Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 13
Degno era l'imperadore _Artemio_, detto _Anastasio_, di lungamente tener le redini dell'imperio romano, che sotto il suo saggio ed attivo governo già sperava di rinvigorirsi e di risarcire in parte le perdite fatte. Ma gli animi de' popoli per difetto dei passati Augusti aveano contratte delle malattie, la principal delle quali era di abborrir la cura de' medici. Avea preparata il buon imperadore una forte squadra di navi e di armati, per inviarla contro de' Saraceni, e questa era giunta a Rodi; quando per varii pretesti ammutinate quelle soldatesche, uccisero il general dell'armata, e in vece di proseguire il cammino, se ne tornarono a Costantinopoli. Trovato un certo _Teodosio_, esattor delle gabelle pubbliche, benchè uomo inetto ai grandi affari, contuttochè egli resistesse e fuggisse, pure il forzarono a prendere il titolo d'imperadore, _Anastasio_ a questa nuova, dopo aver lasciata una buona guardia alla città, volò a Nicea, e quivi si fortificò. Per sei mesi durò l'assedio di Costantinopoli, seguendo ogni dì qualche baruffa fra i difensori e i ribelli. Trovaronsi in fine dei traditori che introdussero nella regal città quei scellerati, e diedero loro la comodità d'infierire sopra gli abitanti con un sacco generale e coll'incendio d'assaissime case. Costoro, ingrossati dai Goto-Greci restarono talmente superiori, che Artemio Anastasio veggendo disperate le cose, trattò d'accordo, con che gli fosse salvata la vita. Però deposto il manto imperiale, elesse la veste monastica e fu relegato da Teodosio nuovo Augusto a Salonichi. In tal maniera restò pacificamente imperadore esso _Teodosio_, il quale, siccome buon cattolico, fece rimettere in pubblico la pittura del concilio sesto generale, abolita dianzi dall'empio Filippico; il che gli guadagnò qualche stima ed amore presso il popolo. Circa questi tempi _Faroaldo II_ duca di Spoleti, per attestato di Paolo Diacono[221], alla testa del suo esercito venne alla città di Classe, tre miglia lungi da Ravenna, e non vi trovando difesa per l'improvvisata del suo arrivo, se ne impadronì. Ne fece doglianze l'esarco _Scolastico_ al re _Liutprando_, ed egli disapprovando quell'occupazione, siccome fatta sotto il mantello della pace, ordinò a Faroaldo di restituirla; e così fu fatto. Il conte Bernardino di Campello nella sua storia di Spoleti[222] fa di molte frange a quest'azione, con poche parole raccontata da Paolo Diacono, volendo fra l'altre cose far credere che i duchi di Spoleti fossero indipendenti dall'autorità dei re longobardi, e che que' popoli non avessero alcun sopra di loro, fuorchè il proprio duca. Con tal pretensione non si accorda già la storia di questi tempi. Ne' medesimi giorni ancora venne a Roma per sua divozione _Teodone II_ duca della Baviera. Ma nell'ottobre di quest'anno fu afflitta essa città di Roma da una terribil inondazione del fiume Tevere, accennata da Anastasio[223]. Durò essa per sette giorni, ed era alta l'acqua nelle piazze e contrade. Atterrò molte case, portò via infiniti alberi, ed impedì la seminagione. Varie processioni e preghiere furono intimate dal santo papa, e tornaron l'acque all'usato loro cammino.
NOTE:
[221] Paulus Diaconus, lib. 6, cap 44.
[222] Campelli, Istoria di Spoleti lib. 12.
[223] Anastas., in Gregor. II.
Anno di CRISTO DCCXVII. Indizione XV.
GREGORIO II papa 3. LEONE Isauro imperadore 1. LIUTPRANDO re 6.
Alle leggi longobardiche fu ancora in quest'anno fatta dal re Liutprando un'altra giunta[224] _die kalend. martii anno regni nostri, Deo propitio, V, indictione XV_, coll'intervento ed assenso dei primati del popolo. Ivi egli è intitolato _excellentissimus rex gentis felicissimae, catholicae, Deoque dilectae Langobardorum_. Godeva in fatti sotto quei re un'invidiabil pace il loro popolo, ed era con vigore amministrata la giustizia: al contrario dell'imperio romano in Oriente, sconvolto da tante rivoluzioni, lacerato da tante parti dai Saraceni, e governato bene spesso da imperadori o inetti, o eretici, o crudeli: dei quali disordini entrava talvolta a parte anche il paese che restava sotto il loro dominio in Italia. Succedette appunto in quest'anno, secondo la testimonianza di Teofane[225] e di Niceforo[226], una nuova mutazion di principe in Costantinopoli. Andavano alla peggio gli affari pubblici per l'insufficienza di _Teodosio_ imperadore; e il peggio era che si sentiva un formidabil preparamento dalla parte de' Saraceni e di _Solimano_ loro califa ed imperadore, per venire all'assedio di quella imperial città. Però cominciarono tanto i pubblici magistrati quanto gli uffiziali della milizia ad esortar Teodosio, che volesse dimettere l'eccelsa sua carica, e lasciar luogo in sì gran bisogno e pericolo del pubblico a chi avesse più abilità e petto. Acconsentì egli da saggio, si ritirò, ed arrolatosi col figliuolo nella milizia ecclesiastica, passò tranquillamente il resto de' suoi giorni. Appresso fu eletto imperadore _Leone_, generale allora dell'esercito di Oriente, nato in Isauria, e però conosciuto sotto nome di _Leone Isauro_, uomo di gran coraggio. Salì egli sul trono nel dì 23 di marzo, e poco stette a significar con sue lettere la esaltazione sua al sommo pontefice _Gregorio II_, con una chiara profession della fede cattolica: il che bastò perchè fosse ammessa la immagine di lui in Roma, e il papa s'impegnasse tutto alla conservazione del di lui stato in Italia. E forse fu in questi tempi che i Longobardi del ducato beneventano sotto il duca _Romoaldo II_ con frode occuparono il castello di Cuma, che era allora una buona fortezza dipendente dal ducato di Napoli. Portatane a Roma la nuova, tutta la città ne restò molto afflitta, ma specialmente papa Gregorio[227], a cui è molto credibile che lo imperadore avesse raccomandata la difesa de' suoi dominii in Italia. Procurò prima il vigilantissimo papa con preghiere d'indurre i Longobardi a restituire il mal tolto; adoperò poscia le minacce dell'ira di Dio; esibì loro un grosso regalo: tutto indarno; più ostinati e superbi che mai i Longobardi tennero salda la preda, e n'era molto in pena il buon pontefice. Cominciò dunque a scriver lettere a _Giovanni_ duca di Napoli, e gl'insegnò la maniera di ricuperar quell'importante luogo. In fatti esso duca con Teotimo suddiacono e correttore, menando seco un buon corpo di truppe, di mezza notte diede la scalata a quel castello, ed entrato dentro vi ammazzò trecento di quei Longobardi, e cinquecento ne menò prigioni a Napoli. Per ricuperare questo castello spese lo zelante papa settanta libbre d'oro. In quest'anno medesimo si effettuò il già temuto assedio di Costantinopoli. Con un immenso esercito di fanti e cavalli venne allo stretto[228] Masalma, ossia Malsamano, generale de' Saraceni, e passato nella Tracia nel dì 15 di agosto, diede principio a strignere quella imperial città. Sopravvenne per mare nel dì primo di settembre lo stesso califa ossia imperador de' Saraceni _Solimano_ con mille ed ottocento vele, e con alcune navi di smisurata grandezza ed altezza, e dalla parte dello stretto cominciò anch'egli ad infestar la città. Non ommise in tal congiuntura diligenza alcuna l'imperador _Leone_ per la difesa; e il popolo confidato specialmente nella protezion della beatissima Vergine Madre di Dio della quale era divotissimo, sostenne sempre con animo coraggioso ed allegro tutti gli assalti e le fatiche della guerra. Meglio che mai si provò allora di quanta attività ed aiuto fosse il fuoco greco. Portato questo con barche incendiarie, e gittato con sifoni addosso ai legni nemici, non picciola parte ne distrusse. Arrivò poscia il verno, che fu dei più orridi, perchè più di tre mesi stette coperta la terra di ghiacci e nevi: il che cagionò una gran mortalità ne' cavalli, cammelli ed altre bestie de' Saraceni. Terminò la sua vita in quest'anno il califa _Solimano_, ed ebbe per successore _Umaro_ ossia _Omaro_. Secondo la Cronica di Andrea Dandolo[229] essendo venuto a morte _Paoluccio_ duca di Venezia, conoscendo il popolo che alla pubblica concordia conferiva di molto d'avere un capo e duca, elessero per suo successore _Marcello_, che fu il secondo fra i loro dogi.
NOTE:
[224] Leges Langobard. P. II Tom. I, Rer. Italic.
[225] Theoph., in Chronogr.
[226] Niceph., in Chron.
[227] Anastas., in Greg. II. Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.
[228] Theoph., in Chronogr.
[229] Andreas Dandulus, in Chron. Tom. 12, Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCXVIII. Indizione I.
GREGORIO II papa 4. LEONE Isauro imperadore 2. LIUTPRANDO re 7.
Ebbe fine in quest'anno gloriosamente per i Greci l'assedio di Costantinopoli, intrapreso nell'anno addietro dei Saraceni[230]. Nella primavera comparve in aiuto di costoro una flotta di cinquecento navi, ed altrettante minori barche che venivano dall'Egitto cariche di grani. Un altro stuolo parimente di trecento sessanta legni, pieni d'armi e di vettovaglie giunse dall'Africa. Ambedue per paura del fuoco greco si ancorarono molto lungi dalla città. Ma Leone mandò a trovarle una man di galeotte provvedute di quel fuoco micidiale, quando men sel pensavano; e parte ne incenerì, parte ne prese, e ne ricavarono un ricco bottino i suoi soldati. Mentre ancora un grosso corpo di quegl'infedeli devastava la Tracia, fu bravamente disfatto dai Cristiani. Crescendo poi la fame nel campo saracenico, furono costretti quei Barbari a mangiar le carni di tutti quei cavalli, cammelli ed asini che morivano. Ebbero ancora una fiera percossa dai Bulgari, dicendosi che per loro mano restarono uccise ben ventidue migliaia di Saraceni. In somma tante furono le avversità, che, per misericordia di Dio ed intercessione della santissima Vergine, piombarono addosso a quell'infedele esercito, che nel dì 15 d'agosto sciolsero l'assedio, e s'inviarono verso le loro contrade. Ma non vi arrivarono. Insorta nel viaggio una terribil burrasca, disperse tutti que' legni, e chi in una parte e chi in altra si affondarono, o andarono a fracassarsi in diversi lidi e scogli, talchè solamente cinque di essi poterono portare in Soria la nuova delle lor disgrazie e della mano potente di Dio sopra d'essi. Abbiamo medesimamente da Teofane e da Niceforo[231], che durante l'assedio dell'imperial città, _Sergio_ protospatario e duca di Sicilia, figurandosi inevitabile la rovina dell'imperio in Oriente, e facendola credere già seguita ai soldati e al popolo, proclamò imperadore un certo _Basilio_ figliuolo di Gregorio Onomagulo, con farlo coronare. Subito che a Costantinopoli pervenne l'avviso di questa ribellione, _Leone_ Augusto spedì alla volta di Sicilia _Paolo_ suo archivista col titolo di patrizio e duca della Sicilia sopra una nave veliera. Arrivò questi inaspettatamente a Siracusa, e tal terrore pose in cuore del suddetto Sergio, che scappò in Calabria, ricoverandosi sotto l'ale de' Longobardi quivi dominanti. Dopo avere il nuovo duca spiegate all'esercito le commessioni cesaree, e il buono stato della corte tutta in allegria per le vittorie ottenute sopra i Saraceni, ottenne dai Longobardi il falso imperador Basilio ed alcuni suoi complici, e fattane rigorosa giustizia, rimise la quiete e l'ubbidienza in quelle contrade. Non si sa ben l'anno, in cui, per cura del santo pontefice _Gregorio II_, risorse l'insigne monistero di Monte Cassino, devastato dai Longobardi circa cento trentacinque anni prima. Sappiamo bensì da Paolo Diacono[232] che ciò accadde sotto il suddetto papa, e non già sotto Gregorio III, come scrisse Leone Ostiense. Portatosi a Roma per sua divozione Petronace nobile bresciano, e ito a baciar i piedi del pontefice, fu da lui consigliato di passare a Monte Casino, per rimettere in piedi quel sacro luogo, celebre pel sepolcro di S. Benedetto. Andò Petronace, e quivi trovati alcuni pochi anacoreti, che il fecero lor capo, si diede a fabbricare la basilica e il monistero, dove col tempo raunò una riguardevol congregazione di monaci, da cui uscirono dipoi personaggi di gran santità e dottrina, e che servì coll'esempio suo a fondar assaissimi altri monisteri, tutti professori della regola di s. Benedetto. Parla in tal occasione Paolo Diacono anche del monistero insigne di s. Vincenzo al Volturno, molto prima fabbricato, e abitato a' tempi di esso Paolo da una grande adunanza di monaci, la cui cronica è stata da me data alla luce[233]. Questi due monisteri, siccome ancor quello di Farfa, erano in questi tempi i più rinomati d'Italia. Nacque in quest'anno a Leone Augusto un figliuolo, a cui fu posto il nome di _Costantino_, appellato di poi per soprannome _Copronimo_, perchè immerso nudo nel sacro fonte, allorchè si volle battezzarlo, come allora si usava, sporcò quell'acque coi suoi escrementi. San Germano patriarca di Costantinopoli, che il battezzava, predisse da ciò che questo principe nocerebbe col tempo ai cristiani e alla Chiesa.
NOTE:
[230] Theoph., in Chronogr.
[231] Niceph., in Chron.
[232] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.
[233] Chron. Volturnense, P. II, tom. 1 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCXIX. Indizione II.
GREGORIO II papa 5. LEONE Isauro imperadore 3. LIUTPRANDO re 8.
Era stato relegato, siccome accennai di sopra, a Salonichi _Artemio_, detto _Anastasio_, imperador già deposto[234]. La memoria delle passate grandezze non gli lasciava goder posa nel monistero, e questa in fine il condusse a far delle novità. Sollecitato per lettere da Niceta Silonite a ripigliar l'imperio, s'indirizzò a Terbellio principe dei Bulgari, che l'accompagnò con un esercito, ed inoltre gli sborsò cinquemila libbre d'oro per le spese della guerra. Con queste forze marciò alla volta di Costantinopoli, ma non vi trovò quella corrispondenza ch'egli s'era lusingato di avervi. Presero l'armi in favor di Leone i cittadini: il che veduto dai Bulgari, pensarono meglio di far mercato della persona di Artemio, consegnandolo vivo nelle mani d'esso Leone imperadore, da cui ben regalati se ne tornarono contenti alle lor case. Non vi fu perdono per la vita d'Artemio, di Niceta e di altri nobili suoi amici o complici; e collo spoglio e confisco de' loro beni s'arricchì non poco l'erario dell'imperadore. Circa questi tempi essendo stato eletto patriarca di Aquileia _Sereno_, ottenne il re Liutprando dal papa il pallio archiepiscopale per lui, giacchè, quantunque fosse cessato lo scisma di quella Chiesa, i papi non aveano voluto concederlo a quei patriarchi. Tal grazia fu a lui accordata con patto di non inquietare nè usurpare l'altrui giurisdizione. Ma non passò gran tempo che Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a _Donato_ patriarca di Grado. Ne fece questi insieme col duca di Venezia, e coi vescovi dell'Istria suoi suffraganei, doglianza a papa Gregorio, il quale perciò scrisse a Sereno una lettera forte, incaricandogli di non istendere la sua autorità oltre ai confini del regno longobardico, nel qual regno non erano comprese nè Venezia coll'isole d'intorno, nè l'Istria. Un'altra lettera fu scritta da esso papa a Donato patriarca di Grado, a Marcello doge, e al popolo di Venezia e dell'Istria intorno a questo particolare. Son rapportate queste lettere dal Dandolo[235], e le riferisce ancora il cardinal Baronio[236], ma troppo tardi, e certamente fuor di sito. Il Dandolo, da cui sono state conservate, parla dipoi di cose avvenute sotto l'_anno quarto_ di Leone Isauro, e però sembra più convenevole il farne qui menzione che altrove. Merita nondimeno attenzione quel che saviamente ha osservato in questo proposito il padre Bernardo de Rubeis[237], tenendo egli che poco dopo l'anno 716 il pontefice Gregorio scrivesse quelle lettere.
NOTE:
[234] Teoph., in Chronogr.
[235] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.
[236] Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 729.
[237] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 36.
Anno di CRISTO DCCXX. Indizione III.
GREGORIO II papa 6. LEONE Isauro imperadore 4. COSTANTINO Copronimo Augusto 1. LIUTPRANDO re 9.
Fece in quest'anno il re _Liutprando_ una giunta di quattro altre leggi al corpo delle longobardiche[238]. Questa fu fatta _anno, Deo propitio, regni mei octavo, die kalendarum martiarum, Indictione III, una cum illustribus viris optimatibus meis Neustriae_ (credo io che vi manchi _et Austriae_) _ex Tusciae partibus, vel universis nobilibus Langobardis_. Se poi vogliamo stare ai conti di Camillo Pellegrini[239], in quest'anno cessò di vivere _Romoaldo II_ duca di Benevento, dopo aver governato per ventisei anni quel ducato. Secondo la credenza di esso Pellegrini, fondata sopra una storia del monistero di s. Sofia, gli succedette _Adelao_, o _Audelao_, che per due anni fu duca, e dopo di lui nell'anno 722 fu eletto duca di Benevento _Gregorio_ nipote del re Liutprando. Ma questi conti non s'accordano con quei di Paolo Diacono, siccome vedremo all'anno 731, dove mi riserbo di parlarne. Abbiamo poi da Teofane[240] che nel sacro giorno di Pasqua del presente anno _Leone Isauro_ imperadore prese per collega nell'imperio, e fece coronare da san _Germano_, patriarca di Costantinopoli, il suo picciolo figlio _Costantino Copronimo_, gli anni del cui imperio si cominciarono a contare in questo anno. In esso anno parimente diede fine alla sua vita _Chilperico II_ re di Francia, e in suo luogo fu sostituito _Teoderico_, appellato _Calense_, perchè nutrito nel monistero di _Chelles_, quattro leghe lungi da Parigi. Ma in questi tempi il governo della maggior parte della monarchia francese era in mano di _Carlo Martello_, acquistato od usurpato a forza di battaglie e di vittorie. Solamente gareggiava con lui _Eude_, duca dell'Aquitania, che in quest'anno stimò bene di fare pace con esso Carlo, perchè i Saraceni padroni della Spagna, minacciavano la guerra alla Linguadoca e alla stessa Aquitania, cioè alla moderna Ghienna e Guascogna.
NOTE:
[238] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.
[239] Camil. Peregrinus, tom. 2 Rer. Italic.
[240] Teoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCXXI. Indizione IV.
GREGORIO II papa 7. LEONE Isauro imperadore 5. COSTANTINO Copronimo Augusto 2. LIUTPRANDO re 10.
Andavano sempre più scorgendo i Longobardi, che al corpo delle loro leggi mancavano molte provvisioni per i contratti, per le successioni, e per moltissimi altri casi dell'umano commercio; nè si sentivano essi voglia di assoggettarsi alle leggi imperiali, colle quali nondimeno lasciavano che si regolasse il popolo di nazione romana, cioè italiana, sottoposto al loro dominio. Perciò undici nuove leggi aggiunse in quest'anno il re _Liutprando_ alle precedenti[241]. Dura ancora in molti luoghi l'uso d'alcune di quelle leggi rinnovate negli statuti della città, come, per esempio, che ai contratti delle donne debbano intervenire i loro parenti col giudice. Secondo le leggi romane, non era permesso ai servi, o vogliam dire schiavi, persone vili, lo sposar donne libere di nascita, perchè la libertà una volta era una spezie di nobilità. Ora di questa nobilità faceano gran conto i Longobardi ed era loro permesso dalla legge di far vendetta di una lor parente libera, e di un servo che l'avesse presa per moglie. Che se dentro lo spazio di un anno questa vendetta non era seguita, tanto il servo che la donna divenivano servi del re e del suo fisco. Provvide ancora il medesimo re Liutprando alle negligenze de' giudici nella spedizion delle cause con altri utili regolamenti per l'amministrazion della giustizia e per l'indennità de' popoli. Furono pubblicate queste leggi _regni nostri anno, Deo protegente, nono, die kalendarum martiarum, Indictione IV_, e per conseguente in quest'anno. Nel quale fu celebrato in Roma dal santo pontefice _Gregorio II_ un concilio, in cui furono, sotto pena di scomunica proibiti i matrimonii con persone consacrate a Dio, o che doveano osservar castità, dacchè i mariti di lor consenso aveano presi gli ordini del presbiterato o diaconato. Aveano i Visigoti fin qui tenuta in lor potere la Gallia Narbonense, ossia la Linguadoca. I Saraceni, divenuti già padroni della maggior parte della Spagna, ansavano dietro anche a questo boccone, considerandolo come pertinenza del regno spagnuolo; ed appunto in quest'anno riuscì a _Zama_ generale del medesimi di conquistar quel paese, e di occupar Narbona[242], che n'era la capitale. Non si contentarono di questo, assediarono anche la città di Tolosa; ma _Eude_, valoroso duca d'Aquitania, con una numerosa armata di Franchi fu a trovarli, venne con loro alle mani, e ne riportò una segnalata vittoria con istrage memorabile di quegli infedeli. Non si sa quasi intendere come la razza de' Saraceni, già confinati nell'Arabia, crescesse in tanto numero da occupare e tenere tutta la Persia, la Soria, l'Egitto le coste dell'Africa e tante altre provincie; e come con tante rotte ricevute sotto Costantinopoli ed altrove, pure sempre più religiosa minacciasse tutto il resto del romano imperio. Ma è da credere che con loro e sotto di loro militassero i popoli soggiogati, massimamente sapendosi che molti d'essi o per amore o per forza avevano abbracciato il maomettismo.
NOTE:
[241] Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.
[242] Chron. Moyssiacense, et alii Anual.
Anno di CRISTO DCCXXII. Indizione V.
GREGORIO II papa 8. LEONE Isauro imperadore 6. COSTANTINO Copronimo Augusto 3. LIUTPRANDO re 11.