Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 15
Abbenchè in questi tempi per cagione della nascente eresia degl'iconoclasti accadessero molte novità in Italia, pure non abbiamo un filo sicuro per distinguere i tempi, e quasi neppure disbrogliare quegli avvenimenti, de' quali i soli Anastasio bibliotecario e Paolo Diacono ci han conservata una confusa memoria. Li riferirò io con quell'ordine che mi parrà più verisimile. Allorchè l'imperador _Leone_ ebbe scorto[270] quanto il romano pontefice fosse alieno dal concorrere ne' suoi perversi sentimenti, tornò a scrivergli più imperiosamente, facendogli sapere che ubbidisse, se gli premeva d'aver la sua grazia, altrimenti ch'egli finirebbe d'esser papa. Allora l'intrepido pontefice _Gregorio_, ben intendendo i pericoli della Chiesa e i propri, saggiamente si accinse alla difesa. Con sue lettere avvisò i popoli italiani dell'insulto che voleva fare il malvagio imperadore alla religione; cominciò a star cauto per la propria persona; e molto più è da credere che con più vigore che mai rispondesse a Leone. Il cardinale Baronio[271] rapporta due sue lettere, come scritte da esso papa nell'anno precedente 726 al medesimo imperadore. Pretende all'incontro il padre Pagi[272] che queste appartengano all'anno 730. Forse niun di loro ha colto nel segno. Sappiamo ben di certo che l'infuriato imperadore si diede a studiar tutte le vie per levar dal mondo il santo pontefice. Pare che Anastasio metta come avvenuti quegli empii suoi tentativi contro la vita del papa prima che spuntasse la persecuzione delle sacre immagini, adducendo come commosso a sdegno l'imperadore, perchè il pontefice Gregorio s'era opposto all'imposizione d'un _censo_, ossia tributo, o capitazione, ch'esso Augusto voleva esigere dai popoli d'Italia. Mette ancora l'assedio di Ravenna quasi fatto dal re _Liutprando_ prima dell'attentato contro esse immagini. A me sembra più verisimile che il primo anello di questa catena sia stato l'empio editto di Leone Isauro per cui cadde dalla sua grazia papa Gregorio, e s'imbrogliarono le cose in Italia. Teofane[273] scrive, che dopo aver esso pontefice con sua decretale esortato indarno l'imperadore perverso a non voler mutare i riti stabiliti dai santi Padri intorno all'immagini, vietò che se gli pagassero da lì innanzi i tributi. Può essere che Teofane s'ingannasse in credere negati a Leone anche i tributi soliti, quando l'opposizione probabilmente fu di un censo nuovo, ossia d'una capitazione, che nuovamente si voleva introdurre; ma forse gli è da prestar fede allorchè dice fatta cotale opposizione. Pare eziandio molto credibile che il re Liutprando si prevalesse della buona occasione di profittar sopra gli Stati imperiali, dappoichè vide alterati forte gli animi degli Italiani contra del prevaricatore Augusto, il quale all'eresia aveva aggiunta la persecuzione del papa. In fatti abbiamo da Anastasio[274] che per ordine suo fu cospirato in Roma contro la vita del santo pontefice da _Basilio_ duca, da Giordano cartulario, e da Giovanni soprannominato Lurione, con participazione e consenso di _Marino_ imperiale spatario, mandato dall'imperadore col titolo di duca, ossia governatore di Roma. Volle Iddio che non seppero mai trovare apertura di eseguir l'empio concerto, e intanto Marino infermatosi passò al mondo di là. Arrivò dipoi _Paolo_ patrizio inviato in Italia _esarco_, e coll'intelligenza e colle spalle di lui seguitarono i congiurati la lor trama contro del buon pontefice. Ma venuto alla luce il loro disegno, commosso il popolo romano trucidò Giovanni e Lurione. Basilio fu costretto a farsi monaco, e ristretto in un monistero, quivi terminò i suoi giorni. Non istette per questo l'esarco Paolo di proseguire nel suo sacrilego pensiero di torre la vita al pontefice, e di sostituirne un altro a suo piacimento, per avere libero il campo a spogliar le chiese di Roma, siccome avea fatto in varii altri luoghi. Venne anche da Costantinopoli un altro spatario con ordine di deporre papa Gregorio. Lo stesso esarco a questo fine raunò quanti soldati potè in Ravenna, e gl'inviò alla volta di Roma, sperando che con questo rinforzo i congiurati verrebbono a capo della loro iniqua intenzione. Ma ciò risaputo, tanto il popolo romano, quanto i Longobardi del ducato di Spoleti e della Toscana si misero in armi, e fecero buone guardie al ponte Salario e ai confini del ducato romano, affinchè i mal intenzionati non potessero passare. Il conte Campello nella Storia di Spoleti, scrivendo che seguì in tal congiuntura una battaglia fra gli imperiali e Trasmondo duca di Spoleti, colla vittoria in favore dell'ultimo, di sua testa v'ha aggiunto questo abbellimento, non men che l'orazione fatta da esso duca alle sue milizie. Probabilmente nell'anno presente accaddero tutti questi movimenti e sconcerti. Dalla vita di s. Giovanni Damasceno, scritta da Giovanni patriarca di Gerusalemme[275], ricaviamo ch'esso Damasceno abitante in Damasco nel dominio de' Saraceni e ministro del loro califfa, appena intese lo editto di Leone Isauro, che prese la penna in difesa delle sacre immagini. Leggonsi le di lui orazioni su questo argomento. Da essi Saraceni fu appunto nell'anno presente assediata la città di Nicea, metropoli della Bitinia, ma Iddio miracolosamente la preservò dalle loro unghie.
NOTE:
[270] Anastas., in Gregor. II.
[271] Anastas., in Gregor. II.
[272] Pagius, ad Annal. Baron.
[273] Theoph., in Chronogr.
[274] Anastas., in Gregor. II.
[275] Johannis Damasceni Oper. tom. 1.
Anno di CRISTO DCCXXVIII. Indiz. XI.
GREGORIO II papa 14. LEONE Isauro imperad. 12. COSTANTINO Copronimo Augusto 9. LIUTPRANDO re 17.
Scoprivasi ogni dì più empiamente animato l'imperador _Leone_ non solo contro le sacre immagini, ma eziandio contro il santo pontefice _Gregorio_ difensore delle medesime. Tentarono i suoi ministri con replicati ordini imperiali[276] di muovere contro di lui i popoli della Pentapoli, cioè di cinque città, che son credute Rimini, Pesaro, Fano, Umana ed Ancona, tuttavia in que' tempi soggette ai Greci, e parimente i Veneziani. Ma que' popoli risolutamente negarono di consentire a sì nera iniquità, anzi protestarono d'essere pronti a dar la vita per la difesa del medesimo pontefice. Nè ciò loro bastando, scomunicarono l'esarco _Paolo_, e chiunque teneva con lui, giugnendo a non volere i governatori da lui destinati per le città, e ad eleggerne essi quelli che fossero uniti alla Chiesa romana. Furono anche vicini que' popoli d'Italia ch'erano sudditi dell'imperio, a creare un nuovo imperadore, con disegno di condurlo a Costantinopoli, e ne tennero varie consulte. Ma il saggio e piissimo papa disturbò questa loro risoluzione, sperando sempre che l'imperadore s'avesse a ravvedere e a rimettersi nel buon cammino. Accadde poscia che anche _Esilarato_ duca di Napoli, accecato dal desiderio di farsi del merito coll'imperadore, sedusse non pochi di quella parte della Campania, che tuttavia ubbidivano all'imperio, e venne insieme con _Adriano_ suo figliuolo alla volta di Roma, pieno di mal talento contro del pontefice. Allora il popolo romano, acceso di zelo, uscì coll'armi contro di costoro, e preso esso Esilarato col figliuolo, amendue li privarono di vita. Saputo poscia che _Pietro_ novello duca di Roma avea scritto alla corte contro del papa, il cacciarono fuor di città. Nè minore fu il tumulto che durante questi torbidi si svegliò in Ravenna. Molti aderivano all'empietà dell'imperadore, ma i più erano in favore e difesa del romano pontefice. Si venne perciò alle mani fra loro, e in quel conflitto restò ammazzato lo stesso esarco Paolo. Era finora stato solamente spettatore di queste brutte scene d'Italia, accadute per la pazza condotta di Leone Augusto, il re _Liutprando_. Ma vedendo crescere il fuoco, e cotanto irritati e sì mal disposti gli animi de' sudditi imperiali contro del loro sovrano, volle cavar profitto da questa disunione, prendendo, credo io, motivo e pretesto di muovere le sue armi dalla persecuzione d'esso imperadore contro della Chiesa e del capo visibile della medesima. Nè duro fatica a figurarmi che fosse anche invitato a questo giuoco da non pochi, i quali non sapevano digerire d'aver per signore un imperador empio, e che, per attestato di Anastasio, avea spogliate varie chiese: laddove sotto i re longobardi la religion cattolica e i suoi ministri godevano tutta la possibil tranquillità e il dovuto rispetto. Però uscito in campagna col suo esercito, si spinse contro le terre dell'esarcato. Pare che la sua prima impresa fosse l'assedio di _Ravenna_, dove stette sotto per alcuni giorni; ed è certo che la prese, benchè Anastasio espressamente nol dica, attestandolo chiaramente Paolo Diacono[277] ed Agnello ravennate[278], che un secolo dopo scrisse le vite di quegli arcivescovi. Anzi esso Agnello ci ha conservato qualche particolarità di quel fatto, con dire che, per intelligenza di uno di que' cittadini, Liutprando v'entrò, perchè avendo finto di dare un fiero assalto alla porta del Vico Salutare, ed essendo corsi tutti i cittadini colà alla difesa, il traditore intanto aprì la porta che va al Vico Leproso, e introdusse i Longobardi. Gran somma di danaro era stata promessa a costui; si sbrigarono da questo pagamento i Longobardi con ammazzarlo il primo nell'entrare in città, se pure non morì per un trave cadutogli addosso, come pare che voglia dire lo storico Agnello. Impadronissi ancora Liutprando del castello, ossia della Città di Classe, e, secondo la testimonianza d'Anastasio, ne portò via immense ricchezze. Han creduto e credono tuttavia i Pavesi, che in tal congiuntura il re Liutprando asportasse da Ravenna a Pavia la bella statua di bronzo di un imperadore a cavallo, stimato Antonino Pio, la qual tuttavia serve di ornamento alla lor piazza, ed è da loro chiamata il _Regisole_.
Oltre a ciò, altri paesi vennero in potere del re Liutprando, perchè, secondo Paolo, egli prese _Castra Æmiliae, Formianum et Montem Bellium, Buxeta et Persiceta, Bononiam et Pentapolim, Auximumque_. Anastasio scrive che _Longobardis Æmiliae Castra, Feronianus, Montebelli, Bononia, Verablum cum suis oppidis Buxo et Persiceto, Pentapolis quoque et Auximana civitas se tradiderunt_. Quale di questi autori abbia copiato l'altro nol so, perchè le vite dei papi son di varii scrittori. Si conosce ben da queste parole che la città di _Osimo_ era distinta dalla _Pentapoli_, e che _Feronianum_ era il _Fregnano_, picciola provincia del ducato di Modena nelle montagne, dove sono Sestola, Fanano ed altre terre. _Mons Bellius_ è _Monte Veglio_ o _Monte Vio_ nel territorio di Bologna presso il fiume Samoggia. _Verablo_ e _Busso_, o _Bussetta_, son forse nomi guasti, non potendo qui entrar _Busseto_ posto fra Parma e Piacenza verso il Po, perchè non è mai credibile che i Longobardi padroni delle città circonvicine avessero differito fino a questi tempi la conquista di quel luogo. _Persiceto_ è un tratto di paese spettante negli antichi secoli al contado di Modena, siccome ho dimostrato nelle Antichità italiche[279], in cui era allora compreso il celebre monistero di Nonantola. Tuttavia la nobil terra di san _Giovanni in Persiceto_ ritien questo nome nel distretto di Bologna. Dalla parte ancora del ducato di Spoleti, per testimonianza d'Anastasio, dai Longobardi fu occupata la città di _Narni_, nè sappiamo se la restituissero. Presero anche il castello di _Sutri_, dipendente dal ducato romano; ma questo nol tennero che cento quaranta o pur quaranta giorni; perchè il buon papa con tante lettere e regali si adoperò presso il re Liutprando, che l'indusse a rilasciarlo, dopo averlo spogliato di tutte le sostanze de' cittadini. Nè volle il re cederlo a' ministri imperiali, ma bensì ne fece una donazione alla Chiesa romana. Può essere che in tal congiuntura accadesse ciò che narra il suddetto Paolo, cioè, che trovandosi il re Liutprando nella _Pentapoli a Vico Pilleo_, una gran moltitudine di quegli abitanti andava a portargli de' regali, per esentarsi dal sacco ed ottener delle salve guardie. Sopravvenne una gran brigata di soldati romani, che uccisero e fecero prigione quella sfortunata gente. In questi tempi venne a Napoli _Eutichio_ patrizio eunuco, che altra volta vien detto avere esercitata la carica di esarco d'Italia, rivestito della medesima dignità. Costui portava ordini pressanti dell'empio Augusto di levar di vita il santo pontefice Gregorio II. Nè molto stette a risapersi il suo crudel disegno, e ch'egli meditava ancora di dare il sacco alle chiese, e di far altri malanni. Fu colto un suo uomo incamminato a Roma con lettere indicanti ch'esso esarco la voleva contro la vita del papa e dei principali di Roma. Fecero istanza i Romani che s'impiccasse il messo, ma il misericordioso pontefice il salvò dalla morte. Per questa cagione poi dichiararono scomunicato l'esarco Eutichio, e tutti s'obbligarono con giuramento di non mai permettere che ad un papa sì zelante per la religione, e difensor delle chiese, fosse recato alcun nocumento, o tolta la sua dignità. Ora veggendo Eutichio, che non gli potea venir fatto il sacrilego colpo finchè non allontanava i Longobardi dall'amicizia e protezion dei Romani, si studiò di ottener l'intento con promettere dei gran doni ai duchi de' Longobardi, e allo stesso re Liutprando, se desistevano dallo spalleggiare i Romani. Ma conoscendosi il mal talento e la malizia del perfido eunuco ministro imperiale, tanto i Romani quanto i Longobardi si strinsero maggiormente in lega, protestandosi che si riputerebbono gloriosi se potessero spendere le lor vite per la conservazione e difesa di un sì pio e santo papa, e risoluti di non gli lasciar fare alcun torto dai nemici di Dio e di lui. Intanto il buon pontefice attendeva a far di copiose limosine, orazioni, digiuni e processioni, confidando più nel soccorso di Dio che in quello degli uomini, con ringraziar nondimeno il popolo dell'amorevole lor volontà, e raccomandar loro di far buone opere e di sperare in Dio, esortandoli nello stesso tempo a non desistere dall'amore e dalla fedeltà del romano imperio. Questa verità, attestata da Anastasio bibliotecario[280] e da Paolo Diacono[281], autori ben informati delle cose d'Italia, e comprovata dai fatti, ci fa chiaramente conoscere che Teofane[282] scrittor greco, e chiunque gli tenne dietro, s'ingannò in iscrivendo che papa Gregorio II (da lui per altro sommamente lodato) sottrasse dall'ubbidienza dell'imperadore Roma, l'Italia e tutto l'Occidente. Se il santo pontefice avesse voluto, era finita allora per gl'imperadori greci in Italia; ma a lui bastò di difendere le ragioni della Chiesa e la sua propria vita, ed impedì che i popoli sollevati non passassero all'elezione di un altro imperadore.
NOTE:
[276] Anastas., in Gregor. II.
[277] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 54.
[278] Agnell., Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.
[279] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.
[280] Anastas. Biblioth., in Greg. II.
[281] Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 54.
[282] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCXXIX. Indizione XII.
GREGORIO II papa 15. LEONE Isauro imperadore 13. COSTANTINO Copronimo Augusto 10. LIUTPRANDO re 18.
A mio credere, in quest'anno furono scritte da papa _Gregorio_ all'imperador _Leone_ le due sensatissime lettere che il cardinal Baronio[283] diede alla luce all'anno 726, credendole appartenenti a quel tempo. Stimò il padre Pagi[284] che si dovessero riferire all'anno 730; perchè parlandosi nella prima d'esse della statua del Salvatore, che Leone Augusto volle far gittare a terra in Costantinopoli (attentato che costò la vita, o almeno di buone sassate al di lui ministro, essendo insorte contro di lui alcune zelanti donne, le quali poi furono martirizzate per questo) esso padre Pagi adduce l'autorità di Stefano diacono, autore della vita di s. Stefano juniore, che dice accaduto un tal fatto dopo la deposizione di s. _Germano_ dal patriarcato di Costantinopoli e l'intrusione dell'eretico Anastasio. Ora certo essendo che san Germano fu deposto nell'anno 730, conseguentemente prima di quell'anno non possono essere scritte le suddette lettere di s. Gregorio II. Ma Stefano diacono non fu autore contemporaneo, e perciò non è infallibile la sua asserzione. Teofane[285], che scriveva nello stesso tempo che Stefano, cioè sul principio del secolo nono, parla di questo fatto all'anno 726. Quel che è più, la stessa lettera del papa fa abbastanza conoscere ch'era ben succeduto il fatto della statua, ma che s. Germano teneva tuttavia la sedia episcopale, nè era stato a lui sostituito il perverso Anastasio. Se un sì santo prelato fosse già stato deposto, ed occupata la sua cattedra dall'ambizioso suo discepolo, non avrebbe mancato lo zelante papa Gregorio di rinfacciare ancor questo delitto con gli altri, che egli andò ricordando al male consigliato imperadore. Ma avverte il padre Pagi dirsi dal papa: _Ecclesias Dei denudasti, tametsi talem habebas pontificem, domnum videlicet Germanum fratrem nostrum et comministrum. Hujus debebas tamquam patris et doctoris,_ etc. _consiliis obtemperare. Annum enim agit hodie vir ille nonagesimum quintum,_ etc. _Illum igitur omittens lateri tuo adjungere, improbum illum Ephesium Apsimari filium, ejusque similes audisti._ Ma queste parole confermano che sussisteva tuttavia s. Germano nel patriarcato, perciocchè il santo papa accusa l'imperadore di non essersi consigliato con lui. Che avrebbe poi detto se l'avesse anche ingiustamente cacciato dalla sua sedia? E il testo greco non dice assolutamente, _benchè tu avessi un tal pontefice_, ma dice: Καἰ τοι γε τοιοῦτον ἒχων ̓Αρχιερέα, che può significare, _benchè tu abbi un tal pontefice_. Egli è poi da notare in essa lettera la risposta che dà s. Gregorio alle minacce dell'imperadore di far condurre prigione lo stesso papa a Costantinopoli, com'era intravenuto al di lui predecessore san Martino. Risponde il saggio pontefice, ch'egli non è già per combattere coll'imperadore, ma bastargli di ritirarsi solamente ventiquattro stadi fuor di Roma nella Campania; e che venendo o mandando poi esso Augusto, farà sol battaglia coi venti. Questo ci fa intendere che i confini del ducato beneventano, posseduto dai duchi di Benevento, erano distanti solamente poco più di tre miglia dalla città di Roma per la parte della Campania; e però in pochi passi poteva trasferirsi il pontefice in paese, dove non si stendeva il braccio dell'imperadore. Sembra nondimeno incredibile che arrivasse così vicino a Roma il dominio dei Longobardi. Camillo Pellegrino[286] dubitò che fosse scorretto il testo greco, oppure che le tre miglia suddette si debbano computare dal confine del ducato romano sino alla prima fortezza dei Longobardi. A noi mancano le memorie per decidere questo punto.