Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 29
Mise fine in quest'anno al regno e al vivere suo _Leone IV_, imperadore dei Greci[499], mentre era intento a perseguitare, non men di suo padre, chiunque onorava e difendeva le sacre immagini. Soprattutto grande schiamazzo aveva egli fatto contro ad _Irene_ Augusta sua moglie, perchè le ne trovò due sotto un guanciale, con gastigar lei mediante una specie di divorzio, e poi severamente chi gliele avea somministrate. Ma il tolse la divina giustizia quando men sel pensava, essendo mancato di vita nel settembre dell'anno presente. Ebbe per successore _Costantino_ suo figliuolo. Non ascendeva l'età sua che ad anni dieci; e perciò la imperadrice _Irene_ sua madre ne assunse la tutela, e cominciò con esso a contare gli anni del suo imperio. Era donna piissima e di cuor cattolico, e per conseguente non tardò a rimettere in piedi la libertà di monacarsi, e cessò ogni persecuzione contro le suddette immagini; ma non cessarono già le dispute fra gli sprezzatori e i difensori delle medesime. E perciocchè nel precedente febbraio era morto _Niceta_ patriarca eretico di Costantinopoli, e gli era succeduto _Paolo_, personaggio di sentimenti cattolici, ornato di molte virtù, cominciò la Chiesa di Dio a respirar presso i Greci; ma nello stesso tempo gli Arabi, ossia i Saraceni, maltrattavano forte in Soria i cristiani, e spianavano le loro chiese. Continuò in quest'anno il re _Carlo Magno_ la guerra contra de' Sassoni con tal felicità, che non pochi d'essi vennero a riconoscerlo per loro sovrano, e presero anche in apparenza il sacro battesimo, per farsi credere tutti attaccati a questo principe[500], con professare la di lui religione. Mandò egli ad abitar nella Sassonia e a predicarvi la fede di Cristo alcuni vescovi, preti ed abbati; e veggendo l'interno de' suoi regni in pace, credendo eziandio oramai terminato ogni affare per l'avvenire coi Sassoni, si dispose a venir in Italia, per visitar questo regno, e massimamente per far le sue divozioni a Roma ed abboccarsi con papa _Adriano_. A questo medesimo anno riferirono i padri Cointe e Pagi la lettera sessantesima quarta del Codice Carolino, dove si parla dell'occupazione di Terracina, fatta dai Napoletani in pregiudizio della Chiesa romana. Ma non la vedremo scritta molto dappoi. Potrebbe piuttosto essere che al presente non appartenesse la lettera sessagesima del medesimo pontefice, in cui egli notifica al re Carlo d'essere stato assicurato da _Stefano_ vescovo (egli era insieme duca) di Napoli[501], che l'imperador Costantino avea dato fine alla sua vita. Ma certo è ch'esso Costantino sopravvisse a papa Adriano. Però o quella fu una voce falsa, oppure il Papa scrisse della morte di _Leone_ Augusto, e i copisti inavvertentemente vi misero _Costantino_. In essa lettera poi si lamenta acremente Adriano di _Reginaldo_ (lo stesso è che _Rinaldo_) stato già gastaldo nel castello di Felicità (oggidì vien creduto Città di Castello ) ed ora duca di Chiusi, perchè era ito con una brigata di gente armata alla stessa città del castello di Felicità, e ne avea condotto via molti di quegli abitanti, quantunque quello fosse luogo donato e confermato dallo stesso re a san Pietro. Perciò vivamente il pregava di levar di posto costui, e tanto più perchè a tempo ancora del re Desiderio egli era stato seminator di liti e discordie dovunque poteva.
NOTE:
[499] Theoph., in Chronogr.
[500] Annal. Franc. Moissiac.
[501] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neapol. P. II, tom. I Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCLXXXI. Indizione IV.
ADRIANO I papa 10. COSTANTINO imperadore 6 e 2. IRENE Augusta 2. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 8. PIPPINO re d'Italia 1.
Da tutti gli Annali di Francia abbiamo l'andata in quest'anno del re _Carlo_ a Roma. Solennizzò egli le feste del santo Natale del precedente anno in Pavia, insieme colla regina _Ildegarde_ sua consorte; e venuta poi la primavera, si mise in viaggio alla volta di Roma, per trovarsi nel giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 15 di aprile, conducendo seco due de' suoi piccioli figliuoli, cioè _Carlomanno_ e _Lodovico_. Giunto colà, ed accolto con tutti gli onori, fece battezzare (per quanto si può credere nel sabbato santo) _Carlomanno_ da papa Adriano, il quale con levarlo ancora dal sacro fonte divenne suo padrino. Ma in tal congiuntura il papa gli mutò il nome di Carlomanno in quello di _Pippino_, sotto il quale fu poi riconosciuto da tutti. Nel solennissimo giorno seguente, ad istanza di Carlo Magno, il medesimo papa consecrò in re i suddetti due principi, cioè _Pippino_ sopra l'Italia e _Ludovico_ sopra la Aquitania. Soddisfatto ch'ebbe il re Carlo alla sua divozione, e trattando de' correnti affari col sommo pontefice, sen venne a Milano, dove l'arcivescovo _Tommaso_ diede il battesimo a _Gisla_ figliuola d'esso re e della regina Ildegarde. Dopo di che Carlo se ne tornò in Francia, lasciando l'Italia assai quieta. Fra gli altri affari che si trattarono in Roma fra il papa e Carlo Magno, uno de' principali fu l'accasamento desiderato da _Irene_ imperadrice di _Costantino_ Augusto suo figliuolo con _Rotrude_ figliuola d'esso re Carlo. Teofane scrive[502] che a questo fine nell'anno presente essa imperadrice inviò Costante sacellario e Mamalo primicerio per suoi legati a Carlo, per farne la dimanda; e secondo la Cronica moissiacense[503], gli sponsali fra questi due principi furono realmente contratti mentre il re si trovava in Roma; ma secondo altre storie, solamente nell'anno 787 seguirono questi sponsali. Restò presso di questa principessa Elisco eunuco e notaio, per insegnarle la lingua greca, e accostumarla ai riti della corte imperiale. Ma non ebbe poi effetto questo maritaggio per imbrogli politici sopravvenuti col tempo tra Irene e suo figliuolo. Un altro affare di molta conseguenza fu parimenti maneggiato in Roma fra il pontefice e il re Carlo. Passavano de' grandi dissapori fra esso re e _Tassilone_, potentissimo allora duca di Baviera, perchè l'ultimo sdegnava di riconoscere per suo sovrano il re de' Franchi. Carlo andava pazientando, per risparmiare, se si poteva, l'esorcismo della forza. Però ricorse prima alle vie pacifiche, cioè al ripiego che il papa invierebbe a Tassilone i suoi legati per indurlo alla conoscenza del suo dovere. In fatti con Ricolfo cappellano ed Eberardo coppier maggiore del re andarono due legati del papa, cioè _Formoso_ e _Damaso_ vescovi, e tanto esortarono per parte del pontefice il duca Tassilone a volersi ricordare de' giuramenti prestati al re Pippino e a' suoi figliuoli, che l'indussero a portarsi a Vormazia, dove era il re Carlo, al quale di nuovo prestò giuramento di fedeltà, ma con dimenticarsene da lì a poco, quantunque in mano di lui avesse lasciato degli ostaggi. Fu in quest'anno che Carlo Magno imparò a conoscere _Paolino_, cioè quel personaggio che col tempo riuscì patriarca d'Aquileia, insigne non meno per la sua letteratura, che per la sua santità. Fra le doti mirabili di quel gran monarca si contava l'amor delle lettere e la premura di piantarle e propagarle per tutti i suoi regni: premura tanto più riguardevole, perchè allora l'Italia si trovava involta in una somma ignoranza, fuorchè Roma, dove sempre furono in credito le sacre lettere. Anche in Benevento il duca _Arigiso_ accoglieva tutti i letterati, e specialmente manteneva una mano di filosofi. Ma in quasi tutte l'altre città, a riserva di qualche tintura di grammatica, di cui erano maestri nelle castella i parrochi, e alcun altro nelle città, le scienze e le bell'arti erano in un miserabile stato. Peggio anche stava la Francia, se non che il nobilissimo genio di quel monarca vi tirò dalla Scozia e Irlanda alcuni monaci letterati, e specialmente il celebre _Alcuino_, che introdusse e dilatò felicemente per tutta la Francia lo studio delle lettere.
Abbiamo ancora da Eginardo[504] che lo stesso re Carlo, benchè giunto all'età virile, ebbe per suo maestro di grammatica _Petrum pisanum diaconum senem_. E di questo medesimo _Pietro da Pisa_ scrive il sopraddetto Alcuino[505] di averlo in sua gioventù conosciuto in Pavia; e ch'esso Pietro avea avuta una disputa con Giulio giudeo, la qual anche si leggeva scritta. Aggiugne in fine: _Idem Petrus fuit qui in palatio vestro_ (cioè in Aquisgrana) _grammaticam docens claruit_. Fortunato può dirsi in questi tempi ancora il Friuli, perchè quivi fioriva il suddetto _Paolino_ maestro di grammatica, il quale, fatto ricorso in quest'anno al re Carlo, ottenne in dono alcuni beni, già confiscati a Gualdandio figliuolo del fu Mimone da Laberiano, _quae ad nostrum devenerunt palatium, pro eo quod in campo cum Forticauso inimico nostro_ (si dee scrivere _Roticauso_, già duca del Friuli, di cui parlammo all'anno 776) _a nostris fidelibus fuerit interfectus_. Il diploma di Carlo Magno è rapportato intero dal cardinal Baronio[506] e dal padre Bollando[507]. Tal dono si dice ivi fatto _venerabili Paulino artis grammaticae magistro_: titolo indicante ch'egli era già prete. Il diploma fu dato _XV kalendas julii, anno octavo regni nostri e Loreia civitate_. Più verisimile è che l'_anno ottavo_ del regno di Carlo appartenga qui all'epoca del regno longobardico, cioè all'anno presente 781, piuttostochè a quella del regno francico, trattandosi di diploma fatto in Italia. Della vittoria riportata nell'anno 776 dal re Carlo contra del suddetto _Rodgauso_ duca del Friuli, che s'era ribellato, noi troviam menzione nel medesimo diploma. La città di _Loreia_, dove fu fatta questa concessione, vien creduta dal Cointe la villa di _Loreo_, posta nel dominio veneto, presso alla sboccatura di Po grande nel mare. Il padre Pagi[508] crede incerto quel luogo. Ma in vece di _Loreia_, si ha da scrivere in esso documento _Eboreia_, cioè nella città di _Ivrea_. Colà era giunto il re Carlo in tornando da Roma in Francia. Ora _Paolino_ suddetto tale stima si guadagnò nel Friuli e presso il re Carlo, che essendo passato al paese dei più _Sigualdo_ patriarca d'Aquileia, venne egli eletto per suo successore in quella sacra sede, sommamente dipoi illustrata da lui colla santità della vita e co' suoi libri. Intanto di qui impariamo non susistere l'opinion del Baronio, dell'Ughelli e del Bollando, che mettono l'elezione di san Paolino in patriarca d'Aquileia nell'anno 773. Al padre de Rubeis[509] parve dipoi probabile che Sigualdo mancasse di vita nell'anno 776, e che Paolino a lui immediatamente succedesse, scrivendo il monaco di san Gallo, che Carlo Magno si trovava nel Friuli, allorchè venne a morte il patriarca di quella Chiesa, e non avendo questi voluto nominar un successore, Carlo gliene sostituì uno; e questi sembra essere stato _Paolino_. Ma se veramente l'epoca suddetta riguardasse il regno longobardico, converrebbe differire cinque anni dappoi la di lui esaltazione, e fors'anche più tardi; perchè allora Paolino non vien chiamato se non maestro di grammatica. Nè il passo del monaco sangallese ci assicura punto che immediatamente succedesse Paolino a Sigualdo. Oltre di che, anche nell'anno presente 781 potè il re Carlo nel ritorno in Francia visitare il Friuli, e succedere allora la morte di Sigualdo. Ma in fine a noi dee bastare che quest'uomo insigne fu promosso al patriarcato d'Aquileia, e che tornerà occasione di parlare di lui più di una volta. Merita poi d'essere aggiunto ciò che il suddetto monaco di san Gallo narra nella vita di Carlo Magno[510], cioè che nel principio del regno di lui le lettere in Francia, siccome accennai poco fa, erano affatto per terra. Vennero colà dall'Irlanda due monaci benedettini, ben addottrinati nelle sacre scritture e nelle lettere profane, che invitavano la gente a comperar da loro la sapienza. Informato di questa novità il re, volle vederli, e scoperto il loro sapere, ne fermò uno, appellato _Clemente_, in Francia, con ordine di fare scuola ai nobili e plebei che bramassero d'imparare. _Alterum vero in Italiam direxit, cui et monasterium sancti Augustini juxta Ticinensem urbem delegavit, ut qui ad eum voluissent, ad discendum congregari potuissent._ Il nome di questo letterato monaco non è passato a nostra notizia. La sua spedizione in Italia fu dopo l'anno 774. E così in Pavia, coll'aiuto di questo valente maestro, cominciò a risorgere la letteratura.
NOTE:
[502] Theoph., in Chronogr.
[503] Chronic. Moissiacens., tom. 3 Du-Chesne.
[504] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[505] Alcuin., Epist. 15 ad Carolum Regem.
[506] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 802.
[507] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 11 januarii.
[508] Pagius, in Critic. Baron. ad ann. 801.
[509] De Rubeis, Monument Eccl. Aquilejens. pag. 333.
[510] Monac. Sangallensis, lib. 3, cap. 1, apud Du-Chesne, tom. 2. Annal. Franc.
Anno di CRISTO DCCLXXXII. Indizione V.
ADRIANO I papa 11. COSTANTINO imperad. 7 e 3. IRENE Augusta 3. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 9. PIPPINO re d'Italia 2.
Aveva l'imperadrice _Irene_ nell'anno precedente fatta pace coi Saraceni, pace al certo vergognosa, perchè si convenne di pagare un annuo tributo a que' Barbari[511] sotto nome di regalo; ma pace necessaria e utile alla situazione in cui si trovavano gli affari dell'impero orientale. Spedì ella nell'anno presente un buon esercito contra degli Sclavi ossia Schiavoni; ricuperò la città di Salonichi e la Grecia; ed essendo penetrate le milizie della sua flotta nel Peloponneso, o vogliam dire nella Morea, ne condussero via una gran quantità di schiavi e di preda; segno che in essa Morea doveano allora aver fissato piede e dominio gli Schiavoni stessi. Non fu men fortunata per _Carlo Magno_[512] la campagna di quest'anno. Al feroce _Witichindo_ riuscì di muover di nuovo a ribellione una parte della Sassonia. Colà accorsero le schiere franzesi, e seguì combattimento sanguinoso coi nemici. Itovi poi in persona Carlo Magno, si vede venir pentita a' piedi quella nazione, che gli diede in mano i ribelli, parte de' quali pagò colla morte, ed altra coll'esilio la pena della lor ribellione. Witichindo se ne fuggì nel paese de' Normanni, popolo delle provincie poste al mar Baltico, cioè della Danimarca, Svezia ed altre di quelle contrade. Erasi tenuta in questo medesimo anno dal re Carlo una dieta in Colonia, dove comparvero gli ambasciatori di _Godefrido_ re de' Normanni, siccome ancora quei di _Cagano_, cioè del re degli Avari ossia degli Unni dominanti nell'Ungheria, poichè tutti veneravano e temevano la possanza formidabile del re de' Franchi. Merita qui d'essere rammentato, perchè fiorì in questi tempi, _Paolo Diacono_, a cui siam non poco tenuti per la storia de' Longobardi. Senza l'aiuto suo sarebbe restata in troppe tenebre la storia d'Italia per anni dugento. Era egli di nazion longobarda. I suoi maggiori fissarono la stanza nel Foro di Giulio, cioè in Cividal del Friuli, dove ancora venne egli alla luce, per attestato di Erchemperto[513], anzi del medesimo Paolo[514]. Pare che l'epitafio composto da Ilderico suo discepolo, il quale fu poi abbate di Monte Casino, il faccia nato in Aquileia. Vivente il re Rachis, Paolo fu allevato nella real corte, e studiò lettere sotto Flaviano, grammatico di molto grido. Abbracciava allora il nome di grammatica non solamente lo studio della lingua latina, ma anche l'oratoria, la poesia, e la cognizione degli antichi autori latini, sì di prosa che di verso. Servì poscia al re Desiderio di consigliere e cancelliere, per quanto s'ha dal suddetto Erchemperto e da Leone Ostiense[515]. Dopo la caduta di Desiderio, Paolo Diacono passò in Francia; e poscia, forse perchè insorse qualche sospetto contra di lui, verisimilmente si ritirò in Benevento sotto la protezione del duca _Arigiso_, principe che per gran tempo ricusò di sottomettersi alla signoria di Carlo Magno. Ma l'Anonimo salernitano[516] nella parte della Storia da me data alla luce, racconta aver bensì Paolo guadagnata la grazia di Carlo Magno, già divenuto re de' Longobardi; ma che accusato due volte di aver voluto uccidere esso re in vendetta di Desiderio, tante istanze fecero contra di lui i baroni del palazzo, che Carlo una volta ordinò che gli fosse tagliata la mano; e un'altra che gli fossero cavati gli occhi; ma che sempre pentito ne rivocò l'ordine, contentandosi di mandarlo in esilio nell'isola di Tremiti. Di là fuggitosene Paolo, si ricoverò alla corte del suddetto Arigiso, a cui fu carissimo, ma specialmente ad _Adelberga_ figliuola di esso re Desiderio e moglie di quel principe. Leone Marsicano, ossia Ostiense, copiò dal Salernitano questo racconto. Ma l'avveduto padre Mabillone[517] prima d'ora lo giudicò favoloso per le circostanze inverisimili che l'accompagnano. Quel che pare non potersi negare, Paolo Diacono fu nella corte di esso principe di Benevento, dove compose la storia dei Longobardi e parte della storia Miscella. Poscia in Monte Casino si fece monaco, e lavorò altri libri; e di certo abbiamo che fra Carlo Magno e lui passò molta familiarità e corrispondenza di lettere.
NOTE:
[511] Teoph., in Chronogr.
[512] Annales Bertinian. Eginhard.
[513] Erchempertus, Hist. P. I. T. II Rer. Ital.
[514] Paulus Diaconus, lib. 4. cap. 39 Histor.
[515] Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 15.
[516] Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.
[517] Mabill., Annal. Benedict., lib. 24, cap. 73.
Anno di CRISTO DCCLXXXIII. Indiz. VI.
ADRIANO I papa 12. COSTANTINO imperad. 8 e 4. IRENE Augusta 4. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 10. PIPPINO re d'Italia 3.
Restò sommamente sconsolato in quest'anno il re Carlo per la morte immatura della regina _Ildegarde_, moglie sua dilettissima, che in età di ventisei anni finì di vivere nell'ultimo dì d'aprile, e da alcuni, secondo la facilità d'allora, fu registrata nel catalogo de' santi. Lasciò essa dopo di sè tre figliuole e tre figliuoli viventi, cioè _Carlo_ primogenito, destinato ad essere re di Francia, _Pippino_ già re d'Italia, e _Lodovico_ già re d'Aquitania. Mancò eziandio di vita la regina _Berta_, madre di Carlo Magno, nel dì 12 di luglio. E perciocchè esso Carlo era principe poco inclinato alla continenza, non andò molto che prese un'altra moglie, cioè _Fastrada_. Tornarono ancora in quest'anno a ribellarsi i Sassoni, ma l'invitto re in due battaglie talmente li snervò e confuse, che da lì innanzi pareva che non dovesse più venir loro voglia di alzare il capo contra di lui. Col padre Cointe si può riferire all'anno presente l'epistola settantesima quinta del Codice Carolino, nella quale papa _Adriano_ espone a Carlo Magno, come Eleuterio e Gregorio cittadini di Ravenna non voleano aver sopra di sè giudici in quelle parti, commetteano enormi prepotenze contra de' poveri, vendendoli specialmente per ischiavi ai pagani. Aggiugne, che costoro menando seco una mano di sgherri, aveano commesso varii omicidii, e massimamente in una chiesa in tempo della messa uno di quei briganti avea malamente ferito un povero innocente. E poichè essi ben conosceano che il papa non soffrirebbe così inique operazioni, senza chiederne a lui licenza, s'erano portati in Francia per reclamare contra d'esso papa, e sforzarsi di far nascere delle zizzanie fra il re Carlo e il romano pontefice, non riflettendo che i fedeli di san Pietro son parimente fedeli del re de' Franchi, e i nemici di s. Pietro tali sono ancora del re stesso. Però il prega di non ammettere questi malvagi siccome nemici suoi e di s. Pietro, e di volerli mandare a Roma, affinchè sieno processati, e resti illesa ed illibata l'oblazione di quegli stati, fatta dal re Pippino, e confermata dal medesimo re Carlo a san Pietro. Questi ricorsi dei Ravennati a Carlo Magno, il fatto di _Leone_ arcivescovo mentovato di sopra, l'avere esso Carlo rinnovata ai romani pontefici la oblazione dell'esercato, possono servire ad indicar sussistente l'opinion del Sigonio[518], che stimò ritenuta dai re franchi la sovranità, ossia l'alto dominio sopra gli stati conceduti o donati alla santa Chiesa romana. Per altro questa medesima lettera ci fa conoscere che papa Adriano I era in possesso allora dell'esarcato, e vi esercitava la giurisdizione temporale. Credesi poi da alcuni fondati sulle lettere di Alcuino[519], che verso questi tempi _Angilberto_, riguardevol personaggio franzese, e poscia celebre abate di Centula, fosse in Italia _primicerius palatii Pippini regis_, cioè il primo dei suoi consiglieri. _Omero_ veniva questi appellato dai letterati d'allora, siccome Carlo Magno portava il nome di _Davide_, e così gli altri affettavano un egual gergo ne' loro nomi. Ma forse più tardi Angilberto ebbe quest'impiego e grado nella corte del re Pippino. Pubblicò il Baluzio[520] un capitolare di Carlo Magno _de causis regni Italiae_, ch'egli credette dell'anno 793, _post obitum Hildegardis reginae_. Ma essendo succeduta in questo anno la morte di essa regina, taluno ha creduto che quell'editto appartenga al medesimo presente anno. Quivi Carlo comanda che chiunque ha degli spedali de' pellegrini, debba farne buon governo: altrimenti vuole che il vescovo ne abbia cura. Proibisce ai laici il tener parrocchiali. E perchè nell'Italia abitavano allora molte nazioni, come, per esempio, i nazionali italiani, i longobardi, i franzesi, i bavaresi; perciò ordina che sieno tutti giudicati secondo la loro legge. Dal che si vede già introdotta e praticata in queste contrade la varietà delle leggi. Comanda ancora che nelle composizioni dei re la terza parte del denaro tocchi ai conti, cioè ai governatori delle città, e le due altre al fisco regale. Oltre a ciò, proibisce ai conti l'obbligare ad alcuno loro privato servigio gli uomini liberi. Vuole che si faccia un inventario dei beni spettanti alla fu regina _Ildegarde_, da inviarsi a lui; nè permette che i _Piacentini_ abbiano gli _Aldioni_, cioè uomini simili ai liberti dipendenti dalla camera regia. In fine comanda che i servi fuggiti nelle parti di _Benevento, Spoleti, Romania_ (onde è venuto il nome di _Romagna_) e _Pentapoli_, sieno restituiti, e tornino ai lor padroni. Tralascio gli altri. Di questo capitolare ho ben io fatta qui menzione; ma non avendo il re Carlo sottomessi i Beneventani, se non nell'anno 787, al veder qui ch'egli comanda anche in _Benevento_, più probabile a me sembra che dopo quell'anno fossero pubblicate queste leggi.
NOTE:
[518] Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 774.
[519] Alcuin., Epist. 42 et 93.
[520] Baluz., Capitolar., tom. 1, p. 258.
Anno di CRISTO DCCLXXXIV. Indiz. VII.
ADRIANO I papa 13. COSTANTINO imperad. 9 e 5. IRENE Augusta 5. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 11. PIPPINO re d'Italia 4.