Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 16

Chapter 163,544 wordsPublic domain

In quest'anno, per quanto io vo conghietturando, ricuperarono i Greci la città di Ravenna. Leggesi una lettera, a noi conservata da Andrea Dandolo[287], rapportata dal Baronio e da altri, in cui papa Gregorio scrive ad _Orso_ duca di Venezia, essere stata presa la città di Ravenna, capo di tutte, _a nec dicenda gente Longabardorum_; e sapendosi che l'esarco _nostro figliuolo_ dimora in Venezia, però gli comanda di unirsi con noi affine di rimettere sotto il dominio de' _signori nostri figliuoli Leone e Costantino_ grandi imperadori quella città. Non può negarsi; questa lettera ha tutta la patina dell'antichità; eppure io non lascio di aver qualche dubbio intorno alla sua legittima origine. Questo, perchè ho pena a persuadermi che quel saggio papa nelle circostanze di questi tempi potesse chiamar la nazion longobarda _nec dicendam_ (lo stesso è che dire _nefandam_), titolo che si dava ai Saraceni, e che fu anche dato ai Longobardi, allorchè sui principii erano crudeli, nemici fieri di Roma ed ariani. In questi tempi noi sappiamo che tutti professavano la religion cattolica, erano figliuoli, come gli altri, della santa Chiesa romana, e gli abbiam veduti protettori del sommo pontefice contro le violenze dell'imperadore; e senza l'aiuto di essi il pontefice Gregorio restava preda del sacrilego furor de' Greci. Come mai un sì avveduto pontefice potè sparlare in tal forma dei Longobardi? Aggiungasi che non si può sì facilmente concepire tanta premura del pontefice in favor dell'esarco rifugiato, come ivi si dice, in Venezia. Se s'intende di _Paolo_ esarco, costui, per attestato di Anastasio, era scomunicato, e poi fu ucciso dai Ravennati. Se di _Eutichio_, anch'egli, per asserzion del medesimo storico, era scomunicato e in disgrazia del pontefice, e toccò dipoi, siccome vedremo, al re Liutprando di rimetterlo in sua grazia. Potrebbe solamente dirsi che la presa e ricupera di Ravenna succedette nell'anno 725 prima che spuntasse l'eresia degl'iconoclasti, come ha creduto il Sigonio con altri, e pare che si ricavi dallo stesso Anastasio: nel qual tempo passava buona armonia fra il papa e l'imperadore, e i suoi ministri. Ma ciò non sussiste. Si sa da Anastasio medesimo che l'esarco _Paolo_ fu mandato in Italia con ordine di levar dal mondo papa Gregorio II, e fece quanto potè per eseguirlo. Certo è altresì che non già nell'anno 725, ma molto più tardi, e certo dappoichè Leone Augusto si dichiarò nemico delle sacre immagini, e cominciò la persecuzione per cagion d'esse, Ravenna fu presa. Ne abbiamo l'autentica testimonianza dello stesso Gregorio II, che, dopo aver narrato nella prima lettera a Leone Isauro l'affare della statua del Salvatore, per cui esso Augusto avea fatto uccidere alcune donne, aggiugne che divulgata la fama di queste sue crudeli puerilità, i popoli più lontani aveano calpestate le immagini del medesimo Augusto, e che _i Longobardi e i Sarmati ed altri popoli settentrionali aveano fatto delle scorrerie per l'infelice Decapoli_ (cioè per le dieci città sottoposte a Ravenna), _ed occupata la stessa metropoli Ravenna, con iscacciarne i magistrati cesarei, e porvi al governo i lor propri, ed ora minacciano d'invadere gli altri luoghi imperiali vicini, e Roma stessa, giacchè esso imperadore non ha forza per difenderli. E questo tutto avvenuto per l'imprudenza e stoltezza dello stesso Augusto._ Adunque scorgiamo seguita l'occupazion di Ravenna dappoichè Leone s'era scatenato contro le sacre immagini; nè questa città, allorchè il papa scrisse, era stata per anche ricuperata da' Greci, nè il papa mostra d'aver data mano per ripigliarla, nè premura perchè si ripigli. Finalmente è da osservare che nè Anastasio bibliotecario, nè Paolo Diacono parlano punto che s. Gregorio s'impacciasse in far ritorre ai Longobardi Ravenna; e pur questo sarebbe stato di gran gloria d'esso pontefice, il quale avrebbe renduto bene per male ad un imperadore sì fatto, cioè ad un persecutore della di lui vita e dignità. Comunque sia, o fosse il papa o fosse l'esarco che accalorasse questa spedizione, egli è fuor di dubbio che Ravenna tornò alle mani de' Greci e fu ritolta ai Longobardi. Si dee la lode di questo fatto al valore fino in que' tempi riguardevole dei Veneziani, asserendo Paolo Diacono[288], che stando in _Ravenna Ildebrando nipote del re Liutprando_, _e Peredeo duca di Vicenza_, all'improvviso arrivò loro addosso l'armata navale dei Veneziani; e che nella battaglia da essi fu fatto prigione Ildebrando: e che Peredeo bravamente combattendo vi restò ucciso. Agnello ravennate[289] anch'egli lascia abbastanza intendere, benchè molto ci manchi della sua storia, che Ravenna fu ricuperata; perciocchè dopo aver narrata l'occupazione fattane dai Longobardi, dice che sdegnati i Ravegnani contra di _Giovanni_ loro arcivescovo (senza allegarne il perchè), il cacciarono in esilio, e perciò egli stette per un anno in Venezia con danno notabile della sua chiesa. Ma ravveduti dipoi fecero che l'esarco il richiamasse alla sua sedia. Quegli scrittori moderni che rapportano varie particolarità della presa di Ravenna, le han tolte dalla sola loro immaginazione. Per altro non si può assegnare per mancanza di memorie il tempo preciso nè della occupazione, nè della ricupera d'essa città, e dee a noi bastare di saper con sicurezza che l'una e l'altra avvenne dappoichè fu principiata la guerra contra le sacre immagini. Cosa accadesse della _Pentapoli_ occupata dai Longobardi, non ce l'han rivelato gli antichi; ma da Anastasio[290] sufficientemente si ricava che ritornò anch'essa allora alle mani dell'esarco.

Abbiamo poi da esso Anastasio[291] che nel gennaio di quest'anno fu veduta per più di dieci giorni una cometa. E parimente da lui sappiamo che _Eutichio_ patrizio ed esarco fece lega col re Liutprando, essendosi convenuto fra loro di unir l'armi, affinchè il re potesse sottomettere alla sua corona i duchi di Spoleti e di Benevento, e l'esarco di Roma all'imperadore. Se fosse certo che in questo medesimo anno fosse stata ricuperata Ravenna dai Greci e Veneti, potremmo immaginare che il re Liutprando per riavere il nipote _Ildebrando_, condotto prigione a Venezia, s'inducesse a far la pace e lega coll'esarco. Paolo altro non dice, se non che esso re si mosse a questa unione per desiderio di soggiogare i duchi di Spoleti e di Benevento. Non è noto onde nascesse questo mal animo del re Liutprando contro que' duchi suoi vassalli. Crede il conte Campelli[292] che il re mal sofferisse di vedere quei principi come assoluti padroni di quelle contrade, e che non riconoscessero nel re se non la semplice sovranità; e però portato dall'ambizione volesse assoggettarseli come gli altri duchi della Neustria, Austria e Toscana, che erano governatori delle città. Se ciò fosse, non è chiaro. Solamente vedremo da una lettera di papa Gregorio III, che quei duchi protestavano d'esser pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso del re, _secondo l'antica consuetudine_; del che non doveva essere contento il re Liutprando, con esigere di più. Ma quella lettera non ha che fare con questi tempi, essendo scritta nell'anno 741. Ora Anastasio racconta che il re colle sue forze andò a Spoleti; e perciocchè _Trasmondo_ duca di quella contrada, siccome ancora il duca di Benevento (secondo i conti di Paolo Diacono, dovrebbe essere stato _Romoaldo II_) conobbero di non potere resistere alla di lui potenza, si umiliarono, e gli promisero ubbidienza con solenni giuramenti, dandogli anche degli ostaggi per pegno della lor parola. Poscia coll'esercito marciò alla volta di Roma, e si attendò nel campo di Nerone. Sapeva il buon papa Gregorio II che la pietà non era l'ultima delle virtù del re Liutprando, e però intrepidamente uscito della città, andò a trovarlo e a parlargli. Non potè Liutprando resistere alle paterne ammonizioni del santo padre, e ne restò sì ammollito e compunto, che se gli gittò a' piedi, con promettergli di non far male ad alcuno. Poscia entrati nella basilica vaticana, ch'era allora fuori di Roma, esso re davanti al corpo del principe degli Apostoli spogliossi del manto regale, de' braccialetti, dell'usbergo, del pugnale, della spada dorata, della corona d'oro e della croce d'argento, e tutto lasciò in dono e in memoria della sua venerazione a quel celebratissimo sepolcro. Finita l'orazione, fu pregato il papa da Liutprando di volere rimettere in sua grazia ed assolvere l'esarco _Eutichio_: il che fu fatto; e poscia il re con esso esarco se ne tornò indietro, senza aver fatto male ad alcuno. Resta a noi il solo abbozzo di questi avvenimenti, ma senza che sieno a notizia nostra pervenuti i motivi e le circostanze d'essi. Nè vo' lasciar di dire che in quest'anno[293] il figliuolo del principe dei Gazari, cioè dei Turchi, entrò nell'Armenia e nella Media, possedute da' Saraceni, sconfisse l'esercito loro, comandato da Garaco generale di essi Arabi Mussulmani, e, dopo aver saccheggiate quelle provincie, ritornò al suo paese, con lasciare un gran terrore nella nazione de' Saraceni.

NOTE:

[283] Baron., Annal. Eccl.

[284] Pagius, ad Annal. Baron.

[285] Theoph., in Chronogr.

[286] Camill. Peregr., de Fin. Ducat. Beneventan., tom. 5 Rer. Ital.

[287] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

[288] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.

[289] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Italic.

[290] Anastas., in Vita Zachariae Papae.

[291] Id., in Vit. Gregor. II.

[292] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 3.

[293] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCCXXX. Indiz. XIII.

GREGORIO II papa 16. LEONE Isauro imper. 14. COSTANTINO Copronimo Augusto 11. LIUTPRANDO re 19.

Per attestato di Anastasio[294], fecesi in quest'anno una sollevazione d'alcuni popoli nel ducato romano. Un certo _Tiberio_, per soprannome _Petasio_, gl'indusse a ribellarsi contra dell'imperadore, e specialmente fu a lui, come a signore, giurata fedeltà da quei di _Maturano_, oggidì creduto _Barberano_, dal popolo di _Luni_, e da quel di _Blera_ o _Bleda_. Credo scorretta la parola _Lunenses_, perchè Luni città marittima, situata al fiume Magra, era sotto i Longobardi e troppo lontana, nè potè ribellarsi contro chi non ne era padrone. Anastasio parla di popoli posti in quella provincia romana, che oggidì si chiama il patrimonio. Vicino a Barberano e Bleda si vede _Viano_; forse volle parlar lo storico di quella terra. Trovavasi allora l'esarco _Eutichio_ in Roma, e turbossi forte a questo avviso; ma il buon papa _Gregorio_ fece a lui coraggio, ed animò l'esercito romano, seco mandando ancora alcuni dei principali ministri di sua corte. Andarono i Romani, presero il capo ribello Petasio, la cui testa fu inviata a Costantinopoli; e con tutto ciò non poterono essi Romani ottenere l'intera grazia dell'imperador Leone. Questi sempre più andava peggiorando nell'odio contro le sacre immagini, e perciocchè un forte ostacolo all'esecuzion dei suoi perversi voleri era il santo patriarca _Germano_, in quest'anno appunto il costrinse a ritirarsi nella casa paterna, e a lui sostituì nel patriarcato un indegno suo discepolo, nomato _Anastasio_. L'ambizione di costui per ottenere quell'insigne dignità il trasportò ad abbracciare e secondare gl'iniqui sentimenti dell'imperadore. Significò egli ben tosto l'esaltazione sua al romano pontefice; ma trovandolo esso papa macchiato degli errori iconoclastici, nol volle riconoscere per vescovo, e gl'intimò la scomunica se non si ravvedeva dei suoi falli. Colla scorta di questo malvagio patriarca l'imperadore più che mai si diede a far eseguire i suoi sregolati editti, e a perseguitar chi non voleva ubbidire, con dar anche la morte a non pochi che contrastavano a' suoi ingiusti voleri. Credesi inoltre dal padre Pagi che per vendicarsi del santo papa Gregorio, egli facesse staccare dal patriarcato romano tutti i vescovati dell'Illirico, della Calabria e Sicilia, che dianzi immediatamente dipendevano dal papa, aggregandoli al patriarcato di Costantinopoli. Ciò apparisce da una lettera[295] di papa Adriano I a Carlo Magno. E può dirsi che di qui traesse principio la funesta division della Chiesa greca dalla latina: divisione in vari tempi interrotta e non mai estinta, anzi rinforzata poi maggiormente da Fozio e da altri ambiziosi o maligni patriarchi, e che dura tuttavia. Nondimeno è incerto se questa smembrazione accadesse sotto questo papa, oppur sotto il suo successore Gregorio III, come io credo piuttosto. Veggasi all'anno 733.

NOTE:

[294] Anastas., in Gregor. II.

[295] Adriani I Papae Epistol. in fine Concil. Nic. II.

Anno di CRISTO DCCXXXI. Indiz. XIV.

GREGORIO III papa 1. LEONE Isauro imperad. 15. COSTANTINO Copronimo Augusto 12. LIUTPRANDO re 20.

Fu questo l'ultimo anno della vita di papa _Gregorio II_, essendo egli stato chiamato da Dio nel dì 11 di febbraio al premio eterno delle sue virtù e fatiche in pro della religione cattolica, e meritevolmente riconosciuto per santo. Verso l'ordine monastico esercitò egli non poco la sua beneficenza, fondando nuovi monisteri, e ristorando i vecchi; stese la sua liberalità a varie chiese; e lasciò una perpetua memoria della sua pietà, dottrina e prudenza in mezzo di varii sconcerti della religione e del secolo. Dopo un mese e cinque giorni di sede vacante, se vogliamo seguitare il padre Pagi[296] ed alcuni esemplari di Anastasio bibliotecario, fu eletto e consacrato papa, con assenso ed applauso universale, _Gregorio III_, soriano di nazione. Ma nella vita del medesimo presso lo stesso Anastasio si legge, ch'egli contra sua voglia fu eletto nel tempo che si faceano i funerali al defunto Gregorio II, e però non già un _mese e cinque giorni_, ma solamente _cinque giorni_, dovrebbe essere durata la vacanza della Sede pontificia; se non che in essa vita si parla solamente dell'_elezione_, restando in dubbio se immediatamente ne seguisse la _consecrazione_, per cui veramente l'eletto cominciava il suo pontificato. Fa un grande elogio di questo novello pontefice Anastasio[297], o chiunque sia l'autore della sua vita, rappresentandocelo dotto nella lingua greca e latina, che recitava a memoria tutto il salterio, eloquente predicatore, amatore de' poveri, redentor degli schiavi, e vivo esemplare d'ogni cristiana virtù. Non tardò lo zelante pontefice a scrivere delle forti lettere agl'imperadori _Leone e Costantino_, esortandoli a desistere dalla persecuzione delle sacre immagini; e questi suoi sentimenti ed esortazioni inviò a Costantinopoli per mezzo di Giorgio prete. Ma questi giunto colà, veggendo l'aspro trattamento che si faceva a chiunque osava di opporsi alle determinazioni degli Augusti, per timor della pelle se ne tornò a Roma senza presentar quelle lettere. Confessò il suo fallo al pontefice, il quale, sdegnato per la di lui pusillanimità, raunato il concilio, volle degradarlo dal sacerdozio. Tante nondimeno furono le preghiere dei padri e dei nobili laici, che si contentò di dargli una buona penitenza, con patto che ritornasse alla corte colle stesse lettere. Andò egli in fatti, ma dai ministri imperiali nel passare per la Sicilia fu ritenuto, e stette quasi un anno esiliato in quelle parti. Provò in questi tempi la Gallia qual fosse la crudeltà e l'odio de' Saraceni contro de' Cristiani. Divenuti essi già padroni della Linguadoca, passarono il Rodano, s'impadronirono della città di _Arles_, assediarono quella di _Sens_, ma non poterono mettervi il piede, mercè dell'animo che fece in tal congiuntura ai cittadini s. _Ebbone_ vescovo di quella città[298]. Distrussero poi assaissime chiese, monisteri e castella, lasciando dappertutto segni del loro furore con incendii e stragi de' miseri cristiani. Intanto i due eroi della Francia _Carlo Martello_ ed _Eude_ duca dell'Aquitania, in vece di volgere le armi contra di quegl'infedeli, ad altro non pensavano che a scannarsi l'un l'altro, e a sagrificar le vite de' popoli franchi alla loro ambizione. Toccò la peggio in una delle due battaglie ad Eude, e Carlo per due volte entrato nell'Aquitania, diede il guasto al paese con riportarne un immenso bottino a casa.

Avea _Romoaldo II_, duca di Benevento[299] sposata in seconde nozze _Ranigonda_ figliuola di _Gaidoaldo_ duca di Brescia. Ma egli terminò i suoi giorni circa questi tempi, oppure nell'anno 733, come pensa il Bianchi[300]. All'incontro Camillo Pellegrino fu di parere che avvenisse la morte di quel duca nell'anno 720, e che dopo lui per due anni governasse quel ducato un _Aodelao_, ossia _Audelao_, e che a lui succedesse nell'anno 724 _Gregorio_, che da Paolo Diacono vien chiamato _nipote del re Liutprando_, e creato duca da esso re. Ma avendo noi veduto all'anno 729 che il re suddetto andò per sottomettere al suo dominio il duca di Benevento, e volle ostaggi da esso, non par molto verisimile che allora comandasse ai Beneventani _Gregorio_, il quale, siccome nipote e creatura del re Liutprando, avrebbe dovuto conservar buona armonia collo zio. Certo è che ci mancano lumi per diradar queste tenebre; ma non è improbabile che circa i presenti tempi succedesse l'assunzione di _Gregorio_ al ducato di Benevento, perchè torneremo a vedere all'anno 740 irato il re Liutprando contro del duca di Benevento, ed allora è probabile che il suddetto Gregorio non si contasse più tra i vivi. Però sia a me lecito di riferire qui ciò che ha detto Paolo Diacono intorno a questo affare. Scrive egli, che essendo mancato di vita _Romoaldo II_ duca di Benevento, dopo aver comandato per ventisei anni, lasciò dopo di sè un figliuolo di poca età, nominato _Gisolfo II_. Contra di lui insorsero alcuni che anche tentarono di levarlo dal mondo; ma il popolo di Benevento, avvezzo alla fedeltà verso i suoi principi, gli salvò la vita con uccidere chi s'era sollevato contro di lui. Probabilmente quell'_Audolao_ duca, menzionato nella Cronica di santa Sofia[301], ma non conosciuto da Paolo Diacono, o da lui apposta omesso, perchè considerato quale usurpatore, dovette occupar quel ducato e tenerlo per due anni. Ora il re Liutprando, che vedeva di mal occhio lo sconvolgimento di quelle contrade, e che dovette temere che i Greci vicini e nemici non profittassero d'una tal turbolenza, e dell'età di _Gisolfo II_ incapace a reggere un sì vasto dominio, e in pericolo di perdere la vita, si portò a Benevento apposta, e levatone il fanciullo Gisolfo, vi pose per duca _Gregorio_ suo nipote, la cui moglie si appellò _Giselberga_. Dato in questa maniera buon sesto alle dissensioni di quel ducato, se ne tornò il re Liutprando a Pavia, conducendo seco il suddetto _Gisolfo_, ch'egli fece nobilmente allevare come se fosse proprio figliuolo; e giunto che fu all'età convenevole, gli diede per moglie _Coniberga_, ossia _Scauniberga_, di nobil sangue; e questi poi a suo tempo fu creato duca di Benevento dal medesimo re Liutprando.

NOTE:

[296] Pagius, ad Annal. Baron.

[297] Anastas., in Gregor. III.

[298] Chron. Petav. apud Du-Chesne.

[299] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 50 et 55.

[300] Blancus, in Notis ad Paul. Diac. tom. I Rer. Italic.

[301] Chron. S. Sophiae apud Ughel. Ital. Sacr. tom. 8.

Anno di CRISTO DCCXXXII. Indizione XV.

GREGORIO III papa 2. LEONE Isauro imperad. 16. COSTANTINO Copronimo Augusto 13. LIUTPRANDO re 21.

Chiarito oramai il sommo pontefice _Gregorio III_ che a nulla giovavano presso dell'imperadore Leone le preghiere ed esortazioni perchè desistesse dalla guerra mossa contro le sacre immagini, nell'anno presente raunò nella basilica vaticana un concilio di novantatrè vescovi d'Italia[302], fra' quali furono i principali _Antonio_ patriarca di Grado e _Giovanni_ arcivescovo di Ravenna, e vi intervenne ancora tutto il clero romano coi nobili e col popolo d'essa città. Quivi fulminò la scomunica contra chiunque deponesse, distruggesse, profanasse o bestemmiasse le sacre immagini; ed egli il primo, e poi tutti gli altri prelati ne sottoscrissero il decreto. Ciò fatto, ingegnossi di far sapere la risoluzion del concilio agl'imperadori, con far loro premura perchè si rimettessero ne' sacri templi le immagini, e spedì le lettere per Costantino difensore. Questi ancora fu arrestato in Sicilia, e quivi detenuto prigione quasi per un anno intero, e le lettere gli furono tolte, con rimandarlo in fine caricato d'ingiurie e di minacce. Tutti poscia i popoli dell'Italia formarono varie suppliche ai predetti Augusti in favor delle sacre immagini, e le inviarono forse nell'anno seguente alla corte; ma questi scritti incorsero nella medesima disavventura, perchè furono intercetti da _Sergio_ patrizio e generale dell'armi in Sicilia, i portatori cacciati in prigione, e rilasciati solamente dopo otto mesi col regalo di molte ingiurie. Non lasciò per questo lo zelante papa di scrivere altre lettere vigorose tanto ad _Anastasio_ usurpatore del patriarcato costantinopolitano, quanto a _Leone_ e _Costantino_ Augusti intorno al medesimo affare, e le mandò alla corte per Pietro difensore, verisimilmente per altra via che per quella di Sicilia; e contuttochè Anastasio bibliotecario non ne dica l'esito, pure si sa che tanto gl'imperadori quanto Anastasio stettero fermi nella lor condannata determinazione. Già è deciso presso gli eruditi, che continuando i Saraceni di Spagna le loro scorrerie nella Gallia con incendiare e saccheggiar dovunque giugnevano, sicchè molte città restarono desolate dalla loro barbarie, _Eude_ duca d'Aquitania, al cui paese specialmente toccò questo flagello, veggendosi a mal partito, o prima, ovvero allora pacificossi con _Carlo Martello_, e implorò il suo aiuto contra di quegl'infedeli. Unitisi dunque i due valorosi principi con una poderosa armata, furono ad affrontare i nemici presso della città di Poitiers, diedero loro battaglia, e poscia una memorabile sconfitta per valore specialmente delle truppe che Carlo avea seco condotte dall'Austrasia, cioè della Germania. Paolo Diacono[303] fa menzione anche egli di questa insigne vittoria, con dire che vi restarono morti trecento settantacinquemila Saraceni, e solamente mille e cinquecento Cristiani. Forse in tutta la Spagna e Linguadoca non v'era sì gran numero di combattenti Saraceni; e certo il buon Paolo spacciò qui la nuova di quel conflitto, quale correva fra il rozzo popolo, cioè stranamente ingrandita dall'odio che meritamente si portava da' Cristiani a quell'empia e finor trionfante nazione. Anche Anastasio bibliotecario fa menzione di essa vittoria, con riferire lo stesso numero di uccisi, ed attribuirlo al solo duca Eude. Ma sì egli che Paolo, dicendola accaduta nel pontificato di papa Gregorio II, e circa l'anno 725, confondono insieme due diverse vittorie, essendo certo che quella del presente anno fu veramente la più riguardevole contro quei Barbari, e che la gloria ne è principalmente dovuta al valore e alle milizie di Carlo Martello. E di qui ancora pare che risulti non essere stata scritta da autore alcuno contemporaneo la vita d'esso papa Gregorio II, e che chi la scrisse, dovette copiar da Paolo Diacono cotali avvenimenti.

NOTE:

[302] Anastas. Bibliothec., in Greg. III.

[303] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.

Anno di CRISTO DCCXXXIII. Indizione I.

GREGORIO III papa 5. LEONE Isauro Imperadore 17. COSTANTINO Copronimo Augusto 14. LIUTPRANDO re 22.