Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 18
Più vigorosi che mai tornarono in quest'anno i Saraceni ad infestare la Francia. Presero, per attestato di Paolo Diacono[329], la città d'Arles, e portarono la desolazione per tutta la Provenza. Carlo Martello, governator d'essa Francia, stimò bene in questa congiuntura di chiamare in aiuto il re Liutprando, e a questo fine gli spedì ambasciatori con dei regali. Liutprando tra per la stretta amicizia ch'egli saggiamente mantenne sempre colla nazione franca, e perchè non gli piacea d'avere per confinanti al suo regno quegl'infedeli sempre ansanti dietro a nuove conquiste, montò senza dimora a cavallo, e con tutta la sua armata marciò in soccorso dell'amico principe. Fu cagion questa mossa che i Saraceni, abbandonata la Provenza, si ritirarono nella lor Linguadoca. Si sa dal Continuatore di Fredegario[330] che Carlo Martello anch'egli con tutto il suo sforzo venne in Provenza, ricuperò quelle terre e città, e, secondo l'uso suo, come se fossero paese di conquista, le unì al suo dominio. Cessato il bisogno, Liutprando se ne tornò col suo esercito a casa. Truovasi in quest'anno la fondazione dell'insigne monistero della Novalesa a piè del monte Cenisio, diocesi allora del vescovo di Morienna. Lo strumento fu dato alla luce dal p. Mabillone[331], e, siccome egli e il p. Pagi[332] hanno osservato, le note cronologiche di quel documento appartengono all'anno presente, in cui il fondatore _Abbone_, ricchissimo signore, donò a quel sacro luogo un'immensa quantità di beni, posti in varii contadi di qua e di là dall'Alpi Cozie. Crebbe poscia quel monistero in credito di santità, e molto più in ricchezze, come era in uso di questi tempi, ne' quali gran copia di stabili colava ogni dì nelle chiese e ne' monisteri _pro redemptione animae suae_. Si legge ancora la cronica antica d'esso monistero, pubblicata dal Du-Chesne, e da me accresciuta[333] nel corpo _Rerum Italicarum_, ma contenente fra molte verità non poche favole. E perciocchè il prurito d'ingrandir l'origine delle città e delle famiglie, passò talvolta anche nei monaci per dare maggior lustro alla fondazione de' lor monisteri, non bastò a quei della Novalesa di avere _Abbone_, uomo privato, per lor fondatore; vollero ancora che questo _Abbone_ fosse patrizio romano, gran dignità in questi tempi, ma sognata in esso Abbone. Ho io osservato altrove[334], che anche in Padova col tempo fu spacciato per fondatore del celebre monistero di santa Giustina _Opilione patrizio_, ma con documenti che non sussistono. Quello della Novalesa, benchè servisse con parte delle sue sostanze a fondare il cospicuo monistero di _Breme_, o _Bremido_ nel Monferrato, e tuttochè decaduto dall'antico splendore, pure conserva alcuna delle sue prerogative, perchè ornato di autorità diocesana, ridotto per altro in commenda, di cui oggidì è abate commendatario il signor Carlo Francesco Badia, insigne fra i sacri oratori. Circa questi tempi _Ratchis_ duca del Friuli, forse irritato da qualche insolenza de' vicini Schiavoni, e perchè essi negavano un annuo tributo solito a pagarsi da essi al principe d'esso Friuli[335], col suo esercito entrò nella Carniola da essi posseduta, e fece un gran macello di quella gente, e devastò tutto il loro paese. Accadde che una brigata d'essi Schiavoni venne addosso al medesimo Ratchis senza lasciargli tempo da farsi dare la lancia dal suo scudiere. Ma egli colla mazza che aveva in mano sì fieramente percosse sul capo al primo che se gli appressò, che lo stese morto a terra, e questo colpo bastò a sbrigarlo dagli altri. Fu nell'anno presente, secondo l'asserzione di Andrea Dandolo[336], creato maestro de' militi, cioè governatore di Venezia, _Deusdedit_ figliuolo del duca _Orso_, ucciso già nelle fazioni di quel popolo. Questo onore a lui fu fatto in ricompensa delle ingiurie e dei danni in addietro sofferti.
NOTE:
[329] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.
[330] Continuator Fredegar., apud Du-Chesne, tom. 1.
[331] Mabill., Append. de Re Diplomatica.
[332] Pagius, ad Annal. Baron.
[333] Rer. Ital. P. II, tom. 2.
[334] Antiquit. Ital., Dissertat. XXXIV.
[335] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 52.
[336] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCXL. Indizione VIII.
GREGORIO III papa 10. LEONE Isauro imperad. 24. COSTANTINO Copronimo Augusto 21. LIUTPRANDO 29. ILDEBRANDO re 5.
S'imbrogliarono in quest'anno non poco gli affari d'Italia, ma senza che a noi sia pervenuta notizia de' veri motivi di questa turbolenza. Altro non sappiamo da Paolo Diacono[337], se non che _Trasmondo_ duca di Spoleti si ribellò contra del re Liutprando. Però esso re passò a quella volta coll'esercito, affine di dargli il dovuto gastigo. Alle forze di questo re, e re bellicoso, non potè resistere Trasmondo, e lasciato in balia di lui tutto il paese, scappò a Roma: dopo di che Liutprando creò duca di Spoleti _Ilderico_ suo fedele. Ascoltiamo ora Anastasio[338], o chiunque sia l'autore della Vita di papa Zacheria, che ci ha conservato varie particolarità di quegli avvenimenti. Scrive egli che l'Italia e il ducato romano furono in gran turbazione, perchè essendo perseguitato dal re Liutprando Trasmondo duca di Spoleti, questi si rifugiò in Roma. Fece istanza il re per averlo nelle mani, perchè probabilmente v'era convenzione fra l'uno e l'altro stato di darsi vicendevolmente i ribelli e servi fuggitivi. Ma papa _Gregorio III_ e _Stefano_ patrizio e duca, e l'esercito romano ricusarono di darlo. Per questo rifiuto, irritato il re, entrò nel ducato romano, e colla forza s'impadronì di quattro città romane, cioè di Amelia, Orta, Polimarzo (ossia Bomarzo, creduto da altri Palombara) e Blera, ossia Bleda. Ciò fatto, e lasciate quivi delle buone guarnigioni, se ne tornò a Pavia, correndo il mese d'agosto della _Indizione II_. Convengono gli eruditi in credere che s'abbia quivi a scrivere nella _Indizione VIII_ corrente fino al settembre dell'anno presente. Ma da che si vide Liutprando allontanato cotanto da quelle contrade, Trasmondo fatta lega coi Romani, e tirato in essa anche _Godescalco_ duca di Benevento, si mise all'ordine per ricuperare il perduto ducato. Raunossi a questo effetto quanto v'era di soldatesche nel ducato romano, e da due parti entraron quegli armati nelle terre di Spoleti. I primi a darsi furono quei di Marsi, di Forconio, di Valva e di Penna, terre d'esso ducato, oggidì del regno di Napoli. Entrati gli altri nella Sabina (parte allora del medesimo ducato), trovarono il popolo di Rieti ubbidiente ai loro cenni. Così felici successi furono cagione che Trasmondo senza fatica ricuperasse anche la città di Spoleti, e tutto insieme il restante del ducato. Il conte di Campello[339], a cui la immaginazione sua forniva tutti i colori per descrivere quei fatti, come se vi fosse stato presente, quantunque confonda non poco i tempi e le imprese, scrive che _Ilderico_, posto dal re Liutprando per duca in quelle contrade, restò ucciso in questi contrasti. Onde l'abbia egli preso nol so, nè si veggono le citazioni ch'egli qui aveva promesso. Ora certo è che quel ducato ritornò all'ubbidienza di Trasmondo. Nel registro del monistero di Farfa si legge una donazione d'esso duca, fatta _mense januario Indictione VIII_, che potrebbe appartenere a quest'anno prima della ribellione. Chi poi di sua testa vuol qui farci credere che Liutprando altro motivo per imprendere questa guerra non avesse fuorchè l'ansietà di sottomettere al suo totale dominio i duchi e ducati di Spoleti e Benevento, e che Leone Isauro avesse mano in questi torbidi per opprimere i papi contrarii alle sue perverse opinioni, parlano in aria, qualora non adducano la autorità degli antichi. In quest'anno, per attestato del Dandolo[340], fu governata Venezia da _Gioviano_, o _Giuliano_ Ipato, cioè _console imperiale_, uomo nobile e cospicuo per le molte sue virtù, in riguardo delle quali egli meritò un sì fatto onore[341]. Ciò che significhi questo titolo, già ce lo ha detto il Dandolo, siccome ancora chi lo conferisse. Ma c'è un bel passo a noi conservato da Francesco Sansovino, che egregiamente dà lume ad esso e a noi cognizione dello stato di questi tempi. Parla de' popoli dell'Istria, i quali nell'anno 804 sottoposti a Carlo Magno e a Pippino suo figliuolo re d'Italia, si lagnavano in una scrittura di _Giovanni_ duca, loro governatore[342]. _Ab antiquo tempore_, diceano essi, _dum fuimus sub potestate Graecorum imperii, habuerunt parentes nostri consuetudinem habendi actus tribunati, domesticos, seu vicarios, necnon loci servatores. Et per ipsos honores ambulabant ad communionem, et sedebant in consessu unusquisque pro suo honore. Et qui volebant meliorem honorem habere de tribuno, ambulabant ad imperium_ (imperatorem), _qui illum ordinabat hypatum. Tunc ille, qui imperialis erat hypatus, in omni loco secundum illum magistratum militum praecedebat._ Così noi troviamo nelle città di Napoli, di Gaeta e di Amalfi, sottoposte ai greci Augusti, i governatori di esse, col titolo ora di _duchi_, ora d'_ipati_, ossia di _consoli_ ed ora di _maestri de' militi_.
NOTE:
[337] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.
[338] Anastas. Biblioth., in Zacharia, tom. 12 Rer. Italic.
[339] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 13.
[340] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
[341] _Gl'imperadori di Costantinopoli, amici ed alleati dei Veneziani, sovente davano questo titolo, allora di molto onore, ai capi della repubblica._
[342] Sansovino, Venezia illustrat., lib. 13, facciata 356.
Anno di CRISTO DCCXLI. Indizione IX.
ZACHERIA papa 1. COSTANTINO Copronimo imperadore 22 e 1. LIUTPRANDO re 30. ILDEBRANDO re 6.
L'ultimo anno della vita di _Leone Isauro_ imperadore fu questo. Un'idropisia il condusse al fine de' suoi giorni nel dì 18 di giugno, con lasciare il suo nome in abominazione ai popoli per la guerra da lui cominciata contro alle sacre immagini. Restò alla testa dell'imperio _Costantino Copronimo_, principe peggiore e più crudele del padre, de' cui vizii non si saziano di parlare gli scrittori greci[343]. Ma sul principio corse egli pericolo di perdere affatto l'imperio e la vita. Era egli uscito in campagna contra degli Arabi; quando _Artabasdo_ o _Artabaso_, suo cognato, si sollevò contra di lui per torgli la corona di capo. Dai suoi parziali fu fatta correre voce in Costantinopoli che Costantino avea cessato di vivere. Di più non vi volle perchè tutto il popolo ne facesse festa, e caricasse di villanie e maledizioni il creduto defunto Augusto. Anche il patriarca _Anastasio_, uomo iniquo, che sapea navigare ad ogni vento, d'iconoclasta ch'era dianzi, voltato mantello, si cangiò in protettor delle sacre immagini; anzi con giuramento protestò d'avere inteso dalla bocca di esso Costantino delle orride asserzioni ereticali. Però tutto il popolo gridò al imperadore _Artabasdo_, il quale non fu lento a portarsi a Costantinopoli, dove, per cattivarsi gli animi de' cittadini, fece rimettere nelle chiese le sacre immagini. A tutta prima fuggì Costantino Copronimo; poi ripigliato alquanto di forza, venne alla volta di Costantinopoli, s'impadronì di Crisopoli, dove era l'arsenale in faccia della città, e succedette anche qualche zuffa fra i due rivali imperadori. Ma non veggendosi egli quivi sicuro, si ritirò, o andò a svernare nella città d'Amoria. Era forte in collera il re _Liutprando_ contra di Trasmondo per avere, ad onta di lui, ripigliato il ducato di Spoleti, e contra del duca di Benevento che s'era collegato con esso Trasmondo, ma più coi Romani, dacchè colle lor forze avevano rimesso in casa quel duca. Però venuta la stagione in cui sogliono i re uscire per far guerra, con una poderosa armata s'incamminò verso Spoleti. Non è chiaro se a questi tempi, oppure alla guerra dell'anno 728 e 729 appartenga ciò che narra Paolo Diacono[344], poco curante dell'ordine de' tempi in riferir le imprese: cioè che mentre il re Liutprando si trovava lontano, in Rimini, ossia nel suo territorio, fu messo a fil di spada il di lui esercito. Per me credo più verisimile che ciò accadesse nella precedente guerra. Certo è che in questa esso re giunse nella Pentapoli, e nel passare da Fano a Fossombrone, in un bosco situato fra quelle due città, gli Spoletini e Romani, che vi si erano posti in agguato, gli diedero molto da fare, con impedirgli il passo. Tuttavia a forza d'armi si fece largo, e continuò la marcia. Aveva egli data la retroguardia a _Ratchis_ duca del Friuli e ad _Astolfo_ suo fratello; e però ad essi più che agli altri toccò di sostenere il peso de' nemici, i quali andavano malamente pizzicando alla coda i Furlani. Tale nondimeno fu la bravura di questi due condottieri e della lor gente a quel brutto passo, che sempre combattendo e ammazzando molti degli avversarii, seguitarono il loro cammino, con restar solamente feriti alquanti della loro brigata. Si avanzò fra gli altri uno de' più valorosi Spoletini, tutto armato, per nome Berto o Bertone, che chiamato per nome Ratchis, disse che la voleva con lui. Ratchis il lasciò venire, e con un colpo il gittò da cavallo. Accorsero i Furlani del suo seguito; ma Ratchis, uomo misericordioso, gli permise di fuggire; e colui, usando di questa grazia, carponi colle mani e co' piedi aggrappandosi ebbe la fortuna di salvarsi nel bosco. Anche addosso ad Astolfo due coraggiosi Spoletini corsero, mentr'egli stava passando per un ponte venendogli alla schiena. Ma egli, voltata faccia, con un fendente ne cacciò l'uno giù dal ponte, e immediatamente rivolto all'altro, l'uccise e fecelo rotolar giù nel fiume.
Allorchè succedette l'altra rottura fra i Romani e Longobardi nell'anno 728 e 729, veggendosi a mal partito il santo papa Gregorio II, perchè dall'un canto venivano contra di Roma i Longobardi, e dall'altro avea l'imperadore nemico, cioè più disposto a fargli del male che del bene, prese la risoluzione di raccomandarsi efficacemente con sue lettere a _Carlo Martello_ reggente della Francia, potentissimo e prode guerriero de' tempi presenti. Questa particolarità la ricaviamo dal solo Anastasio[345], ma senza sapere che effetto producesse cotal ricorso. Della stessa massima si servì ancora, e molto più solennemente, papa _Gregorio III_ per l'impegno preso dai Romani in favore del duca di Spoleti contra del re Liutprando, ben conoscendo che restava esposto il ducato romano alle forze e sdegno di quel re irritato. Però abbiamo dal continuatore di Fredegario[346] ch'esso papa spedì in quest'anno l'una dietro l'altra due ambascerie a Carlo Martello (cosa non più veduta per l'addietro in Francia), e gli mandò le chiavi del sepolcro di san Pietro con grandi ed infiniti regali. Pare anche che Anastasio[347] faccia menzione di questo fatto, ma non parla se non d'una sola ambasceria. Le dimande del papa erano, come i padri Ruinart e Pagi han dimostrato, che Carlo Martello volesse imprendere la difesa di Roma contra dei Longobardi, poichè in ricompensa esso papa coi Romani gli offerivano di levarsi affatto dall'ubbidienza dell'imperadore, che non potea soccorrerli, anzi gli aveva in odio, e di dare a lui la signoria di Roma col titolo di _console_, ossia di _patrizio_. Carlo Martello con ammirabil magnificenza ricevette questa ambasceria; mandò anch'egli de' suntuosi regali al papa; e tornando gli ambasciatori pontifizii indietro, unì con loro _Grimone_ abbate di Corbeia, e Sigeberto monaco rinchiuso di san Dionisio, con ordine di venire a Roma. Di più non dicono gli storici. Ma che questa fosse l'intenzione del papa, pare che chiaramente si deduca dalle parole di una lettera scritta dipoi al medesimo Carlo Martello da esso Gregorio III, riportata dal cardinal Baronio[348] e nelle raccolte de' concilii, dove dice: _Conjuro te per Deum vivum et verum, ut per ipsas sacratissimas claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus, ut non praeponas amicitiam regum Langobardorum amori principis Apostolorum_, ec. E negli Annali di Metz presso il Du-Chesne[349] si legge che in tal occasione papa Gregorio III mandò a Carlo Martello una lettera _col decreto de' principali Romani_, contenente che il popolo romano, _relicta imperatoris dominatione_, desideravano di mettersi sotto la difesa ed invitta clemenza di esso Carlo. Cosa risolvesse Carlo Martello, amico del re Liutprando, e da lui soccorso nell'anno precedente, resta ancora da sapersi. Solamente abbiamo dalla divisione de' regni fatta da Lodovico Pio fra' suoi figliuoli[350], che egli loro raccomanda la cura e la difesa della Chiesa di san Pietro, cioè de' romani pontefici, siccome l'aveano avuta _Carlo_ suo bisavolo, _Pippino_ avolo, _Carlo_ genitore ed egli stesso. Ma questo non chiarisce se Carlo Martello accettasse veramente il patriarcato di Roma, in quanto esso portava seco anche la signoria di Roma e del suo ducato; nè se cessasse allora in essa Roma totalmente il dominio imperiale.
Intanto il re Liutprando continuava il suo viaggio per far pentire Trasmondo duca di Spoleti, i Romani e i Beneventani della lega fatta contro di lui. Ma qui si truova un gruppo assai intricato di storia, che non si può bene sciogliere, e convien solo giocar ad indovinare. Nè Paolo Diacono, nè Anastasio dicono punto che il re Liutprando passasse all'assedio di Roma; eppur pare che questo si deduca, e lo dedusse in fatti il cardinal Baronio dalle due lettere scritte da papa Gregorio III. Si sa che Liutprando conquistò il ducato di Spoleti, e parrebbe che questo dovesse precedere l'insulto fatto a Roma; ma Anastasio scrive che i Romani furono in aiuto del re contra degli Spoletini. Parimente è a noi noto che Liutprando passò anche a Benevento, e ne scacciò il duca _Godescalco_; ma senza che si sappia il tempo preciso di tale azione. Dirò io quello che mi sembra più verisimile. Condusse il re Liutprando l'armata sua addosso al ducato di Spoleti, dove Trasmondo colle forze sue e de' collegati cominciò a difendersi con tutto valore. Mentre si disputava fra loro, l'armata regale, parte pel bisogno, e parte per gli eccessi quasi inevitabili delle guerre, attendeva a bottinare, non solamente in quel ducato, ma eziandio nelle terre vicine del ducato romano, certo essendo che la giurisdizione del ducato spoletino si stendeva per la Sabina ad una gran vicinanza di Roma, e fra gli altri andarono a sacco molti poderi e beni della Chiesa romana. In questi brutti frangenti, e nel timore di peggio, Gregorio III papa scrive le due lettere suddette[351] a Carlo Martello, colle quali, il più pateticamente che può, lo scongiura d'aiuto, con dirgli, fra l'altre cose, che nell'anno precedente nel passaggio dei Longobardi verso Spoleti aveano patito di molto nelle parti di Ravenna i beni allodiali e livellarii spettanti alla chiesa di san Pietro, che servivano alla luminaria d'essa chiesa e al sovvenimento de' poveri. Che in ripassando per colà in quest'anno i Longobardi aveano fatto del resto, mettendo a ferro e fuoco quanto incontravano per cammino. Che facevano ora lo stesso in varie parti del ducato romano, con avere distrutti i beni del beato Pietro principe degli Apostoli, e condotti via gli armenti. Il prega di non credere ai re Liutprando ed Ilprando, se gli rappresentano d'aver giusti motivi di procedere contro i duchi di Spoleti e Benevento, perchè questi in niuna cosa hanno mancato, ed essere solamente perseguitati per non aver voluto nell'anno innanzi volgere le lor armi contra del ducato romano, nè devastare i beni de' santi Apostoli, nè dare il sacco ai Romani, come aveano fatto essi due re. Poichè per altro i suddetti due duchi si esibivano pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso dei re _secondo l'antica consuetudine_. Nell'altra lettera torna a toccare la persecuzione ed oppressione fatta dai Longobardi, con aver tolto _omnia luminaria ad honorem ipsius principis Apostolorum. Unde et ecclesia sancti Petri denudata est, et in nimiam desolationem redacta_. Di qui ricavò il cardinal Baronio che l'armata longobarda fosse sotto a Roma, ed empiamente saccheggiasse la basilica vaticana, con inveir poscia contra del re Liutprando, e trovare che per gastigo di questa iniquità egli mancò di vita senza prole; quasichè Dio in tanti anni di matrimonio per l'addietro non gli avesse data successione in pena di un peccato che egli dovea poi fare. Va anche dubitando lo zelante cardinale che Carlo Martello in quest'anno, per non aver dato aiuto al papa, presto e miserabilmente morisse, quando appunto egli da lunghe febbri e da una grave inappetenza oppresso, non potè accudire all'Italia, e morì in tempi di queste medesime turbolenze. Sebbene è probabile ancora che l'aiutasse con raccomandazioni al re Liutprando, giacchè vedremo fra poco s'esso re fosse o non fosse rispettoso verso i sommi pontefici e verso la santa Chiesa romana. Ma il punto principale è, che non sussiste il sacco che il dottissimo cardinale immaginò dato alla basilica vaticana dall'esercito di Liutprando. Papa Gregorio III non parla quivi d'essa _basilica_, parla della _Chiesa di s. Pietro_, cioè della _Chiesa romana_, secondo l'uso di questi tempi, ne' quali ogni chiesa e monistero prendeva il nome dal suo titolare. Nomavansi in questa maniera le chiese _di sant'Ambrosio_ di Milano, di _san Giminiano_ di Modena, e simili. Nè altro dice esso pontefice, se non che i beni posseduti dalla santa Chiesa romana in varii di quei territorii, dove si faceva la guerra, erano stati devastati; male accaduto in infiniti altri incontri di questa fatta, e spesso contra il volere dei lor re e dei generali. Però non si accorda colla verità che Liutprando andasse sotto Roma, e molto meno che saccheggiasse la basilica sacrosanta del Vaticano; e per questa ragione Anastasio, o chiunque sia l'autor della vita di papa Zacheria, non parlò punto di questa insussistente empietà.
Potrebbe poi parere che mentre il re Liutprando era impegnato nella guerra contro Spoleti, accadesse un altro fatto, raccontato fuor di sito da Paolo Diacono[352], cioè che i Romani, unito un grosso esercito, alla testa di cui era _Agatone_ duca di Perugia, vennero per ritorre _Bologna_ dalle mani de' Longobardi. Ma v'erano di guarnigione tre bravi uffiziali, cioè Valcari, Peredeo e Rotari, i quali facendo una vigorosa sortita sopra essi Romani, molti ne tagliarono a pezzi, e il resto misero in fuga. Resta tuttavia in essa città di Bologna una bella memoria del dominio dei re Liutprando ed Ilprando, cioè un vaso di marmo nella chiesa di s. Stefano, per uso sacro, coll'iscrizione di stile barbaro, quale in quei tempi d'ignoranza sovente si trova. Fu essa inscrizione spiegata ed illustrata dal conte Valerio Zani, e si legge presso il conte Malvasia[353]. Eccone le parole.
VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE DOMNORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE BONONIENSIS. HIC IN HONOREM RELIGIOSI SVA PRAECEPTA OBTVLERVNT, VNDE HVNC VAS IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT DEVS REQVIRET