Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 12
ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS, SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS, ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR, SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA. CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM, POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOS APICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATO LYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS, DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.
Quel _datum Papiae_ temo io che non si legga così disteso nel marmo, sì perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi il _datum_, e sì perchè non si soleva per anche dire _Papiae_, ma bensì _Ticini_. Verisimilmente le due sole lettere DP, che significano _depositus_, si son convertite in _Datum Papiae_. Per altro sta bene la nota cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio[199], dal p. Pagi[200] e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il re _Liutprando_ suo figlio, giovane bensì, ma principe di grande aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da me pubblicato[201], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno. Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da me dati alla luce nelle Antichità italiche[202]. Ne rapporterò il principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa copiata. _Aripertus_ (dice egli) _filius ejus regnavit annos XII, cujus regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste, veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina, pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens, coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere, atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis populus commotus est adversus Lupertianum episcopum, eumque inde fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant, volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria oracula_ (cioè tre oratorii) _et duos presbyteros enormiter, et contra ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno Dominicae Incarnationis DCCXII._ Vedremo andando innanzi la continuazion di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valoroso _Pelagio_, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie vittorie contra di quegl'infedeli.
NOTE:
[195] Theoph., in Chronogr.
[196] Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2 Rer. Italic.
[197] Anastas. Biblioth. in Constant.
[198] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 35.
[199] Baron., Annal. Eccl.
[200] Pagius, ad Annal. Baron.
[201] Antiquitat. Italic., tom. 3, pag. 1005.
[202] Antiquit. Ital., Dissertat. LXXIV.
Anno di CRISTO DCCXIII. Indizione XI.
COSTANTINO papa 6. ANASTASIO imperadore 1. LIUTPRANDO re 2.
Potrebb'essere che in quest'anno fosse succeduta l'andata di _Benedetto_ arcivescovo di Milano, uomo di santa vita, a Roma per sua divozione, narrata da Paolo Diacono[203] e da Anastasio bibliotecario[204]. Con tal occasione il buon prelato spiegò le sue querele al trono pontificio, pretendendo che a lui appartenesse il consecrare i vescovi di Pavia, come a metropolitano. Ma essendosi trovato che la Chiesa romana da gran tempo era in possesso di consecrar que' sacri pastori, sia perchè all'arrivo dei Longobardi in Italia l'arcivescovo di Milano si ritirò in Genova, soggetta all'imperadore, e seguitarono a dimorar colà alcuni suoi successori; oppure perchè i re longobardi procurassero al vescovo della loro principal residenza l'esenzione dal metropolitano: comunque fosse, certo è ch'esso arcivescovo ebbe la sentenza contro; e però seguitarono sempre da lì innanzi i vescovi di Pavia ad essere indipendenti dalla cattedra di Milano, ed immediatamente sottoposti al romano pontefice. Per altro anticamente non fu così, siccome io dimostrai in una dissertazione[205] stampata nell'anno 1697. Abbiamo poi attestato da esso Paolo Diacono la santità dell'arcivescovo Benedetto, il quale in fatti non cercò allora di acquistare un nuovo ed inusato diritto sopra la Chiesa di Pavia, ma bensì di ricuperare e conservare l'antica sua autorità. In Roma stessa seguì nel presente anno uno sconcerto[206]. V'era per governatore _Cristoforo duca_. Per iscavalcarlo da quel posto, un certo _Pietro_ ricorse all'esarco di Ravenna, che gli diede le patenti di quel governo. Ma essendo che i Romani non voleano sentir parlare di _Filippico_ imperador monotelita, a nome o col nome del quale era stato dato posto a Pietro, buona parte di loro si unì con determinazione di non voler questo duca. La fazione adunque che sosteneva Cristoforo si azzuffò coll'altra che era in favore di Pietro, nella via sacra davanti al palazzo, e ne seguirono morti e ferite. Più oltre si sarebbe dilatato questo fuoco, se papa _Costantino_ non avesse inviato de' sacerdoti, che coi santi vangeli e colle croci divisero la baruffa. E buon per la parte di Pietro, la quale già soccombeva; ma perciocchè fu fatta ritirar l'altra parte che si chiamava la cristiana, Pietro proditoriamente se ne prevalse, e fece credere d'essere rimasto vincitore. Poco poi stette ad arrivar dalla Sicilia la nuova che l'eretico imperador _Filippico_ era stato deposto. Come seguisse la di lui caduta l'abbiamo da Teofane, da Niceforo, da Zonara e da Cedreno. Molti erano malcontenti di questo principe dopo averlo scoperto nemico del concilio sesto universale, e tanto più perchè egli, a cagione di questa sua alienazione dalla sentenza cattolica, s'era messo a perseguitare i vescovi cattolici. S'aggiunse che i Bulgari fecero un'improvvisa irruzione fino al canale di Costantinopoli, e molti ancora passarono di là, con fare un terribil saccheggio e condur via un'immensa quantità di prigioni, senza che Filippico facesse provvisione alcuna in queste calamità. I Saraceni anch'essi, dopo aver preso Mistia ed Antiochia di Pisidia, fecero dalla lor parte di simili incursioni con riportarne un incredibil bottino. Ora congiurati alcuni senatori, mossero Rufo primo cavallerizzo a deporre questo inetto e mal gradito imperadore. Nella vigilia di Pentecoste con una truppa di soldati entrò esso Rufo nel palazzo, e trovato Filippico che dopo il pranzo dormiva, il trasse fuori, gli fece cavar gli occhi, ma non gli tolse la vita. Nel dì seguente di Pentecoste, essendosi raunato il popolo nella gran chiesa, fu eletto e coronato imperadore _Artemio_, primo de' segretarii di corte, a cui fu posto il nome di _Anastasio_. Era egli versatissimo negli affari, dottissimo e zelante della vera dottrina della Chiesa. Non tardò il medesimo Augusto a spedire in Italia un nuovo esarco, cioè _Scolastico_ patrizio e suo gentiluomo di camera, che portò a papa Costantino[207] l'imperial lettera, con cui si dichiarava seguace della Chiesa cattolica, e difensore del concilio sesto generale: il che recò una somma contentezza al papa e al popolo romano. Ed allora fu che _Pietro_ fu pacificamente installato nella dignità di duca e governatore di Roma, con aver prima data parola di non offendere chi s'era opposto in addietro al suo avanzamento. Fece in questo anno il re _Liutprando_ una giunta di nuove leggi a quelle di Rotari e di Grimoaldo. Nella prefazione da me stampata[208] nel corpo delle leggi longobardiche, egli s'intitola _christianus et catholicus Deo dilectae gentis Langobardorum rex._ Soggiugne di aver fatte esse leggi _anno, Deo propitio, regni mei primo pridie kalendas martias, indictione undecima, una cum omnibus judicibus_ (cioè coi conti, o vogliam dire governatori della città) _de Austriae et Neustriae partibus, et de Tusciae finibus, cum reliquis fidelibus meis Langobardis et cuncto populo assistente._ Però è da notare che non si stabilivano allora, nè si pubblicavano leggi senza la dieta del regno e l'approvazione de' popoli. Con ciò ancora vien confermata la cronologia d'esso re Liutprando, correndo nell'_indizione undecima_, cioè nell'anno presente, il primo anno del regno suo. Noi troviamo in un documento[209] di quest'anno Walperto (lo stesso che Gualberto) duca della città di Lucca, cioè governatore di quella città.
NOTE:
[203] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 29.
[204] Anast., in Constant.
[205] Anecdot. Latin. tom. 1.
[206] Anastas., in Constant.
[207] Anastas., in Constant.
[208] Leges Langobard., P. II, T. I Rer. Italic.
[209] Antiquit. Italic., tom. 1, p. 227.
Anno di CRISTO DCCXIV. Indizione XII.
COSTANTINO papa 7. ANASTASIO imperadore 2. LIUTPRANDO re 3.
Erasi già assodato nel regno il re Liutprando, e tutto era in pace, quando si venne a scoprire una trama ordita contra di lui nella stessa Pavia[210]. Rotari suo parente quegli era che macchinava di torgli la vita con isperanza, per quanto si può conghietturare, di succedergli nel regno. A tal fine aveva egli preparato un convito in sua casa, dove pensava d'invitare il re, e messi in disparte degli sgherri fortissimi, che nel più bello del pranzo doveano fare la festa al re. N'ebbe sentore Liutprando, e però mandò a chiamar Rotari; e, giunto costui alla sua presenza, tastò colle mani s'era vero che portasse il giaco sotto ai panni, come gli era stato supposto, e trovò ch'era così. Rotari scoperto diede indietro, e sfoderò la spada per uccidere il re, ma il re non fu mica pigro a sguainar la sua. Allora una delle guardie, per nome Sabone, prese per di dietro Rotari, con restare ferito da lui nella fronte. Accorsero l'altre guardie, e saltandogli addosso, lo stesero morto a terra. Quattro suoi figliuoli, che non erano a questo spettacolo, restarono anche essi uccisi, dovunque furono trovati. Per attestato poi di Paolo Diacono, era Liutprando di mirabil ardire. Gli fu riferito che era scappato detto a due de' suoi scudieri di volerlo ammazzare. Un dì li fece venir seco nel più folto d'un bosco, e messa mano alla spada, li rimproverò per l'iniquo loro disegno, con soggiugnere che era allora il tempo di eseguirlo. Gli caddero a' piedi impauriti con rivelargli il meditato delitto, e chiedergli misericordia. Così fece con altri; e bastava confessare e dimandar mercè, che egli dipoi generosamente perdonava. Attese in quest'anno il saggio imperadore _Anastasio_, secondo la testimonianza di Teofane[211], a fortificare e provveder di viveri la città di Costantinopoli, e far de' mirabili preparamenti per terra e per mare, affin di mettere argine alle continuate conquiste de' Saraceni, non lasciando di trattar nello stesso tempo con loro di pace, e massimamente perchè voce correa che volessero venir sotto Costantinopoli. L'anno poi fu questo, in cui venne a morte _Pippino_ di Eristallo, potentissimo maggiordomo del regno di Francia. A lui succedette nel medesimo grado _Carlo_ appellato _Martello_, che Alpaide sua concubina gli avea partorito, giovane di ventiquattr'anni, ma di un valore ed ingegno rarissimo. Egli avea per moglie _Rotrude_, da cui erano già nati _Carlomanno_ e _Pippino_, che poi fu re di Francia. Ma per la morte del suddetto Pippino d'Eristallo si sconvolse tutto il reame de' Franchi, di maniera che seguirono varie battaglie con ispargimento di gran sangue dei popoli, come s'ha dagli scrittori della storia franzese. Da uno strumento scritto sotto questa indizione nell'_anno secondo_ del re Liutprando, citato dal padre Mabillone[212], si ricava che continuava tuttavia nel governo di Lucca _Walperto_, ossia _Gualberto_, in qualità di duca o governatore, del quale s'è fatta di sopra nel fine dell'anno precedente menzione.
NOTE:
[210] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 38.
[211] Theoph., in Chronogr.
[212] Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.
Anno di CRISTO DCCXV. Indizione XIII.
GREGORIO II papa 1. ANASTASIO imperadore 3. LIUTPRANDO re 4.
Terminò in quest'anno _Costantino_ papa il suo pontificato, chiamato da Dio a miglior vita nel dì 8 di aprile, per quanto crede il padre Pagi[213], con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria. A lui succedette _Gregorio II_ romano di nazione, ordinato papa nel dì 19 di maggio[214], che maggiormente illustrò la Chiesa romana colla santità dei costumi e colle sue insigni azioni. Era egli stato allevato fin dalla sua più verde età nel clero della basilica lateranense, e salito per varii gradi al diaconato, aveva accompagnato papa Costantino alla corte imperiale, dove diede buon saggio del suo sapere. Trovavasi appunto unita in lui la scienza delle divine Scritture, l'amore della castità, la facondia del parlare, e la fermezza d'animo, specialmente nella difesa della dottrina e di ciò che riguarda la Chiesa cattolica. Nè minore fu il suo zelo per la sicurezza di Roma sua patria; e lo fece ben tosto conoscere, perchè appena fu entrato nella sedia pontificale, che fatte far delle fornaci di calce, ordinò che si ristaurassero le mura di quell'augusta città; e se ne cominciò in fatti la fabbrica dalla porta di san Lorenzo, ma non si proseguì poi per cagione di varii impedimenti che sopravvennero. Saputasi in Costantinopoli la di lui elezione, _Giovanni_ patriarca gli scrisse tosto una lettera composta nel sinodo. E noi sappiam bene da Anastasio che Gregorio gli rispose, ma non sappiam già cosa contenesse la di lui risposta. Abbiamo poi da Teofane[215] che in questo medesimo anno esso patriarca Giovanni, perchè favoriva o almeno avea favorito i monoteliti, fu deposto per ordine dell'imperador _Anastasio_, e sostituito in suo luogo _Germano_, figliuolo del già Giustiniano patrizio, arcivescovo di Cizico, e in gran concetto per la sua rara letteratura, e più per le virtù insigni dell'animo suo e per lo zelo della dottrina cattolica: i quali pregi col tempo il fecero aggiugnere al catalogo de' santi. Circa questi tempi, siccome abbiamo da Andrea Dandolo[216], _Paoluccio_ duca di Venezia procurò a sè stesso e al suo popolo l'amistà del re _Liutprando_, e ne ottenne un diploma, in cui erano concedute varie esenzioni ai Veneti nel regno de' Longobardi, con esprimere ancora i confini d'Eraclea, ossia di Città-nuova fra l'uno e l'altro dominio, dalla Piave maggiore fino alla Piavicella: certo essendo che le isole componenti Venezia erano escluse dal regno dei Longobardi. A questa determinazion dei confini per la parte del duca intervenne _Marcello_ generale della milizia, e n'è fatta menzione nei diplomi che susseguentemente riportarono gli altri duchi o dogi di Venezia dai re d'Italia. Di sopra all'anno 707 vedemmo fatta dal re _Ariberto_ II la donazione, ossia la restituzione del patrimonio dell'Alpi Cozie alla Chiesa romana. Non approvò il re Liutprando tal concessione, e tornò a metter le mani addosso a que' beni e censi. Ma con tal premura e forza l'intrepido pontefice _Gregorio II_ gli scrisse intorno a questo affare, con far valere le ragioni della Sede apostolica[217], che Liutprando cedette e confermò ad essa santa Sede quanto avea conceduto il re Ariberto II. Fu il presente anno l'ultimo della vita di _Dagoberto III_ re de' Franchi, al quale succedette _Chilperico II_, in tempi appunto che tutta la Francia era sossopra per le guerre civili e per le dispute del grado di maggiordomo. Era stato posto prigione _Carlo Martello_ da Plettrude sua matrigna, ma ebbe la maniera di scappare e di rimettere in piedi il suo partito, con istradar poscia al regno i suoi discendenti. Finì ancora di vivere in quest'anno _Valid_ califfo ed imperador de' Saraceni, dopo aver sottomessa al suo imperio quasi tutta la Spagna, e gli succedette suo fratello _Solimano_.
Bolliva più che mai la lite agitata fra' vescovi di Arezzo e di Siena, per cagione, non già di una parrocchia, ma di molte, che l'uno e l'altro pretendevano essere di sua giurisdizione. Aveva il re Liutprando nell'anno precedente inviato _Ambrosio_ suo maggiordomo a conoscere questa controversia, e davanti a questo ministro fu agitata la causa da _Luperziano_ vescovo di Arezzo, e da _Adeodato_ vescovo di Siena. Allegava il primo un immemorabil possesso di varie chiese battesimali e di alcuni monisteri, posti bensì nel distretto di Siena, ma sottoposti al vescovo aretino, fin quando i romani imperadori signoreggiavano la Toscana. Rispondeva il vescovo sanese, che allorchè i Longobardi s'impadronirono della Toscana, Siena non avea vescovo; l'ebbe dipoi ai tempi del re Rotari; e che i Sanesi aveano pregato il vescovo d'Arezzo di prendersi cura di quelle chiese; ed aver ben l'aretino co' suoi successori esercitate quivi le funzioni episcopali, ma precariamente; e per conseguente doversi que' luoghi sacri restituire. La sentenza fu proferita dal suddetto Ambrosio in favore della Chiesa aretina, perchè costava dell'immemorabil possesso. Ne è riferito l'atto dall'Ughelli[218], scritto _regnante Liutprando rege anno tertio, indictione XI_: dee dire _Indict. XII_. Rapporta eziandio esso Ughelli il diploma di approvazione fatta di quel giudicato dal re _Liutprando_: _Datum Ticini in palatio regio, sexta die mensis martii, anno felicissimi regni nostri tertio, indictione tertia decima_, cioè in quest'anno. Dubitò l'Ughelli della legittimità di tali atti; ma senza ragione. Ho io dato alla luce altri atti di questa lite[219], spettanti al medesimo anno presente, e che confermano i precedenti. Da essi apprendiamo, che essendosi richiamato il vescovo di Siena pel giudicato suddetto, fu deputato Gunteramo notaio all'esame di varie persone, per conoscere lo stato di quelle Chiese nei tempi antichi; e tal esame, che serve di molto all'erudizion di quei tempi, fu fatto _sub die XII kalendarum juliarum, Indictione tertiadecima_, cioè nel dì 20 di giugno dell'anno presente. Successivamente secondo l'ordine dell'_eccellentissimo re Liutprando_ unitisi con esso Gunteramo _Teodaldo_ vescovo di Fiesole, _Massimo_ vescovo di Pisa, _Specioso_ vescovo di Firenze, e _Talesperiano_ vescovo di Lucca, disaminarono le ragioni dei suddetti due vescovi litiganti, ed ascoltarono i testimoni. Dopo di che decisero in favore del vescovo di Arezzo. Il giudicato loro fu fatto _V die mensis julii, regnante suprascripto domno nostro excellentissimo Liutprando rege, anno quarto perindictio tertiadecima_, cioè nell'anno presente; riconoscendo da tali note, che Liutprando cominciò a regnare prima del dì 5 di luglio dell'anno 712. Leggesi finalmente pubblicato parimente da me il giudicato del medesimo re sopra questa controversia in favore del vescovo di Arezzo, con essere fra gli altri giudici intervenuto ad esso giudizio _Theodorus episcopus Castri nostri_, e inoltre _Auduald dux_. Ho io gran sospetto che questo _Teodoro_ sia stato vescovo di Pavia, e che l'Ughelli non l'abbia posto al suo sito. Allora Pavia era anche appellata _Castrum_, perchè fortezza, perciò scelta per più sicura abitazione dai re longobardi. Anche da Ennodio[220] viene accennata _Ticinensis Oppidi Augustia_. Poichè per conto del duca _Audoaldo_ ne aveva io rapportato nelle Antichità estensi l'epitaffio tuttavia esistente in Pavia, senza sapere a quali tempi esso appartenesse. Conoscendosi ora che esso duca visse sotto il re Liutprando, non dispiacerà ai lettori che io lo rapporti ancor qui:
SUB REGIBVS LIGVRIAE DVCATVM TENVIT AVDAX AVDOALD ARMIPOTENS, CLARIS NATALIBUS ORTVS, VICTRIX CVIVS DEXTRA SVBEGIT NAVITER HOSTES FINITIMOS, ET CVNCTOS LONGE LATEQVE DEGENTES, BELLIGERAS DOMAVIT ACIES, ET HOSTILIA CASTRA MAXIMA CVM LAVDE PROSTRAVIT DIDIMVS ISTE, CVIVS HIC EST CORPVS HVIVS SVB TEGMINE CAVTIS.
Più sotto si leggono queste altre parole:
LATE AT NON FAMA SILET, VVLGATIS FAMA TRIVMPHIS. QVAE VIVVM, QVALIS FVERIT, QVANTVSQVE PER VRBEM INNOTVIT, LAVRIGERVM ET VIRTVS BELLICA DVCEM; SEXIES QVI DENIS PERACTIS CIRCITER ANNIS SPIRITVM AD AETHERA MISIT, ET MEMBRA SEPVLCRO HVMANDA DEDIT, PRIMA CVM INDICTIO ESSET. DIE NONARVM IULIARVM, FERIA QVINTA.
Dalle quali parole intendiamo che questo duca _Audoaldo_ morì in età di sessant'anni nel dì 7 di luglio dell'anno 718.
NOTE:
[213] Pagius, ad Annal. Baron.
[214] Anastas., in Gregor. II.
[215] Theophanes, in Chronogr.
[216] Dandol., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
[217] Anastas., in Gregor. II. Paulus Diaconus, lib. 7, cap. 43.
[218] Ughell., Ital. Sacr., tom. I Episcop. Aretin.
[219] Antiquit. Italic. Dissert. 74.
[220] Ennod., in Vit. S. Epiphani Ticinens. Episcop.
Anno di CRISTO DCCXVI. Indizione XIV.
GREGORIO II papa 2. TEODOSIO imperadore 1. LIUTPRANDO re 3.