fin qui potuto congregare un sinodo, a cagion de' tumulti e delle guerre vicine, cioè degli Unni; ma che atterrati per la maggior parte que' Barbari, e restituita la pace al Friuli, egli ha oramai intrapresa quella santa funzione. In questo concilio si vede stabilita la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, condannato l'errore di Elipando e di Felice vescovi spagnuoli, detestata la simonia, con altri saggi decreti per la inviolabilità de' matrimonii, e per altri punti di disciplina ecclesiastica.
NOTE:
[582] Annales Bertiniani, Metens. el alii.
[583] Eginhardus, in Annal. Franc.
[584] Pagius, Critic. ad Annal. Baron.
[585] Paulus Diaconus, de Episcop. Metens.
[586] Astronomus, et Theganus, in Vita Ludovici Pii.
[587] Alcuin., Epist. 91.
[588] Anast. Bibliothec., in V. Leonis III et IV.
[589] Annales Franc. Laureshamens.
[590] Poeta Saxo, in Annal. Franc.
[591] Alcuin., Epist. 112.
[592] Annal. Franc. Moissiac.
[593] Baron., ad ann. 791.
[594] Labbe, Concilior., tom. 7.
[595] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 42.
Anno di CRISTO DCCXCVII. Indizione V.
LEONE III papa 3. IRENE imperadrice 1. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 24. PIPPINO re d'Italia 17.
Erasi l'imperador _Costantino_ tirato addosso il biasimo e l'odio di molti, perchè nel gennaio dell'anno 795 avea sacrilegamente ripudiata _Maria_ sua legittima consorte[596], e forzatala a farsi monaca. Dopo di che nel mese d'agosto pubblicamente sposò e introdusse nel talamo regale _Teodota_, già cameriera della deposta Augusta, rapito da cieco affetto verso di quella. Disapprovò queste nozze, contrarie ai dogmi della religione cristiana, s. _Tarasio_ patriarca di Costantinopoli, senza però giugnere a scomunicare l'imperadore per paura di maggiori sconcerti e mali nelle chiese orientali. Ma non fecero così i monaci zelanti, fra' quali specialmente si distinsero i santi abbati _Platone_ e _Teodoro_ Studita. Questi francamente in faccia dell'imperadore stesso detestarono il fatto, non vollero più comunicar col patriarca, ed allegramente se ne andarono in esilio, dove li cacciò lo sdegnato Costantino. Stava intenta a tutti questi movimenti la già deposta imperadrice _Irene_, e siccome quella che riteneva la segreta voglia e smania di ritornare sul trono, non fu pigra a prevalersi dello sconvolgimento presente, e massimamente dell'appoggio de' monaci, che più che mai venivano perseguitati dal figliuolo Augusto. Trasse ella pertanto non pochi cortigiani e soldati nel suo partito, finchè un dì scoppiò la da gran tempo preparata mina. Fu nel mese di giugno dell'anno presente che i congiurati attruppatisi insieme misero le mani addosso a Costantino, e dopo averlo cacciato in un bucintoro, la mattina poi del dì 15 di esso mese il trassero nella stessa regal camera del palazzo, dove egli era nato, e quivi con sì poca grazia, voglio dire, con tanta crudeltà gli cavarono gli occhi, che poco mancò che non morisse per lo spasimo. Dopo di che l'imperadrice Irene prese sola le redini del governo; furono richiamati dall'esilio i monaci, e si rimise la quiete e pace nella Chiesa di Costantinopoli. Il voler scusare, anzi il lodare esempli tali d'ambizione e barbarie, non credo che meriti lode. Erano insorte dissensioni fra i Mori di Spagna. Secondo che scrive Eginardo[597], Barcellona, città anche allora fortissima della Catalogna, era stata in addietro ora in poter de' Saraceni, ed ora dei re di Francia. Zaddo, uno dei principi mori della Spagna, vi signoreggiava allora. Costui si portò fino ad Aquisgrana al re Carlo, e quivi spontaneamente gli sottomise sè stesso e la città di Barcellona. Il poeta sassone[598] a quest'anno anch'egli nota lo stesso, e dice che _Barcellona Francorum subjecta fuit posthac dictioni_.