Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 22

Chapter 223,712 wordsPublic domain

Bisognerà ben credere che _Astolfo_ re dei Longobardi fosse uomo di poca coscienza, ed anche di men giudizio, da che egli non istette molto a calpestare i giuramenti fatti e ad irritar la pazienza del re Pippino, principe di potenza tanto superiore alla sua. Non solamente nulla restituì di quanto avea promesso, ma furibondo sul principio dell'anno corrente, se pur non fu di giugno, unito tutto lo sforzo delle sue armi e del ducato beneventano, passò all'assedio di Roma con dare il guasto ai contorni, asportare i corpi de' Santi ritrovati nelle chiese fuori della città, e tormentare con frequenti assalti la città medesima. Siccome costa dal Codice Carolino, cioè dal carteggio che allora passava tra i romani pontefici e i re di Francia, e come lasciò scritto anche Anastasio, ossia l'autore della vita di papa Stefano II, diede esso pontefice prontamente avviso della prepotenza e perfidia di Astolfo al re Pippino, inviandogli per mare i suoi legati, cioè _Giorgio_ vescovo e _Tomarico_ conte, in compagnia di _Guarnieri_ abbate franzese, che a nome di Pippino si trovava in Roma. Seguitando poi con più furia l'assedio, nè udendosi movimento alcuno de' soccorsi desiderati, scrisse il medesimo pontefice una lettera a nome di san Pietro apostolo ad esso re Pippino, a' suoi figliuoli e a tutta la nazion franzese, rapportata dal cardinal Baronio e dal Codice Carolino, in cui si finge che esso Apostolo li chiami, con quante formole patetiche si seppero trovare, all'aiuto di Roma, promettendo loro per tale azione la vita eterna in paradiso, e minacciando, se nol facevano, l'eterna lor dannazione. _Questa lettera,_ dice l'abbate di Fleury[412], _è importante per conoscere il genio di quel secolo, e fin dove le persone più gravi sapevano spingere la finzione, quando la credevano utile. Nel resto essa è piena di equivochi, come le precedenti. La Chiesa vi significa non l'assemblea de' fedeli, ma i beni temporali consecrati a Dio; la greggia di Gesù Cristo sono i corpi e non già le anime; le promesse temporali dell'antica legge sono mischiate colle spirituali del Vangelo; e i motivi più santi della religione impiegati per un affare di stato._ Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e l'amore de' beni temporali innata in noi tutti. Ma intorno a questa delicata materia basterà per ora il poco che ho riferito dello storico franzese. Ora noi abbiamo dai continuatori di Fredegario, da Anastasio e da altri, che il re Pippino, raunato un potentissimo esercito si mosse alla volta d'Italia: del che avvertito Astolfo, sciolto l'assedio, lasciò libera Roma, ed accorse colle sue forze alla difesa dei confini dell'Italia, per opporsi ai Franzesi. In questo mentre arrivarono a Roma due ambasciatori spediti dall'Augusto _Costantino_ al re di Francia, cioè _Gregorio_ capo de' segretarii, e _Giovanni_ silenziario, con ordine, per quanto apparisce, di commuovere esso re contra de' Longobardi, e di procurar la restituzione dell'esarcato al romano imperio. Udito poi che già il re Pippino era marciato colla sua armata, se ne stupirono forte, nè lo sapevano credere. Perciò senza perdere tempo, messisi in viaggio per mare, e seco conducendo un messo dato loro dal papa per accompagnarli, in breve pervennero a Marsiglia, dove udendo che già il re Pippino avea valicato l'Alpi, se ne afflissero non poco. Aveano essi, per quanto si può conghietturare, scoperto prima, o certo scoprirono allora, che i negoziati del papa contra de' Longobardi erano, non già in favore dell'imperador loro padrone, ma bensì in profitto del sommo pontefice e della Chiesa romana, alla quale Pippino avea promesso in dono l'esarcato. Per ciò s'ingegnarono in tutte le forme, e colle brusche ancora, di tenere indietro il messo del papa, e in fatti il suddetto Gregorio andando innanzi, trovò Pippino poco lungi da Pavia, e presentate le lettere imperiali, non omise preghiere per indurlo a fare restituire all'imperadore suo padrone le città dell'esarcato, siccome paese a lui usurpato, e su cui non aveano per anche acquistato alcun legittimo diritto i Longobardi, con esibirsi di pagar le spese occorse nella guerra. Ma Pippino in poche parole apertamente gli disse di aver fatto un dono di quella contrada a san Pietro, cioè alla Chiesa romana, e che per tutto l'oro del mondo non cambierebbe mai pensiero. Se i ministri cesarei impugnassero il disegno di questo donativo, come di cosa altrui, nol sappiamo. Solamente si sa ch'essi ministri furono licenziati, senza che ottenessero neppur buone parole.

Intanto posto l'assedio a Pavia, Astolfo si trovò verso il fine dell'anno costretto a chiedere perdono, a pagare gran somma di danaro, e a promettere in forma più stretta di rendere le città al papa, aggiungendo anche alle medesime la città di Comacchio, che dianzi doveva essere del re longobardo, e non già inchiusa nell'esarcato. Allora fu che Pippino, siccome attesta Anastasio, fece una donazione in iscritto di essa città a san Pietro, ossia alla Chiesa romana, ed inviò tosto _Fulrado_ abbate del monistero di san Dionisio a prendere il possesso, con ritornarsene egli intanto in Francia. Andò Fulrado coi deputati del re Astolfo a città per città dell'esarcato e della Pentapoli (segno che tutte erano dianzi venute in potere de' Longobardi), e ricevendone le chiavi e gli ostaggi, coi principali cittadini d'esse passò a Roma, dove sopra l'altare di san Pietro pose le chiavi suddette, insieme colla donazion fattane dal re Pippino, e diede a san Pietro e a tutti i suoi vicarii romani pontefici per l'avvenire il possesso di quelle città: cioè di _Ravenna_, _Rimini_, _Pesaro_, _Fano_, _Cesena_, _Sinigaglia_, _Jesi_, _Forlimpopoli_, _Forlì col castello Sussubio_, _Monfeltro_, _Acerragio_, _Monte di Lucaro_, _Serra_, _Castello di san Mariano_ (forse san Marino), _Bobio_ (diverso dall'altro della Liguria), _Urbino_, _Cagli_, _Luceolo_, _Gubbio_, _Commachio_, colla giunta ancora della città di _Narni_, che i duchi di Spoleti molti anni prima aveano tolta al ducato romano. Ma qual fosse e con quali condizioni una tal donazione non resta a noi ben chiaro, essendo periti gli atti e strumenti d'allora, e a nulla servendo per illuminarci i posteriormente finti, se mai uscissero alla luce. Papa Stefano in una delle sue lettere al re Pippino[413] scrive che il re Astolfo _nec unius palmi terrae spatium beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, vel reipublicae Romanorum reddere passus est_. Aggiunge che Pippino avea confermato _propria voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, reipublicae, civitates et loca restituenda_. Altri passi ci sono, ne' quali si parla della restituzione che s'avea da fare alla _repubblica_, chiaramente distinta dalla Chiesa romana. Il padre Cointe negli Annali ecclesiastici della Francia pretese, che sotto nome di _repubblica_ venisse il _romano imperio_, ossia la camera e il fisco imperiale. A questa opinione non acconsentì il padre Pagi[414]; ma, per quanto mi sono io ingegnato di provare nelle Antichità italiane[415], indubitata cosa è che sotto il nome di _repubblica_ veniva l'_imperio romano_, benchè non apparisca qual cosa fosse ora restituita ad esso imperio, essendo anche incerto come restasse in questi tempi il governo di Roma. Pretende bensì il suddetto padre Pagi, che da lì innanzi i romani pontefici avessero in pieno lor dominio non meno essa città che l'esercato; ma senza che si veggano prove concludenti di tal opinione. Certo non si può mettere in dubbio la donazione dell'esarcato e della Pentapoli fatta dal re Pippino alla santa Sede romana, con escluderne affatto la signoria de' greci Augusti; ma se avvenisse per conto di Roma e del suo ducato lo stesso, e se Pippino si riservasse dominio alcuno sopra lo stesso esarcato, non pare finora concludentemente deciso, come altrove osservai[416]. E questo, a mio credere, è il primo esempio di dominii temporali con giurisdizione dati alle chiese e a' sacri pastori, del quale poi profittarono a poco a poco le altre chiese, la maggior parte delle quali procurò a sè stessa ed ottenne di somiglianti signorie, siccome andremo vedendo. Gloriosamente in quest'anno coronò il corso di sua vita san _Bonifacio_, celebre arcivescovo di Magonza, con sofferire il martirio dai Pagani. Credesi parimente che riuscisse al re Pippino di sottomettere la città di Narbona dopo tre anni di assedio, con ritorla ai Saraceni, i quali perciò furono cacciati da tutta la provincia della Settimania, oggidì Linguadoca. Per attestato ancora del Dandolo[417], in quest'anno _Deusdedit_ doge di Venezia, mentre era dietro per fabbricare un castello fortissimo alla riva del porto della Brenta, per congiura di uno scellerato uomo appellato _Galla_, fu ucciso dal suo popolo. Dopo di che lo stesso _Galla_ portatosi a Malamocco, occupò la sedia e il nome ducale, ma per poco tempo, siccome vedremo.

NOTE:

[412] Fleury, Histoire Ecclesiast., lib. 43, §. 17.

[413] Codex Carolinus.

[414] Pagius, in Critic. Baron., ad ann. 755.

[415] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII.

[416] Piena Esposizione, cap. 2.

[417] Dandulus, in Chron. tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCLVI. Indizione IX.

STEFANO II papa 5. COSTANTINO Copronimo imperadore 37 e 16. LEONE IV imperadore 6. ASTOLFO re 8.

Gli Annali d'Eginardo, Metensi[418] ed altri, siccome ancora Sigeberto[419], riferiscono all'anno presente la morte di _Astolfo_ re dei Longobardi. Andrea prete[420] nella sua Cronichetta scrive ch'egli regnò _otto anni_. Era egli alla caccia, e cadendo da cavallo (alcuni han creduto per urto di un cignale), tale fu la percossa, che da lì a tre giorni cessò di vivere. Di lui così scrisse lo Anonimo salernitano, autore del secolo decimo, nella Cronica da me data alla luce[421]: _Fuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula, ubi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliae, ubi dicitur Mutina, loco, qui nuncapatur Nonantula; nam pro ejus cognato abbate Arsenio_ (si dee scrivere Anselmo) _ibi vivorum coenobium fundatum est. Necnon et sibi ad sacra monachorum coenobia aedificanda per certas provincias multa est dona largitus. Sed valde dilexit monachos, et in eorum est mortuus manibus_. Perchè Astolfo non lasciò figliuoli maschi, seguì appresso un gran dibattimento nella dieta de' principi longobardi per l'elezione del successore. _Desiderio_ duca era uno dei principali pretendenti. Abbiamo da Anastasio bibliotecario[422], che esso Desiderio era stato indirizzato dal re Astolfo in _Toscana_, e udendo egli la nuova della morte accaduta d'esso re, immantinente raunato tutto l'esercito de' Toscani, si studiò d'occupar la corona del regno longobardico. Questo parlar d'Anastasio ha dato occasione al Sigonio e agli altri storici susseguenti di scrivere che lo stesso Desiderio era in questi tempi _duca di Toscana_. Ma non è ben certa cotale notizia. Non apparisce che allora vi fosse un duca, il qual comandasse tutta la Toscana. Ogni città di quella provincia si vede in essi tempi governata dal suo proprio duca; e specialmente ciò si osserva in Lucca, città che più felicemente dell'altre ha conservate le antiche sue carte che compongono oggidì un nobilissimo archivio, custodito da quell'arcivescovo. Nè Francesco Maria Fiorentini, e neppure io, che sotto gli occhi ho avuto le carte medesime, abbiam trovato vestigio alcuno che Desiderio fosse duca di quella città, e molto meno di tutta la Toscana. All'incontro, se vogliam credere ad Andrea Dandolo[423], Desiderio era allora _dux Istriae_. In fatti, siccome accennerò all'anno 771, l'Istria allora si truovava signoreggiata dai Longobardi, e ne parla anche l'Anonimo salernitano. Comunque sia, certo è che Desiderio incontrò di gravi difficoltà per salire sul trono. Alzossi contra di lui _Rachis_, già re, e poi monaco in Monte Casino, il quale invaghito di nuovo dell'abbandonato regno, e dimenticato de' suoi voti, tentò ogni via per riassumere il comando, con ritornare a tal fine in queste parti, dove anch'egli messa insieme un'armata di Longobardi, si oppose ai disegni di Desiderio. Allora fu ch'esso Desiderio altro rifugio non ebbe che di fare ricorso a papa Stefano, per ottenere col mezzo suo la corona, promettendo di fare in tutto e per tutto la volontà dello stesso pontefice e di render alla _repubblica_ le città non per anche restituite, colla giunta d'altri doni. Resta ancora la testimonianza d'esso papa Stefano in una lettera scritta al re Pippino, che il re Astolfo contro i patti avea fino alla sua morte ritenuto in suo potere alcune città: il che fa intendere non doversi prendere a rigore ciò che di sopra abbiam veduto riferito dal medesimo Anastasio intorno alla restituzione delle suddette città. Perciò il papa spedì incontanente in Toscana _Fulrado_ abbate e Paolo diacono suo fratello, che strinsero l'accordo con Desiderio. Ed appresso inviò Stefano prete con lettere indirizzate a Rachis e a tutti i Longobardi, con pregarli di non contrariare all'elezione di Desiderio, esibendo in aiuto del medesimo alquante truppe franzesi, e più brigate di Romani, quando occorresse.

Furono sì efficaci questi maneggi, che senza venire all'armi, Desiderio pacificamente salì sul trono, e l'ambizioso monaco Rachis se ne tornò confuso al suo monistero. Ma ciò dovette seguire solamente nell'anno seguente. Avea promesso Desiderio di consegnare al papa Faenza col castello Tiberiano, Gavello, e tutto il ducato di Ferrara; ma non già Imola, Osimo, Ancona, Numana e Bologna, siccome vedremo. Che poi l'opposizione di Rachis monaco pentito non fosse di poca conseguenza, lo ricavo io da un riguardevol documento che si conserva nell'archivio archiepiscopale di Pisa, ed è stato da me dato alla luce[424]. Consiste esso in una donazione fatta da _Andrea_ vescovo pisano con queste note cronologiche: _Guvernante domno Ratchis famulu Christi Jesu, principem gentis Langobardorum, anno primo, mense februario, per Inditione decima_. Indicano queste il mese di febbraio dell'anno 757 seguente, nel qual tempo si scorge che Rachis sotto il falso nome di _famulus Christi_, cioè di monaco, conservava l'antica ambizione, e contrastò a Desiderio il regno. Questo documento ci rileva che Rachis riassunse il governo con sollevar la Toscana contro d'esso Desiderio, giacchè si vede notato in Pisa l'_anno primo_ del suo governo, corrente nel febbraio dell'anno susseguente. Una bella e non mai più veduta scena in Italia dovette esser quella di un monaco, il quale alla testa d'un esercito dava a conoscere il suo prurito di comandar di nuovo ad un regno. Potè a suo piacere Angelo dalla Noce[425] dargli il titolo _sanctissimi regis et monachi_. Certo non fu santo per questo. Il tempo, in cui diede Desiderio principio al suo regno, si potrebbe credere verso il fine del presente anno. Nell'archivio archiepiscopale di Lucca v'ha una carta scritta _nell'anno VI di Desiderio, e IV di Adelchis, a dì 8 di dicembre_, correndo l'_indizione prima_, cioè nell'anno 762: note indicanti che dopo il dì 8 di dicembre nell'anno presente 756 cominciò l'epoca del re Desiderio. Un'altra carta è scritta _nell'anno XI di Desiderio, IX di Adelchis, nel dì 19 di febbraio, indizione sesta_, cioè nell'anno 768: dalle quali note si può inferire principiato il suo regno nell'anno 757. Altre carte ho io veduto che sembrano indicare differita la di lui elezione sino al principio d'esso anno 757. Perciò, finchè altri meglio decida questo punto, mi attengo a tale opinione. A buon conto s'è veduto che anche nel febbraio dell'anno seguente durava tuttavia l'opposizione di Rachis alle pretensioni di Desiderio. E il padre Astesati benedettino[426] dopo lungo esame concorre anch'egli nell'anno 757. Secondochè abbiamo dal Dandolo[427], in questo medesimo anno l'usurpatore del ducato di Venezia _Galla_ ebbe da quel popolo il dovuto pagamento delle sue iniquità, con essergli stati cavati gli occhi e tolta quella dignità. Succedette in suo luogo _Domenico Monegario_, concordemente eletto doge, ma non senza qualche novità, perchè il popolo volle anche avere sotto di lui due tribuni, che ogni anno s'aveano da mutare. Per quanto poi risulta dalle memorie recate dal padre Mabillone[428], mancò di vita in quest'anno _Guido conte_ longobardo, figliuolo di _Adalberto conte_, marito di _Adelaide_ figliuola di _Rodoaldo_ duca di Benevento, e parente del re Desiderio. Avendo egli negli anni addietro ricuperata la sanità per le preghiere dei monaci di Disertina ne' Grigioni nella diocesi di Coira, avea fatto a quel monistero una donazion copiosa di beni.

NOTE:

[418] Eginhardus, in Annalib. Annales Metenses.

[419] Sigebertus, in Chron.

[420] Andreas Presbyter, Chron., tom. 1. Antiquit. Ital. Dissert. I.

[421] Anonym. Salernitan. P. II, tom. 2. Rer. Ital.

[422] Anastas., in Stephan. II Vit.

[423] Dandulus, in Chron., tom. 12, Rer. Italic.

[424] Antiquit. Ital. T. III. Appendic., p. 1007.

[425] Angelus a Nuce, in Not. ad lib. 1, cap. 8 Chron. Casinens.

[426] Astesati, Dissert. in Manelm.

[427] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Ital.

[428] Mabill., in Annal. Benedict., lib. 23, n. 20.

Anno di CRISTO DCCLVII. Indizione X.

PAOLO I papa 1. COSTANTINO Copronimo imperadore 38 e 17. LEONE IV imperadore 7. DESIDERIO re 1.

Fu di parere il padre Pagi che la lettera scritta da papa _Stefano II_ al re _Pippino_[429], il cui principio è: _Explere lingua_, fosse scritta nell'anno precedente. Io la credo ne' primi mesi dell'anno corrente, dicendo il papa che già era passato l'anno in cui era succeduto l'assedio e la liberazion di Roma. Ora da questa lettera apprendiamo che _Desiderio_ avea vestito il manto regale, e promesso di rendere il rimanente delle città non per anche restituite a s. Pietro. Da essa parimente intendiamo che la dieta generale del ducato di Spoleti aveva eletto un nuovo duca, e questi era _Alboino_. Nel catalogo posto innanzi alla Cronica di Farfa[430], da me data alla luce, si vede registrato l'anno in cui seguì tale elezione, ed è l'anno presente 757. Però concorre ancor questa notizia a indicar l'anno della lettera suddetta di Stefano II papa, il quale fa inoltre sapere ad esso re, che i popoli dei ducati di Spoleti e Benevento a lui si raccomandavano. Esorta dipoi e prega il re Pippino, che, se Desiderio eseguirà i patti con restituir pienamente a _san Pietro_ e _alla repubblica de' Romani_ ciò che avea promesso, voglia esso Pippino aver pace con lui, e concedergli quanto bramava. Fa eziandio istanza che Pippino spedisca a Desiderio i suoi messi, per comandargli la restituzione intera di quei che restava a rendersi, cioè le città di sopra accennate. E qui si vuol ricordare aver Leone Ostiense[431] lasciato scritto, che la donazione fatta da Pippino e da' suoi figliuoli consisteva ne' seguenti paesi: _A Lunis cum insula Corsica Inde in Surianum Inde in Montem Bardonem. Inde in Bercetum. Inde in Parmam. Inde in Regium. Inde in Mantuam, et Montem Sicilis. Simulque universum exarchatum Ravennae, sicut antiquitus fuit, cum provinciis Venetiarum et Histriae; necnon et cunctum ducatum spoletinum, seu beneventanum_. Trasse Leone Marsicano tali notizie da Anastasio nella vita di papa Adriano. Ma non apparisce punto che fossero donate dal re Pippino alla Chiesa romana le province della Venezia e dell'Istria, nè i ducati di Spoleti e di Benevento, che noi seguiteremo a vedere porzioni del regno d'Italia. Bologna fu all'occidente il confine dell'esarcato conceduto alla santa Sede, senza mai stendersi il dominio dei papi alla città di Luni, nè a Parma, Reggio, Mantova, ec. Però non possono venir quelle parole da autore assai informato di questi affari. Ricavasi dalla medesima lettera di papa Stefano II che tuttavia un _silenziario_, cioè un segretario dell'imperadore, si trovava alla corte del re Pippino, bramando il papa di sapere che negoziati fossero passati con lui, e con quali lettere egli fosse stato licenziato dal re. In fatti abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in questi tempi andavano innanzi e indietro ambasciatori dell'imperadore e di Pippino, e che il primo mandò a donare al re un organo, che in que' tempi era mirabil cosa presso i Franzesi. Ma _Stefano II_ papa sopravvisse poco alla lettera suddetta, essendo mancato di vita nel dì 24 d'aprile dell'anno corrente: pontefice assai benemerito di Roma e della santa Sede, spezialmente nel temporale. L'elezione del suo successore non seguì senza qualche discordia del clero e del popolo. Una parte concorse coi suoi voti in _Teofilatto_ arcidiacono, un'altra in _Paolo_ diacono, fratello del defunto papa Stefano, personaggio specialmente eminente nella carità verso i poveri, e sommamente mansueto e benigno. Dopo trentacinque giorni di sede vacante questi prevalse, e fu consecrato papa nel dì 29 di maggio. Non tardò egli a significare a _Pippino re di Francia e patrizio de Romani_ l'assunzione sua al pontificato in una lettera che si legge nel Codice Carolino, assicurandolo d'essere non men egli che tutto il popolo romano saldissimi nella fede, amore, concordia di carità, e lega di pace che il suo predecessore e fratello avea stabilito con lui. Era già stato circa l'anno 752 ordinato arcivescovo di Ravenna Sergio; e quantunque il testo delle sua vita scritta da Agnello ravennate[432] sia scorretto, pure ci fa abbastanza intendere che essendo nell'anno appresso in viaggio verso la Francia _Stefano II_ papa, non andò ad incontrarlo quell'arcivescovo, probabilmente per tema del re _Astolfo_, padrone allora di Ravenna. Se l'ebbe a male il papa, gli tolse il monistero di sant'Ilario della Galliata, e tornato a Roma, cominciò a dargli delle molestie. Sergio confidato nella protezione del re de' Longobardi si andò riparando; ma venuta alle mani del papa Ravenna, egli fu con frode di que' cittadini condotto a Roma e posto in prigione, dove stette circa tre anni. Finalmente papa Stefano era in procinto di deporlo, adducendo per suo reato l'esser egli salito in quella cattedra, quantunque avesse moglie. Ma Sergio rispondeva d'essere stato eletto da tutto il clero e popolo di Ravenna, e che andato a Roma ed interrogato dal medesimo papa, non avea taciuto d'essere ammogliato, ma che era seguito divorzio colla moglie _Eufemia_, ed essa era entrata dipoi nell'ordine delle diaconesse. Ciò non ostante, il papa gli avea data la consecrazione. Sopra ciò diversi erano i sentimenti de' vescovi raunati in un concilio; ma il papa in collera rispose che nel dì seguente colle sue mani gli volea strappare la stola, ossia il pallio, dal collo. Passò Sergio quella notte in lagrime e preghiere; ma nella medesima appunto, essendo morto papa Stefano, fu a trovarlo segretamente Paolo di lui fratello, che gli dimandò cosa voleva egli dargli se il rimandava onorato e in pace a casa. Sergio spalancò la porta alle promesse. Creato poi papa Paolo, il mise in libertà, e rimandollo con onore alla sua chiesa. Non è Agnello assai esatto scrittore nelle cose lontane da' suoi tempi, e si scuopre poi sospetto in tutto ciò che riguarda i papi; però possiam giustamente dubitare della verità di questo fatto. Certo s'inganna Girolamo Rossi, seguitato poi dal Baronio, che lo rapporta ai tempi di Stefano III papa; scusabile nondimeno, perchè ai suoi dì non si trovava più in Ravenna il Pontificale d'esso Agnello, del cui rinascimento alla luce siam debitori alla biblioteca estense. Nell'epistola vigesima settima del Codice Carolino, il pontefice Paolo in iscrivendo al re Pippino, si mostra disposto di restituire alla sua Chiesa l'arcivescovo _Sergio_: il che ci fa intendere che non sì tosto dopo l'assunzione d'esso Paolo alla cattedra pontificia fu rimesso il medesimo Sergio in libertà, ma da lì ad un anno, o due, per cui forse ancora lo stesso re Pippino avea presa qualche favorevole ingerenza.

NOTE:

[429] Codex Carolinus, Epistol. 6.

[430] Chron. Farfense, P. II. T. II Rer. Ital.