Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 33

Chapter 333,060 wordsPublic domain

Diede Carlo Magno in quest'anno principio alla guerra contro gli Unni possessori dell'Ungheria, gente pagana ed avvezza a commettere delle insolenze contra dei Cristiani, sudditi del monarca medesimo[558]. Sulla primavera con due armate, l'una di qua e l'altra di là dal Danubio, andò ad assalire i nemici. Pel Danubio scendeva un copioso naviglio che conduceva i viveri. Concorsero le nazioni tutte della monarchia franzese, e gl'Italiani fra gli altri spediti dal re _Pippino_, a quella impresa, di maniera che formidabili riuscirono le forze del re Carlo in questa guerra. Tuttavia, se si eccettua la presa e la demolizione di alcune fortezze degli Unni situate ai confini, poco di più guadagnò la possente armata franzese, nè oltrepassò il fiume Rab. Anzi essendo entrata una fiera epidemia ne' cavalli, di tante migliaia, onde era composto quell'esercito, appena se ne salvò la decima parte. Però se ne tornò indietro il re Carlo mal contento di questa campagna. Contuttociò servì a lui di molta consolazione l'avviso ricevuto, che verso il fine d'agosto l'armata d'Italia era giunta anch'essa addosso agli Avari, cioè agli Unni suddetti, e che, arrischiato un fatto d'armi, avea con tal valore e felicità combattuto, che da gran tempo non si era fatta una simile strage di que' Barbari. A noi viene questa particolarità da una lettera scritta dal re Carlo alla regina _Fastrada_, dimorante allora in Ratisbona, che fu pubblicata dal padre Sirmondo[559] e dal Du-Chesne[560]. Negli Annali del Canisio si legge, _exercitum, quem Pippinus filius de Italia transmiserat, introivisse in Illyricum_. Non avendo poi trovato sito proprio ne' precedenti anni all'epistola settantesima terza del Codice Carolino, mi sia lecito il farne ora menzione, benchè forse non appartenga all'anno presente. È essa scritta a _Carlo Magno_ da due preti, da alcuni diaconi, e da una gran frotta di altri segnati col solo nome loro, non si sa se del clero, oppure secolari o senatori romani. Gli scrivono essi che i _nefandissimi_ Beneventani, unitisi con quei di Gaeta e di Terracina, tramavano di usurpare e levare dal dominio _di s. Pietro e nostro_, alcune città della Campania, e di sottometterle al patrizio greco della Sicilia, venuto in questi tempi alla stessa città di Gaeta. Aveva il papa inviato loro alcuni vescovi per dissuaderli, ed insieme per consigliarli che mandassero i loro deputati ad esso Carlo Magno, oppure a Roma, per esaminar gli affari; ma nè lo uno nè l'altro s'era potuto ottenere. Pertanto soggiungono: _Dum vero eorum nequitiae praevalere minime potuimus, disposuimus cum Dei virtute atque auxilio, una cum vestra potentia generalem nostrum exercitum illuc dirigere, qui eos constringere debeat, et inimicos beati Petri, atque nostri, seu vestri emendare_. Dopo di che pregano il re Carlo di volere spedir lettere e messi ai _nefandissimi e odiati da Dio Beneventani_ (questo era il bel linguaggio d'allora), acciocchè desistano da queste inique operazioni, e lascino in pace le città della Campania. Queste ultime parole fanno intendere che si parla di fatti accaduti dopo l'anno 787, perchè prima i Beneventani non ubbidivano a Carlo Magno. Per altro la presente lettera, benchè abbia alla testa il nome di molti, apparisce scritta dal medesimo papa Adriano, perchè chiama _figliuolo_ il re, e nomina _Teodoro eminentissimo nostro nipote_. Tornando ora alla lettera che dicemmo di sopra scritta alla regina Fastrada, Carlo Magno, fra le altre cose, ivi le notifica, come nella battaglia data agli Unni dall'armata d'Italia, _Dux de Histria, ut dictum est nobis, ibidem bene fecit cum suis hominibus_. Cotal notizia ci conduce ad intendere che l'Istria, già tolta dai Longobardi ai Greci, era pervenuta, insieme col regno longobardico, in potere de' Franchi, oppure che era riuscito a Pippino re d'Italia di riconquistar quella provincia insieme colla _Liburnia_, togliendola ai Greci, probabilmente nell'anno 788, in cui i Franchi fecero guerra al ducato di Benevento. Eginardo[561] in fatti ci assicura che quelle due provincie erano venute in potere di Carlo Magno, e però il duca _dell'Istria_ anch'egli entrò nella spedizione contra degli Unni. Restò afflitta in quest'anno, per attestato di Anastasio[562], la città di Roma da una fiera inondazione del Tevere, che atterrò la porta Flaminia, il ponte d'Antonino, e cagionò altri gravissimi disordini. Con paterna cura papa Adriano provvide in tal congiuntura agli alimenti de' poveri, dando loro con barchette il pane, finchè cessò la furiosa piena di quel fiume.

NOTE:

[558] Annal. Franc. Bertiniani, Fuldenses, etc.

[559] Sirmondus, Concil. Gal., tom. 2.

[560] Du-Chesne, Rer. Franc., tom. 2, p. 187.

[561] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[562] Anastas., in Vita Hadriani I Papae.

Anno di CRISTO DCCXCII. Indizione XV.

ADRIANO I papa 21. COSTANTINO imper. 17 e 13. CARLO MAGNO re de Franchi e Longobardi 19. PIPPINO re d'Italia 12.

Scoppiò in quest'anno la congiura ordita contra del padre e de' fratelli da _Pippino_ figliuolo bastardo nato a Carlo Magno da Imeltruda concubina, e diverso da Pippino re d'Italia. Questo giovane principe, bello di aspetto, ma gobbo, non sapea digerire che il re Carlo avesse già creato re d'Italia _Pippino_, e re d'Aquitania _Lodovico_, e dato il governo del Maine a _Carlo_ suo primogenito, tutti e tre suoi fratelli, ma legittimi. Perciò, durante la lontananza del padre impegnato nella guerra con gli Unni, badando a dei cattivi consiglieri, e trovati degli aderenti che erano mal soddisfatti della regina _Fastrada_[563], tramò una congiura contro la vita di lui, con isperanza d'occupar egli il regno. Fardolfo longobardo quegli fu che scoprì la segreta mena, e la rivelò al re Carlo, con riceverne poi in ricompensa l'insigne badia di s. Dionisio di Parigi. Era stato questo Fardolfo uno dei più fedeli cortigiani del re Desiderio, e con esso lui andò in esilio in Francia. Dopo la morte di Desiderio si mostrò non men fedele al re Carlo, e meritò da lui quel ricco guiderdone. Restano presso il Du-Chesne[564] due epigrammi, dai quali apparisce che questo Fardolfo abbate fabbricò un palazzo presso il monistero di s. Dionisio per servigio del re Carlo, e inoltre una chiesa a san Giovanni Battista, per isciogliere un voto da lui fatto allorchè andò in Francia in esilio. Gli autori del suddetto scellerato disegno condotti a Ratisbona, parte furono impiccati, parte accecati, e gli altri relegati in varii paesi. Non soffrì il cuore al buon re di pagare l'indegno figliuolo a misura del suo reato, e contentossi che assumesse l'abito monastico nel monistero di Prumia, dove nell'anno 811, per attestato dell'Annalista sassone, terminò i suoi giorni. Leggiamo poi in varii Annali dei Franchi, che convinto in quest'anno di eresia _Felice_ vescovo di Urgel in Catalogna, fu condotto a Roma da _Angilberto_ abbate di Centula, cioè da quel medesimo illustre personaggio che vedemmo all'anno 783 primo tra i consiglieri di _Pippino_ re d'Italia, il quale dovea già aver dato l'addio al secolo. Ma in alcuni Annali egli è qui nominato senza il titolo di abbate. Giunto a Roma il suddetto Felice, nel concilio de' vescovi alla presenza di papa Adriano confessò e ritrattò la sua eresia, ed ottenne di potersene ritornare a casa sua. Il solo Astronomo, ossia l'autore anonimo della vita di Lodovico Pio[565], ci ha conservata una notizia spettante, per quanto si crede, all'anno presente; cioè, che tornato esso Lodovico re d'Aquitania dalla spedizione fatta contro degli Unni della Pannonia nell'anno precedente, ebbe ordine da Carlo Magno suo padre di andarsene in Aquitania, e poscia _fratri Pippino suppetias, cum quantis posset copiis, in Italiam pergere. Cui obediens, Aquitaniam autumni tempore rediit, omnibusque, quae ad tutamen regni pertinent, ordinatis, per montis Cinisii asperos et flexuosos anfractus in Italiam transvehitur, atque Natalem Domini Ravennae celebrans, ad fratrem venit_. Ciò che ne seguisse, lo vedremo nell'anno susseguente. Intanto non vo' lasciar di dire che il Sigonio scrisse[566] le seguenti parole di Pippino re di Italia: _Dum autem is in Italia fuit, Ravennae plerumque egit, aut vetere urbis amplitudine, aut certe navalis rei administrandae opportunitate inductus_. Girolamo Rossi[567] anch'egli, aderendo al Sigonio, scrisse che Pippino stabilì per sua sede Ravenna, con immaginar nondimeno ciò fatto con licenza e permissione del sommo pontefice. Non trovo io sicure e chiare pruove di tali asserzioni. Le parole nondimeno del soprammentovato Astronomo paiono dar qualche fondamento all'opinion del Sigonio. Attese in quest'anno il re Carlo a far dei preparamenti, e specialmente un ponte di navi, con disegno di sperimentare di nuovo le sue forze contra degli Unni, signori della Pannonia. Ma gli stessi Barbari segretamente istigarono alcuni popoli della Sassonia a ripigliar l'idolatria, cioè a ribellarsi al re Carlo: il che disturbò i di lui disegni.

NOTE:

[563] Eginhardus, in Vita Caroli Magni, cap. 20. Ann. Francor. Canis.

[564] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc., p. 645.

[565] Apud Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.

[566] Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 781.

[567] Rubeus, Histor. Raven., lib. 5.

Anno di CRISTO DCCXCIII. indizione I.

ADRIANO I papa 22. COSTANTINO imper. 18 e 14. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 20. PIPPINO re d'Italia 13.

Sul principio di quest'anno, per testimonianza dell'Astronomo, autore della vita di Lodovico Pio, uniti insieme i due re fratelli, cioè _Pippino_ e _Lodovico_, con tutte le loro forze, portarono la guerra nel ducato beneventano, diedero il sacco dove giunsero, ma senza impadronirsi d'altro che di un miserabil castello. Passato il verno, se ne tornarono amendue prosperosamente a trovare il padre, ma col dispiacer d'intendere la ribellion di Pippino lor fratello naturale, scoperta nondimeno e gastigata colla morte di molti nobili che aveano tenuta mano al trattato. Motivo a questa guerra contro i Beneventani potrebbe aver dato la lettera settantesima terza di papa Adriano, accennata da me nell'anno 791, se in quello fosse stata veramente scritta. Ma noi abbiam senza questo da Erchemperto[568] storico le cagioni di rottura fra Pippino re d'Italia e i Beneventani. Comandava allora a quell'ampio ducato, siccome è detto di sopra, _Grimoaldo_, principe accorto e valoroso, che, ereditate le massime di suo padre, cioè voglioso dell'indipendenza dai Franzesi, dimenticò in breve le promesse e i patti stabiliti con _Carlo Magno_, allorchè gli fu conceduto colla libertà il ducato. Sui principii del suo governo attenne la parola, facendo mettere il nome d'esso re Carlo ne' soldi d'oro ch'egli facea coniare, e ne' pubblici strumenti, per riconoscere la di lui sovranità. Ma da lì a non molto lasciò anche queste usanze, e cominciò a non voler che i Franchi gli facessero da padroni e maestri addosso. Erasi egli impegnato di smantellar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa. Abbiamo dall'Anonimo salernitano[569], ch'egli fece diroccar le mura di Consa, ma senza dolor di testa, perchè quella città a cagione del sito anche senza mura si poteva difendere. Parimente venuto ad Acerenza, la fece tutta spianare; ma ordinò che se ne fabbricasse un'altra più forte in sito vantaggioso, cioè sopra un monte. Restava Salerno, che anch'esso doveva spogliarsi di fortificazioni, ed aveva Grimoaldo già fatto dar principio ad una nuova città in vicinanza nel luogo chiamato _Veteri_; ma non sapea ridursi a rovinar sì bella e forte città, come era l'antica. Allora fu che uno se gli esibì di trovar ripiego per soddisfare all'obbligo contratto, e salvare nello stesso tempo la città, purchè gli fosse data la ricca veste di vaio, cioè la pelliccia, che il duca Arigiso di lui padre solea portare nel dì di Pasqua. Costui gl'insegnò di abbattere alcune mura di Salerno, con alzarne appresso dell'altre, che rendevano più sicura ed inespugnabile la città, con che egli si diede ad intendere di aver mantenuto l'obbligo contratto e il giuramento prestato a Carlo Magno. Prese anche per moglie _Wanzia_ nipote di _Costantino_ imperadore de' Greci: andamenti e fatti tutti che sommamente dispiacquero a _Pippino_ re di Italia, e l'indussero a muovere guerra ad esso Grimoaldo, per desiderio di fargli abbassare il capo. Perchè sì presto terminasse la guerra suddetta, senza saper noi se Grimoaldo con qualche capitolazione si sbrigasse da questi insulti, resta ignoto. Si può nondimeno credere che convenisse ai Franchi di ritirarsi in fretta, perchè, secondo gli Annali moissiacensi[570], sì il ducato beneventano che l'esercito franzese patì in questi tempi una fiera carestia, la quale si stendeva per tutta l'Italia, ed anche per la Francia. Oltre a ciò, sappiamo dal suddetto Erchemperto, che assalito dall'armi franzesi il duca Grimoaldo, per dar loro qualche soddisfazione, ripudiò all'ebraica la suddetta moglie, quantunque ciò non bastasse per quetare lo sdegno de' Franchi contra di lui. Ma se questo ripudio succedesse nell'anno presente, non v'è storia che lo additi. Mentre si preparava il re Carlo per portare di nuovo la guerra nella Pannonia, si vide obbligato a mutar per allora pensiero; perchè dall'un canto udì che i Sassoni a sommossa degli Unni s'erano ribellati; e dall'altro, che i Saraceni della Spagna aveano rotta la pace, già stabilita con _Lodovico_ re d'Aquitania suo figliuolo. In fatti abbiamo dai mentovati Annali moissiacensi, che vedendo quegl'infedeli impegnato Carlo Magno nella guerra degli Unni, presero il tempo, e con un poderoso esercito vennero nella Settimania, oggidì Linguadoca, bruciarono i borghi di Narbona, e condussero via un immenso bottino d'uomini e di robe. Nell'andar che costoro faceano alla volta di Carcassona, presentossi loro a fronte _Guglielmo_ conte, ossia duca di Tolosa, che fu poi santo, con quanti conti e gente egli potè raunare in quel bisogno, e coraggiosamente attaccò la zuffa. Ma prevalsero i Saraceni, e de' Cristiani sconfitti la maggior parte restò estinta sul campo, e gli altri, fra' quali Guglielmo, si salvarono colla fuga. Trattenevasi intanto il re Carlo in Ratisbona, meditando di tirar un canale dal Danubio al Meno e al Reno, per facilitare il commercio de' popoli: impresa riguardevole, ed anche cominciata, ma rimasta in breve imperfetta. Andarono a trovarlo colà i legati di papa _Adriano_ con dei grandi regali. Il motivo della spedizione da niuno storico si vede registrato negli Annali; ma, secondo tutte le apparenze, fu la loro andata per assistere al concilio, di cui parleremo fra poco.

NOTE:

[568] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[569] Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.

[570] Annales Moissiacens., tom. 3, Rer. Franc. Du-Chesne.

Anno di CRISTO DCCXCIV. Indizione II.

ADRIANO I papa 23. CONSTANTINO imper. 19 e 15. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 21. PIPPINO re d'Italia 14.

Era tornato in Ispagna al vomito _Felice_ vescovo di Urgel, con rinnovar le già ritrattate sue ereticali proposizioni; animato in ciò principalmente da _Elipando_ arcivescovo di Toledo, concorde in sì fatte storte opinioni con lui; il che accrebbe il bisogno di rimedio. _Carlo Magno_, principe impareggiabile, che quantunque fosse occupato da tanti pensieri politici, non lasciava d'aver l'occhio attento alla difesa della religione, raunò in Francoforte un concilio plenario, a cui intervennero i legati di papa Adriano, e ben trecento vescovi d'Italia, Spagna, Francia e Germania. Fu quivi decretato che fosse contrario agl'insegnamenti della fede cattolica l'insegnare che Gesù Cristo Signor nostro, in quanto uomo, fosse figliuolo adottivo di Dio: che era l'eresia del suddetto Felice. Passarono oltre que' Padri ad esaminar la sentenza del settimo concilio generale, tenuto dai vescovi orientali in Nicea, in cui furono condannati gl'iconoclasti, e stabilita come ortodossa la venerazion delle sacre immagini. Di sentimento diverso furono i vescovi occidentali nel concilio di Francoforte, avendo eglino bensì ammesso l'uso delle immagini suddette, ma insieme rigettata la loro adorazione. Uomini dottissimi han già fatto conoscere che quei vescovi, a cagione di qualche traduzione malfatta del concilio niceno, non intesero la mente e i decreti de' vescovi d'Oriente in proposito delle sacre immagini, con figurarsi incautamente che alle immagini de' santi fosse stato in Nicea accordato il culto della Latria: il che nè punto nè poco sussiste. Però in questa parte non fu approvato dalla santa Sede il sentimento de' Padri francofordiensi. Carlo Magno mandò in tal occasione _Angilberto_ abbate di Centula a papa Adriano coi voti di que' vescovi, acciocchè gli esaminasse; e il papa assunse bensì la difesa del concilio niceno, ma camminò in quest'affare con pesatezza e dolcezza; perchè per attenzione di Carlo Magno essendosi nei suoi regni rimesso in qualche vigore lo studio delle lettere, non mancavano vescovi di molta dottrina in questi tempi che sapeano tener la penna in mano. E ben degno di considerazione è, che sopra molti altri bella figura fecero nel concilio suddetto, dopo papa Adriano (che inviò una sua lettera condannatoria di Eliprando), _s. Paolino_ patriarca d'Aquileia, e _Pietro_ arcivescovo di Milano. Leggesi tuttavia in quegli atti _Libellus episcoporum Italiae contra Elipandum_, composto da s. Paolino, _una cum reverendissimo, et omni honore digno Petro mediolanensis sedis archiepiscopo, cunctisque collegis fratribus et consacerdotibus nostris Liguriae, Austriae, Hesperiae, Æmiliae, catholicarum ecclesiarum venerandis praesulibus_. Crede il Labbe[571] che invece di _Austriae_ s'abbia quivi a leggere _Histriae et Venetiae_. Ma egli non sapea l'uso de' Longobardi di chiamare Austria la parte orientale della Lombardia, e _Neustria_ l'occidentale: del che ho parlato anch'io[572] nelle annotazioni delle leggi longobardiche. La loro Austria abbracciava la provincia della Venezia e il Friuli; la _Liguria_ disegnava i vescovi suggetti all'arcivescovo di Milano; l'_Emilia_ dinotava i sottoposti all'arcivescovo di Ravenna, e l'_Esperia_, cioè l'Italia, i vescovi della Toscana, di Spoleti e di altre città italiane, i nomi de' quali mancano negli atti di quel concilio. Probabilmente fu in questa congiuntura che succedette quanto lasciò scritto Ermoldo Nigello nel poema della vita di Lodovico Pio Augusto[573], da me dato alla luce. Trovavasi il santo prelato Paolino nella chiesa d'Aquisgrana, o celebrando la messa, o salmeggiando nel coro, assiso in una sedia. Vennero colà i tre figliuoli del re Carlo. Precedeva a tutti il principe _Carlo_ suo primogenito. Dimandò il patriarca ad un cherico, chi quegli fosse, e udito chi era, si tacque; e Carlo, continuando il cammino, passò oltre. Da lì poco sopraggiunse _Pippino_ con una gran truppa di cortigiani. Chi questi fosse, volle saperlo il patriarca; e riflettendo ch'era re d'Italia, l'onorò con cavarsi la berretta. Pippino senza fermarsi anch'egli passò oltre. Venne finalmente _Lodovico_ re d'Aquitania, che a differenza dei suoi fratelli maggiori si mise in ginocchioni davanti al sacro altare, e con somma divozione incominciò le sue preghiere. Udito ch'ebbe s. Paolino il nome di lui, alzossi allora dalla sedia, e corse ad abbracciare questo pio principe, il quale con profonda riverenza gli corrispose. Andato poi il patriarca all'udienza di Carlo Magno, fu interrogato della cagione, per cui s'era mostrato sì parziale del terzo de' suoi figliuoli. Gli rispose, perchè se Dio voleva che succedesse a lui nell'imperio uno de' figliuoli suoi, Lodovico era il più a proposito. Si verificò in effetto la predizione. I due maggiori premorirono al padre, e Lodovico gli fu successore nell'imperio e nei regni. Vero è che vien attribuita questa predizione ad Alcuino dall'autore anonimo[574] della sua vita; ma quello scrittore non manca d'altri sbagli, nè è da paragonare con Ermoldo Nigello abbate, che meglio sapeva gli affari della vita e corte di Carlo Magno, perchè la praticava in questi tempi.