Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 3

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Giacchè Paolo Diacono narra buona parte degli avvenimenti, senza specificarne l'anno, perchè neppur egli dovea saperlo, si può riferire qui un fatto di _Vettari_ duca del Friuli[37]. Avendo gli Schiavoni dominanti nella vicina Carintia inteso ch'egli era andato a Pavia, raunata un gran moltitudine di gente, vennero fin presso a Cividal di Friuli, e si accamparono in un luogo chiamato Brossa. Per buona ventura accadde che Vettari sbrigatosi in poco tempo da Pavia, quando niun se l'aspettava, arrivò la sera innanzi a Cividale. Nè sì tosto ebbe intesa la venuta degli Schiavoni, che presi seco venticinque cavalli, andò a riconoscerli: ed arrivato al ponte del fiume Natisone, oltre al quale s'erano attendati i Barbari, fu da loro osservato; e perchè era con sì pochi compagni, motteggiato con dire: _Vedete là il patriarca che vien contra di noi coi suoi cherici_. Il duca allora levatosi l'elmo di capo, e facendo vedere ai Barbari chi egli era (e ben lo conoscevano), mise tal terrore in costoro, che essendo corso il suo nome per tutto il campo, quasichè egli fosse per assalirli con un formidabile esercito, si diedero a una precipitosa fuga. E fin qui si può menar buono il suo racconto al buon Paolo. Ma egli ci vuol far ridere con una slargata romanzesca, che dipoi soggiugne, con dire che Vettari con que' pochi compagni si scagliò loro addosso, e ne fece una tal beccheria, che di _cinquemila uomini_, appena pochi col favor delle gambe portarono alle lor case la trista nuova di tanta disgrazia. Tiene il padre Pagi che in questo anno _Clotario III_ re de' Franchi nella Neustria e Borgogna giugnesse all'ultimo de' suoi giorni. Per poco tempo regnò dopo lui _Teoderico II_, il quale per forza prese la chericale tonsura. _Childerico_ fratello di Clotario divenne padrone di tutta la monarchia franzese. Ma da lì a non molto non solo a lui tolto fu il regno, ma anche la vita. Allora il deposto _Teoderico_ ripigliò il regno. La storia dei Franchi scarseggia molto di notizie in questi tempi. Ma se all'italiana non restassero que' pochi lumi che ha raccolto Paolo Diacono, noi resteremmo anche più de' Franzesi al buio, mancando a noi le vite de' santi, de' vescovi e degli ultimi monaci italiani d'allora, laddove non poche de' loro paesi ne scrissero essi Franchi e gl'Inglesi, non già perchè allora anche l'Italia non nudrisse dei buoni prelati e molti servi di Dio, ma perchè l'ignoranza avea qui preso troppo piede, oppure perchè le guerre nostre civili han fatto perdere gran copia di antiche memorie. Abbiamo poi da Teofane che circa questi tempi i Saraceni fecero una incursione nelle provincie dell'Africa tuttavia sottoposte al romano imperio; e corse voce che avessero condotte in ischiavitù ottantamila persone. Aveva bensì, come abbiam detto, l'imperador _Costantino_ conferito il titolo imperiale ai due suoi fratelli _Eraclio_ e _Tiberio_; ma, per quanto si può conoscere, consisteva nella sola apparenza la lor dignità, perciocchè l'autorità e il comando risedeva tutto in esso Costantino. Nell'esercito a Crisopoli vi furono più persone che pubblicamente gridarono: _Noi crediamo nelle tre Persone della Trinità: andiamo anche a coronar tre imperadori_; segno che la coronazione era il più importante requisito per esercitar coi fatti l'imperiale autorità. Giunsero queste parole all'orecchio di Costantino, che forte se ne turbò. Fatti perciò venire i capi di costoro a Costantinopoli sotto pretesto di voler soddisfare ai loro desiderii, li fece pendere tutti dalle forche, ed insegnò agli altri il rispetto dovuto ai sovrani. Perchè nondimeno si seppe, o solamente corse il sospetto che dai suddetti suoi fratelli avesse avuto origine quel sedizioso progetto, fece ad amendue tagliare il naso. Ma quest'ultima barbara azione non sembra appartenere all'anno presente; perchè, siccome lo stesso Teofane racconta all'anno 13 di Costantino, allora egli solamente rimosse i fratelli dall'imperio; nè sembra molto probabile che se in quest'anno avesse lor fatto un sì brutto sfregio, eglino avessero tuttavia continuato nell'onore primiero.

Circa questi tempi, per relazione di Paolo Diacono[38], _Alzeco_, ossia _Alzecone_, duca de' Bulgari, senza sapersene il perchè, uscito colla gente a lui suggetta dal suo paese confinante al Danubio, venne con tutta pace a trovare il re _Grimoaldo_, esibendosi al suo servigio, e pregandolo di dargli qualche contrada, dove potesse abitar coi suoi. Grimoaldo l'inviò al figliuolo _Romoaldo_ duca di Benevento, incaricandolo di trovargli sito a proposito. Egli in fatti diede a lui ed ai suoi per luogo d'abitazione il paese fino allora deserto di Supino, Boiano ed Isernia, ed altre città coi lor territorii, e con giurisdizione signorile in esse, dipendente nondimeno dal duca di Benevento: con avergli mutato il nome di _duca_ in quello di _gastaldo_, equivalente a quello di governatore o conte, acciocchè non sembrasse eguale col nome di duca al duca suo sovrano. Paolo Diacono racconta che a' suoi dì, cioè cento anni dopo, quella nazione, tuttochè sapesse parlare la lingua volgare di quel paese, pure non avea per anche dismesso l'uso della natia lingua bulgara. Teofane[39] nell'anno XI di Costantino Pogonato, e Niceforo[40] toccano questo punto anch'essi, dicendo, che regnando l'imperador Costante, _Crovato_ re de' Bulgari lasciò dopo di sè cinque figliuoli, con ordine che stessero uniti insieme. Ma non andò molto che si divisero, e chi in questa, chi in quella parte andò colla sua gente. Il picciolo di quei fratelli venne in Italia nella Pentapoli, e passato a Ravenna, rimase suggetto all'imperio de' Cristiani, e pagava tributo ai Romani. Potrebbe essere che Alzeco prima si presentasse all'esarco di Ravenna con offerirsi ai di lui servigii; ma che non trovandosi dove dar ricetto a tanta gente, egli s'indirizzasse al re Grimoaldo, che l'inviò al figliuolo Romoaldo. Certamente a Paolo qui è dovuta maggior credenza che agli storici greci. Scrive poi il medesimo Paolo che in questi tempi (non sappiamo se nel presente o nel seguente anno) il regno dei Franchi venne in mano di _Dagoberto II_, il quale, dopo essere stato per più anni esule e in grandi miserie, confinato in Irlanda per l'iniquità di Grimoaldo franzese suo maggiordomo, finalmente richiamato dai suoi, ricuperò il perduto regno. Non fu pigro il re Grimoaldo a spedirgli degli ambasciatori per congratularsi seco, e in tale occasione fu giurata da ambedue le parti una buona amistà e pace. Trovavasi allora in Francia in bassa fortuna il già fuggito re de' Longobardi _Bertarido_, e temendo degli andamenti di quegli ambasciatori, perchè ben consapevole dell'accortezza del re Grimoaldo, che gli teneva continuamente gli occhi addosso e spie d'intorno, non gli parendo più buon'aria quella di Francia, prese segretamente la risoluzione di ritirarsene e di scappare nella gran Bretagna, per cercar quivi ricovero presso il re degli Anglosassoni. Gran disputa è stata fra gli eruditi franzesi intorno all'anno in cui _Dagoberto II_ ricuperò il regno. Ne han trattato Adriano Valesio, il Coinzio, e i padri Mabillone, Enschenio e Pagi. Sostiene l'ultimo di questi, che quel principe nell'anno 673 tornò in Francia; e perchè il Mabillone si serve del racconto già riferito da Paolo Diacono, il quale ci fa vedere esso Dagoberto regnante in Francia prima della morte del re Grimoaldo succeduta nell'anno seguente 671, tiene il Pagi che in ciò si sia ingannato lo storico italiano, come mal informato degli affari stranieri della Francia. Ma non par già che quel critico porti sì sode pruove da atterrar qui l'autorità di Paolo, il quale solamente cento anni dopo scrisse questi avvenimenti; e massimamente confessando tutti i letterati restare la storia di Francia in questi tempi involta in molte tenebre. Sembra non improbabile che mancato di vita Clotario III re in quest'anno senza prole, ed essendo insorti dei gravi torbidi per la successione, Dagoberto corresse al rumore, ed ottenesse una parte della monarchia. Ermanno Contratto[41] mette la morte di questo Dagoberto nell'anno 674, e però va d'accordo con Paolo Diacono. Fosse nondimeno quello o altro re dei Franchi, con cui il re Grimoaldo stringesse una buona lega, a noi basta di sapere che Bertarido non si trovando sicuro in Francia, s'inviò alla volta dell'Inghilterra.

NOTE:

[37] Theoph., in Chronogr.

[38] Paulus Diacon., lib. 5, cap. 29.

[39] Theoph., in Chronogr.

[40] Niceph., in Chron.

[41] Hermannus Contractus in Chron. edit Urstis.

Anno di CRISTO DCLXXI. Indizione XIV.

VITALIANO papa 15. COSTANTINO Pogonato imp. 4. BERTARIDO re 1.

S'avea fatto alleggerir la vena il re Grimoaldo in quest'anno[42]. Da lì a nove giorni stando nel suo palazzo, e tirando l'arco con quanta forza potea, volendo colpire una colomba, se gli riaprì malamente la vena, e questa ferita bastò a levarlo di vita dopo nove anni di regno. Corse voce che fossero adoperati medicamenti avvelenati in curarlo, e che in tal maniera il mandassero per le poste all'altro mondo. Fu principe temuto da tutti, gagliardo di corpo, arditissimo nelle imprese, calvo di capo; nudriva una bella barba, e in avvedutezza ebbe pochi pari. Tiensi ch'egli seguitasse la religion cattolica, e gli scrittori bergamaschi attribuiscono a _Giovanni_ vescovo santo di quella città la di lui conversione al Cattolicismo, ma senza addurne pruova alcuna cavata dall'antichità. Quello ch'è certo per testimonianza di Paolo Diacono, egli fabbricò in Pavia la basilica di sant'Ambrosio: dal che fondatamente deduce il cardinal Baronio che egli dovette essere buon cattolico; altrimenti non avrebbe onorato in questa forma santo Ambrosio, impugnatore perpetuo degli Ariani. Restò di lui e della figliuola del re _Ariberto_, già presa per moglie, un figliuolo appellato _Garibaldo_, in età puerile. Questi fu proclamato re de' Longobardi. Torniamo ora a _Bertarido_, da noi poco fa veduto fuggitivo, per cercare ricovero in Inghilterra. S'era egli imbarcato sulle coste di Francia, ad appena sciolte le vele, s'era alquanto slargata in mare la nave, quando una persona dal lido ad alta voce dimandò, se quivi era Bertarido? Fu risposto di sì. Allora replicò quel tale: _Fategli sapere che se ne torni a casa sua, perchè ha tre giorni che Grimoaldo ha finito di vivere._ Balzò il cuore in petto a Bertarido all'udir questa nuova, e ordinò tosto che il legno approdasse di nuovo al lido, per trovar la persona che avea gridato, ed informarsi meglio di questo favorevol avviso. Ma quando fu in terra, non vide persona alcuna. Però immaginando essere quella stata una voce di Dio, e non degli uomini, determinò di venirsene senz'altro in Italia. Mandò innanzi persona che spiasse lo stato delle cose, e fosse poi ad incontrarlo in luogo determinato ai confini dell'Italia, per quivi prendere le sue misure. Ma giunto Bertarido colà, vi trovò non solamente il suo messo, ma eziandio tutti gli uffiziali della regal corte e l'apparato convenevole per ricevimento di un re, ed accorsa gran moltitudine di Longobardi, che tutti con lagrime e festa incredibile accolsero l'antico loro signore, dopo nove anni d'esilio felicemente tornato alla patria e al regno. E non è da maravigliarsene. Non fu mai ben voluto Grimoaldo dai Longobardi, sì perchè usurpatore dell'altrui corona, e sì perchè uomo vendicativo, e che col rigore più che coll'amore s'era sempre mantenuto sul trono. All'incontro, per attestato di Paolo Diacono, Bertarido era principe amorevolissimo, buon cattolico, dotato di rara pietà, osservantissimo della giustizia, e soprattutto limosiniere ed amator de' poveri. Le sue disgrazie aveano contribuito non poco a renderlo misericordioso ed umile: virtù che di raro s'imparano nella sola sublime felicità e fortuna. S'accorda questo elogio a noi lasciato da Paolo con quanto abbiamo inteso di sopra all'anno 664 dalla vita di san Vilfrido arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano. Pertanto tre mesi dopo la morte di Grimoaldo, _Bertarido_ ossia _Pertarito_, figliuolo del re Ariberto, d'origine bavarese, per consenso de' Longobardi risalì sul trono; ed immediatamente spediti messi a Benevento, fece di colà tornare a Pavia la regina _Rodelinda_ sua moglie col figliuolo _Cuniberto_, che furono senza difficoltà rilasciati dal duca Romoaldo. Del fanciullo _Garibaldo_, lasciato re dal re Grimoaldo suo padre, altro non sappiamo, se non che fu deposto; ma è ben da credere che non mancasse un buon trattamento da lì innanzi nè a lui nè a sua madre, se vivea tuttavia, perchè questa infine era sorella ed egli nipote di Bertarido. Si potrebbe credere che il picciolo principe fosse mandato a Benevento; ma più verisimile e più conforme alla politica pare che meglio si giudicasse il custodirlo in qualche fortezza. Altra memoria non resta di lui.

NOTE:

[42] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 33.

Anno di CRISTO DCLXXII. Indizione XV.

ADEODATO papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 5. BERTARIDO re 2.

In quest'anno (fors'anche nel precedente) cominciarono le tribolazioni di Costantinopoli, perchè i Saraceni, che già divoravano coi desiderii tutto l'imperio romano, secondo Teofane[43], prepararono una poderosa armata navale con risoluzione di tentar l'acquisto di quella regal città: avuta la quale, sarebbe venuto meno tutto l'imperio cristiano dell'Oriente. Non mancavano loro cristiani rinegati che maggiormente gli animavano all'impresa, come per disgrazia nostra neppur mancano oggidì al gran Turco. Svernarono nella Cilicia per essere pronti ad inoltrarsi nella primavera ventura. Intanto l'imperador _Costantino_, a cui non era ignoto il disegno di quella perfida gente, attese anch'egli a premunirsi contra de' loro sforzi, con adunar gente, fabbricar navi e macchine, e disporre tutto quel che occorreva per la difesa. In quest'anno, per quanto crede il padre Pagi, nel dì 27 di gennaro diede fine al suo pontificato e alla sua vita il sommo pontefice _Vitaliano_, dopo aver governata la Chiesa di Dio per quattordici anni e mezzo con molta lode. Nel dì poscia 22 di aprile ebbe per successore nella cattedra di san Pietro _Adeodato_, di nazione romano, già monaco nel monistero di sant'Erasmo nel monte Celio. Nell'anno 615 noi vedemmo _Deusdedit_, il cui nome in sostanza non è diverso da quest'altro. Tuttavia non ho osato di chiamarlo secondo. In questo anno ancora, o nel precedente, malamente compiè il corso di sua vita _Mauro arcivescovo di Ravenna_, perchè morì scismatico e scomunicato dalla Sede apostolica. Lasciò scritto Agnello storico ravennate[44] che questo ambizioso prelato prima di morire adunati i suoi preti, piangendo dimandò loro perdono. Crederà il lettore per gli misfatti della sua superbia: ma non è così. Seguitò poscia a dire ch'egli era vicino a pagare il tributo della natura, e che gli esortava di non tornare sotto il giogo de' Romani. Che però si eleggessero un pastore, e il facessero consacrare dai vescovi della provincia, e poscia dimandassero all'imperadore il pallio: quasichè il diritto di darlo, riserbato al romano pontefice, fosse passato negl'imperadori. Con questi scismatici sentimenti finì di vivere l'arcivescovo Mauro, a cui fu data sepoltura in un'arca, davanti alla quale era una tavola di porfido, al dire d'Agnello, lucidissimo nella superficie a guisa di uno specchio, in maniera che chi mirava in quel marmo, vi poteva vedere gli uomini, animali e uccelli che vi fossero passati dinanzi. Come ciò possa essere del porfido, lascerò considerarlo ai periti. Aggiugne lo stesso storico che a' suoi dì passando _Lotario_ imperador per Ravenna (forse nell'anno 824), ordinò che quella tavola levata di là e bene stivata con lana in una cassa di legno, fosse mandata in Francia, per servire di mensa all'altare di san Sebastiano. Ebbe commissione lo stesso Agnello da _Petronace_ arcivescovo di andar colà, e di assistere acciocchè i muratori balordamente lavorando non la rompessero. Ma egli per dolore e rabbia di vedere spogliar la sua patria delle cose preziose, se ne andò in tutt'altra parte. A Mauro succedette _Reparato_, monaco prima nel monistero di santo Apollinare, poscia abbate, e quindi vicedomino della Chiesa ravennate: uomo che si fece consecrar da tre vescovi senza il beneplacito della santa Sede, e tenne saldo lo scisma, per quanto potè; ma in fine, siccome diremo, si umiliò all'ubbidienza del sommo pontefice.

NOTE:

[43] Teoph., in Chronogr.

[44] Agnell. Vit. Ep. Ravennat. tom. 2 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCLXXIII. Indizione I.

ADEODATO papa 2. COSTANTINO Pogonato imp. 6. BERTARIDO re 3.

Finalmente in quest'anno, correndo il mese di aprile, il formidabile stuolo de' Saraceni si presentò davanti a Costantinopoli, e ne formò l'assedio. L'imperador _Costantino_[45] s'accinse con tutto vigore alla difesa, nè passava giorno che non seguisse qualche baruffa fra le sue navi e quelle dei nemici. Aveva egli delle galeotte che portavano caldaie di pece, e d'altri bitumi ardenti, e sifoni, co' quali si gettava fuoco ne' legni infedeli. Seguirono questi combattimenti sino al settembre, nel quale i Saraceni, poco avendo profittato con tutti i loro sforzi, levarono l'ancore per andare a svernare in pace altrove. Pervenuti alla città di Cizico, e presala, quivi passarono il verno. In quest'anno _Childeberto_ re dei Franchi, a noi noto solamente per le sue biasimevoli azioni, essendo caduto in odio de' suoi, alla caccia fu da uno d'essi privato di vita. Restò del pari trucidata la regina _Bilichilde_ sua moglie. Può essere eziandio che in questi medesimi tempi nel mese di marzo si mirasse in cielo quell'_iride_ ossia arco celeste che viene accennata dai suddetti storici e dall'autore della Miscella[46], e recò tal terrore, che si cominciò a temere il fine del mondo. Ma come? da quando in qua l'arco baleno fa paura alle genti? Ma quello non fu già il naturale ed usitato. Fu una specie di terribile e disusata cometa; e però indusse la costernazione ne' popoli. Raccontano ancora gli scrittori che provossi una fiera mortalità in quest'anno nell'Egitto; ma non è da maravigliarsene, perchè quel regno anche oggidì è facilmente suggetto a così fiero flagello. E di là per lo più soleva a' precedenti secoli passare in Italia quel malore, e passerebbe anche oggidì, se non avessero finalmente aperti gli occhi gl'Italiani, ed inventate precauzioni e saggi rigori per custodirsi illesi.

NOTE:

[45] Teoph., in Chronogr. Cedren., in Annal.

[46] Hist. Miscell. lib. 19.

Anno di CRISTO DCLXXIV. Indizione II.

ADEODATO papa 3. COSTANTINO Pogonato imp. 7. BERTARIDO re 4.

Nulla ci somministra di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio ci fa intendere la mirabil quiete e felicità che godevano allora sotto il pacifico governo del buon re _Bertarido_ i popoli italiani. Lasciava egli in pace i Romani nè attendeva che a reggere con giustizia e soavità i suoi sudditi, e a dar loro nuovi esempli di pietà, siccome principe cattolico e rinomato pel timore di Dio. Abbiam fondamento di credere che sotto di lui il resto de' Longobardi ariani si riducesse al grembo della vera Chiesa. E tanto più dee dirsi felice allora ed invidiabile lo stato dell'Italia, perchè gli altri paesi dell'Europa provavano dei fieri disastri. Tornarono nell'aprile di quest'anno i Saraceni con tutte le loro forze all'assedio di Costantinopoli, e quivi stettero anche tutta la state, con dare dei frequenti assalti o alle mura o alle navi cristiane; per lo che tutto l'imperio orientale si trovava in grandi angustie e guai. Peggio stava la monarchia franzese, perchè caduta in mano di re o neghittosi o viziosi, e piena di guerre civili, e per conseguente d'iniquità e di prepotenza. Ciò fu cagione che molte provincie dell'Austrasia, come la Baviera, l'Alemagna, la Turingia, ed altri paesi si sottraessero dall'ubbidienza dei re franchi, e crebbe in esse l'idolatria con altri disordini. Il regno delle Spagne, tuttochè governato da _Vamba_ re piissimo e cattolico de' Goti, ebbe nella Gallia narbonense, ossia nella Linguadoca, tuttavia sottoposta in questi tempi ad essi Goti, de' gravi sconvolgimenti, per gli tiranni ivi insorti e spalleggiati dai vicini Franchi. Fu astretto il buon re Vamba a far guerra, ed assistito dal cielo, riportò varie vittorie narrate da Giuliano da Toledo[47]. La sola Italia godeva in essi tempi un cielo sereno mercè dell'ottimo re che ne aveva il governo, e tutto faceva per guadagnarsi l'amore di Dio e dei suoi popoli.

NOTE:

[47] Julian. Toletanus, in Chronico.

Anno di CRISTO DCLXXV. Indizione III.

ADEODATO papa 4. COSTANTINO Pogonato imp. 8. BERTARIDO re 5.

Circa questi tempi il piissimo re dei Longobardi _Bertarido_, fabbricò in Pavia un monistero di sacre vergini da quella parte del fiume Ticino[48], dove egli calato per le mura, ebbe la sorte di fuggir l'ira e il mal pensiero del re _Grimoaldo_. Può essere che la sua fuga succedesse nel giorno festivo di sant'Agata, oppur nella sua vigilia, come credono gli scrittori pavesi, e però dedicò quel sacro luogo a Dio suo liberatore in onore di quella santa vergine e martire. Esiste tuttavia esso monistero, appellato _Nuovo, e Monistero regio_, per più secoli, ed oggidì _monastero di sant'Agata in Monte_, abitato già da monache benedettine, ed ora dalle conventuali di santa Chiara. Nel presente anno ancora tornarono i Saraceni all'assedio di Costantinopoli, ed ostinatamente quivi si fermarono fino al settembre, tuttochè nulla profittassero, anzi riportassero più percosse dalla bravura de' Greci. Forse ancora appartiene a questi tempi la battaglia navale che il buon _Vamba_ re de' Goti in Ispagna fece con un'altra armata navale di dugento e settanta navi di Saraceni, passati ad infestar la Spagna[49]. Meritò la sua pietà di riportarne vittoria colla total disfatta e rovina della flotta nemica. Dalla vita di sant'_Audoeno_ vescovo di Roano, scritta da Fridegodo[50], noi impariamo quanta fosse la divozione de' popoli anche più lontani al sepolcro dei santi apostoli Pietro e Paolo e degli altri martiri in Roma. Volle il santo vescovo venire in quest'anno alla visita di que' celebri santuarii; nè sì tosto fu risaputo questo suo disegno, che moltissima gente pia concorse a lui, portandogli non pochi pesi d'oro e d'argento, con pregarlo di offerirgli al corpo de' santi Apostoli e Martiri pel riscatto de' loro peccati, e di dispensarne anche ai poveri una parte colle sue proprie mani, affine d'avvalorare le loro preghiere presso Dio. Eseguì puntualmente il piissimo pastore le lor commissioni, giunto che fu a Roma, dove lasciò un gran concetto della sua rara pietà e pia munificenza. Era in questi tempi una gran rendita alle chiese di Roma il concorso de' pellegrini e le loro oblazioni.

NOTE:

[48] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.

[49] Lucas Tudensis, in Chron.

[50] Fridegodus, in Vita S. Audoen.

Anno di CRISTO DCLXXVI. Indizione IV.

DONO papa 1. COSTANTINO Pogonato imp. 9. BERTARIDO re 6.