Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 17

Chapter 173,368 wordsPublic domain

Sotto quest'anno abbiamo da Teofane[304] che _Leone_ imperadore diede per moglie a _Costantino Copronimo_ Augusto suo figliuolo una figliuola del principe de' Gazari, cioè dei Tartari Turchi, avendo essa prima del matrimonio abbracciata la religion cristiana, e preso il nome d'_Irene_. Questa riportò la lode di buona principessa, studiò le sacre lettere, si distinse nella pietà, e non mai approvò l'empie opinioni del suocero nè del marito. Ora il medesimo Augusto Leone, in vece di accudire a reprimere i Saraceni che in questi tempi diedero il guasto alla Paflagonia, e si arricchirono colla rovina di que' popoli, ad altro non pensava che a sfogare il suo sdegno contro del papa e contro di chiunque contrastava in Roma al suo astio verso le sacre immagini. Però allestì una poderosa armata navale per gastigarli, e sotto il comando di Mane duca de' Cibirrei la spedì nel mare Adriatico. Confuse Iddio i di lui perversi disegni, perchè alzatasi un'orribil burrasca, fracassò o dissipò tutto quello stuolo, con vergogna e rabbia incredibile di chi lo avea spedito. Altro dunque non potendo per allora l'infuriato Augusto, imperversò contro le sostanze de' popoli della Sicilia e Calabria, accrescendo di un terzo il tributo della capitazione. Oltre a ciò, fece confiscare i patrimonii spettanti fin dagli antichi tempi alla Chiesa romana, posti parimente in Sicilia e Calabria, dai quali essa Chiesa ricavava ogni anno tre talenti e mezzo d'oro. Di questi patrimonii usurpati alla santa Chiesa di Roma in tal occasione parlano ancora Adriano I in un'epistola a Carlo Magno, e Nicolò I papa in un'altra a Michele imperadore. Ne fecero in fatti varie volte istanza i sommi pontefici agl'imperadori greci, ma sempre senza frutto, finchè i Saraceni, siccome vedremo, vennero ad assorbir tutto. Non so mai se potesse appartenere all'anno presente un avvenimento narrato da Agnello storico ravennate[305], mentre era arcivescovo di Ravenna _Giovanni_ successor di _Felice_. La spedizion della flotta cesarea nell'Adriatico, accaduta in quest'anno, e il sapere che i Ravegnani andavano d'accordo coi sommi pontefici nel sostener le sacre immagini, e che il suddetto Giovanni loro arcivescovo senza paura nè dell'imperadore, nè dell'esarco, era intervenuto nel precedente anno al concilio romano celebrato contra gl'iconomachi, mi fan credere non improbabile che in Ravenna succedesse quanto vien raccontato dal medesimo Agnello; cioè, che tornò di nuovo un ministro imperiale con varie navi armate per saccheggiar Ravenna, come era accaduto negli anni addietro. Venuto quel popolo in cognizione dell'iniquo disegno, dato di piglio all'armi, in forma di battaglia andò ad incontrare i Greci. Finsero essi cittadini di prendere la fuga, ed allorchè furono allo stadio della Tavola, voltata faccia, cominciarono a menar le mani contra de' Greci. Intanto il vescovo Giovanni, il clero e tutti i maschi e femmine restati entro la città, vestiti di sacco e di cilicii, imploravano con calde preghiere e lagrime l'aiuto celeste in favore dei suoi. Sentissi una voce, senza sapersi onde venisse, nel campo ravennate, che loro intonò la sicurezza della vittoria: laonde tutti più che mai coraggiosamente s'avventarono contra de' Greci, i quali, vedendo rotta un'ala dell'esercito loro, presero la fuga, con ritirarsi nelle navi chiamate dromoni. Allora i Ravennati saltarono anch'essi nelle lor barchette e picciole caravelle, e furono addosso ai nemici, con ucciderne assaissimi, e precipitarne molti nel braccio del Po, che in questi tempi arrivava fino a Ravenna, di maniera che per sei anni dipoi la gente si astenne dai pesci di quel fiume. Questo conflitto accadde nel dì 26 di giugno, giorno de' santi Giovanni e Paolo, solennizzato dipoi da lì innanzi dal popolo di Ravenna quasi al pari del dì santo di Pasqua, con addobbi e con una processione in rendimento di grazie a Dio, perchè restasse in quel dì liberata la città dal mal talento de' Greci. Veramente sembra che non s'intenda come stando allora in Ravenna l'esarco _Eutichio_ e seguitandovi a stare dipoi, il popolo di quella città si rivoltasse contra de' Greci, e continuasse poscia a far festa di quel prosperoso successo. Ma è da avvertire, che tanto in Roma che in Ravenna s'era sminuita di molto l'autorità degli esarchi, e questi navigavano come poteano. Nell'esercizio della giustizia e ne' tributi ordinarii era prestata loro ubbidienza; ma di più non veniva loro permesso, essendo quei popoli risoluti di sostener le sacre immagini, e di non lasciarsi opprimere dalle violenze indebite dell'empio imperadore. Era certo allora in disgrazia d'esso Augusto anche papa Gregorio III; e pure sappiamo da Anastasio[306] che questo pontefice ottenne dall'esarco Eutichio sei colonne onichine, le quali furono da lui poste nel presbiterio della basilica vaticana con travi soprapposti, tutti coperti con lastre d'argento effigiate. Vi pose ancora varii gigli e candellieri alti alcune braccia per le lucerne, tutti di argento, pesanti libbre settecento. Quel tanto dirsi da altri scrittori greci, che l'Italia s'era sottratta all'ubbidienza di Leone Isauro, non si dee credere che sia affatto senza fondamento.

NOTE:

[304] Theoph., in Chronogr.

[305] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., tom. 2 Rer. Italic.

[306] Anastas. in Gregor. III.

Anno di CRISTO DCCXXXIV. Indizione II.

GREGORIO III papa 4. LEONE ISAURO imperadore 18. COSTANTINO Copronimo Augusto 15. LIUTPRANDO re 23.

Circa questi tempi potrebbe essere accaduta la fondazione di _Città Nuova_ fatta dal re Liutprando, quattro miglia lungi da Modena, sulla via Emilia, ossia Claudia, come da assaissimi secoli in qua noi diciamo. Doveano essere in quella parte del territorio modenese dei boschi, e niuna casa, e però quivi nascondendosi gli assassini, infestavano la strada regale della Lombardia, che passava per colà. Ora venne in mente al re di fabbricar quivi una terra o città, con piantarvi una colonia di Modenesi, acciocchè da lì innanzi restasse il passo ben guardato dagli assassini. Quivi tuttavia nella facciata della parrocchiale di san Pietro, che sola resta di quell'illustre luogo, ne esiste la memoria in un marmo, benchè logorato dal tempo e mancante nel fine. Le parole che ivi si leggono, son le seguenti in lettere romane:

HAEC XPS FVNDAMINA POSVIT FVNDATORE REGE FELICISSIMO LIVTPRAND PER EVM CEB... HIC VBI INSIDIAE PRIVS PARABANTVR, FACTA EST SECVRITAS, VT AX SERVETVR. SIC VIRTVS ALTISSIMI FECIT LONCIBARD. TEMPORE TRANQVILLO ET FLORENTISS. OMNES VT VNANIMES.... PLENIS PRINC....

Dissi illustre luogo, perchè nominato anche nel testamento di Carlo Magno, e veramente divenuta città dove dimorava un _conte_, cioè un governatore, o un _gastaldo_, cioè un regio uffiziale che amministrava giustizia, come ho con varii documenti provato nelle Antichità italiche[307]. Dopo il mille andò in rovina essa _Città Nuova_, probabilmente perchè il popolo di Modena volle maggiormente ampliare e popolare la propria città. Dura nondimeno tuttavia il nome della villa di _Cittanova_.

NOTE:

[307] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.

Anno di CRISTO DCCXXXV. Indizione III.

GREGORIO III papa 5. LEONE Isauro imperadore 19. COSTANTINO Copronimo Augusto 16. LIUTPRANDO re 24.

Godeva intanto _Gregorio_ papa pace, quantunque non godesse della grazia dell'imperadore _Leone_ Iconomaco, perchè i Greci non aveano forza o maniera di comandare a bacchetta in Roma, e il popolo romano si trovava unito per sostener l'onore delle sacre immagini, e per non lasciarsi calpestare dall'adirato Augusto, cui per altro riconoscevano per loro signore. Attendeva dunque esso papa a ristorare ed ornar le chiese, ad ergere monisteri, e lasciar dappertutto segni della sua pia munificenza, che sono diligentemente annoverati nella di lui vita presso Anastasio[308]. All'incontro Leone Augusto era intento a punire o colla morte o coll'esilio chiunque ardiva di difendere il culto delle sacre immagini, e non mancarono de' martiri sotto di lui e de' suoi successori per questo. Venuto a morte nell'anno presente _Eude_ celebre duca d'Aquitania e Guascogna[309], _Carlo Martello_, governatore di nome, re di fatti, della monarchia franzese, corse tosto ad occupar coll'armi quelle contrade. Avea Eude lasciato dopo di sè due figliuoli, _Unaldo_ e _Attone_ (lo stesso è che _Azzo_ ed _Azzone_), i quali vigorosamente sostennero, finchè ebbero forze, le loro ragioni. Durò la guerra fino all'anno seguente, in cui, o, siccome io credo, che si venisse ad un aggiustamento, o che Carlo volesse acquistarsi la gloria di principe moderato, si sa che egli dichiarò e lasciò ad _Unaldo_ tutto quel ducato, o almen parte d'esso, ma con obbligarlo a giurar fedeltà ed omaggio non già al re Teoderico IV, ma a sè stesso, e a _Pippino_ e _Carlomanno_ suoi figliuoli. Altrettanto avea egli fatto nell'anno precedente nel ricuperar Lione ed altre città dalle mani de' Saraceni, e nello impossessarsi del regno della Borgogna, con porre ivi dei suoi uffiziali e vassalli, come in paese di suo proprio dominio. In questa maniera andava egli istradando sè stesso, oppure i suoi figliuoli al regno: il che si vedrà effettuato a suo tempo. E perciocchè il saggio re _Liutprando_ coltivava con gran cura l'amicizia coi re franchi e con esso Carlo Martello, e all'incontro per le sue mire alla corona anche Carlo Martello si studiava di mantener buona intelligenza col medesimo re Liutprando, volle circa questi tempi (e forse prima) lo stesso Carlo dare un solenne attestato della sua confidenza ed amistà al re suddetto. Pertanto mandò a Pavia _Pippino_ suo primogenito a visitar Liutprando[310], e a pregarlo che volesse accettarlo per figliuolo d'onore. Volentieri acconsentì il re Liutprando, e la funzione ne fu fatta con tutta solennità, avendo esso re di sua mano tagliati i capelli al giovane Pippino, con che si veniva, per testimonianza di Paolo Diacono, a significare, secondo lo stile d'allora, che il teneva da lì innanzi per suo figliuolo. Poscia, dopo averlo regalato con magnifici doni, il rimandò in Francia al suo padre naturale.

NOTE:

[308] Anastas., in Gregor. III.

[309] Continuator Fredegarii, T. I. Du-Chesne.

[310] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 53.

Anno di CRISTO DCCXXXVI. Indizione IV.

GREGORIO III papa 6. LEONE Isauro imperad. 20. COSTANTINO Copronimo Augusto 17. LIUTPRANDO re 25. ILDEBRANDO re 1.

Accadde che sul principio di questo anno gravemente s'infermò il re _Liutprando_ di tal malore, che arrivò ai confini della vita, e comunemente si credè ch'egli fosse spedito[311]. Raunatasi per questo la dieta de' signori longobardi, di comun consentimento fu eletto e proclamato re _Ildebrando_, ossia _Ilprando_, nipote del medesimo re Liutprando. Seguì tal funzione fuori della città di Pavia nella chiesa di s. Maria alle Pertiche. E perchè era in uso di conferire questa sublime dignità con presentare un'asta al nuovo re, accadde che un cuculo, uccello, venne a posarsi su quell'asta, mentre Ildebrando la teneva in mano. Dai saggi di quel tempo, che badavano forte agli augurii, fu preso questo maraviglioso accidente (se pure s'ha da credere vero) per un prognostico che di niun uso sarebbe il principato d'esso Ildebrando. Si riebbe il re Liutprando dalla sua pericolosa malattia, e venuto in cognizione di quanto avevano operato i Longobardi, se l'ebbe a male. Tuttavia come principe prudente lasciò correre il fatto, ed accettò per collega il nipote, e negli strumenti si cominciarono a contare gli anni ancora di lui. S'era creduto in addietro dal Sigonio e da altri che l'elezion d'Ildebrando fosse accaduta nell'anno 740, perchè Paolo Diacono spesse volte confonde l'ordine de' tempi; ma Francesco Maria Fiorentini con rapportar le note cronologiche[312] di uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, da me poscia dato alla luce[313], mise in chiaro che nel _marzo_ del corrente anno correva l'_anno primo_ del medesimo _re Ildebrando_. Sarebbe nondimeno restato a me non poco dubbio che negli ultimi mesi dell'anno 735 fosse conferito ad esso Ildebrando il titolo di re, dopo aver io osservato nel suddetto archivio lucchese altre memorie che sembrano insinuarlo. Veggasi la dissertazione de Servis[314] nelle mie antichità italiane. Ed avrei ciò tenuto per indubitato, se non mi fossi incontrato in una pergamena, scritta nel dì _primo di febbraio_ del presente anno, in cui si vede notato l'_anno XXIV_ del re Liutprando, senza che vi si parli del re Ildebrando. A questi tempi mi fo io lecito di riferire la restituzione fatta dal castello di Gallese da _Trasmondo_ duca di Spoleti, narrata da Anastasio bibliotecario[315]. Era dianzi questa terra pertinenza del ducato romano, l'avevano occupato i Longobardi Spoletini, e per cagion d'essa passavano continue risse fra esso ducato romano e quello di Spoleti. Studiossi il buon papa _Gregorio III_ di metter fine a queste contese, e una considerabil somma di danaro sborsato al duca Trasmondo quella fu che l'indusse a renderla ai Romani: con che cessò ogni nimistà e dissapor fra loro.

NOTE:

[311] Idem, ibid., c. 57.

[312] Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.

[313] Antiq. Italic., Dissert. XXVIII, p. 769.

[314] Ibid., Dissert. XIV.

[315] Anastas., in Gregor. III.

Anno di CRISTO DCCXXXVII. Indiz. V.

GREGORIO III papa 7. LEONE Isauro, imperad. 21. COSTANTINO Copronimo Augusto 18. LIUTPRANDO re 26. ILDEBRANDO re 2.

Per attestato di Andrea Dandolo[316], essendo nata una civile discordia fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor duca _Orso_; e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E questi fu _Domenico Leone_, primo ad esercitar quella carica. Crede il medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto, raccontato da Paolo Diacono[317], ma che forse appartiene ad alcuno degli anni precedenti. Era tuttavia duca del Friuli _Pemmone_, postovi dal re Liutprando; era patriarca di Aquileia _Callisto_. Ora nei tempi addietro avvenne che _Fidenzio_ vescovo della città di Giulio-Carnico, capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris[318]. Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu eletto _Amatore_, che seguitò a tenere la residenza in quella città. Nella Cronica de' patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce[319], si legge che a Fidenzio succedette _Federigo_, e a Federigo _Amatore_. Gran tempo era che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona[320], terra della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee. Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca, e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato Pemmone, e conoscendo _Ratchis_ suo figliuolo per uomo valoroso, il creò duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza che non gli sarebbe fatto male; e però coi figliuoli e con tutti quei nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli tutti ammessi, donò a Ratchis _Pemmone_ di lui padre, ed inoltre _Ratcait_ e _Astolfo_ di lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili. Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re; ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza, meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarca _Callisto_, liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s. Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in quest'anno _Teoderico IV_, re de' Franchi, e per cinque anni stette la Francia senza re, governando gli stati _Carlo Martello_, il quale è da maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de' Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione del Continuator di Fredegario[321], s'impadronirono della città di Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca, posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città. Tra essi e l'esercito di Carlo seguì un sanguinoso fatto d'armi colla sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono[322] fa menzione di questa vittoria.

NOTE:

[316] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.

[317] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 51.

[318] Noris, de Synodo Quinta, cap. 9.

[319] Anecdot. Latin., tom. 4.

[320] _Cioè di quei sudditi imperiali che per ragione di commercio abitavano nell'isole di Venezia, non essendo i Veneziani se non alleati dell'imperadore._

[321] Continuator Fredegarii apud Du-Chesne, tom. 1.

[322] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.

Anno di CRISTO DCCXXXVIII. Indiz. VI.

GREGORIO III papa 8. LEONE Isauro imper. 22. COSTANTINO Copronimo Augusto 19. LIUTPRANDO re 27. ILDEBRANDO re 3.

Venne a Roma nel presente anno per la terza volta l'insigne vescovo ed apostolo della Germania s. _Bonifacio_[323], le cui continuate fatiche per piantare in mezzo a tanti popoli pagani la fede di Gesù Cristo non si possono leggere senza stupore. L'accoglienza a lui fatta dal pontefice Gregorio III e da tutto il popolo romano fu corrispondente al merito di quel mirabile coltivator della vigna del Signore. Dopo aver ricevuto dal buon papa molti regali, e quante sacre reliquie seppe dimandare, accompagnato ancora da tre lettere scritte da esso pontefice ai popoli della Germania, convertiti di fresco da lui alla vera fede, se ne partì contento alla volta della sua greggia. Nel cammino, o spontaneamente o invitato, passò a Pavia, dove il re Liutprando gli fece un bel trattamento, e il ritenne seco per qualche tempo, godendo e profittando dei di lui santi insegnamenti. Secondo i conti di Paolo Diacono[324], _Gregorio_ duca di Benevento, nipote del re Liutprando, venne in quest'anno a morte, dopo aver governato quel ducato per _sette anni_. Gli succedette _Godescalco_ duca, che solamente per _tre anni_ tenne quel ducato, ed ebbe per moglie _Anna_. Fu allo incontro di parere Camillo Pellegrino[325] che la morte del suddetto Gregorio accadesse nell'anno 729, e che Godescalco campasse _quattro anni_ nel ducato: tempo appunto assegnatogli nella Cronica di santa Sofia presso l'Ughelli. Finalmente il signor Bianchi[326] e il signor Sassi[327] pensano che _Gregorio_ terminasse i suoi giorni nell'anno 740, e che gli succedesse allora _Godescalco_. Forse che i fatti a noi somministrati dalla storia, andando innanzi, ci porgeran qualche lume in mezzo a queste tenebre. Abbiamo ancora dal Dandolo[328], che nell'anno presente fu governata Venezia da _Felice Cornicola_ maestro de' militi, o vogliam dire generale dell'armi, uomo umile e pacifico, il quale colle sue buone maniere rimise la concordia in quel popolo, ed ottenne che _Deusdedit_, ossia _Diodato_, figliuolo del duca Orso ucciso, fosse liberato dall'esilio, e se ne tornasse alla patria.

NOTE:

[323] Othon., in Vit. S. Bonifacii, lib. 1, cap. 28.

[324] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 56.

[325] Camil. Peregrinus, Hist. Princ. Langob. tom. 2 Rer. Italic.

[326] Blancus, in Notis ad Paul. Diac., tom. 1 Rer. Ital.

[327] Saxius, in Notis ad Sigonium, de Reg. Ital.

[328] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCCXXXIX. Indiz. VII.

GREGORIO III papa 9. LEONE Isauro imperad. 23. COSTANTINO Copronimo Augusto 20. LIUTPRANDO re 28. ILDEBRANDO re 4.