Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 30

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Potrebbe essere che nel presente anno fosse scritta l'epistola sessantesima ottava del Codice Carolino, dalla quale apprendiamo avere il re Carlo con sua lettera portata da _Aruino_ duca, fatta istanza a papa _Adriano_ per avere tutti i musaici e marmi del palazzo di Ravenna, esistenti non meno ne' pavimenti che nelle pareti. Adriano protesta che ben volentieri tutto gli concede in ricompensa dei gran vantaggi da esso re procacciati alla Chiesa romana. Di qui ancora apparisce l'attual signoria e possesso del papa in Ravenna. Parlasi medesimamente d'affare spettante a Ravenna nell'epistola ottantesima quarta. Scrive in essa il papa d'aver ricevuti gli ordini di Carlo Magno di cacciar dalle parti di Ravenna e della Pentapoli tutti i mercatanti veneziani; e che in esecuzione della real sua volontà avea già spedito colà ordine all'arcivescovo, che in qualsivoglia _territorio nostro_, e spettante alla Chiesa di Ravenna, in cui si trovasse alcuno dei Veneziani, sieno fatti sloggiare. Erano i Veneziani o dipendenti del greco imperadore, o suoi collegati; e però non se ne fidava Carlo Magno[521], intento alla conservazione del regno d'Italia. E l'aver egli comandato che fossero scacciati dall'esarcato e dalla Pentapoli, torna a farci intendere l'autorità di lui in quelle contrade, tuttochè signoreggiate dal romano pontefice. Lagnasi appresso il medesimo Adriano, perchè _Garamanno_ duca inviato da esso re Carlo, aveva occupati molti poderi della Chiesa di Ravenna, posti _ne' nostri territorii_; e non ostante l'averlo esortato a restituir quei beni, egli pertinacemente seguitava a ritenerli in suo potere. Il perchè prega Carlo Magno che per amore di s. Pietro si degni di spedir ordini, affinchè ne sia scacciato costui, e restino intatti _i nostri territorii_ mediante la di lui regal difesa. Di questo _Garamanno glorioso duca messo fedelissimo_ del re Carlo, è parlato anche nella lettera sessantesima settima del Codice Carolino, con apparire ch'esso re Carlo l'avea inviato per correggere molti abusi, e massimamente il mercato che si faceva degli schiavi cristiani. Aggiugne che Giovanni monaco avea avvertito esso re di non permettere che i vescovi andassero alla guerra; abuso già introdotto in Francia; ed anch'egli il prega di emendarlo, dovendo i vescovi attendere alle orazioni, al governo spirituale dei popoli, e non già maneggiar armi terrene, nè vestire l'usbergo. Finalmente parla d'una revelazione o visione vantata da esso monaco e notificata al re, con dire d'aver veduto i cieli aperti, e la destra di Dio, e una gran torre, e gli angeli che scendevano dal cielo, con altre semplicità che aveano voga ne' secoli ignoranti, dei quali ora parliamo, ma che per tali si conosce che furono giudicate e riprovate non meno dal saggio pontefice che dal ben avveduto re Carlo. Bisognò poi in che quest'anno ancora il medesimo re impiegasse le sue armi contra dei Sassoni[522], perchè, secondo il loro costume, erano tornati a ribellarsi. Entrò egli con gran potenza nelle lor terre, mettendole a sacco; e spedì _Carlo_ suo primogenito con un altro esercito contra de' popoli della Vestfalia, e riuscì poscia a questo giovane principe di dar loro una rotta, ma non già di metter fine ai torbidi di quella inquieta gente.

NOTE:

[521] _Erano collegati, perchè se fossero stati dipendenti, Carlo Magno avrebbe tentato di soggettarseli._

[522] Annal. Franc. Loiselian.

Anno di CRISTO DCCLXXXV. Indiz. VIII.

ADRIANO I papa 14. COSTANTINO imperad. 10 e 6. IRENE Augusta 6. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 12. PIPPINO re d'Italia 5.

Diedero occasione di grande allegrezza in quest'anno alla Chiesa romana e allo zelantissimo suo pastore le lettere scritte dal regnante imperadore dei Greci _Costantino_ e dell'Augusta _Irene_ sua madre, per invitarlo in Oriente ad un concilio generale, dove si decidesse della disputa intorno all'onore delle sacre immagini. Dopo tanti anni che gli imperadori le perseguitavano, flagellando ancora chiunque si scopriva venerator delle medesime, gran giubilo, come dissi, recò alla santa Sede e a' Cattolici di Italia l'intendersi che anche _Tarasio_ santo vescovo, dopo la morte di _Paolo_ piissimo patriarca di Costantinopoli, era in quella cattedra, e nudriva uno zelo imperturbabile per pacificar la Chiesa di Dio. Anche egli inviò sue lettere e la profession della fede cattolica a papa _Adriano_; ed essendo che in questi medesimi tempi sedessero in Alessandria, Antiochia e Gerusalemme tre insigni patriarchi di credenza cattolica, tutto venne ad accordarsi per terminar la controversia del culto delle sacre immagini. Quest'anno ancora convenne al re _Carlo_ di tornare in Sassonia colle sue armi per mettere al dovere que' popoli ribelli[523]. Tenne dietro ai suoi passi la felicità, perchè dopo aver prese e spianate varie loro fortezze, tutta quella nazione finalmente si diede per vinta, e lo stesso _Witichindo_ ed _Abbione_ capi dei tumultuanti vennero a trovare il re nella villa di Attignì, e quivi presero il sacro battesimo con giurar fedeltà al vittorioso lor soggiogatore, ed osservarla dipoi: avvenimenti che servirono alla religion cristiana per dilatarsi in quelle barbare provincie, dove furono fondati varii vescovati e monisteri. Parimente i Mori Saraceni, costretti da un lungo assedio, renderono ad esso re Carlo la città di Girona; con che tutta la Catalogna, oppur buona parte d'essa venne ad unirsi sotto il dominio dei re franchi. In questi tempi, come consta dalle memorie dello archivio archiepiscopale di Lucca, accennate dal Fiorentini[524] e da Cosimo della Rena[525], si trova in Lucca _Allone_ duca, il quale in una carta scritta nell'anno presente si sottoscrive così: _Signum manus Allonis glorioso duci, qui hanc notitiam judicati fieri elegit_. Di questo medesimo Allone duca fa menzione un'altra carta scritta nell'anno 782, e da un diploma di Lodovico II imperadore, riferito dal Margarino[526], impariamo essere stato dallo stesso duca _Allone_ fondato un monistero in Lucca, che fu poi sottoposto a quello di s. Giulia di Brescia. Altro non è questo _Allone_ duca, se non quel medesimo che di sopra vedemmo all'anno 775, mentovato nell'epistola cinquantesima quinta del Codice Carolino, la quale piuttosto appartiene a questi tempi, al vedere spezialmente che ivi si parla delle immense vittorie riportate da Carlo Magno.

In un'altra lettera del medesimo Codice, cioè nella sessantesima quinta, attesta papa Adriano I d'aver intese le doglianze di Carlo Magno (accennate anche nell'anno precedente), perchè dai Romani si vendessero schiavi cristiani alla nefanda nazione de' Saraceni. Risponde il pontefice, non essere ciò succeduto nel ducato romano, ma bensì nei littorali dei Longobardi, sottoposti a dirittura a Carlo Magno, cioè, per quanto si può conghietturare, nella Toscana e nel Genovesato, dove capitavano coi lor legni i Greci, e veramente comperavano gli schiavi, essendosi in fatti venduti non pochi ai Greci, per non morire di fame in tempo d'una terribil carestia. Ch'egli avea mandato ordine ad _Allone_ duca di allestire quante navi potea, per pigliar quelle de' Greci e bruciarle; ma nulla essersi eseguito da esso duca. E quantunque mancassero navi e marinari a Roma, pure egli avea fatto dare alle fiamme nel porto di Centocelle (oggidì Cività vecchia) le navi de' Greci, con tener anche per molto tempo in prigione i Greci stessi. Può servir questa lettera per farci intendere tale essere stata la fidanza di Carlo Magno in papa Adriano, che gli dava ancora una specie di sopraintendenza sopra l'Italia tutta, certo essendo che la Toscana, dove il duca Allone comandava, non era dipendente dalla temporal giurisdizione del papa. Il figurarsi alcuni che questo duca comandasse alla Toscana tutta non ha buon fondamento, veggendosi dei duchi in altre città di quella provincia, i quali per conseguente erano governatori di una sola città. Trovammo di sopra _Reginaldo_ duca di Chiusi. Aggiungasi ora _Gundibrando_ duca di Firenze in questi medesimi tempi. Ne fa menzione papa Adriano nella lettera settantesima quarta, in cui raccomanda a Carlo Magno il monistero di s. Ilario in Calligata o Galliata, posto in Romagna sulle rive del fiume Bidente, a cui spettavano varii spedali dell'Appennino destinati per alloggio ai viandanti. Aveva Gundibrando duca occupata a quel monistero una corte, cioè un'unione di varii poderi, situata nel distretto di Firenze: però il papa efficacemente si raccomanda al re Carlo, perchè ordini la restituzione di tutto. Adunque più tardi dobbiam credere seguita l'erezion della Toscana in ducato o marca, con darsi da lì innanzi il titolo di _conte_ ai governatori di cadauna città, e poscia di _duca_ o _marchese_ al governatore, o sopraintendente di tutta la provincia, a cui ubbidivano i conti d'esse città. Da uno strumento da me dato alla luce[527] ricaviamo che nell'anno presente fioriva in Lucca _Adeltruda_ figlia di _Adelvaldo_ re degli Anglosassoni, principe ucciso circa l'anno 756. Era essa monaca in quella città, dove dopo le disavventure del padre s'era rifugiata.

NOTE:

[523] Annal. Franc. Metens.

[524] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[525] Cosimo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.

[526] Margarinius, Bullar. Casinens. tom. 2, Constit. XXXI.

[527] Antiquit. Ital. Dissert. I, p. 19.

Anno di CRISTO DCCLXXXVI. Indiz. IX.

ADRIANO I papa 15. COSTANTINO imperad. 11 e 7. IRENE Augusta 7. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 13. PIPPINO re d'Italia 6.

Diedesi principio nel mese d'agosto del presente anno ad un concilio generale in Costantinopoli per ordine dell'imperadrice _Irene_[528] affin di decidere la controversia delle sacre immagini. Ma gli uffiziali delle milizie esistenti in quella real città, siccome infetti dell'eresia degl'iconoclasti, essendo anche spalleggiati da alcuni vescovi, commossero in tal guisa le schiere da lor dipendenti, che con un fiero tumulto e colle spade nude corsero a disturbar la sacra assemblea, minacciando morte al santo patriarca _Tarasio_ e agli altri vescovi, se ardivano di far novità contra gli empii decreti di Costantino Copronimo. Bisognò desistere; i vescovi si ritirarono in varie case di Costantinopoli, aspettando miglior vento; e i legati della santa Sede, non credendosi quivi sicuri, se ne tornarono in Sicilia. Per rimediare a questi disordini l'imperadrice fece venir dall'Asia a Costantinopoli alcuni reggimenti di soldati, e col braccio di questi fece disarmar le truppe sediziose, e divisele in varie provincie, quetò tutto il rumore, lasciando luogo al ristabilimento del concilio nell'anno susseguente. Mentre il re _Carlo_, siccome abbiam veduto, era impegnato nella lunga guerra coi Sassoni, si prevalsero di tal congiuntura i popoli della Bretagna minore per far delle novità e degli atti tendenti alla ribellione. Ma non sì tosto si trovò egli sbrigato dagli affari della Sassonia[529], che spedì contra di loro un esercito sotto il comando di _Audulfo_, personaggio illustre, che bravamente condusse a fine quell'impresa, con sottomettere quel paese e condurne i principali umiliati ai piedi del re, mentre era in Vormazia. Scoprissi ancora una congiura[530] manipolata in Germania contra di esso re da molti malcontenti per la crudeltà della regina _Fastrada_, e ne furono gastigati gli autori. Stabilita in tal maniera la quiete e pace per tutta la monarchia franzese l'infaticabil re Carlo determinò di venire in Italia, e particolarmente a Roma, per un motivo di cui parleremo nell'anno seguente. Intraprese questo viaggio nell'autunno, ed arrivato a Firenze, quivi si fermò per solennizzarvi la festa del santo Natale. Puossi rapportare col padre Cointe all'anno presente l'epistola novantesima prima del Codice Carolino. Quivi papa _Adriano_ si rallegra con Carlo Magno, per aver soggiogata e ridotta ad abbracciare il sacro battesimo la nazione de' Sassoni. Ed avendo esso re desiderato che si celebrassero litanie in rendimento di grazie a Dio per così prosperi successi, il papa prescrive tre giorni di giugno per queste sacre funzioni negli stati della Chiesa romana, e in tutti gli altri del re medesimo. Fors'anche appartiene a quest'anno la lettera sessantesima prima, in cui è da avvertire che il papa fa istanza al re Carlo per ottener delle travi lunghe per risarcire il tetto della basilica di san Pietro con aggiugnere: _Prius nobis dirigite magistrum_ (cioè un capo muratore) _qui considerare debeat ipsum lignamen, quod ibidem necesse fuerit, ut sicut antiquitus fuit, ita valeat renovari. Et tunc per vestrae regalis excellentiae jussionem dirigatur ipse magister in partibus Spoleti, et demandationem_ (ora la dimanda) _ibidem de ipso faciat lignamine: quia in nostris finibus tale lignamen minime reperitur._ Chi fosse allora padrone del ducato di Spoleti, si può chiaramente argomentare ancora dalle parole suddette. Del bisogno che aveva il papa di quelle travi, ed anche di stagno per rifare il tetto di san Pietro, medesimamente è parlato nella epistola sessantesima sesta d'esso Codice Carolino. In essa dà eziandio ragguaglio papa Adriano a Carlo Magno, come _Arigiso_ duca di Benevento, non potendo ottener giustizia per alcuni suoi sudditi dal popolo di Amalfi, sottoposto al ducato di Napoli, era entrato coll'esercito nel territorio loro, con incendiar tutte le lor possessioni e case. Ma avendo i Napoletani spedito soccorso a quei d'Amalfi, aveano messi in rotta i Beneventani, uccisine molti, e molti de' principali fatti prigioni.

NOTE:

[528] Theoph., in Chronogr.

[529] Annales Franc. Metenses.

[530] Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.

Anno di CRISTO DCCLXXXVII. Indiz. X.

ADRIANO I papa 16. COSTANTINO imperad. 12 e 8 IRENE Augusta 8. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 14. PIPPINO re d'Italia 7.

Celebre fu quest'anno pel settimo concilio generale tenuto nella città di Nicea in Bitinia. Gli si diede principio nel mese di settembre coll'intervento di _Pietro_ arciprete della santa romana Chiesa, e di _Pietro_ prete ed abbate, legati del sommo pontefice _Adriano I_, di _Tarasio_ patriarca di Costantinopoli, dei legati dei patriarchi d'Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e di più di trecento cinquanta vescovi. Il culto delle sacre immagini, come conforme allo dottrina cattolica, venne ivi stabilito, e scomunicati gli sprezzatori e persecutori delle medesime. Di più non dico, appartenendo agli annali ecclesiastici questo racconto. Da Firenze passò a Roma _Carlo Magno_, dove con solenne apparato e sommo giubilo fu accolto da papa Adriano. Si spesero alcuni giorni per ismaltir varii negozii, uno de' quali spezialmente riguardava il ducato di Benevento. Già osservammo di sopra che _Arichis_ ossia _Arigiso_, duca di quella contrada, aveva assunto il nome di _principe_, nè finora avea voluto sottomettersi al dominio di Carlo Magno, tuttochè il ducato di Benevento fosse una porzione del regno longobardico, la quale abbracciava allora quasi tutto il regno di Napoli. Nulla pareva al re de' Franchi d'aver fatto, se non si stendeva la sua signoria sopra così bella ed ampia parte d'Italia. È da credere che anche il pontefice Adriano, pieno sempre di sospetti per cagione dell'imperador greco, e di _Adelgiso_ figliuolo di Desiderio, ricoverato a Costantinopoli, e dello stesso duca Arigiso, tutti pretendenti nel dominio dell'Italia, aggiugnesse calore e stimolo ai disegni e desiderii di Carlo, che seco avea condotta un'armata capace di farsi temere. Però informato di questo vicino temporale Arigiso, siccome abbiamo dagli Annali de' Franchi[531], spedì a Roma _Romoaldo_ suo figliuolo con suntuosi regali per placare il re e per esibirsi pronto a fare ogni suo volere. Ma il papa, che meglio conosceva il sistema delle cose, consigliò il re di non appagarsi di queste parole e di portar l'armi nelle viscere del ducato di Benevento. Arrivò Carlo Magno coll'esercito suo fino a Capua, e l'armata cominciò a stendersi per quelle contrade, mettendo tutto a sacco. Era in questi tempi Arigiso (per attestato di Erchemperto[532] scrittore del secolo susseguente) in rotta coi Napoletani, popolo che sempre si salvò dal dominio de' Longobardi, e fu solito ad avere i propri duchi e a stare unito co' Greci, talvolta con lega, e per lo più con suggezione e dipendenza. Conchiuse tosto pace con essi Napoletani Arigiso, per non averli contrarii in quel frangente, con accordar loro alcuni beni nella Liguria. Quindi si diede alla difesa, e se crediamo ad esso Erchemperto, per un tempo ancora fece gagliarda resistenza, benchè gli Annali dei Franchi nulla dicano di battaglie nè di assedii. Ma scorgendo le sue forze inferiori al bisogno, dopo aver lasciato ben guernita di gente e di viveri la città di Benevento, allora capitale del ducato, molto popolata e ricchissima, si ritirò a Salerno, città marittima e forte, per potere, in caso di necessità, mettersi in salvo per mare, e maggiormente la fortificò con torri ed altri ripari. Inviò poscia a Capua l'altro suo figliuolo, chiamato _Grimoaldo_, a chieder pace, offerendo sommessione, danari e molti ostaggi, fra i quali gli stessi suoi figliuoli. L'anonimo salernitano[533] mischiando una mano di favole, ch'io tralascio, in questi avvenimenti, scrive, aver egli spedito anche molti vescovi al re Carlo, per implorar misericordia: il che non è inverisimile. Allora Carlo Magno, considerando che sarebbe costato non lieve fatica e tempo il pretendere di più, e che dal continuar la guerra ne seguirebbe la distruzion delle chiese e dei monisteri, e forse che i Greci confinanti al ducato beneventano con alcune città marittime della Calabria e colla Sicilia avrebbono potuto entrare in ballo, e prendere la protezion di Arigiso: si piegò ad accettar la pace. Le condizioni furono, che Arigiso continuasse ad essere duca, ma con subordinazione al re di Italia suo sovrano, siccome fu usato in addietro sotto i re longobardi, e con obbligarsi al pagamento di una annua pensione, che fu di sette mila soldi d'oro, per attestato di Eginardo[534]. Per sicurezza della promessa diede egli dodici ostaggi al re Carlo, e, quel che più importa, gli diede ancora _Grimoaldo_ e _Romoaldo suoi figliuoli_. Tante poi preghiere si frapposero, che Romoaldo fu rilasciato in libertà; ma per conto di Grimoaldo, gli convenne andare fino ad Aquisgrana, dove dopo questa impresa, e dopo aver celebrato la Pasqua in Roma, si trasferì quel monarca. Attesta inoltre Erchemperto che Arigiso fu costretto a comperar questa pace collo sborso di un gran tesoro, per rifare il re Carlo delle spese della guerra. Di una altra condizione parleremo fra poco.