Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 31
Dappoichè fu fuori d'Italia il re Carlo, e cessato il timor delle sue armi, credo che succedesse quanto narra papa Adriano nell'epistola sessantesima quarta del Codice Carolino. Cioè, che i _nefandissimi Napoletani e gli odiati da Dio Greci_, per maligno consiglio d'Arigiso duca di Benevento, aveano occupata la piccola città di _Terracina_, la quale egli avea prima sottomessa al dominio di san Pietro e del re Carlo, con averla probabilmente tolta ai Greci. Prega per ciò esso re di spedire nel primo dì d'agosto Vulfrino con ordine d'unire un'armata di tutti i _Toscani_ e _Spoletini_, e degli stessi _nefandissimi Beneventani_, per passare a ricuperar Terracina e ad espugnar anche _Gaeta_ e _Napoli_, città dei Greci, acciocchè la Chiesa romana rientri in possesso del suo _patrimonio_, cioè degli allodiali, a lei spettanti nel distretto di Napoli, ed affinchè que' popoli, se si può mai, vengano a sottomettersi _sub vestra atque nostra dictione_. Aveva poi esso papa trattato coi Napoletani di ceder loro _Terracina_, purchè essi gli restituissero il suddetto _patrimonio_; ma nulla voleva eseguire senza il parere di Carlo Magno. Aggiugne ch'essi Napoletani trattavano coll'_infedelissimo Arigiso duca di Benevento_, il quale tutto dì riceveva ambasciate dal _nefandissimo patrizio di Sicilia_. Questi era lo stesso Adelgiso figliuolo del re Desiderio. E lo spiega lo stesso papa, con dire che Arigiso duca imbrogliava il trattato cominciato coi Napoletani, perchè tutto dì era in espettazione di veder venire _filium nefandissimi Desiderii dudum nec dicendi regis Langobardorum, ut una cum ipso pro vobis nos espugnent_. Prega in fine Carlo Magno di operare in maniera che non resti nè derisa nè danneggiata la Chiesa romana. Ma è da maravigliarsi come dei saggi pontefici usassero allora contra dei popoli cattolici, solamente per discordie e sospetti politici, termini sì ingiuriosi. Perchè mai nefandissimi i Napoletani, odiati da Dio i Greci, per avere ricuperato un picciolo paese già di loro ragione? Nè badava il papa che anch'egli meditava, se avesse potuto, di far peggio, cioè di occupare ai Greci due nobilissime città e ducati, Napoli e Gaeta, sulle quali egli non avea diritto alcuno. Dalla lettera settuagesima terza del Codice Carolino pare che possa ricavarsi che _Terracina_ era di giurisdizion de' Greci, al pari di Gaeta. I padri Cointe e Pagi, che rapportano la suddetta lettera settantesimaquarta all'anno 780, non badarono assai che allora il duca Arigiso non s'era punto assoggettato a Carlo Magno: cosa che avvenne solamente nell'anno presente; e che in questi tempi appunto Adelgiso figliuolo di Desiderio era in Sicilia, e manipolava un'invasione in Italia, siccome vedremo. A quest'anno per conseguente, e non a quello, si dee riferir la lettera suddetta. Ma questi segreti maneggi del duca Arigiso abortirono fra poco; perciocchè in questo medesimo anno nel dì 21 di luglio la morte gli rapì il giovane _Romoaldo_ suo figliuolo, per la cui perdita, per la lontananza dell'altro, e per gli affanni sofferti, anch'egli infermatosi terminò il corso de' suoi giorni a dì 26 d'agosto, con lasciar belle memorie della sua giustizia, magnificenza e pietà in Benevento, e massimamente, oltre a due superbi palagi, un magnifico tempio e monistero di sacre vergini, appellato di santa Sofia, che egli sottopose a quello di Monte Casino, e un altro monistero parimente di vergini a persuasione di _Alfano_ vescovo di Benevento, che fu posto sotto la direzione del monistero di san Vincenzo di Volturno[535]. Leggonsi le altre lodi di questo principe nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, e pubblicato da Camillo Pellegrino. Restarono, per la morte di Arigiso, i popoli di Benevento senza principe, senza governo: e però i principali baroni spedirono tosto al re Carlo in Francia, supplicandolo di volere rimettere in libertà _Grimoaldo_ figliuolo del defunto principe, e di permettergli d'assumere il reggimento di quel ducato. S'incontrarono molte difficoltà in questo maneggio, siccome nell'anno seguente accenneremo. Fra l'altre cose trattate in Roma fra papa Adriano e il re Carlo vi fu ancora di ridur colle buone il duca di Baviera _Tassilone_ a riconoscere per suo sovrano esso re[536]. A questo effetto il pontefice, dianzi pregato dal medesimo duca d'interporsi per la pace, fece tutti i buoni uffizii presso di Carlo; ma scoperto in fine che gl'inviati di Tassilone altro non davano che parole, mosso da giusta collera il pontefice, gli spedì una ambasceria, per intimargli la scomunica se dopo le promesse fatte non si sottometteva, rifondendo sopra di lui il reato, qualora l'ostinazione sua si tirasse dietro lo spargimento del sangue cristiano. A nulla giovarono le paterne esortazioni del papa; laonde il re Carlo, giunto che fu a Vormazia, s'accinse ad ottener coll'armi ciò che non avea potuto conseguir col mezzo de' trattati pacifici. Un esercito da lui condotto arrivò fino alla città d'Augusta; un altro guidato dal giovane re _Pippino_ suo figliuolo, che già avea preso a governare il suo regno di Italia, s'inoltrò fino alla città di Trento. Allora fu che Tassilone tornato in sè abbassò il capo, e portatosi alla presenza di Carlo, tutto umiliato, gli giurò nel dì 5 di ottobre sommessione e vassallaggio, con dargli in ostaggio _Teodone_ suo figliuolo, e dodici altri principali signori della Baviera: con che soddisfatto il re Carlo se ne tornò indietro alla villa d'Ingeleim. Lasciò anche scritto il Dandolo[537] che venne a morte in questo anno _Maurizio_ doge di Venezia. Giovanni suo figliuolo, già dichiarato suo collega nella dignità ducale, continuò a regger solo que' popoli, stando in Malamocco, ma con riuscita ben diversa, sì nelle parole che nelle opere, da quella del padre. Nè si dee tacere che Carlo Magno nell'occasione della sua venuta in questo anno a Roma, siccome principe che a tutte le cose belle e lodevoli correva con ansietà impareggiabile, condusse via da Roma de' cantori valenti che insegnassero alle chiese di Francia il puro canto fermo, quale fu a noi lasciato da san Gregorio Magno, o pure da Gregorio II papa, come ha creduto taluno. Così attesta il monaco Engolismense[538], il quale inoltre aggiugne ch'egli menò anche seco da Roma de' maestri di grammatica e d'abbaco, che dilatarono poi per la Francia lo studio delle lettere. _Ante ipsum enim dominum regem Carolum in Gallia nullum studium fuerat liberalium artium._
NOTE:
[531] Annal. Francor. Metens. et Bertiniani.
[532] Erchempertus, Hist. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[533] Anonym. Salernitan., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[534] Eginhardus, Annal. ad ann. 814.
[535] Rer. Ital. P. I, tom. 2.
[536] Annales Franc. Metens. et Nazar.
[537] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[538] Monachus Engolismensis, in Vita Caroli Magni.
Anno di CRISTO DCCLXXXVIII. Indiz. XI.
ADRIANO I papa 17. COSTANTINO imperad. 13 e 9. IRENE Augusta 9. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 15. PIPPINO re d'Italia 8.
Si vuol ora avvertire i lettori, che datisi in questi tempi i romani pontefici a possedere stati, non lasciavano passar occasione alcuna per accrescere la lor temporale possanza, chiedendo sempre nuove cose a _Carlo Magno_, senza trascurare alcuna delle risoluzioni politiche di pace e di guerra, siccome veri principi temporali. Ossia ch'esso Carlo avesse nell'anno 774 promesso e conceduto, o pure, come io credo, nell'anno precedente, allorchè venne fino a Capua contra d'Arigiso principe di Benevento, concedesse a papa _Adriano_ alcune città di quel ducato, ed altre poste nella Toscana, forse in ricompensa di danari pagati dal papa per le occorrenti spese di quella guerra: certo è ch'egli s'impegnò di dare a san Pietro la città di _Capua_, e verisimilmente ancora _Sora_, _Arce_, _Aquino_, _Arpino_ e _Teano_; e nella Toscana _Rosselle_ e _Populonio_, due piccole città situate al mare, ed altre che nomineremo fra poco. Di queste verità non ci lasciano dubitar le lettere di papa Adriano, registrate nel Codice Carolino, dove s'incontrano le premure di lui perchè vengano effettuate cotali promesse: premure che, cominciando in questi tempi, ci fan del pari conoscere recente la promessa e donazione fatta, e che fra le condizioni dell'aggiustamento seguito nell'anno addietro fra il re Carlo ed Arigiso duca di Benevento, vi dovette entrare ancor la cessione di Capua e d'altre città, le quali si aveano da staccare dal ducato beneventano, e sottoporre alla temporal giurisdizione del romano pontefice. In fatti, nell'epistola ottantesima prima Adriano prega il re Carlo, _ut denuo eos missos suos dirigere jubeat, qui nobis contradere debeant fines populonienses, seu rosellenses, sicut et antiquitus fuerunt. Sed quaesumus, ut vestra regalis oblationis donatio fine tenus maneat inconvulsa. Praesertim et partibus beneventanis idoneos dirigere dignetur missos, qui nobis secundum vestram donationem ipsas civitates sub integritate tradere in omnibus valeant._ All'anno precedente senza dubbio appartiene la lettera ottantesima ottava del Codice Carolino. In essa apparisce che i Capuani, mossi da una lettera del re Carlo, aveano spediti a Roma i loro rappresentanti, che giurarono fedeltà al papa e ad esso Carlo Magno. Dopo di che un d'essi, cioè Gregorio prete, avendo chiesto di poter parlare a papa Adriano in segreto, gli avea palesato, come nell'anno precedente, dappoichè Carlo re grande s'era partito da Capua, il duca Arichis ossia Arigiso avea spedito a Costantinopoli per chiedere soccorso dall'imperadore contra de' Franchi, ed insieme l'onore del patriziato col ducato di Napoli, allora dipendente dall'imperio greco; suggerendo inoltre che si facesse la spedizione in Italia di Adelgiso suo cognato con poderose forze in aiuto suo, con promettere di tosarsi e vestirsi da lì innanzi alla forma de' Greci, e di tenere per suo sovrano il greco imperadore. Da ciò intendiamo che il _patriziato_ era una dignità portante seco la signoria sopra de' popoli, ma con una specie di vassallaggio, perchè suggetta alla superiorità dell'imperadore, di che sorta fosse il patriziato del papa (giacchè vedremo che egli se l'attribuiva), e di quale il patriziato de' Romani conferito a Pippino e a Carlo Magno re de' Franchi, lo cercheremo fra poco. Seguita a dire in essa epistola Adriano che l'imperadore greco aveva tosto inviato due suoi spatari in Sicilia, per crear patrizio esso principe _Arigiso_, ed aver costoro portate seco vesti tessute d'oro, e la spada, e il pettine, e le forbici, per tosarlo e vestirlo alla greca, con esigere che egli desse per ostaggio _Romoaldo_ suo figliuolo. Avea poi promesso l'imperadore d'inviare Adelgiso a Ravenna o a Trivigi con un'armata, ed essere questi in fatti venuto, ma con ritrovar già cassati dal numero del viventi il duca _Arigiso_ e _Romoaldo_ suo figliuolo (per errore di stampa o de' copisti appellato quivi _Waldone_), e con restare per conseguente svanita la loro meditata impresa. E che, mentre si trovava Azzo, messo del re Carlo, in Salerno, quei di Benevento aveano ricusato di ammettere gli ambasciatori greci; ma che, partito esso Azzo, erano stati ricevuti in Salerno, dove con _Adelberga_, vedova del duca Arigiso, e coi suoi baroni, avevano avuto de' trattati, con restar nondimeno consigliati dai Beneventani di ritirarsi a Napoli finchè fosse venuto di Francia il duca _Grimoaldo_, perchè diceano d'aver fatta una spedizione al re Carlo per averlo, e mandata anche una _roga_, cioè un suntuoso regalo, e non già una _roba_, come stimò il padre Pagi, ad esso re per mezzo dello stesso Azzo, affinchè si degnasse di rimettere in libertà Grimoaldo. Venuto questi, egli avrebbe eseguito tutto quanto avea promesso Arigiso suo padre. Erano poi quegli ambasciatori iti a Napoli, ed incontrati da quel popolo colle insegne e bandiere fuori della città, quivi s'erano fermati, aspettando la venuta di Grimoaldo, e manipolando col vescovo _Stefano_ e con altri dei disegni contrarii agl'interessi del re Carlo. Però Adriano sollecita esso re a preparare una buona difesa contro i tentativi di costoro. Scrive in fine che _Maginario_ abate e gli altri messi del re medesimo erano venuti da Benevento a Spoleti, per avere inteso che i Beneventani, uniti coi Napoletani, Sorrentini ed Amalfitani, aveano tramato d'ucciderli con frode. Di questi medesimi affari tratta la lettera nonagesima seconda, scritta da papa Adriano sul principio dell'anno corrente.
Qui parimente luogo è dovuto alla lettera novantesima del codice suddetto. Essa ci scopre che il papa facea quanto potea con lettere per frastornare Carlo Magno dalla risoluzion di rimettere in libertà il duca _Grimoaldo_. Dopo avergli significato che _Adelgiso_, figliuolo del già re Desiderio, era venuto coi messi dell'imperador Costantino nella Calabria in alcuna delle città greche vicino al ducato beneventano, a motivo di precauzione, soggiugne, che _nullo modo expedit, Grimoaldum filium Arichisi Beneventum dirigere_. Che se i Beneventani non eseguissero le promesse fatte ad esso re Carlo, il consiglia di spedire un sì potente esercito in quelle parti sul principio di maggio, che si levi al _nefandissimo Adelgiso_ la comodità di nuocere. E qualora una tale armata non venisse a rovesciarsi addosso ai Beneventani dal principio di maggio fino al settembre, pericolo c'è che i Greci con Adelgiso facciano delle novità pregiudiciali al medesimo re Carlo e agli stati della Chiesa. Pertanto il prega che, per conto di Grimoaldo figliuolo di Arigiso, egli voglia credere più ad esso pontefice, che a qualsisia persona del mondo, assicurandolo che s'egli lascierà venir questo principe a Benevento, non potrà il re tener l'Italia senza torbidi; e tanto più per avergli rivelato _Leone_ vescovo che _Adelberga_ vedova di Arigiso disegnava, dappoichè Grimoaldo suo figliuolo fosse entrato nelle contrade beneventane, di passar colle due sue figliuole a Taranto, dove avea rifugiati i suoi tesori. Nè credesse il re mai sì fatti consigli da avidità alcuna del papa per acquistare le città donate da Carlo a san Pietro nel ducato beneventano, perch'egli protesta di darli per sicurezza della Chiesa e del regno dello stesso re Carlo. Passa dipoi a pregarlo che comandi ai suoi inviati di non tornare in Francia, se prima non avran consegnato interamente ad esso pontefice le città concedute a san Pietro nelle parti di Benevento, siccome ancora _Populonio_ e _Roselle_, e inoltre _Suana_, _Toscanella_, _Viterbo_, _Bagnarea_ ed altre città, ch'esso re Carlo avea donato in Toscana alla Chiesa di Roma, essendoci degli uffiziali del re che si studiano di guastare ed annullare questa sacra oblazione. Da ciò intendiamo che non era per anche seguita la consegna di queste città, nè rilasciato il duca Grimoaldo. Ma finalmente Carlo Magno si lasciò indurre a mettere in libertà questo principe, e a permettergli che venisse a prendere il possesso del ducato di Benevento. Secondochè s'ha da Erchemperto[539], obbligossi Grimoaldo di mettere il nome del re Carlo, come di suo sovrano, nelle monete e negli strumenti (che tale era l'uso degli altri principi vassalli), e di far tosare la barba a' suoi popoli (a riserva de' mustacchi), e ciò alla moda de' Franchi, dismettendo l'usanza dei Longobardi che portavano di belle barbe. Scrive l'Eccardo[540]: _Romani, Graecique barbas alebant; Langobardi vero, et Graeci etiam, et Franci eas radebant_. Ma per gli Longobardi non sussiste. _Ut Langobardorum mentum tonderi faceret_, fu l'obbligo imposto a Grimoaldo; adunque la barba era usata e tenuta per ornamento dai Longobardi. Finalmente promise Grimoaldo di smantellar le fortificazioni delle città d'_Acerenza_, _Salerno_ e _Consa_. Racconta l'Anonimo salernitano[541] (creduto Erchemperto dal cardinal Baronio[542], ma veramente diverso da esso), che avendo il re Carlo intesa la morte del duca Arigiso, fatto chiamare a sè Grimoaldo, gli disse che suo padre era mancato di vita. Allora l'accorto principe gli rispose: _Gran re, per quanto io so, mio padre è molto ben sano, e la sua gloria è più che mai vigorosa; e desidero che ella cresca per tutti i secoli_. Allora il re soggiunse: _Dico daddovero, che tuo padre è morto_. Replicò Grimoaldo: _Dal dì ch'io son venuto in vostro potere, non ho più pensato nè a padre, nè a madre, nè a' parenti, perchè voi, gran re, a me siete il tutto_. Fu lodata la risposta, e gli fu permesso il venire. Probabilmente giudicò meglio il re Carlo di azzardar questo colpo con lasciar venir Grimoaldo, perchè, nol facendo, già presentiva che i Beneventani si darebbono ai Greci; nè a lui tornava il conto di lasciar cotanto ingrandire in Italia una potenza che manteneva le sue pretensioni sopra tutta l'Italia. Aggiugne il suddetto Anonimo salernitano che il re Carlo mandò in compagnia di Grimoaldo due suoi giovani nobili, forse per vegliare sopra i di lui andamenti, cioè Autari e Pauliperto, a' quali esso Grimoaldo compartì le prime cariche della corte, donò assaissime case e poderi, e procurò nobile accasamento. Non fu appena giunto questo principe al fiume Volturno, prima di entrare in Capua, che gli venne incontro un'immensa folla di Longobardi, che tutta piena di giubilo l'accolse. Altrettanto avvenne fuori di Benevento, tutti gridando: _Ben venuto nostro padre. Ben venga la nostra salute dopo Dio_. Andò egli a dirittura alla chiesa della santissima Vergine, e colla faccia per terra ringraziò Dio del favore prestatogli. Passò da lì a poco a Salerno, anch'ivi incontrato da innumerabil popolo, e pervenuto alla chiesa, visitò con lagrime il sepolcro del padre e del fratello. Ma allorchè ebbe esposto a que' cittadini la promessa al re Carlo di demolir le superbe fortificazioni di quella città, tutti se ne turbarono forte, nè sapeano darsene pace. I ripieghi da lui presi per non mancare alla parola e al giuramento, ed insieme per non restar disarmato e senza difesa, gli accennerò in altro luogo.
Intanto papa Adriano, inteso ch'ebbe il ritorno e lo installamento di Grimoaldo, poco stette a scrivere al re Carlo la lettera ottantesima sesta del Codice Carolino, con protestare di nuovo, che se in addietro avea fatte premure perchè non fosse restituita a quel principe la libertà con gli stati, era unicamente stato per apprensione delle insidie e trame di chi era nemico non men d'esso re che del papa. Continua a dire, avere bensì il re Carlo incaricato _Aruino_ duca e gli altri suoi inviati di consegnare ad esso papa le città di _Roselle_ e _Populonia_ in Toscana, e le altre situate nel ducato di Benevento, ma che nulla s'era fatto finora delle città di Toscana. E per conto delle beneventane, aveano bensì que' messi dato ai ministri pontifizii il possesso dei vescovati, de' monisteri e delle corti, ossia degli allodiali spettanti alla camera del principe, e consegnate le chiavi delle città, ma senza consegnar anche gli uomini che restavano in lor libertà. _E come_, dice Adriano, _potremo noi senza gli uomini ritener quelle città_? il perchè prega il re Carlo di non voler essere più parziale verso _Grimoaldo_ figliuolo di _Arigiso_, che verso _san Pietro_, custode delle chiavi del cielo, e massimamente perchè esso Grimoaldo arrivato in Capua, alla presenza dei messi del re dei Franchi, s'era lasciato scappar di bocca, _avere il re Carlo comandato che qualsivoglia desiderante d'essere suo suddito, tale sarebbe_: cosa di gran rammarico al suddetto papa, perchè i Greci e Napoletani si ridevano dei ministri pontifizii, due volte tornati a casa senza ottener cosa alcuna, con raccomandare che dia gli ordini per l'esecuzione di quanto era disposto nell'offerta di quelle città. Come poi finisse questo affare, non apparisce dalle lettere di papa Adriano; ma noi bensì vedremo Capua signoreggiata dai principi beneventani, e senza che traspiri per concessione dei papi. Fece in questi principii del suo governo il duca Grimoaldo conoscere a Carlo Magno, quanto fossero insussistenti i sospetti disseminati contra di lui da papa Adriano. Già erano insorte liti fra _Costantino_ giovane imperadore dei Greci e _Carlo Magno_, perchè questi, secondochè scrive Eginardo[543], ruppe il trattato di dar la figliuola _Rotrude_, destinata in moglie ad esso Augusto Costantino: il che indusse _Irene_ a cercarne altra al figliuolo: e questa fu una giovane armena. Spedì ne' medesimi tempi la indispettita imperadrice Irene in Sicilia una forte squadra di navi e di combattenti, con ordine di assalire il ducato di Benevento. Era, per attestato del suddetto Eginardo, alla testa di quest'armata _Adelgiso_ figliuolo del re Desiderio, chiamato _Teodoro_ da' Greci; ed è da credere che Adelgiso vi andasse volentieri per la speranza di tirar ne' suoi voleri il duca Grimoaldo suo nipote, perchè figliuolo di _Adelberga_ sua sorella tuttavia vivente. Ma Grimoaldo, lungi dal cedere a tali batterie, e dal volere effettuare i trattati seguiti, come ci fan credere le lettere di papa Adriano, tra Arigiso suo padre e i Greci: stette nella fedeltà verso il re Carlo e verso il re d'Italia Pippino. Prese dunque l'armi per opporsi ai Greci, chiamò in aiuto suo _Ildebrando_ duca di Spoleti, ed essendo anche stato spedito al primo suono di questi rumori da Carlo Magno _Guinigiso_ per suo inviato con alquanti Franzesi a Benevento, affinchè vegliasse sopra gli andamenti de' Greci e dei due duchi di Benevento e Spoleti: si venne finalmente ad un fatto d'armi. Riuscì questo favorevole ai principi e soldati longobardi, che con poco lor danno fecero grande strage de' Greci, ed ebbero in lor potere un ricco bottino con assaissimi prigioni. Se vogliam credere a Teofane[544], l'infelice Adelgiso lasciò la vita in quella sconfitta; ma altri scrivono ch'egli vecchio terminò i suoi giorni in Costantinopoli. Con questa azione dovette Grimoaldo accreditarsi non poco presso di Carlo Magno. Oltre di che, in questi primi tempi egli non ebbe difficoltà di comparir senza barba al mento, salvo sempre l'orrido ornamento dei lunghi mustacchi, e di mettere nelle monete e in primo luogo negli strumenti il nome del sovrano suo Carlo, senza però eseguir l'obbligo di atterrar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa.