Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 27
Proseguiva intanto l'assedio di Pavia, nè potendo più reggere alla difesa il re _Desiderio_, capitolò in fine la resa, con restar prigioniere. Fu egli dipoi colla regina _Ansa_ trasportato in Francia, dove ebbe tempo per qualche anno ancora di far penitenza de' suoi peccati. Scrivono gli antichi storici ch'egli fu relegato a Liegi sotto la cura di _Agilfredo_ vescovo di quella città. Ma Epidanno monaco di san Gallo[470] racconta ch'egli fu mandato colla moglie in esilio al monistero di Corbeia, dove _in vigilis et orationibus et jejuniis et multis bonis operibus permansit usque ad diem obitus sui_. Jacopo Malvezzi[471], vecchio storico di Brescia, nota anch'egli di avere trovato presso gli scrittori de' fatti di questo re, che condotto a Parigi, attese quivi alle opere della pietà; anzi salì così avanti nella santità, che andando alla notte a visitar le chiese, miracolosamente se gli aprivano le porte delle medesime. Avrà egli letto questi miracoli ne' romanzi, e non già in accreditati scrittori. L'autore antico della Cronica della Novalesa[472], che fa parimente menzione di tal prodigio, ha del romanziere anch'egli in molti altri suoi racconti. Per altro nel re Desiderio, anche ne' tempi suoi felici, non mancò la pietà e la religione. Giovanni monaco autore della Cronica del monistero di Volturno[473] ne parla così: _Hic licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit, atque dilavit rebus ac possessionibus multis. Deniqus ex iussione principis Apostolorum Petri, monisterium aedificavit in honorem et vocabulum ejusdem nominis in Valle Tritana_, ec. E già osservammo altrove gl'insigni monisteri da lui fabbricati in Brescia. Abbiamo anche osservato che egli, allorchè il papa gl'intimò la scomunica, se non desisteva dall'andare coll'esercito a Roma, se ne tornò indietro _con gran riverenza_. Diede mano alla Chiesa romana per liberarla dall'usurpator Costantino falso papa. Ma in fine per la soverchia sua ambizione e poca prudenza precipitò dal trono, e andò a finire in esilio i suoi giorni. _Adelgiso_ suo figliuolo, che s'era ricoverato o difeso in Verona, probabilmente caduta che fu Pavia, anch'egli quella città abbandonò alla discrezion dei Franchi, e si mise in salvo. Veramente abbiamo da Anastasio[474] che il re Carlo nell'anno precedente si mosse dall'assedio di Pavia, ed in persona andò con parte della sua armata sotto Verona, e quivi stando, vennero a mettersi nelle sue mani i nipoti, cioè i figliuoli del fu re Carlomanno suo fratello, colla lor madre, e con Auteario personaggio illustre ed aio di que' principini, che s'erano rifugiati colà con Adelgiso. Cosa poi divenisse di questi principi, lo tace la storia, verisimilmente per non rivelare un fatto che tornava in discredito d'esso Carlo, cioè la sua poca umanità verso gl'innocenti nipoti. Potrebbe talun dedurre dal racconto di Anastasio che in mano di Carlo Magno venisse nell'anno precedente anche la città di Verona. Ma il chiarissimo marchese Scipione Maffei[475] nella sua Verona illustrata osservò in un'antica pergamena, che anche nell'aprile dell'anno corrente si segnavano gli atti pubblici di quella città coi nomi di _Desiderio_ e di _Adelchi_, tuttavia regnanti. Però resta evidente che sino a questi tempi si sostenne Verona. Ma al vedere disperati gli affari, Adelgiso se ne fuggì al mare col suo meglio, ed imbarcatosi a _Porto Pisano_, come lasciò scritto Paolo Diacono[476], passò a Costantinopoli ad implorare l'aiuto di quegli Augusti, che gli diedero bensì un buon pascolo di parole, ma non mai grandi forze per rimetterlo sul soglio. Con che Carlo Magno non avendo più contrasto, felicemente divenne re di Italia, e conquistò, a riserva del ducato di Benevento, tutte le altre città e terre di questo regno. Diede egli, per conseguente, principio ad un'epoca nuova. Pensa il padre Pagi, aver egli usate due epoche diverse del regno longobardico; l'una cominciata nel mese d'aprile e l'altra dopo la presa di Pavia; e ch'egli prima ancora di essa conquista venisse riconosciuto per re dei Longobardi. Nel Monistero di san Zenone di Verona una carta scritta _regnante domno nostro Carolo_, ec. _excellentissimo rege in Italia anno septimo mensis magii per Indictione tertia_, cioè l'anno 780, quando nulla vi manchi, indica la prima epoca, verisimilmente principiata dappoichè fu divenuto padrone di Verona. Ma le notizie, che ordinariamente si ricavano dalle carte italiane, portano un'epoca il cui principio cadde negli ultimi giorni di maggio, o piuttosto nei primi di giugno dell'anno presente[477], ne' quali egli trionfante entrò nella superata reggia de' Longobardi.
Tanta facilità e felicità di Carlo Magno in conquistare il regno d'Italia senza battaglia alcuna, senza che gli facesse opposizione città o fortezza veruna, a riserva di Pavia che tenne saldo per più di otto mesi, e di Verona che men tempo resistè, potrebbe dar motivo a taluno di maraviglia. Non avvenne così a torla di mano ai Goti. Ma è da por mente che le forze di Carlo Magno, padrone di tutta la Gallia e di non poca parte della Germania, tali erano, che i popoli giudicarono più sano consiglio il cedere che il resistere. Ma si aggiunsero a questa potenza alcune ruote segrete, che agevolarono non poco la rovina del re Desiderio. Non si farà torto veruno alla memoria del pontefice Adriano I in credere che egli, autore della venuta in Italia del re dei Franchi, impiegasse l'autorità e destrezza sua in quanti occulti maneggi egli potè, affinchè la nazione longobarda, e massimamente gli antichi abitatori della Italia concorressero ad accettare un re nuovo senza contrasto. Ho io inoltre conghietturato altrove[478] che _Anselmo_, abbate dell'insegne monistero di Nonantola nel territorio di Modena, porgesse non poco influsso alla depressione del re Desiderio, e all'esaltazione del re di Francia, giacchè resta una carta informe, atta nondimeno a dar notizia di questi affari, che contiene una sterminata donazion di beni fatta da Carlo Magno ad esso abbate, verisimilmente in ricompensa de' buoni servigii a lui prestati in questa impresa. Abbiamo un antico Catalogo di quegli abbati, pubblicato dall'Ughelli[479], da cui apparisce che Anselmo governò quel monistero per anni cinquanta: _et ex his septem passus est exsilium a Desiderio apud Casinum, sicut multorum seniorum relatione didicimus_. Era stato Anselmo duca del Friuli e cognato dei re Astolfo e Rachis. Già vedemmo che Rachis, tuttochè divenuto monaco, contrariò a spada tratta Desiderio, allorchè questi volle salire sul trono. Perciò Anselmo, qual persona o nimica o sospetta, non fu più veduto di buon occhio da esso Desiderio, e non finì la faccenda che il cacciò in esilio. Tali notizie ci fanno intendere qual cosa troppo probabile che l'abbate Anselmo, unitosi col papa, si servisse del credito e delle parentele sue, e della fazione dei re precedenti, contraria a Desiderio, per ben servire in questa congiuntura a Carlo Magno, con guadagnarli l'animo di molti Longobardi. In fatti, siccome asserisce l'antico Anonimo salernitano[480] ne' Paralipomeni da me dati alla luce, non pochi dei Longobardi insorsero contra del re loro in favor dei Franzesi. _Dum iniqua cupiditate_ (così scrive egli) _Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes, quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes multas cum variis indumentis, auro, argentoque intextis, in suum committerent dominium. Quod ille praedictus rex Carolus cognoscens, cum Francis, Alemannis, Burgundionibus, nec non et Saxonibus, cum ingenti multitudine Italiam properavit. Postquam in Italiam rex Carolus venit, rex Italiae Desiderius, a suis quippe, ut diximus, fidelibus callide est ei traditus: quem ille vinctum suis militibus tradidit; et ferunt alii, ut lumine eum privasset._ Che così passasse l'affare, possiamo anche argomentarlo dalla fuga che l'esercito longobardo prese al solo comparir del re Carlo alle Chiuse delle Alpi, senza aspettar di venir alle mani. Finirono dunque i re di nazion longobarda, ma non fini il regno dei Longobardi, di cui assunse il titolo di re il vincitor Carlo Magno. Cambio che tornò anche in sommo vantaggio dell'Italia; perchè, quantunque i sudditi dei re longobardi godessero interna quiete e felicità, e fossero governati con buone leggi ed esatta giustizia, pure provarono dipoi anche miglior trattamento sotto di Carlo Magno, monarca che in altezza di mente, possanza e dirittura di giudizio superò tutti i re franchi e longobardi. E tanto più perchè, siccome vedremo, da lì a pochi anni esso diede all'Italia il suo re particolare, cioè _Pippino_ suo figliolo, venendo con ciò a continuare in Italia la corte regale, con soddisfazione di tutti i sudditi. Ma si dee notare per tempo che cadde bensì il re Desiderio, e il regno di Italia pervenne a Carlo Magno; ma non venne già per allora, siccome dissi, in suo potere il ducato di Benevento, che abbracciava la maggior parte di quello che ora è regno di Napoli. _Arichi_ ossia _Arigiso_ era in questi tempi duca di Benevento, ed avea per moglie _Adelberga_ figliuola del re Desiderio. Udito che ebbe egli abissata la fortuna del suocero, pretese tosto di succedere nelle ragioni di lui, con alzare perciò bandiera di sovranità; e laddove fin qui avea portato il titolo di _duca_, da lì innanzi cominciò ad intitolarsi _principe_, nome allora più cospicuo dell'altro di duca, e significante chi non riconosce superiore sopra di sè. Si fece inoltre incoronare dai vescovi, cominciò ad usare nei suoi diplomi la formola _In sacratissimo nostro palatio_, e tutto poscia si applicò alla difesa dei proprii stati. Carlo, che aveva allora sulle spalle la guerra coi Sassoni, i quali, profittando della di lui lontananza, aveano fatte non poche scorrerie ne' di lui stati, non potendo applicare alla guerra dei Longobardi beneventani, tornossene in Francia, lasciando che Arigiso continuasse in quelle parti la dispotica sua signoria. Notizie tali sono state conservate da Erchemperto[481], dall'Anonimo salernitano, e da Leone Marsicano vescovo ostiense.
NOTE:
[469] Anastas. Bibliothec., in Hadriano I Papae.
[470] Epidannus, Histor. apud Goldast., tom. 1. Rer. Alamann.
[471] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[472] Chronic. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[473] Chronic. Vulturnens. lib. 3, P. II, tom. II, Rer. Ital.
[474] Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Papae Vita.
[475] Maffei, Verona illustrata, lib. 11.
[476] Paulus Diaconus, de Episc. Melitens.
[477] Antiquit. Ital., Dissert. I.
[478] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[479] Ughell., Ital. Sacr. tom. V, in Episc. Tarvis.
[480] Anonym. Salernitan. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[481] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCLXXV. Indiz. XIII.
ADRIANO I papa 4. LEONE IV imperad. 25 e 1. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 2.
Si partì in quest'anno da Costantinopoli con una poderosa flotta di navi _Costantino Copronimo Augusto_, risoluto di portar la guerra contro de' Bulgari, co' quali era da qualche tempo in rotta, ed era anche succeduto più d'un cimento. Ma arrivato che fu al castello di Strongilo, stando in nave, diede fine alla sua vita nel dì 14 settembre, con lasciar dopo di sè un'abbominevol memoria presso i cattolici per la fiera persecuzione da lui fatta alle sacre immagini e a chiunque le venerava e difendeva. Rimase suo successor nell'imperio _Leone IV_ suo figliuolo, già dichiarato Augusto e collega suo fin dall'anno 751, e marito dell'augusta _Irene_. In quest'anno ancora, soggiugne Teofane, _Teodoto_ re dei Longobardi con venire a Costantinopoli ricorse all'aiuto dell'imperadore. Lo autore della Miscella[482] ossia chi diede quella storia alla luce, credendo un errore quel _Teodoto_, sostituì il nome di _Adelgisa_ nella versione del passo di Teofane. Ma è da osservare il costume dei Greci superbi, che nella corte loro cambiavano in un greco nome il nome dei principi stranieri. Così vedremo nel secolo decimo _Berta_ figliuola d'Ugo re di Italia, maritata a Romano juniore, figliuolo di Costantino Porfirogenota, assumere, giunta che fu in Costantinopoli, il nome d'_Eudocia_. L'andata di Arigiso colà, e la protezion dell'imperadore, siccome vedremo, mise de' sospetti e non poca paura nel pontefice _Adriano_; e corse anche voce ch'egli, tenendo intelligenza coi duchi d'Italia, minacciasse di ricuperare il suo regno. Ma questi erano tutti spauracchi senza fondamento, perchè Leone Augusto pensava a tutt'altro che a portar le sue armi in Italia. Adelgiso null'altro ottenne in quella corte, che il titolo e la dignità di patrizio, e quivi, siccome scrisse Eginardo, ossia l'autore degli Annali lauresamensi, invecchiò, e diede fine in istato privato ai suoi giorni. Si crederà ciascuno, che dappoichè Carlo Magno ebbe conquistato in buona parte il regno longobardico, non tardasse punto a restituire alla Chiesa romana tutto quanto le era stato occupato dai Longobardi, colla giunta ancora del di più ch'egli avea promesso a papa Adriano I. Infatti Sigeberto[483], il Dandolo[484] ed altri lasciarono scritto ch'egli restituì tutto, immaginando quello che dovea essere, ma non già quello che fu. Volentieri corse negli anni avanti il re Pippino a gastigare Guaifario potente duca dell'Aquitania, usurpatore dei beni delle chiese, perchè se gli offeriva questo plausibil motivo di conquistar quella provincia. Non fu minor lo zelo di Carlo Magno suo figliuolo in prendere per lo stesso titolo le armi contra del re Desiderio, perchè v'andava unita la conquista d'un regno. Ma per disgrazia non contento di aver acquistato sì bel paese, trovava anche dolce il ritenere ciò che si avea da restituire a s. Pietro. Non sono a noi pervenute le lettere passate fra papa Adriano e lui, nè i lor maneggi e patti, allorchè trattarono di distronar Desidero. Ne restano bensì dall'altre, dopo questo fatto scritte da esso pontefice al medesimo re Carlo, e conservate nel Codice Carolino, ma senza che rimanga vestigio del tempo, in cui furono date. Da esse andremo vedendo con quale puntualità Carlo Magno mantenesse la sua parola. Intanto è da dire, aver giudicato i padri Cointe e Pagi, che la lettera quinquagesima quinta appartenesse al precedente anno. Io la stimo piuttosto dell'anno presente, oppure del susseguente. Quivi dice papa Adriano che Gaufrido, cittadin pisano, _retulit nobis de immensis victoriis, quas vobis omnipotens et redemptor noster Dominus Deus, per intercessionem beati Petri principis Apostolorum concedere dignatus est_. Se crediamo al padre Pagi, non era per anche presa Pavia allorchè fu scritta questa lettera. Ma quali _immense vittorie_ aveva mai riportate Carlo Magno, dacchè calò in Italia e mise l'assedio a Pavia? Niuna. Ben più probabile sembra che tali _vittorie_ riguardino la Sassonia, dove nell'anno precedente Carlo ripigliò la guerra, e nel presente o in alcuno de' susseguenti riportò molte vittorie. Soggiugne il papa, che nel venire il suddetto Gaufrido a Roma, _Allone_ duca l'avea voluto uccidere, ed avea posto spie per coglierlo, se tornava indietro. Questo Allone era duca certamente di Lucca; e, per attestato del Fiorentini e di Cosimo della Rena, si cominciano a trovar memorie di lui nelle carte dell'archivio archiepiscopale di Lucca sotto l'anno 782 e ne' susseguenti il che può far dubitare che anche molto più tardi fosse scritta la lettera suddetta quinquagesima quinta da papa Adriano. Il qual poscia prega il re Carlo di voler rimettere in libertà i vescovi di Pisa, di Lucca e di Reggio, condotti da lui verisimilmente in Francia, perchè sospettava della lor fedeltà. Il dirsi dal papa che s'erano fatte orazioni per esso re in Roma, _ab illo tempore, et die, quo ab hac romana urbe in alias partes profecti estis_, sembra piuttosto indicar l'anno 782, in cui Carlo andò in Sassonia, dopo essere stato nel precedente a Roma.
A quest'anno poscia pretendono i suddetti due scrittori che s'abbia a riferire la epistola sessagesima terza del Codice Carolino. Quivi il pontefice attesta la sua allegrezza per aver inteso dalle lettere di Carlo Magno, _quod Domino protegente remeantes vos Saxonia, mox et de praesenti, ad implenda, quae et polliciti estis, properare desideratis_. Ma non in questo solo anno fu in Sassonia il re Carlo: vel richiamò la guerra anche in altri susseguenti; e però non è certo neppur il tempo d'essa lettera. Di qui nondimeno a buon conto apprendiamo che non aveva egli per anche eseguite le promesse da lui fatte al romano pontefice. Furono portate queste lettere al papa da _Possessore_ vescovo e da _Babigaudo_ abbate; e però si trova coerente a queste la lettera quinquagesima ottava, in cui Adriano scrive al re Carlo, che presentita la venuta di questi due inviati, avea mandato loro incontro per riceverli un decente equipaggio. Ma ch'essi giunti che furono a Perugia, in vece di continuare il viaggio, erano iti ad abboccarsi con _Ildebrando_ duca di Spoleti, con far anche presso di lui una lunga posata. Avea loro scritto il papa, pregandoli di passar prima a Roma per trattar con loro de' correnti affari, dopo di che sarebbono andati a Benevento. E pure essi, nulla curando un tale invito, da Spoleti s'erano portati a Benevento: cose tutte che empievano di mille sospetti e di non poco affanno l'animo d'esso pontefice. Il quale perciò gli ricorda che la mossa dell'esercito, e tante spese per la guerra d'Italia non per altro erano state fatte da Carlo _nisi pro justitiis beati Petri exigendis, et exaltatione sanctae Dei Ecclesiae_, con aggiugnere una particolarità di gran considerazione; cioè che esso re avea, quando fu in Roma, fatta l'offerta del _ducato di Spoleti_ a s. Pietro per sollievo dell'anima sua. _Quia et ipsum ducatum vos praesentialiter obtulistis proctetori vestro beato Petro per nostram mediocritatem_ (e non già a' tempi di Pippino) _pro animae vestrae mercede_. Conseguentemente il prega di liberarlo da quell'afflizione, e di effettuar la promessa. Ma il re Carlo non apparisce punto che eseguisse mai la sua promessa per conto del ducato di Spoleti, il quale da lì innanzi non si truova signoreggiato dai papi, ma bensì incorporato nel regno d'Italia, e que' duchi sottoposti ai re di Italia. Nella Cronica del monistero di Farfa[485] si veggono atti del medesimo Carlo Magno, ne' quali è mentovato _Hildeprandus dux noster_, e in tutto si scuopre re padrone sovrano di quel ducato, e _Ildeprando_ vassallo di lui, e non già del romano pontefice, senza avere esso papa veduta mai attenuta la donazione, o promessa suddetta. E qui convien osservare per conto del ducato di Spoleti una notizia involta in molte tenebre. Rapportò il padre Mabillone[486] una donazione fatta nell'anno 787 al monistero farfense da _Ildeperto_ duca di Spoleti. Tanto esso padre Mabillone quanto io nelle annotazioni al medesimo documento, da me pubblicato nella Cronica suddetta, abbiamo creduto che fosse scritto in quella carta _Ildeperto_ ossia _Ildeberto_, in vece di _Ildeprando_ ossia _Ildebrando_, il quale anche, per testimonianza del catalogo antico de' duchi di Spoleti, posto avanti alla cronica suddetta, tenne il ducato di Spoleti dall'anno 774 sino ai 789. Ma ho io poscia avvertito avere l'Ughelli accennato un altro documento spettante all'anno 775, in cui si legge espresso: _Dum nos Hildepertus gloriosus dux ducatus spoletini residessemus Spoleti in palatio_, etc. Oltre a ciò, ho io rapportato[487] varie notizie dell'archivio farfense, chiaramente indicanti che questo medesimo _Ildeberto_ duca fece altri atti in quel ducato nell'anno 778; e pur ne' medesimi tempi vi comandava il duca _Ildebrando_. Difficile a credere è che sia stato cambiato in tutti que' documenti il nome d'_Ildebrando_ in quello _d'Ildeberto_; e più verisimil sarebbe l'immaginare che l'uno di que' duchi comandasse a Spoleti e l'altro a Camerino; ovvero che due duchi nello stesso tempo avesse allora Spoleti, siccome gli ebbe in altri tempi, se pure Ildebrando per sospetti di sua fede in alcun tempo non fu deposto, con risorgere poi come prima nel grado suo. In fatti dalla lettera quinquagesima nona del Codice Carolino, scritta nel tempo stesso delle due precedenti, papa Adriano screditò forte esso duca _Ildebrando_ appresso il re Carlo, con fargli sapere essere ritornati da Benevento Possessore vescovo e Rabigaudo abbate, i quali avevano pregato istantemente esso papa di ricevere in sua grazia il suddetto Ildebrando che era pronto a presentarsi davanti a lui in Roma. Aggiugne ancora di aver penetrato che il medesimo duca di Spoleti, _Arigiso_ duca di Benevento, _Rodgauso_ duca del Friuli, e _Regnibaldo_ ossia _Reginaldo_ duca di Chiusi aveano tramata una congiura con _Adelgiso_ figliuolo di Desiderio, e destinato ch'egli venisse nel prossimo marzo con una flotta di Greci, affin d'assalire _questa nostra città di Roma_, e di rimettere in piedi il regno de' Longobardi. Il perchè scongiura esso re Carlo di porgergli senza dimora soccorso, e di venire in persona a Roma per reprimere i nimici di s. Pietro e della Chiesa romana, e del popolo nostro della _repubblica_ de' Romani, _et ut ea, quae eidem Dei Apostolo vestris propriis, pro animae vestrae mercede, obtulistis manibus, ad effectum perducatis_: dal che si conosce che Carlo Magno non avea per anche dato effetto alle promesse sue.
NOTE:
[482] Historia Miscella, tom. 1 Rer. Ital.
[483] Sigebertus, in Chron.
[484] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[485] Chron. Farfense, P. II. T. 11 Rer. Ital.
[486] Mabill., in Annal. Benedictin.
[487] Antiquit. Ital. Dissert. LXVII.
Anno di CRISTO DCCLXXVI. Indiz. XIV.
ADRIANO I papa 5. LEONE IV imperadore 26 e 2. COSTANTINO Augusto 4. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 3.