Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 28
L'imperadore de' Greci _Leone_, fattosi in quest'anno pregare dai suoi baroni, perchè dichiarasse Augusto e collega nell'imperio il picciolo _Costantino_ figliuolo suo e dell'imperadrice Irene, volentieri s'accomodò alle istanze loro[488]; e però Costantino cominciò a contar nel presente anno quelli del suo imperio. Ancorchè si trovasse il re _Carlo_ impegnato non poco nella guerra contra de' Sassoni, popoli che per forza s'andavano oggi sottomettendo, e domani tornavano a ribellarsi; tuttavia premendogli forte gli affari d'Italia, s'era già incamminato sul fine del precedente anno alla volta d'Italia, con solennizzare la festa del santo Natale in Scelestat nell'Alsazia. _Rodgauso_ duca del Friuli, di nazion Longobardo, veniva accusato per manipolatore di una gran ribellione contra di lui, e già abbiamo veduto quanto ne scrisse ad esso re il pontefice Adriano. All'apparir della primavera piombò il re Carlo con poderose forze sopra il Friuli, e, per attestato degli Annali de' Franchi[489], venuto alle sue mani esso Rodgauso, il privò di vita. Assediò Stabilino suocero di lui in Trivigi, e forzò quella città alla resa. Ugone Flaviniacense[490] scrive che Pietro _italiano_ quegli fu che gli consegnò essa città di Trivigi, _et ob hoc de Virdunensi episcopatu honoratus est_. In quella città celebrò il re Carlo la santa Pasqua, e dopo aver prese l'altre città che s'erano ribellate, in tutte mise degli uffiziali franzesi. Ivi lasciò _Marcario_ con titolo di _duca_. Poscia obbligato dalla guerra de' Sassoni, se ne tornò vittorioso a ripigliar l'armi contra di quei popoli. Sembra eziandio che possa ricavarsi da tali notizie, che al duca del Friuli fossero allora sottoposte varie città, che fosse formata la _Marca Trivisana_, o _del Friuli_. Può parimente essere che a questi tempi appartenga ciò che racconta il monaco di s. Gallo[491] nella vita di Carlo Magno con dire, che trovandosi egli nelle parti del Friuli, perchè era freddo, portava una pelliccia fatta di pelli conce di castrato; imperciocchè per più secoli anche in Italia fu in gran vigore l'uso delle pellicce, siccome ho dimostrato altrove[492]. Erano capitati a Pavia nel mese avanti mercanti veneziani, gente che più d'ogni altra attendeva allora al commercio, ed aveano portato di Levante una gran copia di galanterie, e spezialmente delle stoffe e delle pelli fine. Corsero tosto i cortigiani di Carlo a provvedersene con quell'ansietà con cui i mal accorti Italiani corrono oggidì a comperare i _bijoux_ e le stoffe altramontane e forestiere, e fecero poi bella comparsa con quegli abiti. Venuto un dì di festa, dopo la messa il re volle andare con essi cortigiani alla caccia, ed era tempo freddo e piovoso. Que' sontuosi abitini tutti bagnati dalla pioggia e maltrattati dal bosco, si trovarono la sera lacerati e ridotti in pessimo stato, spezialmente dal fuoco, a cui corsero que' nobili cacciatori per iscaldarsi. Volle Carlo la mattina seguente che comparissero con quelle medesime vesti così guaste, ed allora dimandò a que' vanerelli, qual abito fosse più utile e prezioso: il suo che gli costava un soldo, ed era restato bianco ed illeso, oppure que' loro pagati sì caro e che a nulla più servivano.
Furono di parere i padri Cointe e Pagi che in quest'anno il medesimo pontefice scrivesse al re Carlo la lettera quadragesima nona del Codice Carolino, con esprimere l'afflizion sua, perchè dopo le speranze a lui portate da _Filippo_ vescovo e da _Megisto_ arcidiacono, ch'esso re Carlo sarebbe colla regina _Ildegarde_ venuto a Roma avanti la Pasqua, per dare il contento al papa di tenere al sacro fonte _filium, qui nunc vobis procreatus est_; s'avvicinava già il dì di Pasqua senza sentore alcuno del loro viaggio. Crede il padre Pagi che questo figliuolo di Carlo Magno sia _Carlomanno_, appellato poscia _Pippino_, che fu re d'Italia, e ch'egli nascesse in quest'anno. Ma non par molto probabile, che se qui si parla di Pippino, egli nascesse nell'anno presente, riflettendo alla data di questa lettera scritta prima del dì 25 di marzo, in cui cadde la Pasqua, e al tempo necessario al viaggio de' suddetti inviati, e all'improbabilità di condurre in mesi di verno a Roma un principino poco fa nato. Comunque sia, non sappiam bene se al presente anno appartenga la predetta epistola quarantesima nona. Certo è bensì che nella medesima papa Adriano fa nuove istanze per l'adempimento delle promesse: dal che finora egli s'era astenuto. Aggiugne le seguenti parole: _Et sicut temporibus beati Sylvestri romani pontificis, a sanctae recordationis piissimo Constantino magno imperatore, per ejus largitatem sancta Dei catholica et apostolica romana Ecclesia, elevata atque exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri dignatus est: ita et in his vestris felicissimis temporibus atque nostris sancta Dei ecclesia, idest beati Petri apostoli, germinet atque exultet, et amplius atque amplius exaltata permaneat._ Passa poi a dire che Carlo sarà chiamato un nuovo Costantino, se ingrandirà la Chiesa romana: parole tutte che sembrano indicar già nata quella famosa donazione di Costantino, che oggidì da tutti i saggi vien riconosciuta per finta: non già che Costantino non donasse molto alla Chiesa romana, ma che le donasse stati e dominii temporali. E di stati appunto pare che qui si parli, con soggiugnere poi altre istanze per la restituzione de' patrimoni e allodiali, spettanti per giustissimi titoli alla Chiesa romana in varie parti d'Italia. _Sed et cuncta alia_ (seguita egli a dire) _quae per diversos imperatores, patricios etiam et alios Deum timentes, pro eorum animae mercede, et venia delictorum, in partibus Tusciae, Spoleto, seu Benevento, atque Corsica, simul et Savinensi patrimonio, beato Petro apostolo, sanctaeque Dei et apostolicae romanae Ecclesiae concessa sunt: et per nefandam gentem Langobardorum abstracta et ablata sunt, vestris temporibus restituantur._ E, per giustificar meglio i diritti della sua Chiesa, dice di avergli anche spedito molte donazioni cavate dall'archivio lateranense. Certo è da maravigliarsi come Carlo Magno, dopo avere intrapresa la spedizione d'Italia specialmente per reintegrare la Chiesa romana ne' beni ad essa occupati dai Longobardi, divenuto che fu padron d'essa Italia, si mettesse sì poco pensiero di restituirle e farle restituire essi beni. E di qui parimente apparisce che papa Adriano niuna autorità doveva allora esercitare in Benevento e Spoleti, nella Corsica e nella Sabina, la qual ultima provincia almeno in parte era in questi tempi sottoposta ai duchi di Spoleti. Truovasi in quest'anno un _Giovanni_ duca, che s'intitola figlio del fu duca _Orso_[493], il quale fa una magnifica donazion di beni al monistero di Nonantola, situato _Pago Persiceta, territorio Motinense_, dove era abbate _Anselmo_, di cui s'è altre volte parlato. Di qual città egli fosse duca non apparisce. Dice egli che il casale, ossia villa della Verdeta, era stata donata ad Orso duca suo padre dal _serenissimo Astolfo re_. Questa villa è del distretto di Modena.
NOTE:
[488] Theoph., in Chronogr.
[489] Annales Bertiniani.
[490] Hugo Flaviniacensis, in Chron.
[491] Monac. Sangall., lib. 2 de reb. gest. Caroli M. apud. Duchesne, tom. 2.
[492] Antiquit. Ital., Dissert. XXV.
[493] Antiquitat. Italic., Dissert. XXI, pag. 197.
Anno di CRISTO DCCLXXVII. Indiz. XV.
ADRIANO I papa 6. LEONE IV imperadore 27 e 3. COSTANTINO Augusto 2. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 4.
Benchè le lettere del Codice Carolino, perchè prive d'ordine cronologico, non ci lascino accertar gli anni in cui furono scritte; pure sarà a me lecito il rapportare al presente tutto quanto ivi si legge intorno a _Leone_ arcivescovo di Ravenna. Nell'epistola cinquantesimaterza d'esso Codice papa _Adriano_ scrive a _Carlo Magno_ d'avere inteso dalle di lui lettere, come il suddetto arcivescovo si era portato in persona a visitare il re, e ne mostra piacere; ma con soggiugnere, che se Leone gli avesse prima notificato il pensiero d'andarvi, con esso lui avrebbe spedito un suo messo: tacitamente significando che non molto gli piaceano i lor colloquii senza l'assistenza di qualche suo ministro. Si fece a credere il padre Pagi[494] che l'andata di questo arcivescovo seguisse nell'anno antecedente, allorchè il re Carlo si trovava in Trivigi. Trovansi poi replicate nella stessa lettera le istanze tante volte fatte, _ut velociter ea, quae beato Petro pro magna animi mercede, etc. per tuam donationem offerenda spopondisti, adimplere jubeas,_ con aggiugnere che siccome san Pietro portinaio del cielo l'ha aiutato a conquistare il regno de' Longobardi, così renderà anche coll'intercessione sua presso Dio sottomesse a Carlo tutte l'altre barbare nazioni. Seguita la lettera quinquagesima prima, in cui Adriano ricorda al re Carlo la promessa fatta di spedire a Roma i suoi messi; ma essere già passato novembre, senza che alcuno si sia veduto. Perciò gli spedisce _Andrea_ vescovo e _Pardo_ egumeno, ossia abbate, ben informati degli affari, insistendo ancor qui per l'esecuzione di quanto il re Pippino promise a san Pietro, e il medesimo re Carlo avea confermato. Evvi poi una giunta, con cui gli notifica, qualmente Leone arcivescovo _postquam a vobis reversus est, in nimiam superbiam elevatus, nullo modo nostris praeceptionibus, sicut antea, obedire voluit, sed brachio forti usque hactenus in sua potestate detinere videtur Imolam atque Bononiam, dicens: quod easdem civitates nullo modo beato Petro, neque nobis concessistis, nisi tantummodo eidem Leoni archiepiscopo_. Aggiugne d'avere spedito a Ravenna Giorgio saccellario, affinchè facesse andare a Roma i giudici delle città dell'esarcato, e si facesse dare il giuramento dei popoli; ma che l'arcivescovo l'aveva impedito. E perciocchè il papa avea posto per conte, cioè per governatore, nella picciola città di Gavelio Domenico, raccomandatogli dal medesimo re, da Leone erano stati colà inviati dei soldati, che il condussero prigione a Ravenna. Aveva questi inoltre vietato l'andare a prendere dal papa impiego a tutti gli abitanti delle città dell'Emilia, cioè di _Faenza_, del _ducato di Ferrara_, di _Comacchio_, di _Forlì_ e _Forlimpopoli_, _Cesena_ e _Bobbio_. Di Modena, Reggio, Parma, e Piacenza non si parla, perchè queste non furono mai comprese nelle donazioni dei re franchi. Finalmente dice che per conto delle città dell'una e dell'altra Pentapoli, cominciando da _Rimini_ sino a _Gubbio_, tutti quei popoli erano ubbidienti al dominio del sommo pontefice, pregando perciò il re Carlo di metter freno alla superbia di Leone arcivescovo, e di non permettere che i beni da lui e dal padre conceduti a san Pietro sieno usurpati dalla gente maligna.
Similmente nella lettera cinquantesima seconda fa il papa intendere a Carlo Magno che nel dì 27 di ottobre essendogli giunta una lettera di _Giovanni_ patriarca di Grado, immediatamente l'avea spedita ad esso Carlo; ma con dispiacere, per avere scoperto che _Leone_ arcivescovo di Ravenna avea prima dissigillata e letta quella lettera; nè per altro fine che per farne sapere il tenore ad _Arigiso_ duca di Benevento, e agli altri nemici del re e del papa. Ma confidar egli che Carlo effettuerà tutte le promesse fatte a san Pietro. A parte poi ripete ciò che è detto di sopra della tirannica superbia del suddetto Leone, che non lasciava andar persona di Ravenna e dell'Emilia a Roma, e andava vantando che Carlo non avea conceduto a san Pietro _Imola_ e _Bologna_, ma sì bene a lui, che se ne era messo in possesso. Leggonsi le medesime doglianze nella lettera cinquantesima quarta, e particolarmente vi si dice che Leone arcivescovo, _postquam vestra exellentia a civitate Papia in partes Franciae remeavit, ex tunc tyrannico ac procacissimo intuitu rebellis beato Petro et nobis extitit, et in sua potestate diversas civitates Æmiliae detinere videtur, scilicet Faventiam, Forum populi_, ec. Ed aver egli tentato anche lo stesso nella _Pentapoli_; ma con trovar que' popoli saldi all'ubbidienza della santa Sede. Perciò se ne lamenta Adriano, mentre que' paesi che ai tempi de' Longobardi la Chiesa romana signoreggiava, ora sotto Carlo re le sieno tolti. E circa il dirsi da Leone arcivescovo che era stato a lui dato l'esarcato di Ravenna con quel potere che ebbe _Sergio_ suo antecessore, risponde essere stato consegnato l'esarcato a _Stefano_ suo predecessore e a lui stesso, e volerne, per conseguente, il dominio, ed essere ben noto che Sergio arcivescovo, allorchè cominciò a cozzare con papa Stefano III, fu levato di Ravenna; siccome ancora che ne' tempi addietro si mandavano colà da Roma i giudici a far giustizia con altri atti di possesso e di signoria in quelle parti. Perlochè si raccomanda e prega il re Carlo di non permettere questo danno ed obbrobrio alla Chiesa di san Pietro, sì se vuole in questo mondo lunga vita ed immense vittorie, e nell'altro la celeste beatitudine. Le parole latine riferite di sopra ci fan conoscere che Leone arcivescovo cominciò nell'anno 774 a far da padrone nell'esarcato; ed avendo seguitato non poco a tener salda la preda, par difficile a credere che così egli operasse senza precedente scienza di Carlo Magno, e tanto meno contra la di lui volontà, con restar poi allo scuro come un re sì amico e divoto della santa Sede comportasse atti tali dall'arcivescovo di Ravenna in vilipendio del sommo pontefice. Come poi finisse questa controversia, non apparisce chiaro nè dalle lettere di papa Adriano, nè dalla storia di que' tempi. Sarebbonsi probabilmente avute intorno a ciò molte notizie dal pontificale di Ravenna, scritto cinquant'anni dappoi da Agnello, se quell'opera non fosse stata (ha molto tempo) castrata, con pervenire a noi troppo lacera e smunta. Dagli atti nondimeno che si andran rammentando, e dal non udirsi più sopra queste doglianze del papa, abbastanza comprenderemo che Leone dovette essere messo in dovere, e che risorse nell'esarcato il dominio temporale de' romani pontefici. Si son poi fatti a credere il Cointe e il Pagi che fosse scritta nel presente anno da papa Adriano la lettera quinquagesima del Codice Carolino. Abbiamo da essa che il re Carlo faceva sperare al papa la sua venuta in Italia pel prossimo ottobre affine di effettuare le promesse fatte a san Pietro, le quali restavano tuttavia sospese. E perciocchè Carlo era mal soddisfatto di Anastasio messo del papa, per avere sparlato contra di lui, e perciò gli negava il congedo; duolsi di ciò il papa, allegando che per la notizia di questo fatto i Longobardi e Ravennati spargevano voci che non passava più buona armonia fra il papa e il re Carlo. In questi tempi, per attestato del Dandolo[495], perchè _Maurizio_ duca ossia doge di Venezia aveva accresciuto il suo merito col buon governo de' popoli, i Veneziani in ricompensa dichiararono suo collega nel ducato e successore Giovanni suo figliuolo, venendo con ciò per la prima volta ad avere Venezia due dogi nello stesso tempo; esempio che, andando innanzi, produsse de' perniciosi effetti.
NOTE:
[494] Pagius, ad Annal. Baron.
[495] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italicar.
Anno di CRISTO DCCLXXVIII. Indizione I.
ADRIANO I papa 7. LEONE IV imperadore 28 e 4. COSTANTINO Augusto 3. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 3.
Dopo avere l'infaticabil re Carlo costretti colla forza i Sassoni negli anni precedenti all'ubbidienza, e indotti non pochi d'essi ad abbracciare la religione di Gesù Cristo, volle in quest'anno far pruova delle forze sue contra de' Saraceni dominanti nella Spagna. Pertanto con due eserciti per due diversi siti valicò i monti Pirenei, prese Pamplona, Huesca e Jacca; forzò Saragozza a dar degli ostaggi, e fissò maggiormente la sua autorità in Barcellona, Gironda e in altri luoghi della Catalogna. Ma in ritornando verso la Francia le truppe sue, fra le quali si contavano ancora alcuni reggimenti di Longobardi, allorchè furono nelle cime de' Pirenei e ne' paesi stretti di una valle, ebbero una fiera spelazzata dai perfidi Guasconi che quivi stavano imboscati in agguato, con restarvi disfatta la retroguardia, e andare a sacco tutto il loro equipaggio. Eginardo[496] racconta fedelmente il fatto, asserendo che fra gli altri uffiziali della regale armata quivi perirono Eginardo soprintendente alla mensa del re, Anselmo conte del palazzo, e Rolando governatore della Marca di Bretagna. E questa è la battaglia di Roncisvalle, divenuta poi celebre ne' romanzi di Spagna, Francia ed Italia, dove finsero i poeti restassero uccisi i paladini di Francia, e particolarmente l'invincibile Orlando (lo stesso che Rolando), di cui nondimeno altra memoria non ci ha conservato la vera storia, se non le poche suddette parole di Eginardo. Il motivo che indusse Carlo Magno a non continuar le conquiste nella Spagna, in tempo appunto che i Saraceni non aveano forze da opporgli, fu la ribellione de' Sassoni. Vedendo costoro impegnato il re col maggior nerbo delle sue truppe nell'impresa della Spagna, commossi spezialmente da _Witichindo_, valoroso principe di quella nazione, ripigliate l'armi, passarono il Reno, giunsero fin presso Colonia, ed empierono di stragi e d'incendii quelle contrade. L'avviso d'essere tornato in Francia sano e salvo il re Carlo, e qualche reggimento spedito contra di loro, bastarono a farli retrocedere; anzi sorpresi dai Francesi al fiume Adarna, non pochi d'essi rimasero messi a fil di spada sul campo. Partorì in quest'anno la regina Ildegarde al re Carlo due figliuoli cioè _Lottario_, che da lì a due anni mancò di vita, e _Lodovico_, che fu poi re d'Aquitania, e col tempo suo successore ed imperadore. Giacchè resta incerto il tempo di non poche lettere di papa Adriano I a noi conservate nel Codice Carolino, sia a me lecito di rapportar qui un affare trattato in esse. Nell'epistola sessantesima nona fa esso papa istanza perchè sia restituita a san Pietro una tenuta di beni posti nella provincia della Sabina, e destinati per la luminaria della basilica vaticana e per le limosine a' poveri, che lo stesso re Carlo avea confermato alla Chiesa romana. A questo fine gli spedisce _Agatone_ diacono e _Teodoro_ eminentissimo console e _duca_, suo nipote. Poscia nella lettera quinquagesima sesta gli dà avviso come i suoi messi in compagnia di quei del re, inviati _ad suscipiendum in integro patrimonium nostrum ravennense_ (s'ha da scrivere _savinense_), aveano trovato testimonii comprovanti che circa cento anni addietro la Chiesa romana avea posseduto quel patrimonio; e che, ciò non ostante, esso interamente non era stato restituito. Similmente nell'epistola sessantesima ottava gli notifica la buona disposizione dei messi regali per consegnare intero quel patrimonio a san Pietro; ma che alcuni perversi ed iniqui uomini di quel paese l'aveano impedito, con aggiugnere che il re _Desiderio_ avea ben fatta la restituzion di molti poderi, ma non di tutti. Da ciò comprendiamo che la Sabina non era in questi tempi sotto la signoria del romano pontefice, perchè compresa nel ducato di Spoleti. E se fosse stata dipendente dal ducato romano, tanto più comparirebbe che il papa allora non era signore nel temporale di Roma e del suo ducato. Non si intende poi perchè niuna menzione sia quivi fatta del duca _Ildebrando_, dominante in quel ducato: se pure in questi tempi ne era egli duca, mentre dalle memorie del monistero di Farfa, da me pubblicate[497], si truova in quest'anno _Ildeberto_ duca di Spoleti. Veggasi nondimeno ciò che abbiam detto all'anno 775.
NOTE:
[496] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[497] Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCLXXIX. Indiz. II.
ADRIANO I papa 8. LEONE IV imperadore 29 e 5. COSTANTINO Augusto 4. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 6.
Dagli Annali d'Eginardo[498] abbiamo che nella primavera dell'anno presente venne _Carlo Magno_ a Compiegne, e partitosene, allorchè era nella villa di Virciniaco, se gli presentò _Ildebrando_ duca di Spoleti con dei gran regali. L'accolse Carlo con tutta benignità, e dopo averlo anch'egli regalato, il rimandò contento al suo ducato. Tal notizia ci può far di nuovo dubitare che questo duca fosse prima decaduto dal governo di Spoleti, e che in luogo suo quivi risiedesse _Ildeberto_, da noi veduto duca di quella contrada nell'anno precedente. Certo è che nelle Carte farfensi non s'incontra da lì innanzi menzione alcuna di questo _Ildeberto_, ma solamente del duca _Ildebrando_. Passò dipoi Carlo Magno colle armi contra de' Sassoni, i quali più che mai continuavano nella loro ribellione, con riportar sopra d'essi molti vantaggi. Potrebbesi riferire a questi tempi la lettera cinquantesima settima del Codice Carolino, dove papa _Adriano_ notifica al re Carlo, come i Greci residenti nella provincia dell'Istria, perchè _Maurizio_ vescovo in quelle parti esigeva le pensioni spettanti alla Chiesa di Roma, aveano inventata contra di lui una calunnia, cioè ch'egli meditasse tradimento per mettere in mano del medesimo Carlo quella provincia; e però gli aveano cavati gli occhi. Era ito a Roma il povero vescovo; e papa Adriano l'avea rimandato e raccomandato a _Marcario_ duca del Friuli. Ora dunque prega il re di ordinare ad esso duca d'impiegare efficaci uffizii, affinchè questo prelato possa restituirsi alla sua chiesa. Da tutto ciò apparisce che l'Istria doveva essere, almeno in parte, ritornata in potere de' Greci. Circa questi tempi fioriva _Teodoro_, che si truova console e duca di Napoli.
NOTE:
[498] Eginhardus, Annal. Franc.
Anno di CRISTO DCCLXXX. Indizione III.
ADRIANO I papa 9. COSTANTINO imperad. 5 e 1. IRENE Augusta 1. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 7.