Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 26

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Per altro verso cangiarono molto di faccia in quest'anno gli affari della Francia, imperocchè nel dì 5 di dicembre mancò improvvisamente di vita il re _Carlomanno_, con lasciare dopo di sè due piccoli figliuoli maschi, il maggiore dei quali portò il nome di _Pippino_, senza sapersi il nome dell'altro. Si fece tosto innanzi il re Carlo alla selva Ardenna, e tirati nel suo partito molti de' vescovi, conti e primati del regno d'esso suo fratello, se ne mise in possesso, e si fece ugnere re di quegli stati: con che tutta la Gallia e la maggior parte della Germania venne ad unirsi sotto di lui solo, e a formare una formidabil potenza, maggiore che a' tempi di Pippino, perchè s'era aggiunta a questo amplissimo dominio anche l'Aquitania e la Guascogna. La regina _Gilberga_, vedova di Carlomanno, veduto questo bel tiro del re Carlo suo cognato, per timore ch'egli non mettesse le mani addosso ai suoi figliuolini, e con farli cherici non li privasse della speranza dell'eredità paterna, se ne fuggì in Italia, e ricoverossi sotto la protezione del re Desiderio, con influir poi, senza pensarvi, alla di lui rovina. Passano gli scrittori franzesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto, con avergli anche dipoi perseguitati. Ma la venerazione che si dee alla verità, più che a Carlo Magno, vuol bene che noi riguardiamo come un effetto della smoderata sua ambizione l'aver trattato così i principi suoi nipoti. Certo per azioni tali egli non si acquistò nè meritò il titolo di Grande, giacchè niuna buona ragione ci si presenta per iscusar lo spoglio fatto a que' principi pupilli e sì stretti a lui per vincoli di sangue. Seguitò fino al presente anno _Michele_ usurpatore della Chiesa di Ravenna a tenerla con braccio forte. Anastasio[457], o chiunque scrisse la vita di Stefano III, scrive che costui si sosteneva coll'appoggio di Desiderio re de' Longobardi, e che, per guadagnarsi la di lui protezione, spogliò di tutti gli ornamenti preziosi quella Chiesa, e ne fece a lui un regalo. Gli mandò il pontefice più lettere e messaggeri per indurlo a desistere da questi sacrilegii; ma egli più che mai costante teneva occupata quella cattedra. Finalmente venuti gl'inviati di Carlo re di Francia, ed insieme con quei del papa arrivati a Ravenna, tanto dissero e fecero, che que' cittadini, preso il suddetto Michele, l'inviarono ben legato a Roma. Dopo di che tornarono ad eleggere per arcivescovo _Leone_, il quale dovea essere stato rimesso in libertà, ed incontanente col suo clero si portò a Roma, dove ricevette dal papa la consecrazione, ed ebbe il pacifico possesso della sua Chiesa. Ma fa ancora questo fatto intendere che poca forza dovea avere in questi tempi il romano pontefice nella città di Ravenna e in Roma, dacchè abbiam veduto esercitati senza riguardo alcuno a lui gli atti suddetti. Abbiamo poi da Teofane[458] che _Irene_, moglie di _Leone IV_ Augusto, diede alla luce _Costantino_, che fu poscia imperadore, e del quale avremo occasion di parlare andando innanzi.

NOTE:

[456] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.

[457] Anastas. in Stephani III Vita.

[458] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCCLXXII. Indizione X.

ADRIANO I papa 1. COSTANTINO Copronimo imperadore 53 e 32. LEONE IV imperadore 22. DESIDERIO re 16. ADELGISO re 14.

Diede fine a' suoi giorni in questo anno nel principio di febbraio papa _Stefano III_, in cui luogo fu eletto _Adriano I_, figliuolo di Teodolo console e duca, distinto allora per le sue virtù, e che poi riuscì un insigne pontefice; ed appena eletto richiamò alcuni che alla morte di papa Stefano erano stati mandati in esilio. Lasciò scritto Andrea Dandolo[459] che in questi tempi il re de' Longobardi _personalmente e realmente_ affliggeva il clero e popolo dell'Istria, e tirava quei vescovi sotto l'ordinazione del patriarca di Aquileia, quando, secondo i canoni, essi erano della dipendenza del patriarca di Grado. Era ricorso _Giovanni_ patriarca gradense per aiuto a Stefano III papa, e rapporta esso Dandolo una lettera consolatoria d'esso pontefice a quel patriarca. Scrisse anche ai vescovi il papa, ma non ne cavò profitto alcuno, stando essi costanti nell'unione co' Longobardi. Questo enorme pregiudizio inferito alla Chiesa di Grado, e l'intollerabil prepotenza de' Longobardi nell'Istria, mosse dipoi _Maurizio_ doge di Venezia, già creato console imperiale, a spedire a Roma Magno prete archivista, e Costantino tribuno, per ottenere rimedii più efficaci in favore del patriarca gradense; ma sopravvenuta la morte di papa Stefano, restò per allora senza effetto la loro spedizione. Ora saputasi dal re Desiderio l'esaltazione di _Adriano_ al trono pontificio, non fu egli lento ad inviargli un'ambasceria[460], composta da _Teodicio_ duca di Spoleti, da _Tunone_ duca di Ebora Regia (_Eboregia_ credo io che s'abbia quivi a leggere, cioè _Ivrea_) e da Prandolo suo guardarobiere, per confermare la buona pace ed amicizia fra loro. Adriano domandò agli ambasciatori qual fidanza si potesse avere di un principe, il quale sopra il corpo di s. Pietro s'era impegnato con giuramento sotto il suo predecessore Stefano di fare le giustizie di s. Pietro, e mai non aveva attenuta parola? anzi per sua suggestione aveva esso papa fatto cavar gli occhi a Cristoforo e Sergio primati della Chiesa. Aggiunse ancora la risposta data da Desiderio ai messi di papa Stefano, che aveano fatta dappoi istanza per le suddette giustizie. L'abbiam veduta di sopra questa risposta. Dappoichè Sergio secondicerio restò privato della luce degli occhi, per quanto abbiam precedentemente detto, fu lasciato in prigione. Otto giorni prima che morisse papa Stefano III, Paolo Afiarta e Calvolo, camerieri d'esso pontefice, Gregorio difensore regionario, e Giovanni fratello del medesimo papa, il presero, e mandatolo ad Anagni, quivi il fecero ammazzare. Ora papa Adriano avendo subodorato che Paolo suddetto era stato autore di questo assassinio, segretamente fece sapere a _Leone_ arcivescovo di Ravenna, che mentre costui se ne tornava da Pavia, dove era stato inviato per pubblici affari, gli facesse mettere le mani addosso, e il cacciasse in prigione. Ciò fu eseguito; e formato in Roma il processo, il pontefice Adriano per le istanze de' primati della Chiesa e degli uffiziali della milizia, fece anche prendere Calvolo e gli uomini che avevano ucciso Sergio, e processati che furono dal prefetto di Roma, li mandò in esilio a Costantinopoli. Spedì poscia il processo a Ravenna perchè su quello venisse esaminato Paolo Afiarta, il quale davanti al consolare di Ravenna confessò il delitto. Tuttavia desiderando papa Adriano di salvar la vita ad esso Paolo, formò a _Costantino e Leone Augusti e grandi imperadori_ una relazione della morte inferita al cieco Sergio, _deprecans eorum imperialem clementiam, ut ad emendationem tanti reatus, ipsum Paulum suscipi, et in ipsis Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecepissent_. Queste parole di Anastasio hanno servito a Pietro de Marca, insigne letterato ed arcivescovo di Parigi, per credere che il pontefice signoreggiasse bensì in questi tempi in Roma, ma con dipendenza tuttavia dalla sovranità de' greci Augusti. Certamente non si sa intendere tanta familiarità e confidenza de' papi coi greci Augusti, quando avessero tolta loro tutta la signoria di Roma. Merita a questo proposito d'essere anche osservata la data d'una bolla del medesimo papa Adriano in favore del monistero di Farfa[461], cioè _Dat. X. kal. maji imperantibus domno nostro piissimo Augusto Constantino, a Deo coronato, magno imperatore, anno LIII, et post consulatum ejus anno XXXIII, sed et Leone magno imperadore, ejus filio anno XXI, Indictione X._ Quel _domno nostro_ serve ad avvalorare l'opinione suddetta.

Mandò poscia papa Adriano ordine a Leone arcivescovo di Ravenna, che inviasse Paolo Afiarta in esilio per via di Venezia a Costantinopoli, accompagnato dalla relazione antedetta; ma Leone si scusò di farlo, con rispondere al papa che non tornava il conto a spedire Paolo colà, perchè avendo il re Desiderio prigione un figliuolo di Maurizio duca di Venezia, questi per riavere esso figliuolo avrebbe potuto cambiarlo con Paolo. Coll'occasione poi che Adriano ebbe da inviare a Desiderio un suo messo, cioè Gregorio sacellario, gli diede commissione di protestare in passando, ed ordinare per parte sua all'arcivescovo di Ravenna e a que' cittadini, che Paolo rimanesse sano e salvo: ordine mal eseguito, perchè nel suo ritorno a Ravenna Gregorio trovò che il prefato Paolo era stato levato di vita. Prima ancora che succedessero questi fatti, cioè non per anche passati due mesi dopo l'assunzione di Adriano alla cattedra pontificia, per attestato di Anastasio bibliotecario, il re Desiderio occupò la città di Faenza, il ducato di Ferrara e Comacchio, luoghi tutti donati dal re Pippino e dai due suoi figliuoli a s. Pietro. Con qual pretesto non è chiaro, se non che si sa avere il papa inviate lettere di buon inchiostro a Desiderio per esortarlo alla restituzione. La risposta sua fu che nol farebbe, se prima non seguisse un abboccamento del papa con esso lui. Il motivo di questo congresso era per indurre il santo padre ad ungere e riconoscere per re i figliuoli del re _Carlomanno_, che si erano rifugiati sotto il suo patrocinio. Ma il pontefice Adriano, a cui premeva forte di non disgustare _Carlo Magno_, sostegno unico suo quaggiù per gl'interessi suoi temporali, si guardò ben dall'acconsentire ai disegni del Longobardo. Ora tra questa negativa e la carcerazione e morte di Paolo Afiarta, partigiano suo, Desiderio probabilmente montato in collera, si diede a molestare ed occupare gli stati della Chiesa romana. Non gli bastò d'aver tolto all'esarcato i luoghi sopra espressi; spinse ancora un esercito più avanti con entrare ne' confini di Sinigaglia, Montefeltro, Urbino, Gubbio, dove furono commessi molti incendii, saccheggi ed omicidii. E questo specialmente avvenne in Blera nella Toscana romana, dove uccisero i principali di quella terra. Giunsero anche i Longobardi ne' confini di Roma stessa, e si impossessarono del castello d'Utricoli. All'udir questi fatti, chi cercasse delicatezza di coscienza e prudenza nel re Desiderio, non la troverebbe. Perciocchè dell'un canto non apparisce alcun giusto motivo di cotal invasione, e dall'altro doveva esso re aver dimenticato ciò che era avvenuto sotto Astolfo suo predecessore, gastigato dal re Pippino, e che poteva a lui accadere anche di peggio dalla potenza di Carlo Magno, difensore della Chiesa romana, e principe giovane voglioso d'accrescere i suoi stati, ed anche malcontento di lui, per aver ricettati i nipoti figliuoli di Carlomanno. In questi tempi diede principio esso re Carlo alla guerra contra de' Sassoni, popolo pagano, popolo che s'era avvezzato a non voler più riconoscere la sovranità dei re franchi. Carlo Magno non era principe da voler trascurare alcuno dei diritti de' suoi predecessori, e ardeva più che gli altri di voglia d'ingrandire la sua per altro vastissima monarchia.

NOTE:

[459] Dandulus, in Chronic., T. 12 Rer. Italic.

[460] Anastas., in Hadriani I Vit.

[461] Rer. Italic., P. II, tom. II.

Anno di CRISTO DCCLXXIII. Indiz. XI.

ADRIANO I papa 2. COSTANTINO Copronimo imperadore 54 e 33. LEONE IV imperadore 23. DESIDERIO re 17. ADELGISO re 15.

Bramoso più che mai il re Desiderio di abboccarsi con papa _Adriano_, gli spedì _Andrea_ referendario e _Stabile_ duca, per esporgli questa sua intenzione. Mostrossi pronto il papa a tale abboccamento o in Pavia, o in Ravenna, Perugia e Roma, purchè precedesse la restituzione delle città ultimamente occupate. Ma Desiderio ostinato più che mai rigettò questa condizione, e proruppe in minacce contra di Roma, passi tutti che obbligarono il papa a spedire per mare i suoi messi al re Carlo Magno colla notizia di sì fatti insulti, e con implorare il suo aiuto in tanta angustia e necessità. Desiderio, giacchè non potea muovere il papa a' suoi voleri, si avvisò di portarsi egli in persona a parlare con lui, e di adoperar la forza per indurlo a cedere. Mossosi pertanto da Pavia con _Adelgiso_ suo figliuolo, coll'esercito de' Longobardi, e colla moglie e coi figliuoli del fu re Carlomanno, s'inviò alla volta di Roma senza precedente concerto col papa. Solamente mandò gente innanzi ad avvisarlo della sua venuta. Adriano coraggiosamente rispose che se non veniva prima restituito il mal tolto, indarno il re si prendeva quell'incomodo, perchè assolutamente intendeva di non ammetterlo. Quindi per precauzione fatte venire a Roma le soldatesche della Toscana, Campania e Perugia, e alcune ancora delle città della Pentapoli, guernì fortemente Roma, con trovar tutti disposti a ben difenderla. Spogliò le chiese di san Pietro e Paolo facendo portar tutti i lor tesori entro la città, e chiudere con grossi ferri le porte della basilica vaticana. Poscia inviò al re Desiderio _Eustrazio_, _Andrea_ e _Teodosio_ vescovi di Albano, di Palestrina e di Tivoli, ad intimargli una forte scomunica, s'egli osava senza licenza sua d'entrare ne' confini del ducato romano. Era già pervenuto Desiderio a Viterbo, e quivi intesa questa disgustosa ambasciata, non ardì d'andare più innanzi, e con gran riverenza e confusione ne tornò indietro. Dopo ciò arrivarono a Roma i messi di Carlo Magno, cioè _Giorgio_ vescovo, _Gulfrado_ abbate ed _Albino_ confidente d'esso re, per chiarire, se sussisteva quanto il re Desiderio aveva esposto allo stesso re Carlo, con volergli far credere restituite a s. Pietro tutte le città e giustizie usurpate. Trovato falso l'esposto, se ne tornarono in Francia, e passando da Pavia, con tutte le loro esortazioni nulla poterono ottenere da Desiderio. Informato di ciò il re Carlo, tornò ad inviargli de' messi, con pregarlo di soddisfare al romano pontefice, e con promettergli anche quattordicimila soldi d'oro. Ma Desiderio divenuto cieco nella sua malizia, e tutto ricusando, incautamente si andava fabbricando la sua rovina. Allora Carlo Magno, conoscendo ormai che la sola forza potea liberar da queste propotenze Roma e la Chiesa romana, e ridondar l'uso dell'armi in proprio profitto, unito l'esercito generale di tutta la Francia, sen venne a Genova, risoluto di passare in Italia. Trovò che il re Desiderio accorso colla sua armata alle Chiuse dell'Italia verso il monte Cinisio, quivi s'era fortificato in varie maniere, per contrastargli il passo. Divise Carlo in due l'esercito suo, e ne spedì l'una pel suddetto monte, l'altra per monte di Giove.

Prima nondimeno di sperimentar le suo armi, tornò ad inviare messi al Longobardo, per indurlo pacificamente alla restituzione, contentandosi di riceverne una promessa, e tre nobili ostaggi per sicurezza della parola. Ma ancor questi vennero indarno. S'inoltrò l'esercito franzese; ma trovata gagliarda opposizione, già si disponeva a tornarsene indietro, quando all'improvviso s'intese che Adelgiso figliuolo di Desiderio e tutti i Longobardi, colti da un panico terrore aveano presa la fuga, abbandonate le tende e l'equipaggio, senza che alcuno gli inseguisse. Agnello ravennate[462], scrittore del secolo susseguente, scrive che Carlo Magno fu invitato in Italia da _Leone_ arcivescovo di Ravenna, il quale anche per mezzo di Martino suo diacono gl'insegnò il sito e la maniera di valicar l'Alpi al dispetto de' Longobardi. Questo si può credere un vanto de' Ravennati. Sappiam di certo che Carlo venne invitato dal papa; non sarebbe tuttavia improbabile che anche quell'arcivescovo fosse concorso col suo influsso a muoverlo. L'autore poi della Cronica novaliciense[463] lasciò scritto essere stato un buffone che scoprì ai Franchi la via per passare in Italia. Quello scrittore si scopre un romanziere in altri racconti. Certo è bensì che senza contrasto calò il re Carlo in Piemonte col suo fiorito esercito, e tal timore incusse nel re Desiderio, che altro scampo non ebbe che di ritirarsi e chiudersi nella forte città di Pavia, come appunto avea fatto il re Astolfo, ma con esito differente da quello. Che se Godifredo da Viterbo[464], a cui prestarono fede molti de' moderni, scrisse che a Selva-bella seguì un fiero fatto d'armi tra i Franchi e Longobardi colla peggio degli ultimi, laonde quel luogo prese il nome di _Mortara_, si può, anzi si dee un tal racconto mettere al ruolo delle favole, perchè di tanti antichi storici de' fatti di Carlo Magno, niuno conobbe, niuno accennò questa battaglia; e se questa fosse succeduta, n'avrebbono essi avuta contezza e fatta menzione. Restò dunque confinato a Pavia e circondato da uno stretto assedio o blocco il re Desiderio, probabilmente nel mese d'ottobre, come ha Anastasio[465], e non già di giugno, come scrisse l'autore della Cronica del monistero di Volturno[466]. Adelgiso figliuolo di Desiderio ebbe l'incombenza di difendere Verona, città allora delle più forti del regno longobardico, che medesimamente restò assediata dall'armi franzesi. Ma veggendo il re Carlo, che comandava in persona la sua armata sotto Pavia, essere un osso duro quella città, si accinse a domarla coll'ostinazion dell'assedio, o vogliam dire del blocco; e però fatta colà venir la regina _Ildegarda_ co' suoi figliuoli, la quale ivi gli partorì una figlia appellata _Adelaide_, passò sotto l'assediata città le feste del santo Natale. Intanto molte città longobardiche oltre Po si sottomisero alla potenza de' Franchi. Per attestato del Fiorentini[467] e di Cosimo della Rena[468], in una carta del giugno di quest'anno si trova nominato _Tachiperto_ duca, cioè governatore, nella città di _Lucca_. Ma che questi reggesse la Toscana tutta non apparisce da memoria alcuna.

NOTE:

[462] Agnell., Pont. Raven. P. I, tom. 2 Rer. Italic.

[463] Chronic. Navaliciense, P. II, tom. 1, Rer. Italic.

[464] Godefridus Viterbiensis, in Chronico.

[465] Anastas., in Hadriani I papae Vit.

[466] Chronic. Vulturnense, P. II, tom. I. Rer. Italic., pag. 402.

[467] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[468] Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.

Anno di CRISTO DCCLXXIV. Indiz. XII.

ADRIANO I papa 3. COSTANTINO Copronimo imperadore 55 e 34. LEONE IV imperadore 24. CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 1.

Continuava con vigore l'assedio ossia blocco di Pavia nel marzo ancora dell'anno presente, ed erano già passati sei mesi dacchè v'era sotto il re _Carlo_ quando egli volle profittar di quell'occasione con portarsi a Roma, parte per divozione e parte per visitare il pontefice _Adriano_. Si fece fretta affin di giugnere colà nel sabbato santo, che in quest'anno cadde nel dì 2 d'aprile[469]. Presentita la di lui venuta, il pontefice tutto pieno di gaudio gli mandò incontro i senatori e magnati sino a Novi, trenta miglia lungi da Roma, colle bandiere spiegate. Un miglio poi presso alla città si trovarono ad incontrarlo tutte le brigate della milizia e i fanciulli delle scuole che portavano rami di palme e d'ulivo, e fecero con canto ed acclamazioni un festoso accoglimento ad esso re dei Franchi. Fuori ancora della città uscirono ad incontrarlo tutte le croci ed insegne, come era in uso di farsi per onore ne' tempi addietro, allorchè l'esarco o il patrizio si trasferiva a Roma, dove certo è che essi esarchi e patrizii signoreggiavano con autorità delegata dagl'imperadori. All'aspetto delle suddette croci, smontò da cavallo il re Carlo, e a piedi, col corteggio de' suoi principi e nobili uffiziali, si incamminò verso la basilica vaticana, nel cui atrio papa Adriano con tutto il clero e popolo romano lo aspettava. Nell'ascendere colà baciò ad uno ad uno tutti i gradini, e non sì tosto giunse dove era il pontefice, che cordialmente si abbracciarono. Poscia amendue, stando Carlo alla destra, entrarono in san Pietro, dove con canti ed orazioni restò onorato l'arrivo di sì grande ospite. Fecero appresso il loro ingresso nella città, con essere preceduti vicendevoli giuramenti per la lor sicurezza; e nel giorno santo di Pasqua e ne' due dì seguenti si attese alle divozioni. Venuto poi il mercordì, fece istanza il papa al re Carlo, perchè confermasse le donazioni fatte dal re Pippino suo padre alla Chiesa romana; al che puntualmente condiscese, e il diploma di questa conferma fu posto sopra l'altare di san Pietro. Qui è che Anastasio specifica i confini e gli stati allora donati, oppur confermati nella guisa che di sopra all'anno 757 abbiam veduto colle parole di Leone Ostiense. Ma qualch'errore si può sospettare corso in quel testo, perciocchè non è mai credibile una sì larga donazione in chi voleva essere re de' Longobardi. Togliendosi da questo regno l'esarcato, le provincie della Venezia e dell'Istria, e tutto il ducato di Spoleti e di Benevento, Parma, Reggio, Mantova, Monselice e la Corsica, paesi e città tutti espressi, secondochè si pretende, nella donazione suddetta, cosa mai veniva a restare del regno dei Longobardi in potere di Carlo nuovo re dei Longobardi? La disgrazia ha portato che non sieno giunti ai dì nostri gli autentici diplomi di quelle donazioni per poterne ricavare la verità de' fatti. Ma intanto è certo che la donazione fu fatta e confermata; e andremo anche accennando alcuni di quegli stati o donati o promessi; ma insieme è fuor di dubbio che, a riserva dell'esarcato, gli altri stati seguitarono ad essere parte del regno longobardico e di giurisdizione dei re d'Italia. Nè si dee dissimulare che veramente sul ducato di Spoleti acquistò allora il romano pontefice qualche diritto. Abbiamo da Anastasio che prima ancora dell'andata di Desiderio a difendere le frontiere del regno alle Chiuse dell'Alpi, alcune persone di Spoleti e Rieti andarono a suggettarsi a papa Adriano: in segno di che si fecero tosare alla maniera de' Romani. Ma da che fu posto in fuga l'esercito longobardo alle suddette Chiuse, e le milizie di Spoleti tornarono a casa, l'università di quel ducato ricorse a Roma, pregando il papa di prenderli al servigio di san Pietro, e di farli tosare alla romana. Ebbe esecuzione la lor domanda, ed avendo essi eletto per loro duca _Ildebrando_ signor nobilissimo, venne questi confermato dal papa. Diersi parimente a san Pietro gli abitanti del ducato di Fermo, Osimo, Ancona, e del castello di Felicità. Se durasse poi questo dominio pontificio sopra il ducato di Spoleti, comparirà tra poco.