Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 14
In quest'anno ancora il re _Liutprando_ fece un accrescimento di ventiquattro nuove leggi al corpo delle longobardiche[243]. Chiaramente si conosce che il pontefice doveva aver comunicati ad esso re i decreti fatti nel concilio romano dell'anno antecedente intorno ai matrimonii illeciti; perciocchè nella prima di esse è vietato alle fanciulle, o donne che han preso l'abito monastico o religioso, il tornare al secolo e maritarsi; e, quel che potrebbe parere strano, ancorchè non fossero state consacrate dal sacerdote; il che noi appelliamo far la professione. Può essere che nel prendere l'abito monastico seguisse allora qualche voto di castità, altrimenti ai dì nostri sembrerebbe dura una tal legge. Sono quivi intimate varie pene contra le donne suddette mancanti in questo, e contro chi le avesse sposate, e ai mundoaldi o tutori di esse donne, che avessero consentito a tali nozze. Leggi parimente furono fatte contro chi sposasse delle parenti, o rapisse le altrui donne. Fu anche provveduto ai servi fuggitivi, affinchè fossero presi, con decretar pene ai ministri della giustizia negligenti a farli prendere, ed avvisarne i padroni. Durò presso i Longobardi, come ancora presso l'altre nazioni di questi tempi, l'uso de' servi, che noi ora chiamiamo schiavi, tal quale era stato in addietro presso i Greci e Romani. Se ne servivano essi per far lavorare le loro terre, e per i servigii delle lor case e negozi. Restavano sotto il loro dominio tutti i figliuoli e discendenti da essi servi, e a misura poi del buon servigio prestato da essi a' padroni, davano questi ad essi la libertà, e specialmente ciò si praticava verso i meritevoli, allorchè i padroni discreti e pii venivano a morte. Certo era di un gran comodo ed utile l'aver sotto il suo comando gente sì obbligata, che non poteva staccarsi dal servigio sotto rigorosissime pene, e il far suo tutto il guadagno de' servi, con dar loro solamente il vitto e vestito, e lasciare un ragionevol peculio. Ma un grande imbroglio era il dover correr dietro a costoro, se maltrattati dai padroni scappavano, e il dover rendere conto alla giustizia dei loro eccessi, e pagar per loro se commettevano dei misfatti. Se crediamo ad Ermanno Contratto[244], in quest'anno succedette la traslazione del sacro corpo di s. Agostino, fatta dalla Sardegna a Pavia per cura del re Liutprando. Sigeberto[245] la mette all'anno 721; Mariano Scoto[246] all'anno 724; il cardinal Baronio[247] all'anno 725. La verità si è, che l'anno è incerto ma certissima la traslazione. Ne parla anche Paolo Diacono[248], ne scrive parimente Beda[249], che fioriva in questi medesimi tempi. Avevano i Saraceni occupata la Sardegna al romano imperio, senza apparir ben chiaro se la possedessero gran tempo dipoi. Mettevano a sacco tutto il paese, spogliavano e sporcavano tutte le chiese dei cristiani. In quell'isola era stato trasportato il corpo del suddetto celebratissimo santo vescovo e dottore Agostino. Però venuta la nuova a Pavia di queste calamità del Cristianesimo, il piissimo re Liutprando inviò gente colà con ordine di ricuperare a forza di regali da quegl'infedeli un sì prezioso deposito. Così fu fatto, e portate le sacre ossa a Pavia, furono coll'onore dovuto a sì gran santo collocate nella basilica di s. Pietro in _Coelo aureo_, dove tuttavia riposano. Quella basilica non dice Paolo Diacono[250] che fosse edificata da esso Liutprando. Scrive solamente ch'egli fabbricò il _Monistero_ del beato Pietro posto fuori di Pavia, ed appellato _Coelum aureum_. Era stato d'avviso il padre, Mabillone[251], fondato in un diploma del re Liutprando che si conserva in Pavia, che questa traslazione seguisse avanti il giorno _IV non. aprilis, regni Liutprandi anno primo, Indictione X_, cioè nell'anno 712, perchè il diploma dato in quel giorno parla del corpo di s. Agostino già introdotto in quella basilica. Ma dipoi avvedutosi che non poteva sussistere una tale asserzione, si ritrattò negli Annali Benedettini[252], ed ebbero ben ragione il Tillemont e il padre Pagi di sospettare della legittimità di quel diploma. Aggiungo io che neppur nell'aprile dell'anno 712 Liutprando era stato dichiarato re. Fu poi trovato nell'anno 1695, nello scuruolo di essa basilica il corpo d'un Santo, e dopo molte dispute deciso che quello fosse il sacro corpo dell'insigne dottor della Chiesa Agostino. Il che se sussista, può vedersi in una mia dissertazione stampata che ha per titolo: _Motivi di credere tuttavia ascoso, e non discoperto in Pavia il sacro corpo di s. Agostino_. Neppur sussiste una lettera attribuita a Pietro Oldrado arcivescovo di Milano, quasi scritta da lui a Carlo Magno imperadore, colla relazion della traslazione suddetta. I padri Papebrochio[253] e Pagi[254] ne han chiaramente dimostrata la finzione. Oltre all'altre ragioni, basta osservare che questo arcivescovo intitola sè stesso della casa Oldrada. Neppure oggidì sogliono i vescovi sottoscriversi col cognome; e allora poi neppur v'erano i cognomi distintivi delle case.
NOTE:
[243] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[244] Hermannus Contractus, in Chron.
[245] Sigebertus, in Chron.
[246] Marian. Scotus, in Chron.
[247] Baron., Annal. Eccl.
[248] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 48.
[249] Beda, lib. 6, de Sex Ætat.
[250] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 58.
[251] Mabill., Mus. Ital. pag. 221.
[252] Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.
[253] Papebrochius, Act. Sanctor. Maj. tom. 7.
[254] Pagius, ad Annal. Baron.
Anno di CRISTO DCCXXIII. Indizione VI.
GREGORIO II papa 9. LEONE Isauro imperadore 7. COSTANTINO Copronimo Augusto 4. LIUTPRANDO re 12.
Se Paolo Diacono seguitasse nella sua storia un ordine esatto di cronologia, converrebbe mettere la morte di _Sereno_ patriarca d'Aquileia circa l'anno 717, perchè da lui[255] riferita dopo l'andata a Roma di _Teodone II_ duca di Baviera, la quale si crede succeduta nell'anno precedente 716. Ma egli narra appresso l'entrata de' Saraceni in Ispagna, la qual pure abbiam veduto che accadde nell'anno 711. Tuttavia ci manca l'anno preciso della morte di quel patriarca. Sappiamo ben di certo che dopo di lui fu eletto patriarca _Callisto_, uomo di vaglia, che era allora arcidiacono della chiesa di Trivigi. Il re Liutprando s'ingegnò per far cadere in lui l'elezione. Ai tempi di questo patriarca, _Pemmone_, da noi veduto di sopra all'anno 706 duca del Friuli, continuava in quel governo, col merito di avere allevati co' suoi figliuoli tutti ancora i figliuoli de' nobili che erano periti a' tempi del duca Ferdulfo nella battaglia contro degli Schiavoni. Ora avvenne che un'immensa moltitudine di quei Barbari tornò ad infestare il Friuli, e giunse fino ad un luogo appellato Lauriana. Pemmone con que' giovani tutti ben addestrati nell'armi per tre volte diede loro la caccia, e ne fece un gran macello, senza che vi restasse morto dei suoi, se non un Sigualdo, uomo già attempato. Costui nella battaglia suddetta di Ferdulfo avea perduto due suoi figliuoli, e nelle due prime zuffe del duca Pemmone largamente se n'era vendicato colla morte di molti Schiavoni. Quantunque poi esso duca gli vietasse di entrare nel terzo conflitto, perchè forse il vedeva troppo arrischiato, pure non potè Sigualdo contenersi dall'andarvi, con dire che avea bastantemente vendicata la morte de' suoi figliuoli, e che però se la sua fosse arrivata, di buon volto la riceverebbe. In fatti vi perì egli solo. Ma Pemmone, uom saggio, volendo risparmiare il sangue dei suoi, trattò di pace in quello stesso luogo con gli Schiavoni, i quali dopo aver avuta sì buona lezione, da lì innanzi cominciarono a portar più rispetto ai Furlani, e ad aver paura delle lor armi. Fu ordinato da papa _Gregorio II_ in questo anno vescovo della Germania l'insigne s. _Bonifazio_, apostolo di quelle contrade, che nell'Assia, nella Turingia, nella Sassonia, e in altre parti che prima professavano il paganesimo, piantò la santissima fede di Cristo. Circa questi tempi _san Corbiniano_ vescovo di Frisinga, come s'ha dalla sua vita scritta da Aribone[256], venne a Roma. In passando per Trento si trovò _Ursingo_, ch'era ivi poco fa stato posto per conte, cioè per governatore. Arrivò a Pavia, dove da Liutprando re piissimo fu per sette giorni trattenuto con singolar venerazione, regalato e scortato sino ai confini del regno. Lo stesso trattamento ricevè egli nel suo ritorno verso la Baviera. Da essa vita apparisce che il dominio dei re longobardi arrivava allora fino al castello, ossia alla città di _Magia_ nella Germania. Sarebbe da vedere se fosse situato questo luogo nel Tirolo.
NOTE:
[255] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 44.
[256] Mabil. tom. 2, Saecul. Benedict., pag. 606.
Anno di CRISTO DCCXXIV. Indizione VII.
GREGORIO II papa 10. LEONE Isauro imperadore 8. COSTANTINO Copronimo Augusto 5. LIUTPRANDO re 13.
Intento giornalmente il re _Liutprando_ a ben regolare il regno longobardico, e a provvederlo di quelle leggi che esigeva il bisogno de' popoli, o che sembravano più utili al loro governo, pubblicò in quest'anno il sesto libro delle sue leggi[257]. _Anno regni mei, Christo protegente, XII, die kalendarum martiarum, Indictione VII_: nel qual tempo doveva essere in uso che si tenesse la dieta del regno, vedendosi le varie pubblicazioni delle leggi fatte nel principio di marzo, o in quel torno, _una cum judicibus et reliquis Langobardis fidelibus nostris_. Cento e due son le leggi pubblicate da esso re in quest'anno intorno a diversi suggetti, fra' quali è da osservare che la nazion longobarda avea bensì abiurato l'arianismo ed abbracciata la religion cattolica, ma non mancavano persone che conservavano alcuna delle antiche superstizioni del paganesimo. Ricorrevano agl'indovini, agli aruspici, ed aveano qualche albero, appellato da loro santo o santivo, dove faceano de' sagrifizii, e delle fontane ch'erano adorate da loro. Liutprando re cattolico sotto rigorose pene proibì cotali superstizioni, bandì tutti gl'indovini ed incantatori, ed incaricò gli uffiziali della giustizia di star vigilanti per l'estirpazione di somiglianti abusi. Apparisce inoltre da esse leggi che i notai scrivevano i contratti secondo la legge romana per chi la professava, oppure secondo la longobardica, seguitata dagli uomini di quella nazione. Proibisce egli inoltre alle vedove il farsi monache prima che sia passato un anno dopo la morte del marito, quando non ne ottengano licenza dal re; perchè, dice egli il dolore in casi tali fa prendere delle risoluzioni, alle quali succede poi il pentimento. E nella legge LXV questo saggio rechiaramente protesta di conoscere bensì, ma di non approvare la sciocchezza dei duelli, perchè con essi temerariamente si vorrebbe forzar Dio a dichiarar la verità delle cose a capriccio degli uomini; contuttociò protesta di permettere e tollerar questo abuso, perchè non osa di vietarlo, essendone sì radicata e forte la consuetudine presso de' Longobardi, come parimente era presso dei Franchi e degli altri popoli settentrionali. Dal catalogo dei duchi di Spoleti, che si legge sul principio della Cronica di Farfa[258] da me data alla luce, impariamo che nell'anno presente fu creato duca di Spoleti _Trasmondo_. Egli era figliuolo di _Faroaldo II_ duca. Impaziente di succedere al padre nel comando, non volle aspettar la sua morte, ma, per testimonianza di Paolo Diacono[259], si ribellò contro di lui, e l'obbligò a deporre il governo e a prendere l'abito clericale. Bernardino dei conti di Campello[260] lascia qui la briglia alla sua immaginazione e penna, per dipingerci i motivi e la maniera di questa rivoluzione; ma il vero è, non sapere noi altro, se non quel pochissimo che il suddetto Paolo lasciò scritto intorno a questo affare. Per altro si può credere che Faroaldo II fondasse la badia di san Pietro di Ferentillo, divenuta poi celebre luogo di divozione; e che egli, ritiratosi colà, vi passasse il resto di sua vita. Questo duca _Trasmondo_, per quanto si ha dalla Cronica suddetta di Farfa, donò a quell'insigne monistero, mentre v'era abbate Lucerio, la chiesa di s. Getulio, dove si venerava il corpo di esso santo, e delle terre nel fondo Germaniciano. Verisimilmente cotal donazione, siccome fatta nel mese di maggio _dell'Indizione VII_, dovrebbe appartenere all'anno presente.
NOTE:
[257] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[258] Chron. Farfense, Part. II, tom. 2 Rer. Italic.
[259] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 44.
[260] Campell., Storia di Spoleti, lib. 12 e 13.
Anno di CRISTO DCCXXV. Indizione VIII.
GREGORIO II papa 11. LEONE Isauro imperadore 9. COSTANTINO Copronimo Augusto 6. LIUTPRANDO re 14.
Divenuti già padroni della Linguadoca i Saraceni, tentarono nel presente anno di passare il Rodano. Ma _Eude_ insigne duca d'Aquitania coll'oste generale de' Franzesi andò ad assalirli, e ne riportò un'insigne vittoria, accennata da Anastasio bibliotecario[261] e da Paolo Diacono[262]. _Carlo Martello_, altro eroe della nazion franca, in questi tempi ostilmente entrò nella Baviera; ne soggiogò e saccheggiò una parte, cioè la spettante a _Grimoaldo_ duca; seco condusse _Piltrude_ concubina famosa d'esso Grimoaldo, con _Sonichilde_ nipote d'essa Piltrude ossia Biltrude. Essendogli morta _Rotrude_ sua moglie, madre di Pippino e di Carlomano, egli sposò la predetta Sonichilde. Ma Piltrude dopo essere stata alcun tempo in sua grazia, per relazion di Aribone nella vita di s. Corbiniano[263], fu costretta a ricoverarsi con un asinello in Italia, dove miseramente terminò la sua vita. Ella era stata persecutrice d'esso s. _Corbiniano_ vescovo di Frisinga, perchè il trovò contrario alla disonesta sua vita. Scrive il padre Mabillone[264], che il re _Liutprando_ per l'amicizia da lui sempre conservata coi re franchi, prese l'armi anch'egli contra della Baviera, ma non cita onde s'abbia tratta questa notizia. Senza buone prove non si dee credere ch'egli rendesse sì brutta ricompensa al popolo della Baviera, dal cui braccio egli riconosceva la corona del regno longobardico, e fors'anche era di quella nazione. In quest'anno parimenti abbiamo dalle memorie dell'archivio farfense[265], che _Trasmondo_ duca di Spoleti fece una donazione a quel nobilissimo monistero _mense januario, Indictione octava, sub Rimone Castaldione_. Nel registro d'esso archivio medesimamente si legge una vendita di olivi fatta a _Tommaso_ abbate _temporibus Transmundi ducis Langobardorum, et Sindolfi Castaldionis civitatis Reatinae_: dal che si conosce che la città di Rieti era sottoposta ai duchi di Spoleti. Ma non so io ben accordar gli anni d'esso Tommaso abbate con quei del duca Trasmondo. Abbiamo poi da Andrea Dandolo[266], che essendo mancato di vita _Donato_ patriarca di Grado, _Pietro_ vescovo passò a quella Chiesa. Ma queste trasmigrazioni da una chiesa all'altra, non essendo secondo la disciplina di que' tempi sì tollerate ed approvate, come oggidì, Gregorio II papa zelantissimo il dichiarò decaduto dall'una e dall'altra chiesa. Tanto nondimeno valsero le preghiere del clero e popolo di Venezia, ch'egli fu rimesso nella sua prima sedia. E perciocchè si sapeva, o vi doveva essere sospetto ch'esso Pietro per vie simoniache sì fosse intruso nel patriarcato suddetto, il papa avvertì i Veneziani di non eleggere pastori, se non nelle forme approvate da Dio e dalla Chiesa. Dicesi data la lettera pontificia nell'_anno IX di Leone_ Isauro imperadore; e però nel presente anno. Succedette dunque nella cattedra di Grado _Antonio_ di nazion padovano, dianzi abbate del monistero della Trinità di Brondolo, dell'ordine di s. Benedetto, personaggio sommamente cattolico e dabbene.
NOTE:
[261] Anastas., in Gregor. II.
[262] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.
[263] Mabill., Saecul. Benedict. tom. II.
[264] Idem, Annal. Benedictin. lib. 20, cap. 53.
[265] Antiquit. Italic. Dissert. LXVII.
[266] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCXXVI. Indiz. IX.
GREGORIO II papa 12. LEONE Isauro imperad. 10. COSTANTINO Copronimo Augusto 7. LIUTPRANDO re 15.
Cominciò in quest'anno _Leone Isauro_ una tragedia che sconvolse non poco la Chiesa di Dio, e pose i fondamenti per far perdere l'Italia agl'imperadori greci. Per attestato di Teofane[267], di Niceforo[268] e d'altri storici, fra le isole di Tera, o Terasia, per alcuni giorni il mare bollì furiosamente, uscendo da un vulcano sottomarino un fumo infocato ed un'immensa moltitudine di pomici che si sparsero per tutta l'Asia Minore, per Lesbo e per le coste della Macedonia, con essere nata in quel mare un'isola, che si andò ad unire a quella di Jera. Anche a' dì nostri, cioè nell'anno 1707, una somigliante isola sorse dal mare poco lungi da quella di Santerine: sopra il quale avvenimento abbiamo le osservazioni del celebre filosofo e cavaliere Antonio Vallisnieri. Per questo naturale accidente fu grande lo spavento de' popoli anche a' tempi di Leone Isauro, e un perfido rinegato per nome Beser, che aveva abbracciata la superstizione degli Arabi, e s'era poi introdotto nella corte imperiale, se non prima, certo di questa congiuntura seppe ben prevalersi appresso l'imperadore per fargli credere irato Dio contro de' cristiani, a cagion delle immagini che essi tenevano e veneravano ne' sacri templi. Abbiamo dei riscontri che veramente si fossero introdotti degli abusi nell'uso e culto delle sacre immagini, come anche si osservava ne' tempi addietro fra i Russiani, ossia fra i Moscoviti, uniti alla Chiesa greca. Ma questi tali abusi non fecero, nè fanno, che per cagion d'essi s'abbiano ad abolir le stesse immagini, perciocchè, siccome han dimostrato uomini di gran sapere, l'uso d'esse immagini e il culto ben regolato di quelle, non solamente è lecito, ma riesce anche utile alla pietà della plebe cristiana e cattolica. Ora Leone Augusto infatuato della gran penetrazione della sua mente, e sedotto dal maligno consigliere, con usurpare i diritti del sacerdozio, pubblicò un editto, contenente l'ordine che fossero vietate da lì innanzi, e si togliessero tutte le sacre immagini per le terre all'imperio romano suggette, chiamando idolatria l'adorarle, ossia il venerarle. Tale fu il principio della eresia degl'iconoclasti. Gran commozione si suscitò per questo sconsigliato ed iniquo divieto fra i popoli suoi sudditi, detestando la maggior parte d'essi come eretico e di sentimenti maomettani l'imperadore: e tanto più perchè si seppe ch'egli aveva in abbominazione le sacre reliquie e negava l'intercession de' Santi appresso Dio, cioè impugnava dogmi stabiliti nella Chiesa cattolica, con impugnar egli stesso la professione della fede, da lui fatta nella sua assunzione al trono imperiale, e senza voler sopra ciò ascoltare il parer de' vescovi, eletti da Dio per custodi della dottrina spettante alla fede. Passarono perciò gli abitanti della Grecia e delle isole Cicladi ad un estremo con ribellarsi all'imperador Leone, e proclamar imperadore un certo _Cosma_. Poi messa insieme una flotta di legni sottili, ostilmente andarono sotto Costantinopoli, e diedero battaglia a quella città, ma restò disfatta dal fuoco greco la loro armata, e l'efimero Augusto, venuto in mano di Leone, pagò colla testa il suo reato: con che maggiormente crebbe lo orgoglio di esso imperadore e de' suoi seguaci per sostener l'empio editto. Benchè poi ci manchino le lettere da lui scritte a _Gregorio II_ papa intorno alla abolizion delle sacre immagini, e le risposte a lui date dal pontefice, pure da quanto s'andrà vedendo, chiaramente si comprende ch'egli inviò a Roma lo editto sopraddetto, e che il santo pontefice non solamente vi si oppose, ma dovette anche risentitamente scriverne ad esso Leone Augusto, per rimuoverlo da questo sacrilego disegno. Ne vedremo fra poco gli effetti. Per quanto s'ha da Andrea Dandolo[269], succedette in questo anno la morte di _Marcello_ duca di Venezia, e in luogo suo fu sostituito _Orso_, uno de' nobili della città di Eraclea, e personaggio di gran prudenza e valore.
NOTE:
[267] Theoph., in Chronogr.
[268] Niceph., in Chron.
[269] Andreas Dandulus, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCXXVII. Indiz. X.
GREGORIO II papa 13. LEONE Isauro imperad. 11. COSTANTINO Copronimo Augusto 8. LIUTPRANDO re 16.