Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 21

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Secondochè abbiamo da varii Annali de' Franchi, la risposta di papa _Zacheria_ alle dimande dei Franchi fu che lecito fosse ai primati e popoli della Francia di riconoscere per re vero il principe _Pippino_, e di levare l'autorità a _Chilperico_ re allora di solo nome. Perciò Pippino sul principio dell'anno presente, se non fu sul fine del precedente, coll'autorità della sede apostolica e colla elezione e concorso di tutti i Franchi, fu proclamato re, con ricevere la sacra unzione, per quanto si crede, dalle mani di san _Bonifazio_ arcivescovo di Magonza. Chilperico deposto fu dipoi tonsurato e posto nel monistero di san Bertino, per passar ivi il rimanente de' suoi giorni. Questa azione di Pippino contro di un re legittimo vien dai Franzesi moderni detestata quale eccesso intollerabile di ambizione; e si vorrebbe far credere che il papa o non v'ebbe mano, o non ve la dovea avere, con pretendersi ancora che san Bonifazio non vi acconsentisse, nè ungesse il nuovo re; ma certo in que' tempi la nazion franzese era d'altra opinione; ed è certo che la autorità pontificia influì non poco in quel cambiamento. Non mancano storici, a' quali aderì il padre Mabillone, che mettono nel precedente anno l'esaltazione e principio del regno di esso Pippino. Certissimo è bensì che nel presente fu chiamato da Dio a miglior vita il buon papa _Zacheria_ nel dì 14 di marzo. Molte azioni pie e varii insigni doni da lui fatti alle chiese e ai luoghi pii di Roma, si possono leggere presso Anastasio e negli Annali ecclesiastici. Venne successivamente eletto pontefice romano _Stefano_ prete, ed introdotto nel palazzo patriarcale del Laterano; ma nel terzo dì dopo la sua elezione, colpito da un accidente apopletico, lasciò di vivere. Onofrio Panvinio e il cardinal Baronio a questo eletto diedero il nome di _Stefano secondo_; ma il Sigonio e gli altri moderni con più ragione l'hanno escluso dal catalogo de' romani pontefici, perchè non l'elezione, ma la consecrazione quella è che costituisce i vescovi e i papi; e a questa consecrazione non si sa che l'eletto Stefano prete in sì poco tempo pervenisse. In fatti nè da Anastasio, nè dagli altri vecchi storici egli vien riconosciuto per papa, e il nome di _Stefano secondo_ è riserbato da loro all'altro _Stefano_ di nazione romano, che dodici dì dopo la morte di papa Zacheria restò eletto dal clero e popolo, e poscia consecrato; pontefice di gran merito per le sue virtù e per le sue piissime operazioni. Ma appena fu egli salito sul trono pontifizio, che la pace se ne fuggì dall'Italia, se pur non era fuggita molto prima. Nodriva _Astolfo_ re de' Longobardi una gran voglia di aggiugnere a' suoi dominii quel che restava agl'imperadori in Italia; e questo suo ambizioso disegno, se crediamo ad Anastasio, scoppiò nel giugno dell'anno presente, con aver egli ostilmente assalito l'esarcato di Ravenna, ed occuputa quella città, con volgere poscia l'armi contra del ducato romano e delle città da esso dipendenti. Ho detto occupata in quest'anno la città di Ravenna dal re Astolfo; ma se non son guaste le note di un diploma di quel re, prese dal registro del monistero di Farfa, e da me rapportate altrove[395], bisogna credere che tale occupazione seguisse nell'anno precedente. Dicesi dato quel privilegio di Astolfo _Ravennae in palatio, IV die mensis julii, felicissimi regni nostri III, per Indictionem IV_, cioè nell'anno 751. Per conseguente, nel dì 4 di luglio di esso anno 751, il suddetto re Astolfo signoreggiava in Ravenna, da dove _Eutichio_ ultimo degli esarchi era fuggito. Che occupasse ancora tutte le città della _Pentapoli_, si raccoglie da quanto diremo all'anno 755. Ch'egli ancora stendesse le sue conquiste sino all'_Istria_, con impadronirsi di quelle città, fin qui suddite del greco imperadore, si ricava dal memoriale esibito nel concilio di Mantova nell'anno 827, benchè sia ignoto il tempo in cui ciò avvenne. Passò inoltre Astolfo, se non nel precedente, certamente in quest'anno, ai danni del ducato romano.

Per quanto abbiam veduto finora, benchè i greci imperadori tenessero in Roma i loro ministri, pure la principale autorità del governo sembra che fosse collocata nei romani pontefici, i quali colla forza e maestà del loro grado, e colla scorta delle loro virtù placidamente reggevano quella città e ducato, difendendolo poi vigorosamente nelle occasioni dalle unghie de' Longobardi. Non fece di meno questa volta papa _Stefano II_. Come egli vide inoltrarsi le violenze di Astolfo, immediatamente spedì a lui Paolo Diacono suo fratello, ed Ambrosio primicerio[396] per ottener la pace. L'eloquenza e destrezza di questi ambasciatori, ma più i regali ch'essi presentarono, ebbero forza d'ammollir l'animo del re longobardo. Si conchiuse pertanto una pace, ossia tregua di quaranta anni, e ne furono firmati i capitoli con solenne giuramento. Ma non passarono quattro mesi che Astolfo, mettendosi sotto i piedi la giurata fede, tornò ad infestare i Romani, minacciando anche il papa, e pretendendo che cadauna persona del ducato romano gli pagasse un soldo di oro per testa, e pubblicamente protestando di voler sottomettere Roma al regno suo. Tornò il pontefice ad inviargli due suoi ambasciatori, cioè _Azzo_ abbate di san Vincenzo di Volturno, ed _Optato_ abbate di Monte Casino, come si raccoglie da Anastasio suddetto e da Giovanni monaco, autore della Cronica volturnense[397], acciocchè lo scongiurassero di lasciar in pace il popolo romano. Ma questi nulla impetrarono, anzi ebbero ordine di ritornarsene ai lor monisteri senza vedere il papa. Abbiamo nella vita di san Gualfredo abbate di Palazzuolo, scritta da Andrea terzo abbate di quel sacro luogo, e pubblicata dal padre Mabillone[398], che mentre _rex magnus Haistulfus Italiae, Tusciae, Spoletanae, Beneventanae provinciae principabatur_ (parole degne di riflessione) _anno regni ipsius fere quarto,_ il suddetto Gualfredo, personaggio nobile di Pisa, con due suoi compagni, in un luogo appellato Palazzuolo nel monte Verde di Toscana vicino a Populonia, ne' tempi antichi città, fondò un monistero, dove nello spazio di pochi anni si fece un'unione di sessanta monaci, che crebbe poi fino ad ottanta. Un altro monistero medesimamente fabbricarono essi tre servi di Dio in Pitiliano presso al fiume Versilia sul lucchese, dove si dedicarono a Dio le loro mogli con altre nobili donne, prendendo tutte il sacro velo, e formando col tempo una congregazione di circa novanta monache. Di altri monisteri fondati intorno a questi tempi ne' territorii di Lucca e Pistoia ho io rapportato varii documenti nelle mie Antichità italiche. E ciò che succedeva in Toscana, anche nell'altre parti dell'Italia avveniva; le memorie de' quali monisterii son tuttavia ascose negli archivii, oppure perite, per essere tanti monisteri passati in commenda. In questi tempi più che mai si studiava lo sconsigliato imperador _Costantino Copronimo_ di abolir le sacre immagini[399] e di tirar dalla sua con varie arti i buoni cattolici. Il re _Pippino_, all'incontro, mossa guerra ai Saraceni che tuttavia occupavano la Settimania ossia la Gotia, oggidì la Linguadoca, conquistò varie loro città. Si ha ancora dagli Annali di Metz[400], che se gli diedero Barcellona e Girona, e gran parte della Catalogna: il che io non so accordare colla storia dei tempi susseguenti, certo essendo che Lodovico Pio, vivente Carlo Magno suo padre, per assedio costrinse Barcellona alla resa nell'anno di Cristo 801.

NOTE:

[395] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[396] Anastas., in Stephan. II Vit.

[397] Chronic. Vulturnens., part. II, tom. 1 Rer. Italic.

[398] Mabill., Saecul. III Benedictin., part. 2.

[399] Theoph., in Chronogr.

[400] Annales Metenses apud Du-Chesne.

Anno di CRISTO DCCLIII. Indizione VI.

STEFANO II papa 2. COSTANTINO Copronimo imperadore 34 e 13. LEONE IV imperadore 5. ASTOLFO re 5.

Continuarono le vessazioni del re _Astolfo_ contra del ducato romano; e forse nell'anno presente, piuttosto che nel precedente, arrivò a Roma _Giovanni_ silenziario, spedito dalla corte di Costantinopoli[401], che portava lettere dell'imperadore assai premurose a papa _Stefano II_ per la conservazione degli stati, ed altre esortatorie al re _Astolfo_, acciocchè volesse restituire al romano imperio gli usurpati luoghi. Non perdè tempo il pontefice ad inviare il ministro imperiale in compagnia di Paolo Diacono suo fratello ad Astolfo, allora dimorante in Ravenna. A nulla servì questa spedizione. La risposta del re fu ch'egli intendeva di spedire un suo messo alla corte imperiale, per informar l'imperadore e trattar seco di questi affari, siccome egli in fatti eseguì. A questo avviso Stefano papa mal contento di simile sutterfugio, anch'egli inviò messi e lettere a Costantinopoli, con pregar l'Augusto sovrano che, a tenore di tante promesse già fatte, mandasse un esercito in Italia, capace non solo di difendere il ducato romano dai Longobardi, ma eziandio di liberare dalle lor mani l'Italia tutta: memorie ed azioni chiaramente comprovanti che Roma non s'era levata in addietro dalla ubbidienza de' greci imperadori, e che essi godevano tuttavia l'attual possesso e dominio di quella gran città e del suo ducato. Accrebbe intanto il re Astolfo le sue minacce contro del popolo romano, con dire che se non consentivano alla di lui volontà, gli avrebbe tutti messi a fil di spada. Però il santo pontefice attese in questi tempi coi Romani ad implorare la divina misericordia con orazioni e processioni di penitenza, in una delle quali portò appeso alla croce lo scritto di quei patti violati dal re longobardo. Ma vedendo in fine che a nulla giovavano le preghiere e gl'innumerabili regali inviati al re Astolfo, ricevuto anche avviso dalla corte cesarea che dall'imperadore non era da sperare soccorso alcuno: allora fu che dall'Oriente rivolse i suoi pensieri all'Occidente; e seguitando l'esempio de' suoi predecessori, cioè dei due ultimi Gregorii e di Zacheria, che erano ricorsi a _Carlo Martello_, non già re de' Franchi, come scrive Anastasio, ma direttore del regno dei Franchi, segretamente inviò lettere per mezzo di un pellegrino al re _Pippino_, implorando l'aiuto suo in mezzo a tante angustie. Spedì Pippino in Italia _Drottegango_ abbate di Gorizia, per assicurare il papa di tutta la sua prontezza a soccorrerlo; e da lì a non molto inviò _Crodegango_ vescovo di Metz ed _Autcario_ duca, che invitarono il papa al viaggio di Francia. Arrivò in questo frangente ancora da Costantinopoli _Giovanni_, silenziario imperiale, con ordine al papa di portarsi al re Astolfo, per intimargli la restituzion di Ravenna e delle città da essa dipendenti. Chiesto poi passaporto ad esso re Astolfo, il pontefice, in compagnia del medesimo imperiale ministro e de' messi del re dei Franchi, nel dì 14 di ottobre dell'anno presente, accompagnato da molti Romani e dal pianto dei popoli, si mise in viaggio alla volta di Pavia, dove il duca Autcario a lui preceduto lo aspettava. Era già egli vicino a quella città, quando comparvero messi, inviati dal re Astolfo, per vivamente pregarlo di non muovere parola intorno alla restituzione dell'esarcato; ma il papa protestò che non desisterebbe dal farlo. E in fatti arrivato a Pavia, dopo avere regalato copiosamente il re, il tempestò con preghiere e lacrime, acciocchè restituisse il mal tolto. Altrettanto fece l'ambasciatore imperiale, allorchè presentò al re le lettere dell'augusto suo padrone. Ma non piacendo una tal sinfonia all'ostinato re, si sciolsero in fumo tutti questi maneggi. Fece ancora quanto potè Astolfo per impedire l'andata del papa in Francia; ma per timore dei ministri presenti del re Pippino, benchè fremendo, il lasciò partire. Pertanto il pontefice nel dì 15 di novembre, presi seco alquanti del suo clero, con due vescovi s'incamminò verso l'Alpi; ma per istrada avvertito che il re pentito d'avergli data licenza, era dietro ad attraversare il suo viaggio, sì frettolosamente cavalcò colla sua brigata, che arrivò alle Chiuse, cioè ai confini della Francia, dove ringraziò Dio di vedersi in salvo. Giunse dipoi al monistero agaunense di san Maurizio ne' Vallesi, dove il concerto era che seguirebbe l'abboccamento col re Pippino; ma colà essendo arrivati _Fulrado_ arcicappellano di esso re, e _Rotardo_, duca, il pregarono di continuare il viaggio sino alla villa regale di Pontigone, perchè quivi il re avea destinato di accoglierlo. Venne poscia ad incontrarlo il principe _Carlo_ primogenito del re; poscia tre miglia lungi dal palazzo della villa suddetta _Pippino_ stesso colla moglie e coi figliuoli fu a riceverlo, ed immantinente smontato da cavallo, addestrò a' piedi per un certo tratto di via il santo padre, e condusselo al prefato palazzo nel dì 6 di gennaro dell'anno seguente.

In questi tempi, giacchè il re Astolfo avea donato ad _Anselmo_ abbate suo cognato un luogo deserto nel contado di Modena, appellato Nonantola, di là dal fiume Panaro, e dove esso abbate coi suoi monaci avea già fabbricata una chiesa con un ampio monistero, fu esso tempio consecrato da Geminiano vescovo di Reggio e susseguentemente da Sergio arcivescovo di Ravenna per ordine di papa Stefano, come s'ha dalla vita del medesimo sant'Anselmo, rapportata dall'Ughelli[402] e dal padre Mabillone[403]; se pure non v'ha delle favole mischiate col vero. Dopo di che bramando Anselmo di ottenere dal romano pontefice il corpo di s. Silvestro, per maggiormente nobilitare il suo monistero, indusse il re Astolfo ad andar seco a Roma per impetrargli sì prezioso regalo. Colà giunti il re e l'abbate, e benignamente accolti dal papa, ottennero quanto desideravano, ed inoltre una bolla del medesimo papa Stefano, in cui si asserisce donato all'abbate Anselmo il corpo di s. Silvestro papa con altre reliquie. Quivi parimente si legge che esso pontefice esentò dalla giurisdizione del vescovo di Modena e di ogni altro prelato il monistero nonantolano. Questa è data nell'_Indizione sesta, a dì 13 di gennaio dell'anno primo di esso Stefano papa_. In essa bolla viene specificata la venuta a Roma del re Astolfo, e che allora si teneva dal papa un concilio, dove anche intervenne _Sergio_ arcivescovo di Ravenna. Ma non ho io saputo finora persuadermi della legittimità di essa bolla, perchè indirizzata ai vescovi e cristiani _Deo deservientibus regno italico, et patriarchatu romano_; ed Astolfo chiamato _rex italici regni_: formole che dubito non usate in que' tempi. Da questa sola vita abbiamo un _Geminiano_ vescovo allora di _Reggio_. Ma difficilmente si può credere un vescovo di tal nome in quella città, essendo questo nome piuttosto di un vescovo di Modena; e noi abbiamo da sicuri documenti che circa questi tempi fiorì _Geminiano II vescovo di Modena_. Di quel concilio romano non v'ha vestigio alcuno nella storia ecclesiastica. Ma, quel ch'è più, non si può accordare con quanto abbiam veduto finora l'andata del re Astolfo a Roma nel gennaio del presente anno. Già era cominciata la discordia e guerra fra esso re e i Romani: come mai figurarsi un sì pacifico ingresso d'Astolfo in Roma, e ch'egli fosse in quella bolla appellato _piissimus rex_, quando ci vien descritto solamente per iniquo e perfido dalla storia romana d'allora? Tralascio ciò che ivi è scritto intorno alle chiese battesimali, ed altre cose degne di riflessione. Per altro che fosse trasportato a Nonantola il corpo di san Silvestro, ciò vien asserito in alcuni antichi diplomi d'essa badia, la quale in poco tempo divenne una delle più insigni e ricche d'Italia, siccome vedremo. Se poi l'intero corpo di quel santo pontefice, o pure una sola parte toccasse a Nonantola, lasceremo disputare a chi lo pretende tuttavia a Roma nel monistero di s. Martino de' Monti. Certamente nella sedicesima lettera del Codice Carolino, scritta pochi anni dopo da papa Paolo al re Pippino, si legge di s. Silvestro: _Cujus sanctum corpus in nostro monasterio a nobis reconditum requiescit, ec. Justum perspeximus, ut sub ejus fuisset ditione, ubi ipsum reverendum corpus requiescit._ Altrettanto si ha da Anastasio bibliotecario[404] e da una bolla del suddetto Paolo I riferita dal cardinal Baronio[405]. Però bisogna andar cauto in prestar fede a certi antichi diplomi, perchè ne' secoli barbarici non mancarono imposture, e di questi pochi archivii, per non dire niuno, ne vanno esenti. Abbiamo ancora dalla vita suddetta, che il soprallodato s. Anselmo abate fondò uno spedale per i pellegrini ed infermi, quattro miglia lungi da Nonantola, coll'oratorio di santo Ambrosio, dove, a mio credere, ora è il passo di s. Ambrosio, sulla via Claudia, ossia romana, presso il fiume Panaro. Ne' confini ancora di Vicenza ne fabbricò a sue spese un altro, con porvi dei monaci al servigio pei poveri, ed uno similmente in un luogo appellato Susonia. Talmente in somma il santo abbate si adoperò, che in sua vita sotto il suo governo in varii siti ebbe mille cento quaranta quattro monaci senza i novizii, se dobbiam prestar fede alla Vita suddetta.

NOTE:

[401] Anastas., in Steph. II Vita.

[402] Ughell., Italic. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.

[403] Mabill., Saecul. IV Benedictin., Part. 1.

[404] Anastas., in Pauli I Papae Vita.

[405] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 761.

Anno di CRISTO DCCLIV. Indizione VII.

STEFANO II papa 5. COSTANTINO Copronimo imperatore 35 e 14. LEONE IV imperadore 4. ASTOLFO re 6.

Fece _Stefano_ papa in Pontigone le sue doglianze contra dell'usurpatore _Astolfo_ al re _Pippino_, con iscongiurarlo d'imprendere la protezion de' Romani, e di obbligare alla restituzione il longobardo; e furono ben ricevute le di lui istanze[406]. Fu dipoi condotto a Parigi, dove da lì a qualche giorno con gran solennità coronò in re di Francia esso Pippino e i suoi due figliuoli _Carlo_ e _Carlomanno_, con dichiararli ancora _patrizii de' Romani_, del qual titolo parleremo più abbasso. Quindi è che si veggono tre lettere nel Codice Carolino, scritte ai medesimi suoi due figliuoli col titolo di re, benchè fosse tuttavia vivente Pippino lor padre. Avea spedito esso Pippino i suoi messi ad Astolfo, per esortarlo a rendere all'imperio gli stati occupati; ma nulla servì a fargli mutar pensiero. Però chiamati ad una dieta generale tutti i baroni del regno franzese, sì egli come il papa esposero i bisogni o motivi di unirsi contra del re longobardo, con trovarsi in tutti una mirabil disposizione a prendere l'armi in favore ed aiuto del papa. Arrivò intanto in Francia _Carlomanno_, fratello dello stesso re, già divenuto, come dicemmo, monaco in monte Casino. Giudicò bene il re Astolfo di muovere questo principe, per isperanza che egli colla sua presenza e facondia appresso il fratello Pippino potesse disturbare le pratiche del pontefice, delle quali forte egli temeva. Notarono gli antichi scrittori che Carlomanno assunse questo viaggio e sì fatta incumbenza per ordine del suo abbate _Optato_, il quale non potè resistere alle istanze del re Astolfo. Ma giunto a Parigi, ossia ch'egli non si volesse punto riscaldare in favore del re longobardo, oppure che prevalesse alle di lui persuasioni il credito e l'autorità del romano pontefice, certo è ch'egli non potè punto smuovere l'animo del re Pippino dall'imprendere la difesa degl'interessi a lui raccomandati dal papa. Però Carlomanno non curandosi, o non attentandosi di tornare in Italia, oppure, per quanto io credo, impedito dal papa e dal fratello, fu inviato ad abitare in un monistero di Vienna del Delfinato, dove in questo medesimo anno, secondo alcuni storici, oppure nel susseguente, come altri vogliono, terminò in pace i suoi giorni. Per quello che andremo vedendo, si potrà conoscere avere il papa fin da allora intavolato il trattato che Ravenna col suo esarcato fosse donata alla Chiesa Romana, e non già restituita all'imperio romano. Non lasciò il re Pippino di spedire altri ambasciatori ad Astolfo con vive preghiere, perchè s'inducesse pacificamente a rendere gli usurpati paesi. Altre lettere v'aggiunse papa Stefano, con iscongiurarlo di risparmiare il sangue cristiano: ma tutto fu indarno. Infellonito Astolfo, in vece di buone risposte, mandò all'uno e all'altro delle minacciose parole. Il perchè Pippino s'accinse finalmente a far guerra, e spedì alcune delle sue truppe alla guardia delle Chiuse dell'Alpi, ossia de' confini del regno. Accorso colà anche il re longobardo, ed informato che poche fino allora erano le milizie franzesi, senza perdere tempo, fatto aprir le Chiuse, andò ad assalirle. Ma quantunque fusse egli di troppo superiore di forze, pure permise Iddio che i pochi vincessero i molti, in guisa che egli, dopo aver corso pericolo della vita, fu costretto a fuggirsene, con ritirarsi e fortificarsi poi entro Pavia. Arrivato intanto con potente armata il re Pippino, calò in Italia, e giunto a Pavia, vigorosamente si pose all'assedio di quella forte città. Allora lo sconsigliato Astolfo, rientrato in sè stesso, fece segretamente muovere parola di pace, e buon per lui che il misericordioso papa bramava bensì la di lui correzione, ma non giù la rovina; e però abborrendo che si spargesse il sangue cristiano, trasse colle piissime sue ammonizioni il re Pippino ad ascoltar le proposizioni, e non andò molto che seguì fra loro pace, con avere Astolfo sotto fortissimi giuramenti promesso di restituire Ravenna e le altre città occupate, e a tal fine dati ostaggi al re de' Franchi. Tornò in Francia il vittorioso esercito, e papa Stefano a Roma, seco portando la speranza di aver messo fine ai passati disastri. In quest'anno il re Astolfo aggiunse al corpo delle leggi longobardiche quattordici nuove leggi, correndo l'_indizione VII_, come apparisce dalla prefazione alle medesime, pubblicata dal Sigonio[407], e da me data ancora alle stampe[408]. Nei medesimi tempi[409] l'imperador _Costantino_ più che mai furibondo contro le sacre immagini, raunò in Costantinopoli un conciliabolo di trecento trentotto vescovi, al quale non intervenne alcuno del legati delle chiese patriarcali, cioè di Roma, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. Quivi per opera del falso patriarca di Costantinopoli fu pubblicato un editto di non venerar da lì innanzi le immagini di Cristo, della Vergine e dei santi, anzi di atterrarle ed abolirle, come idoli, dovunque si trovassero. Fu in molti paesi eseguito l'empio decreto, e mossa persecuzione contra de' monaci difensori delle medesime, in guisa che la maggior parte d'essi fu obbligata ad abbandonare i propri monisteri e di rifugiarsi in quelle contrade, dove si conservava il culto d'esse immagini, e non giugnevano le braccia dell'iniquo imperadore. Truovasi poi in questo anno _Alberto_ duca governatore di Lucca nelle memorie rapportate dal Fiorentini[410], essendo egli succeduto a _Walperto_ duca. Un documento, dove esso si truova nominato, l'ho riferito nelle mie Antichità italiane[411].

NOTE:

[406] Anastas., in Steph. II Vita. Annales Francorum.

[407] Sigonius, de Regno Italiae.

[408] Rer. Ital., P. II, tom. I.

[409] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.

[410] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[411] Antiquit. Ital., Dissert. IV, p. 136.

Anno di CRISTO DCCLV. Indizione VIII.

STEFANO II papa 4. COSTANTINO Copronimo imperadore 36 e 15. LEONE IV imperadore 5. ASTOLFO re 7.