Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 2
Raccogliesi da Beda[14] che nel presente anno infierì molto la pestilenza in Italia, e per questo malore l'ambasciatore del re d'Inghilterra con quasi tutti i suoi domestici lasciò la vita in Roma. A questo medesimo anno par che si possa riferire la guerra mossa dai re franchi al re _Grimoaldo_. Dovette _Bertarido_, fuggito in Francia, così ben perorare la causa sua presso di _Clotario III_ re di Parigi e della Borgogna, con esporre la usurpazione ingiusta a lui fatta da Grimoaldo, e la facilità che vi sarebbe di rimetterlo sul trono, stante il gran numero de' suoi partigiani, qualora esso Clotario prendesse la sua protezione, e spedisse un esercito in Italia, che quel re s'indusse a muover guerra a Grimoaldo. Entrò l'armata francese per la parte della Provenza nel Piemonte, ed arrivò fin presso alla città d'Asti. L'accorto Grimoaldo, uscito anch'egli in campagna colla sua armata, fermò i nemici in quel territorio, e quivi si accampò. Era principe sagace, e sapea le furberie della guerra. Un dopo pranzo, fingendo un panico terrore, levò all'improvviso il campo, e ritirossi con lasciar indietro le tende e buona parte del bagaglio, e specialmente una quantità prodigiosa di cibi e vini di buon polso. Caddero i Franzesi nella rete. Accortisi della di lui fuga, diedero sacco al campo, e trovato sì buon preparamento di mangiare e bere, fecero gran gozzoviglia, e si abboracchiarono in maniera, che quasi tutti ubbriachi si diedero in preda al sonno. Ma non fu sì tosto passata la mezza notte, che Grimoaldo voltata faccia, quando men sel credeano, venne a far loro pagar lo scotto. Tanta strage ne fece, che a pochi riuscì di portar salva la pelle alle loro case. Il luogo dove seguì questo macello dei Franchi, Paolo Diacono scrive che a' suoi dì si appellava _Rio_, ed era poco lungi della città d'Asti. Stava intanto l'imperadore _Costante_ in Siracusa. S'erano a tutta prima immaginati i Siciliani che la buona ventura fosse venuta a trovarli in mirando piantata la sedia imperiale nella lor isola. Si disingannarono ben tosto. Io non so se perchè questo principe era d'inclinazion troppo cattiva, oppure perchè la necessità l'astrignesse, per non poter tirare da Costantinopoli e dall'Oriente alcun danaro e sussidio pel grandioso suo mantenimento, egli si desse a far delle insopportabili avanie a quei popoli. Sì Anastasio[15] che Paolo Diacono[16] ci assicurano aver egli talmente afflitti gli abitanti e possessori dei beni nelle provincie di _Calabria_, _Sicilia_, _Sardegna_ ed _Africa_ con gabelle, capitazioni e viaggi di navi, che non s'era, a memoria d'uomini, simil flagello giammai patito. Restavano separate le mogli dai mariti, i figliuoli dai genitori; in una parola, arrivarono tanto oltre i malanni, che non restava più speranza di poter vivere alla gente. Nè già andarono i luoghi sacri esenti da questa tempesta, perchè egli spogliò tutte le chiese de' loro sacri vasi e dei loro tesori. Teofane[17], tuttochè autor greco, nota anch'egli, forse sotto l'anno precedente, tanti essere stati gli aggravii de' poveri Siciliani, che molti disperati scappando andarono a fissar la loro abitazione a Damasco: il che a taluno potrebbe sembrar cosa strana perchè i Saraceni signoreggiavano in quella città. Ma quei popoli non si attentavano più a dimorar in paese, dove comandasse un sì scellerato non imperadore, ma tiranno.
NOTE:
[14] Beda, Hist. Angl., lib. 5, cap. 1.
[15] Anast., in Vitalian.
[16] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 11.
[17] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCLXVI. Indizione IX.
VITALIANO papa 10. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 26. GRIMOALDO re 5.
Giacchè non si sa a qual anno precisamente si abbiano a riportare i fatti del Friuli, riferiti da Paolo Diacono[18] circa questi tempi, mi prendo la libertà di farne qui menzione. Morto che fu nei tempi addietro _Agone_ duca del Friuli la cui abitazione in Cividal di Friuli tuttavia a' tempi di Paolo Diacono esisteva, chiamata la Casa di Agone, fu conferito siccome dicemmo, quel ducato a _Lupo_, uomo di pessimo talento. Costui un giorno all'improvviso con un corpo di cavalleria fece una sorpresa all'isola di Grado, poco lontana da Aquileia, passando per una strada fatta a mano, che dalla terra ferma arrivava colà, la quale par ben difficile a credersi, come notò il padre de Rubeis[19]. Era quell'isola sottoposta all'imperadore, ed ivi dimorava il patriarca cattolico d'Aquileia, appellato gradense. Diede Lupo il sacco a quella chiesa, e ne portò via tutto il tesoro. Allorchè poi dovette Grimoaldo portarsi al soccorso di Benevento assediato, lasciò in Pavia come vicerè e comandante questo Lupo, i cui fatti egregiamente corrispondevano al nome, e gli raccomandò il suo palagio. Commise Lupo in tal congiuntura non poche insolenze in quella città, perchè si lusingava che Grimoaldo non avesse più a tornare; ma s'ingannò. Tornò Grimoaldo, e Lupo temendo il gastigo de' suoi reati, si ritirò nel Friuli, dove diede principio ad una ribellione contro del suo sovrano. Crede il suddetto padre de Rubeis accaduto ciò nell'anno 664. Grimoaldo, che non amava molto d'intraprendere una guerra civile di Longobardi contra Longobardi, perchè non si fidava del popolo suo, segretamente mosse _Cacano_ re degli Unni Avari, affinchè venisse dall'Ungheria a gastigare costui. A man baciate abbracciò Cacano l'assunto, e con un formidabil esercito giunse ad un luogo appellato Fiume, intorno al quale lascerò che disputino gli eruditi furlani. Quivi se gli fece arditamente incontro il duca Lupo, e, per quanto raccontarono a Paolo Diacono[20] alcuni vecchi che s'erano trovati presenti a quella tragedia, operò di molte prodezze contro di que' Barbari, coi quali per tre volte attaccò battaglia con esito felice. Nella prima li sconfisse, con restar solamente feriti alcuni dei suoi. Nella seconda furono alquanti dei suoi feriti e morti, ma con assaissima strage degli Avari. Nella terza, ancorchè molti Longobardi restassero feriti e morti, pur diede la rotta all'immenso esercito di Cacano, e ne riportò un ricco bottino. Ma raccoltisi i Barbari, vennero nel quarto giorno sì sterminatamente addosso a Lupo, che la sua gente diede alle gambe, ed egli, amando piuttosto di morir che di fuggire, dopo aver date quante prove potè del suo valore, lasciò sul campo la vita. I fuggitivi furlani si ritirarono nelle castella più forti per quivi far difesa, con abbandonar la campagna alla discrezion degli Avari, i quali diedero il sacco a tutto il paese, e parecchi luoghi consumarono col fuoco.
Ora avendo abbastanza operato a tenore dei desiderii del re Grimoaldo, questi fece loro intendere che oramai cessassero di guastar quella provincia, e se n'andassero con Dio. Ma quegl'infedeli non l'intendeano così. La risposta, che spedirono per i loro ambasciatori a Grimoaldo, fu che aveano preso il Friuli a forza d'armi, e che sel voleano ritenere per loro. S'accorse allora Grimoaldo d'essersi tirata la serpe in seno; tuttavia siccome principe animoso adunò in fretta quanti combattenti potè, per cacciar coloro dal Friuli colle cattive, giacchè colle buone più non si poteva; e andò ad accamparsi a fronte de' nemici. Vennero per parlare con lui altri ambasciatori di Cacano, ed egli seppe ben prevalersi della lor venuta. Era picciolo l'esercito longobardo; ma l'accorto re, tenendo a bada con parole per varii giorni quegli ambasciatori, ogni dì dava la mostra alle sue genti, e facendo prendere varii abiti e diverse armi alle truppe già vedute, quasichè ogni dì sopraggiugnessero dei nuovi reggimenti, più volte fece mirare a que' Barbari sotto diversi aspetti le medesime milizie, in guisa che coloro rimasero convinti della innumerabile armata de' Longobardi. Allora Grimoaldo, fatti venire a sè gli ambasciatori: _Or bene_, disse, _riferite a Cacano, che se non la sbriga di tornarsene a casa, con tutta questa gran moltitudine che voi co' vostri occhi avete veduto, io verrò tosto ad insegnargli la strada_. Di più non occorse. Cacano, avvertito del pericolo in cui si trovava, decampò, e tornossene al suo paese. Tentò dipoi _Varnefrido_, figliuolo di Lupo, di succedere in luogo del padre nel ducato del Friuli; ma conoscendo di non aver forze da contrastare col re Grimoaldo, ricorse agli Sclavi, o vogliam dire Schiavoni nella Carintia, ed ebbe tal rinforzo da quella gente, che si figurava già di poter ottenere il suo intento. Ma pervenuto al castello di Nemaso poco lontano da Cividale, quivi dal forte esercito de' Furlani perdè colla speranza del ducato anche la vita. Fu dunque creato duca del Friuli _Vettari_, oriondo della città di Vicenza, uomo di grande benignità, che soavemente governò dipoi quel paese.
Prima di questi tempi cominciò, e spezialmente prese vigore nell'anno presente, lo scisma della Chiesa di Ravenna. Abbiam veduto con quanta sommessione e prontezza _Mauro_ arcivescovo di quella città intervenne per mezzo de' suoi deputati al concilio lateranense sotto san Martino papa nell'anno 649. Ma questo uomo, accecato dall'ambizione, cominciò da lì innanzi a negare l'ubbidienza dovuta ai sommi pontefici, e praticata da tutti i suoi antecessori[21]. La permanenza degli esarchi d'Italia in Ravenna, quasichè quella fosse divenuta capo dell'Italia, servì ad esaltar la superbia di questo prelato, ed a cercar la _autocefalia_, ossia l'indipendenza da qualsivoglia Chiesa superiore, con trasgression manifesta dei canoni del da tutti venerato concilio primo ecumenico niceno. Racconta Agnello[22], che scrisse circa l'anno di Cristo 840, le vite de' vescovi ravennati, autore per altro malaffetto verso la Sede apostolica romana, che il papa (senza fallo _Vitaliano_) mandò a Ravenna dei legati per intimare a Mauro arcivescovo la sommessione, alla quale egli era tenuto verso il romano pontefice. Rispose Mauro insolentemente di maravigliarsi di questo, perchè era seguito accordo fra loro di non inquietare l'un l'altro, e di aver egli sopra ciò una scrittura sottoscritta dal medesimo papa. Rapportata al pontefice questa risposta, scrisse a Mauro, che se quanto prima non veniva a Roma, lo scomunicava. Diede allora nelle smanie l'iniquo arcivescovo, e presa la penna scrisse una lettera simile, in cui anch'egli scomunicava il papa. Fu portata a Roma questa insolentissima lettera, e lettala, il pontefice in collera la gittò per terra, e poi la fece raccogliere. Quindi portò le sue doglianze all'imperador Costante, pregandolo di ridurre al dovere il temerario arcivescovo. Ma nello stesso tempo scrisse anche Mauro all'imperadore, implorando il di lui patrocinio alle sue pretensioni. Costante, che altre vie non seppe mai battere, se non quelle dell'iniquità, piuttosto che soddisfare alle giuste domande del papa, volle sostener l'eccesso scandaloso dell'arcivescovo. Resta tuttavia il diploma da lui scritto ad esso Mauro, cavato da un codice manuscritto della bibblioteca estense, dove gli significa di aver dato degli ordini in favore di lui a _Gregorio_ suo esarco: il che ci fa conoscere che a _Teodoro Calliopa_ ora succeduto questo nuovo esarco _Gregorio_. Poscia dichiara e determina che la Chiesa ravennate sia esente in avvenire da ogni superiore ecclesiastico, e specialmente dall'autorità del patriarca di Roma antica, di modo che goda il privilegio dell'_autocefalia_. Il diploma è dato _kalend. Mart. Syracusa_. _Imperantibus dominis nostris pissimis perpetuis Augustis, Costantino majore imperatore_ (il che fa sempre più conoscere che il suo nome vero era _Costantino_ benchè l'uso abbia ottenuto di chiamarlo _Costante_) _anno XXV_ (che tuttavia correa nel marzo del presente anno), _et post consulatum ejus anno XIIII_ (si ha da scrivere _XXIII_) _atque novo Constantino, Heraclio, et Tiberio, a Deo con servatis filiis Constantini quidem anno XIIII Heraclio autem, et Tiberio anno VII_. Concorrono tutti questi caratteri ad indicar l'anno presente, e sempre più convincono i lettori essersi ancor qui troppo sconciamente abusato della sua autorità l'imperador Costante, non appartenendo a lui il mutar l'ordine della gerarchia ecclesiastica stabilito dagli Apostoli e regolato dai concilii generali della Chiesa di Dio. Ma di che non era capace questo empio ed infelice Augusto?
NOTE:
[18] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 17.
[19] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 31.
[20] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 19.
[21] Agnell., in Vita Mauri, tom. 2. Rer. Ital. Rubeus. Hist. Ravennat., lib. 4.
[22] Agnell., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCLXVII. Indizione X.
VITALIANO papa 11. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 27. GRIMOALDO re 6.
Circa questi tempi il re _Grimoaldo_ diede per moglie a _Romoaldo_ duca di Benevento, suo figliuolo, _Teoderada_ figliuola di _Lupo_ già duca del Friuli[23], che gli partorì poi tre figliuoli, cioè _Grimoaldo II_ e _Gisolfo_ (amenduni col tempo furono duchi di Benevento), ed _Arichi_, ossia _Arigiso_. Vendicossi ancora di tutti coloro che, nell'andare ad esso Benevento in soccorso del figliuolo, lo avevano abbandonato. Ma soprattutto barbarica fu la sua vendetta contro la città del _Foro di Popilio_, oggidì _Forlimpopoli_, perchè quel popolo, sottoposto all'esarco di Ravenna avea fatto degl'insulti non solamente a lui nel viaggio alla volta di Benevento, ma molte altre fiate ai suoi messi nell'andare e venire da Benevento. Per l'Alpe di Bardone, cioè per la via di Pontremoli, senza che se ne accorgessero i Ravennati, condusse egli le sue truppe in Toscana in tempo di quaresima, e poi nel sabbato santo piombò addosso a quella misera città, nel tempo appunto, che, secondo l'uso d'allora, si faceva il solenne battesimo de' fanciulli nella chiesa maggiore. A pochi, o a niuno perdonò la inumanità di quei soldati, con aver fino svenati i diaconi che battezzavano i fanciulli. Tale in somma fu la strage di quel popolo e il guasto della città, che pochissimi abitatori vi restavano a' tempi di Paolo Diacono: crudeltà degna di eterna infamia. Portava per altro il re Grimoaldo sommo odio ai Greci e sudditi dell'imperadore, perchè contro la buona fede avessero tradito ed ucciso i suoi due fratelli _Tasone_ duca del Friuli, e _Cacone_. E questa fu la cagione che, quantunque la città di _Opitergio_, oggidì appellata _Oderzo_, fosse già ridotta sotto il dominio de' Longobardi, pure perchè ivi era succeduta la morte de' suoi fratelli suddetti, la fece distruggere dai fondamenti, e partì poi quel territorio, assegnandone una parte a _Cividal di Friuli_, un'altra a _Trivigi_, e la terza a _Ceneda_.
NOTE:
[23] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 25.
Anno di CRISTO DCLXVIII. Indizione XI.
VITALIANO papa 12. COSTANTINO Pogonato imp. 1. GRIMOALDO re 7.
Fu questo l'ultimo anno della vita di _Costantino_, che noi sogliamo appellare _Costante_ imperadore. L'odio universale dei popoli, ch'egli s'era guadagnato colle immense sue estorsioni ed angherie lor fatte, e il discredito in cui era per le sue empie azioni, diedero moto ed animo ad una congiura contro di lui. Però sul fine di settembre dell'anno presente, essendo già incorso l'_indizione XII_, come abbiamo da Anastasio bibliotecario[24], da Paolo Diacono[25] e da Teofane[26], trovandosi egli nel bagno in Siracusa, fu quivi da un Andrea figliuolo di Troilo ucciso. Entrati gli uomini della sua corte, il trovarono senza vita, e diedero sepoltura al suo corpo. Dopo di che un certo _Mizizio_ (così lo chiama Teofane), oppur _Mecezio_ (come ha Paolo Diacono) si fece proclamar imperadore. Teofane scrive ch'egli fu forzato a prendere l'imperio essendo giovane di bellissimo aspetto e di nazione armeno; eppure confessa ch'egli era de' congiurati. Giunta a Costantinopoli la nuova di questo successo, _Costantino_ suo primogenito, dichiarato già imperadore dal padre nell'anno 654, prese le redini del governo. Era egli assai giovinetto, ma perciocchè dopo l'impresa di Sicilia tornò a Costantinopoli colla barba che gli spuntava sul volto[27], perciò ebbe il soprannome di _Pogonato_ cioè _barbato_. Diedesi in quest'anno esso giovane Augusto a far quanti preparamenti poteva, sì per vendicar la morte del padre, che per liberar l'imperio del tiranno Mecezio, e nell'anno vegnente, siccome vedremo, gli riuscì felicemente l'impresa. Fu questo principe di religione e di costumi diverso dal padre. In quest'anno ancora il re _Grimoaldo_ fece una giunta di alcune leggi a quelle del re Rotari. Dal prologo[28] si veggono pubblicate _anno Deo propitio regni mei sexto, mense julio, indictione XI_, e per conseguente in quest'anno. Dovea già aver preso un gran possesso fra i Longobardi l'empio abuso dei duelli, non già per bestiale appetito di vendetta o per puntigli, come si usava negli ultimi secoli addietro, ma per indagare con questa barbara invenzione il giudizio di Dio intorno alla verità o falsità dei delitti, o alla giustizia od ingiustizia delle pretensioni. Qualche freno vi mise il re Grimoaldo, con ordinare che se constava che un uomo libero per trent'anni fosse vivuto in istato tale, non potesse alcuno sfidarlo al duello in vigore di qualche pretensione che costui fosse suo servo, cioè schiavo. Però bastava che questo uomo adducesse davanti ai giudici i testimonii del possesso della libertà durante lo spazio di essi trent'anni, per esentarsi da ogni altra molestia. Lo stesso fu decretato in favore di chi provava di aver posseduto per lo suddetto spazio di tempo case, servi e terre. All'incontro, alle mogli accusate d'aver operato contro l'onore e la vita de' mariti, era permesso di giustificarsi col giuramento, oppur col combattimento: nel qual caso la donna sceglieva un campione ossia combattente per la parte sua. Non parlo delle altre leggi, nelle quali è prescritto che dee pagarsi dai padroni per gli delitti de' servi, e qual pena si desse a chi, lasciata la moglie sua, un'altra ne prendeva: oppure alle donne che prendevano per marito chi avea già moglie, tuttochè informate dello stato di quell'uomo. In quest'anno _Teodoro_ monaco greco, poscia arcivescovo dorovernense, ossia di Cantorberi fu inviato in Inghilterra da papa _Vitaliano_[29], ed è quel medesimo che compilò dipoi ed accrebbe i canoni penitenziali, mise in credito le lettere latine e greche in que' paesi ed allevò dei valenti discepoli, con istabilire ancora il canto ecclesiastico in quelle chiese. Probabilmente si prevalse degli sconcerti accaduti in Sicilia _Romoaldo_ duca di Benevento, per vendicarsi del già ucciso _Costante_ Augusto, e rendergli la pariglia dell'insulto già fatto a Benevento. Noi sappiamo da Paolo Diacono[30] ch'egli, raunata una buona armata, si portò all'assedio della città di _Taranto_, e cotanto la combattè, che la forzò alla resa. Altrettanto fece di quella di _Brindisi_: con che aggiunse tutti quei contorni, cioè un buon tratto di paese, al suo ducato beneventano.
NOTE:
[24] Anastas., in Vitalian.
[25] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 11.
[26] Teoph., in Chronogr.
[27] Zonar., in Annal.
[28] Leges Langobard., tom. 2 Rer. Ital.
[29] Beda, Hist., Agnel. lib. 4, cap. 1.
[30] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.
Anno di CRISTO DCLXIX. Indizione XII.
VITALIANO papa 13. COSTANTINO Pogonato imp. 2. GRIMOALDO re 8.
Premendo all'imperador _Costantino_ Pogonato il fuoco nato in Sicilia per la tirannia di _Mecezio_, ammassò quanta gente potè[31], facendone venire dall'Istria, dall'Italia, dalla Sardegna e dall'Africa perchè essa durava tuttavia alla divozion dell'imperio. Venne lo stesso giovane Augusto in persona a questa impresa con una poderosa flotta. Fu dunque presa Siracusa, trucidato il tiranno Mecezio, e il suo capo, con quelli di molti altri, portato a Costantinopoli. In questa maniera restò estinto il fuoco che si era acceso in queste parti, senza che si legga che i Longobardi continuassero a prevalersene maggiormente in loro vantaggio. Ciò fatto, l'imperadore se ne tornò lieto alla sua residenza di Costantinopoli. Ma probabilmente Mecezio, prima che gli arrivasse addosso sì gran tempesta, avea fatto ricorso per aiuto ai Saraceni. Benchè costoro non venissero a tempo per soccorrerlo, pure si sa da Anastasio[32] e da Paolo Diacono[33], che all'improvviso con molte navi arrivarono in Sicilia, entrarono in Siracusa, e misero a fil di spada quell'infelice popolo con essersene salvati pochi col favor della fuga. Pare eziandio che scorressero pel resto dell'isola, commettendo gli atti della medesima crudeltà dappertutto: ma questo non è certo. Per attestato ancora del cardinal Baronio[34] e del padre Mabillone[35], non son sicuri documenti di un tale eccidio una lettera scritta dai monaci benedettini di Messina ai monaci romani abitanti nel Laterano, nè una lettera di papa Vitaliano ai medesimi monaci messinesi: della prima delle quali vien detto che Messina e novantotto altre città e ville della Sicilia erano state saccheggiate e date alle fiamme dai Saraceni. Asportarono in quell'occasione i Barbari tutti i bronzi che l'imperadore Costante avea rubato ai Romani, e se ne tornarono ad Alessandria. Abbiamo da Teofane[36] che in questo medesimo anno l'imperador Costantino diede il titolo d'Augusti e dichiarò suoi colleghi nell'imperio i due suoi fratelli _Eraclio_ e _Tiberio_. Privò di vita _Giustiniano_ patrizio padre di Germano, che fu poi patriarca di Costantinopoli, e fece entrare lo stesso Germano nel ruolo degli eunuchi. Il perchè non lo dice la storia.
NOTE:
[31] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 12.
[32] Anastas. in Adeodat.
[33] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 13.
[34] Baron., Annal. Eccl.
[35] Mabil., Annal. Benedict., lib. 15 in fine.
[36] Paulus Diacon. lib. 5 cap. 23.
Anno di CRISTO DCLXX. Indizione XIII.
VITALIANO papa 14. COSTANTINO Pogonato imp. 3. GRIMOALDO re 9.