Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 32

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In questi tempi avvenne che _Tassilone_ duca di Baviera, a persuasione di _Luidburga_ sua moglie, figliuola del già re Desiderio, pentito de' giuramenti prestati e della suggezione promessa al re Carlo, che forse inchiudeva delle dure condizioni, tornò a cozzare con lui. Accusato si presentò davanti al re, e convinto di aver trattato con gli Avari, ossia con gli Unni, padroni della Pannonia; d'aver macchinato contro la vita dei fedeli del re, e d'aver detto che, se egli avesse avuto dieci figliuoli, piuttosto li perderebbe che sofferire i patti per forza stabiliti col re Carlo: corse pericolo della vita. Gli ebbe misericordia il re; ma deposto dal ducato si elesse di terminare i suoi giorni con _Teodone_ suo figliuolo in un monistero, dove professò la vita monastica, e attese a far penitenza de' suoi peccati. In fatti non passò gran tempo che gli Avari, secondo le promesse da lor fatte a Tassilone, messi insieme due eserciti, coll'uno assalirono la marca del Friuli, e coll'altro la Baviera. A far loro fronte non furono pigri i popoli d'Italia e i Franchi; e seguirono in tutti e due quei luoghi dei fieri combattimenti, ne' quali restarono rotti e posti in fuga que' Barbari. Tornarono costoro con altre forze per far vendetta contra de' Bavaresi, ma per la seconda volta furono sconfitti e respinti, con lasciare sul campo una gran quantità di morti, senza quelli che affogarono nel Danubio. A quest'anno pertanto son io d'avviso che appartenga una notizia, a noi conservata da un documento veronese, che fu pubblicato dal Panvinio, e poscia dall'Ughelli[545]. Raccontasi quivi che a' tempi di Pippino re d'Italia, quando egli era tuttavia fanciullo, gli Unni, con altro nome chiamati Avari, fecero una irruzione in Italia, per vendicarsi dell'esercito francese e del duca del Friuli, che spesso faceano delle scorrerie nella Pannonia signoreggiata allora da essi Unni. Di ciò avvertito il re Carlo, ordinò tosto che si rimettessero in piedi le fortificazioni di Verona, per la maggior parte scadute. Fece rifar le mura, le torri e le fosse tutte all'intorno d'essa città, e vi aggiunse una buona palizzata. Lasciò ivi _Pippino suo figliuolo_, e _Berengario suo legato_ fu inviato per assistergli e difendere quella città. Potrebbe essere che questo _Berengario_ padre di _Unroco_ conte, fosse antenato di _Berengario_ che fu poi re d'Italia, e poscia imperadore, siccome vedremo. In tal congiuntura nata disputa, se toccasse agli ecclesiastici il fare la terza o la quarta parte d'esse mura, non si poteva con buon fondamento decidere la controversia; perchè sotto i Longobardi la città non avea bisogno di riparazioni, bastevolmente munita dal _pubblico_; ed occorrendo qualche rottura, veniva tosto riparata dal vicario della città. Fu pertanto rimessa la decision della lite (secondo i riti strani, creduti in quel tempo religiosi, ma da noi ora conosciuti superstiziosi,) al _giudizio della croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per la parte del vescovo_, amendue giovanotti robusti, il primo de' quali fu poi arciprete, e l'altro arcidiacono della Chiesa maggiore, si posero colle mani sollevate a guisa di croce, oppure alzate in alto davanti all'altare, in cui si cominciò la messa, e fu letto il Passio di san Matteo. Ma non si arrivò alla metà d'esso Passio, che ad Aregao, ossia Argao, vennero men le forze e cadde per terra. Pacifico stette saldo sino alla fine del Passio, e per conseguente fu proclamato vincitore, gli ecclesiastici obbligati solo alla quarta parte di quell'aggravio. Non si sa nondimeno ben intendere come Verona fosse in quest'anno sì abbattuta di fortificazioni, quando nell'anno 773 e 774 fece sì gran resistenza ai Franchi, e vi ebbe sì lungo asilo Adelgiso figliuolo del re Desiderio: se pure in quell'assedio non avessero patito di molto le mura, senza poi prendersi cura alcuna di ristorarle.

NOTE:

[539] Erchempert., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.

[540] Eccard., Rer. Franc., lib. 22, pag. 382.

[541] Anonymus Salernitan., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[542] Baron., in Annal. Eccl.

[543] Eginhardus, in Annal. Francor. Annal. Loiselian.

[544] Theoph., in Chronogr.

[545] Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Veronensib.

Anno di CRISTO DCCLXXXIX. Indiz. XII.

ADRIANO I papa 18. COSTANTINO imperad. 14 e 10. IRENE Augusta 10. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 16. PIPPINO re d'Italia 9.

Fino a quest'anno aveva il duca _Ildebrando_ lodevolmente governato il ducato di Spoleti, e mantenuta buona armonia col re _Carlo_ e con _Pippino_ re d'Italia; ma gli convenne pagare il tributo che tutti dobbiamo alla natura. In lui perderono i Longobardi un principe commendabile della lor nazione, a cui fu sostituito un altro, ma di nazion franzese. Questi fu _Winigiso_, ossia _Guinigiso_, o _Guinichis_, quel medesimo che nel precedente anno era stato spedito in Italia da Carlo Magno per assistere al duca di Benevento nella guerra contra de' Greci. Bernardino de' Conti di Campello[546] differì sino all'anno 791 la morte d'Ildebrando, e l'esaltazione di Guinigiso; ma è fuor di dubbio che all'anno presente egli fu creato duca di Spoleti. Ne abbiamo la testimonianza del catalogo antichissimo di que' duchi[547], posto avanti alla Cronica di Farfa, e inoltre ce ne assicurano le memorie d'esso monistero farfense, da me pubblicate[548], dove si legge una carta scritta _anno Karoli et Pippini XVII et IX temporibus Guinichis ducis Spoletani anno I, mense octobris, Indictione XIII_, con altri simili coerenti all'epoca stessa. Se vogliam credere alla Cronica moissiacense[549], in quest'anno vennero in Italia con un'armata navale tre patrizii spediti da _Costantino_ imperadore per ricuperare l'Italia; ma furono sbaragliati dai Longobardi uniti col messo del re Carlo. Ha creduto taluno che questa sia impresa diversa da quella dell'anno precedente, quando evidente è che si parla del medesimo fatto, ma rapportato fuori di sito. Per conghiettura poi vien creduto che nell'anno presente fosse scritta da papa _Adriano_ al re Carlo la lettera ottantesima quinta del Codice Carolino, da cui si scorge che non mancavano persone seminatrici di zizzanie fra esso papa e Carlo. Duolsene forte il papa; e perchè il re anche egli si doleva d'avere inteso, come in Italia avea voga la simonia, confessa il medesimo pontefice che pur troppo si osservava questo iniquo mercato delle chiese in qualche luogo, e massimamente nella provincia di Ravenna: vizio nondimeno disapprovato e combattuto sempre dalla Sede apostolica, la quale non consecrava mai vescovi che puzzassero di quell'infamia. Finalmente dopo altri punti viene a parlare di certi uomini dell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli, iti in Francia per portare, come credeva il papa, delle doglianze e delle sinistre relazioni al re Carlo contra del papa medesimo. Vero è avere scritto esso Carlo che costoro nulla di male aveano rapportato a lui in pregiudizio del pontefice, e che anzi ne aveano parlato in bene: contuttociò si lagna Adriano, perchè senza permissione e passaporto suo s'avvezzino a far dei ricorsi al re, aggiugnendo queste rilevanti parole: _Ipsi vero Ravenniani et Pentapolenses, ceterique homines, qui sine nostra absolutione ad vos veniunt, fastu superbiae elati, nostra ad justitias faciendas contemnunt mandata, et nullam ditionem, sicut a vobis beato Petro apostolo, et nobis concessa est, tribuere dignantur._ Però Adriano il prega di non fare novità nell'olocausto fatto a san Pietro da Pippino suo padre, e dallo stesso re Carlo confermato, _quia, ut fati estis, honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus amplius honorifice honoratur: simili modo ipse patriciatus beati Petri, fautoris vestri, tam a sanctae recordationis domno Pippino, magno rege, genitore vestro, in integro concessus, et a vobis amplius confirmatus irrefragabili jure permaneat_. Pertanto, siccome non soleano vescovi, conti ed altri uomini venire di Francia a Roma senza passaporti del re, così non dee dispiacere ad esso che anche gli uomini del papa, _qualiscumque ex nostris aut pro salutationis caussa, aut QUAERENDI JUSTITIAM ad vos properaverint_, vi vadano col passaporto del papa medesimo. Diedero motivo le suddette parole a Pietro de Marca, arcivescovo di Parigi[550], di credere che Roma fosse allora sottoposta a due patrizii, cioè al papa e a Carlo Magno. Ma il padre Pagi[551] più giudiziosamente osservò che i papi non furono mai patrizii di Roma; Carlo bensì essere stato patrizio di Roma, perchè difensore della Chiesa e del popolo di Roma: dignità nondimeno solamente d'onore. Perciocchè i Romani, levatisi dall'ubbidienza dell'imperadore, aveano formata una repubblica, di cui era capo il romano pontefice; nè Carlo Magno vi esercitava giurisdizione se non per difendere i Romani. Però per _putriziato del papa_ si dee intendere il dominio a lui spettante nell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli per concession di Pippino e di Carlo re de' Franchi. Anche Giovan-Giorgio Eccardo[552] riconobbe essere consistito il patriziato pontifizio nella giurisdizione sopra le città di Ravenna e della Pentapoli, ma con aggiugnere: _Patriciatum romanum cum urbe Roma regibus Francorum integre ubjectum fuisse, neque pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arrogasse_.

Certo non è cosa facile il poter rischiarare senza pericolo d'ingannarsi il sistema di que' governi, e ciò per mancanza di documenti e notizie. Contuttociò tengo anch'io per infallibile che per _patriziato di s. Pietro_, ossia del romano pontefice, si abbia da intendere la signoria de' papi sopra le provincie di Ravenna e della Pentapoli. La stessa epistola ottogesima quinta, da noi veduta qui sopra, sufficientemente l'addita; perchè si tratta d'uomini di quelle provincie che faceano ricorso al re Carlo contro la volontà e i diritti del papa. Ma questi medesimi ricorsi e la concession di quelle contrade fatte dal re Pippino, e la confermazione accordatane dal re Carlo, con altri atti accennati di sopra, c'inducono a credere che l'alto dominio sopra quelle provincie fosse ritenuto non men da Pippino che da Carlo Magno. Pippino coll'armi le avea ritolte ai Longobardi, e ne dispose in favore della Chiesa romana, ma ritenendo l'uso degli altri beni d'allora donati alle chiese, sopra i quali i re e gli imperadori conservavano la loro sovranità. Lo stesso nome di _patrizio_ indica dipendenza da qualche sovrano. Per conto poi del _patriziato de' Romani_ conferito ai re franchi, non sappiam bene come passasse la faccenda. Io bramerei di poter dire che i pontefici fossero allora, come sono da più secoli in qua, sovrani di Roma e del suo ducato, e che il _patriziato_ di Carlo Magno si riducesse ad un titolo solo privo di dominio. Ma l'immaginarsi che questo in altro non consistesse che in una dignità d'onore, per cui il re si obbligava alla difesa della Chiesa e del popolo di Roma, non s'accorda colla vera idea del patriziato, allorchè si conferiva per governar popoli. Il _patrizio di Ravenna_, chiamato esarco ne' tempi addietro, comandava a Ravenna, alla Pentapoli e a Roma stessa. Così il _patrizio della Sicilia_, e così i papi in vigore del loro patriziato esercitavano signoria e giurisdizione nell'esarcato di Ravenna. Che il _patriziato romano_ di Carlo Magno fosse diverso, non apparisce; ed Anastasio[553] attesta che quando Carlo Magno nell'anno 774 andò a Roma, il sommo pontefice Adriano _obviam illi dirigens venerandas cruces, idest signa, sicul mos est ad exarchum aut patricium suscipiendum, eum cum ingenti honore suscipi fecit_. Ed appena creato, siccome vedremo, papa Leone III, nell'anno 792, _mox per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi_ (Carolo) _misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque sujectionem per sacramenta firmaret_. Questo porgere il vessillo è il segno adoperato per conferire la signoria: il che si può anche osservare nelle antiche monete de' dogi di Venezia. Indizio di questo son parimente le chiavi. Gregorio III pontefice, in una lettera scritta a Carlo Martello, nomina _claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus_. E Paolo Diacono[554] scrivendo a Carlo Magno, non per anche divenuto imperadore, gli dicea: _Et praecipue civitatis vestrae romuleae viarum, portarum, etc, vocabula diserta reperietis._ Questi son passi che non si accordano coll'opinione del padre Pagi, secondo il cui parere il patriziato romano di Carlo Magno portava seco solamente l'obbligo e l'onore della difesa del papa romano. Ma ne' suoi atti quel monarca s'intitolava _patrizio de' Romani_, cioè con titolo indicante signoria, come l'indicava senza fallo il chiamarsi ancora _re de' Franchi e Longobardi_. Nè dice egli patrizio _della Chiesa romana_, ma sì bene _de' Romani_. Erano voci sinonime in questi tempi i titoli di console, duca e patrizio, e tutte portavano signoria, come si può vedere nei dogi di Venezia, ne' duchi di Napoli e di Gaeta[555].

Dalla lettera ottantesima ottava del Codice Carolino scritta da papa Adriano al re Carlo, siccome vedemmo di sopra, si ricava che Arigiso duca di Benevento mandò al greco imperadore i suoi inviati, petens auxilium _et honorem patriciatus una cum ducatu beneventano sub integritate, promittens ei tam in tonsura quam et in vestibus usu Graecorum perfrui, sub ejusdem imperatoris ditione_: cioè si esibiva di diventar vassallo del greco Augusto, godendo il dominio del ducato di Benevento colla giunta di Napoli, e intitolandosi _patrizio_. Ed appunto uso fu degl'imperadori greci di conferire la podestà principesca con questo titolo solo, perchè quello di re involveva la totale independenza da altri sovrani. Così Zenone Augusto dichiarò _patrizii_ d'Italia _Odoacre_ e _Teoderico_, che, non contenti di questo, assunsero il nome di re. Ed Anastasio imperadore diede anch'egli il titolo di _patrizio_ a _Clodoveo_ il Grande re di Francia, conquistator della Gallia, per tacere altri esempi, secondo i quali anche i papi e il senato romano elessero per loro _patrizii_, cioè principi, _Pippino_ e _Carlo Magno_ re de' Franchi; nè conferirono ad essi il titolo d'_Imperadore_ per qualche rispetto che durava tuttavia verso i Greci Augusti, e per non inasprir maggiormente le cose. Fors'anche nelle ambascerie, che non poche seguirono fra i suddetti due re franchi e gl'imperadori greci, procurarono i primi che fosse approvata questa lor dignità e podestà dalla corte imperiale, con riconoscere tuttavia la sovranità d'essi Augusti. Tutto quanto ho detto fin qui pare assai fondato. Ma che è da dire dell'opinion dell'Eccardo, il qual pretende che, posto il patriziato di Pippino e Carlo Magno, i papi non godessero giurisdizione e dominio alcun temporale? Fu di sentimento il padre Pagi che Roma si governasse allora a repubblica, di cui fosse capo il papa. È ella ben fondata quest'altra opinione? E poi onde apparisce l'esercizio dell'autorità in Roma, poco fa attribuita al patrizio? Convien confessarlo: restano qui molte tenebre, nè si può decidere per mancanza d'antiche memorie. Tuttavia sia lecito a me di dire che quel passo della lettera ottantesima quinta fa gran forza, per indurci a credere che il _patriziato di Carlo_ in Roma portasse dominio temporale, nè poter sussistere la repubblica mera e independente, immaginata dal padre Pagi. Pare bensì più verisimile che Roma allora fosse governata a nome del patrizio, ossia con dipendenza dal patrizio, dal senato e dagli altri magistrati, ne' quali io non ho difficoltà di riconoscere qualche forma di repubblica e di padronanza. Le lettere del Codice Carolino fanno vedere che ivi era il _senato_, ivi il _prefetto della città_. Se ci restassero le lettere scritte da questi a Carlo, si conoscerebbe probabilmente che la loro autorità, ammettendo ancora capo del senato e d'essa repubblica il pontefice, dipendeva dal patrizio. Abbiamo anche veduto che in Roma stavano i Franchi di Carlomanno fratello d'esso Carlo; par bene che parimente Carlo vi tenesse i suoi. E noi sappiamo, come si vedrà andando avanti, che i _prefetti di Roma_ erano ivi posti dagl'imperadori, perchè esercitassero la giustizia punitiva. Inoltre si osservi che nelle lettere del Codice Carolino si parla tanto del dominio dei papi sull'esarcato, e nulla del dominio d'essi in Roma. Che se i pontefici di questi tempi mostrano tanta premura per la difesa e ingrandimento del ducato romano, nulla di più fanno che si facesse san Gregorio Magno, il quale niun dirà che fosse padron di Roma. Comunque sia, meglio è in questa oscurità di cose confessar la nostra ignoranza, che decidere senza valevoli pruove dello stato delle cose d'allora. Io so non mancar persone che mal volentieri odono trattati questi punto di storia; ma è da desiderare che ognuno anteponga ai privati suoi affetti l'amore della verità, nè si metta a volere stabilir colle idee de' tempi presenti quelle degli antichi secoli; siccome all'incontro è di dovere che ognuno rispetti il presente sistema degli stati e governi, confermato dalla prescrizione di tanti secoli, senza pretendere di prender legge da' vecchi secoli per regolare i presenti.

NOTE:

[546] Campelli, Istoria di Spoleti, lib. 15.

[547] Chron. Farfense, P. II, T. II Rer. Ital.

[548] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[549] Chronic. Moissiacense.

[550] Marca da Concord., lib. 3, cap. 11.

[551] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron. Ad hunc ann. 789.

[552] Eccard., Rer. Franc., lib. 25, cap. 38.

[553] Anastas., in Vit. Hadriani I.

[554] Paulus Diacon., in Praefat. ad Festum.

[555] _Con diversità però, imperciocchè i dogi di Venezia erano principi indipendenti ed eletti dal popolo, e non riconoscevano altri sovrani, quando i duchi di Gaeta e di Napoli eletti a principio dagl'imperadori riconoscevano la di loro sovranità, o alto dominio._

Anno di CRISTO DCCXC. Indizione XIII.

ADRIANO I papa 19. COSTANTINO imper. 15 e 11. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 17. PIPPINO re d'Italia 10.

In quest'anno, secondo gli Annali dei Franchi, niuna spedizion militare fu intrapresa da _Carlo Magno_. Solamente sappiamo[556] che mentr'egli dimorava in Vormazia, vennero a trovarlo gli ambasciatori degli Avari, ossia degli Unni, padroni allora della Pannonia, oggidì chiamata Ungheria. Sino ai confini del loro dominio si stendevano i dominii di Carlo Magno, siccome padrone della Baviera; e lite appunto era fra loro a cagion d'essi confini. Non si potè venire ad un accordo, e di qui ebbe principio una nuova guerra, che nell'anno seguente accenneremo principiata contra di quei Barbari. Avea poi fin qui l'imperadrice _Irene_ tenute le redini del governo in Oriente, lasciando solamente il nome di padrone al figliuolo _Costantino_ Augusto. Ma essendo egli giunto all'età di venti anni, insorsero de' consiglieri[557] che gli insinuarono non aver egli più bisogno di nutrice per governare i suoi popoli, ed essere tempo di levare il maneggio alla ambiziosa madre e a _Stauracio_ patrizio, che era dispotico della corte. Abbracciò Costantino il consiglio; ma scoperta la congiura, Irene e Stauracio infierirono contra dei complici. Nulladimeno dichiaratesi le armate in favore del giovane imperadore, Irene Augusta fu costretta a cedere e a ritirarsi nel palazzo fabbricato da Eleuterio per quivi menar vita privata. Restò con ciò Costantino solo al governo degli stati, dopo essere stato tenuto assai basso in addietro, senza che i sudditi osassero di presentarsi all'udienza di lui; ma anch'egli sfogò dipoi la sua collera e vendetta contra di Stauracio, e degli altri uffiziali e favoriti di sua madre.

NOTE:

[556] Eginhardus, in Annal. Franc.

[557] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCCXCI. Indizione XIV.

ADRIANO I papa 20. COSTANTINO imper. 16 e 12. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 18. PIPPINO re d'Italia 11.