Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 110
Circa questi tempi, come notò il Dandolo[2562], i Caloprini nobili veneziani, i quali già vedemmo che erano iti con alcuni lor fazionarii a stuzzicar l'imperadore _Ottone II_ contra di _Tribuno_ loro doge, e contro la libertà della lor patria, veggendo per la morte d'esso Augusto svaniti tutti i loro disegni, tanto si raccomandarono all'imperadrice _Adelaide_, dimorante allora in Pavia, ch'ella interpose la sua autorevole protezione presso il suddetto doge, affinchè potessero con sicurezza tornare a Venezia. L'ottennero essi, con aver il doge mandato quattro persone che giurarono la loro salvezza. Ma da lì a non molto i Morosini lor nemici stettero alla posta, allorchè i tre figliuoli di Stefano Caloprino venivano dal palazzo ducale in una gondola, e li trucidarono. Il doge mostrò di non avervi colpa; ma il popolo credette ciò che volle; e chi fu morto, non resuscitò. Sotto quest'anno racconta Romoaldo Salernitano[2563] che i Saraceni assediarono, presero e distrussero la città di Cosenza. Aveva scritto sotto l'anno precedente Lupo Protospata[2564] che nella città di Bari, suddita allora de' Greci, il popolo sollevatosi contra Sergio protospata (era questa una dignità conferita dalla corte di Costantinopoli, come di primo capitano), l'uccisero nel mese di febbraio. Nell'anno presente, _Indictione prima depopulaverunt Saraceni vicos barenses, et viros ac mulieres in Siciliam captivos duxere_. Intorno ancora a questi tempi si dilatò forte in Lombardia l'ordine monastico, specialmente per la venuta a Pavia e per gli santi esempli di _Majolo abbate_ di Clugnì. Era allora il monachismo in Italia in somma depressione. Pochi monisteri si contavano, dove fiorisse la regolare disciplina. Nella maggior parte de' monaci, massimamente se i lor monasteri erano piccoli, o se grandi, ridotti in commenda, compariva una deplorabile depravazion di costumi. Trovavansi talvolta dei piissimi abbati e dei religiosissimi monaci; ma noi poco sappiamo delle loro virtù, e meno delle opere loro in servigio e profitto spirituale de' popoli. Si vede bensì dalle memorie che restano, essere stato l'ordinario e comune studio degli abbati e monaci d'allora di acquistar tutto dì dei nuovi stabili, ed anche degli stati, cioè delle castella e ville, che andavan poi a finire nel _sic vos non vobis_ di Virgilio. Ingegnavasi ancora cadauno de' potenti monisteri di avere, per quanto potea, degli altri monisteri subordinati a sè per tutta l'Italia, o almen delle celle, ossia de' priorati nelle varie città, o ne' lor contadi, dove poi teneano un priore, e talvolta alcuni pochi monaci, i quali se ne stavano in gaudeamus, perchè disobbligati dal rigore della disciplina.
Giovò non poco la venuta del santo abbate Majolo, perciocchè, oltre all'aver egli riformato alquanti vecchi monisteri, s'invogliarono molti di fabbricarne dei nuovi, ne' principii de' quali certo è che fioriva la pietà e il buon esempio. Però intorno a questi tempi la santa imperadrice _Adelaide_ aggiunse[2565] un riguardevol monistero all'antichissima chiesa di san Salvatore di _Pavia_, non sussistendo una antichità di lunga mano maggiore, che da taluno gli viene attribuita. In _Parma_ sorse il monistero di san Giovanni, in _Brescello_ quello di san Genesio, in _Milano_ quello di san Celso, in _Genova_ quello di san Siro, in _Firenze_ la badia di santa Maria, in _Reggio_ quello di san Prospero, oggidì san Pietro; in _Padova_ l'insigne di santa Giustina, per tacer d'altri. In _Modena_ aveva _Ildebrando vescovo_[2566] conceduta ad un monaco Stefano nell'anno 983 l'antica chiesa di san Pietro, posta allora fuori della città. I monaci nonantolani, che assorbivano un'immensa copia di beni ne' territorii di Modena, Cologna, Ferrara, Verona ed altre città, mirando di mal occhio la disposizion di un nuovo monistero in lor vicinanza, destramente spinsero un loro monaco per nome Pietro, che si unì con esso Stefano alla cura della chiesa suddetta. Quando poi Pietro se la vide bella, rubò all'altro monaco la bolla episcopale, e tentò con danari il soprallodato vescovo per aver egli la metà di quella chiesa; ma il prelato, detestando la furberia del monaco nonantolano, il cacciò via, e confermò[2567] in quest'anno a Stefano il possesso di quella chiesa: il che fu principio del monistero di san Pietro, tuttavia florido in questa città, e fondato nell'anno 996 dal vescovo di Modena _Giovanni_. Degno è ancora d'osservazione ciò che racconta Arnolfo[2568] monaco di santo Emmerammo: cioè che nella sola Roma si contavano _quaranta_ monisteri di monaci e _venti_ di monache, professanti tutti o quasi tutti la regola di san Benedetto, e _sessanta_ collegiate di canonici; tanto s'era dilatato l'ordine monastico e l'istituto de' canonici. Dall'Ughelli[2569] e dal Tatti[2570] è rapportato un diploma dato da _Ottone III_ in favore di _Adelgiso vescovo_ di Como, con queste note _Datum III nonas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXVIII, Indictione II, imperii domni Othonis quinto. Actum in palatio Renesbohe._ Non avvertì l'Ughelli che questo privilegio non potè mai competere ad Ottone III, il quale non era per anche imperadore. Il Tatti bensì lo riferì all'anno 978, e ad Ottone II Augusto. Ma, siccome osservò il chiarissimo padre Gotifredo abbate gotwicense[2571], neppur così vengono guarite le piaghe di questo documento, in cui è anche da avvertire quel titolo strano: _Otho tertius gratia Dei gubernator, seu imperator_.
NOTE:
[2562] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2563] Romual. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2564] Lupus Protospata, in Chronico.
[2565] Odilo, in Vita S. Adelheidis.
[2566] Sillingardus, Catalog. Episc. Mutinens.
[2567] Antiquit. Ital., Dissert. LXV.
[2568] Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 994.
[2569] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5.
[2570] Tatti, Annali Eccl. Com.
[2571] Chron. Gotwicense, tom. 1, p. 206.
Anno di CRISTO DCCCCLXXXIX. Indiz. II.
GIOVANNI XV papa 5. OTTONE III re di Germania e d'Italia 7.
Tanto dall'Annalista sassone[2572], quanto da quello d'Ildeseim[2573], abbiamo che in questo anno _Theophania imperatrix mater regis_ (cioè di Ottone III) _Romam perrexit, ibique Natalem Domini celebravit, et omnem regionem regi subdidit_. Per la tenera età e per la lontananza del re _Ottone III_, pur troppo aveano cominciato i popoli dell'Italia a calcitrare e a suscitar delle sedizioni, siccome verrò dicendo più innanzi. Ancorchè la santa imperadrice _Adelaide_, stando in Pavia, comandasse e si studiasse di tener quieti i popoli, pure non era assai temuta e rispettata la di lei autorità. Venne con più polso in Italia l'Augusta _Teofania_, e di qui impariamo che essa dovette rimettere in miglior sesto gli affari. Ma non si dee tacere che l'archimandrita calabrese _Giovanni_, da noi veduto di sopra creato abbate del ricchissimo monistero di Nonantola, seppe ben far fruttare in suo favore l'intrinsichezza ch'egli godeva presso la suddetta imperadrice Teofania, siccome uomo intendente della lingua greca, ed originario di Calabria. Passò in questo anno a miglior vita _Sigualdo vescovo_ di Piacenza[2574], e l'accorto Greco colla protezione dell'Augusta fu promosso a quella chiesa, quantunque, per attestato del Cronografo sassone[2575], fosse stato eletto vescovo un uomo degno, ch'egli fece discacciare. Nè di ciò contenta la sua ambizione, giacchè in quel secolo era divenuto alla moda il far dei nuovi arcivescovati, ottenne da papa _Giovanni XV_ che Piacenza fosse eretta in arcivescovato, con levarla di sotto alla giurisdizione del metropolitano di Ravenna. Ha recato maraviglia a taluno, ed è sembrato errore, il trovar questo _Giovanni arcivescovo di Piacenza_; ma di tal verità non si può dubitare. Leggesi presso il Campi una permuta da lui fatta in Pavia col mastro di quella zecca, in cui esso è appellato _domnus Johannes archiepiscopus sancte placentine ecclesie, et abbas monasterii sancti Silvestri, siti Nonantule_. Lo strumento fu scritto _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi nongentesimo ottuagesimo nono, tertio die mensis genuarii, Indictione secunda_. Il non veder qui fatta menzione degli anni del re Ottone III, siccome neppure nello strumento d'_Ildebrando vescovo_ di Modena, citato all'anno precedente, e neppure un altro, accennato da Cosimo della Rena[2576], e in altri della Cronica del Volturno[2577], mi fa restar sospeso in pensare come Ottone III fosse re anche d'Italia, e non entrasse, secondo il costume, il suo nome ne' pubblici documenti. Forse perchè non era stato per anche coronato. Lascerò decidere ad altri questo punto; poichè per altri documenti si vede che Ottone III signoreggiava in questi tempi come re in Italia.
Ma prima di abbandonare il suddetto strumento di Giovanni arcivescovo di Piacenza, si vuol osservare che, in conformità del buon rito che si praticava allora in molti luoghi, affinchè nelle permute non venisse danno alle chiese, furono inviati estimatori pubblici a riconoscere il valore dei beni che s'aveano a permutare. Però quivi si legge: _Et ad hanc previdendam commutationem accesserunt super ipsis rebus ad previdendum Ilderadus misso donni Teodaldi marchio, et comes comitatu motinense, et Adelbertus clericus misso eidem donno Johanni archiepiscopo_. Perchè il monistero di Nonantola era ed è situato nel territorio di Modena, e qui si trattava di permutar dei suoi beni, perciò, d'ordine del conte ossia del governator perpetuo di Modena, andarono gli estimatori pubblici a raccogliere il valor delle terre da permutarsi. Ma _Tedaldo_, avolo della celebre _contessa Matilda_, è inoltre appellato _marchio_. Di che marca era egli marchese? Così nell'anno 975 (come da strumento[2578] da me pubblicato apparisce) si truovano in Pisa _Adalbertus et Obertus_ (progenitore della casa d'Este) _germani marchioni, filii bonae memoriae Oberti marchionis et comitis palatio_. A qual marca comandavano questi due marchesi? L'una delle due vo io conghietturando: cioè o che già fossero istituite delle marche minori, e che, per esempio, Modena con altre circonvicine città formasse una marca, da cui _Tedaldo_ prendesse il titolo di marchese; e che la Lunigiana, in cui possedeano tanti stati i maggiori della casa d'Este, siccome vedremo, anch'essa desse il titolo marchionale ai due suddetti _Adalberto_ ed _Oberto_ fratelli: oppure che gl'imperadori conferendo il titolo di marchese ai principi che possedeano molti stati, come terre e castella, gli esentassero con ciò dalla giurisdizione dei marchesi maggiori, concedendo loro l'autorità marchionale sopra i medesimi Stati. Veggiamo in questi tempi ancora introdotti i _conti rurali_, cioè signori di qualche castello, esentati dalla giurisdizione dei conti delle città. Così a poco a poco s'andarono trinciando le marche e i contadi non meno in Italia che in Germania. Questi son punti scuri; e giacchè ci manca la chiara luce della verità, si debbono ammettere come buona moneta le conietture fondate sopra il verisimile. Scrive Lupo Protospata[2579] sotto questo anno che _descendit Johannes patricius_ (governator greco della Puglia), _qui et Ammiropolus, et occidit Leonem Cannatum, et Nicolaum Critis, et Porphyrium_: probabilmente dei principali di Bari. In questi tempi noi ritroviamo duca di Spoleti e marchese di Camerino _Ugo marchese_ di Toscana: il che è degno di osservazione. Da quel dominio dovea essere decaduto _Trasmondo_, oppure egli era solamente marchese di Camerino. Ce ne assicura un placito[2580], pubblicato dal padre Gattola, e tenuto _in territorio Apruciense, anno nongentesimo octuagesimo nono, et mense julio, per Indiccio secunda_. A quel giudizio presedeva _Guglielmus comes missus domni Ugoni dux et marchio_. Si sarebbe desiderata più attenzione in Pier Maria Campi, autore per altro benemerito delle lettere per la sua Storia ecclesiastica di Piacenza, allorchè produsse un diploma di _Ottone III_[2581], con cui crea _militi_ i Bracciforti, cittadini di Piacenza, e dà loro in feudo Vicogiustino con varie esenzioni. La data del privilegio è questa: _Datum XV kalendas decembris, anno Incarnationis Domini 989, Indictione prima, anno vero domni Ottonis III, imperii ejus quinto. Actum Placentiae in ecclesia sanctae Brigidae. Testibus praesentibus Getone duce Boemiae, Geufredo duce Bavariae, et Henrico comite de Lauzomonde._ Nè si avvide il buon Campi che _Ottone III_ non era per anche imperadore, nè era venuto in Italia per questi tempi, nè correva l'_indizione prima_ nell'anno presente 989, per nulla dire di que' testimoni e d'altre particolarità di quel finto documento.
NOTE:
[2572] Annalista Saxo.
[2573] Annal. Hildesheim.
[2574] Campi, Istor. di Piacenza, T. 1.
[2575] Chronographus Saxo editus a Leibnitio.
[2576] Cosmo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.
[2577] Chronicon Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2578] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[2579] Lupus Protospata, in Chronico.
[2580] Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.
[2581] Campi, Stor. Eccles. di Piacenza, tom 1.
Anno di CRISTO DCCCCXC. Indizione III.
GIOVANNI XV papa 6. OTTONE III re di Germania e d'Italia 8.
Abbiamo detto che l'imperadrice _Teofania_ colla sua venuta in Italia mise o rimise alla divozione del re _Ottone III_ suo figliuolo que' popoli che voleano vivere senza briglia. La Cronica del monistero del Volturno[2582] ci somministra una pruova dell'autorità da lei esercitata in Italia per un diploma suo spedito in protezione d'esso monistero, _quarto nonas januarias anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, Indictione II, anno vero tertii Ottonis regnantis III. Actum Romae_, dove ella avea celebrato il santo Natale. Ma si dee scrivere _Indictione III_, e per conto degli anni del _regno_ si ha da scrivere _anno VII_. Tuttavia, siccome fu osservato in alcuni atti accennati di sopra, non si contavano per anche gli anni del regno di Ottone III in Italia. Un altro più importante documento[2583] ho io dato alla luce, cioè un placito tenuto, _anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis summi pontificis V, die XIII mense martii, Indictione III, foris civitate Ravenne, in vico, qui dicitur Sablonaria, post tribunal palatii, quod olim construere jussit domnus Hotto imperator_. Notabili son queste parole, ma più ancora le seguenti: _Dum resideret, Deo annuente, Johannes archiepiscopus sanctae placentine ecclesie in generali placito, simul cum eo Hugo gratia Dei episcopus sancte hansdeburgensis ecclesie jussione domne Theofana imperatris_, ec. Un tale atto finisce di chiarire che l'esarcato di Ravenna, non so se per qualche accordo seguito coi romani pontefici, o per altre ragioni, era divenuto parte del regno d'Italia; e che da gran tempo non ne erano più in possesso i romani pontefici. Ottone III non per anche avea conseguito la corona e il diritto degl'imperadori; e pure Teofania sua madre fa da padrona in Ravenna, mandandovi i suoi ministri a tenere pubblicamente giustizia, senza che si sappia che ne facessero doglianza i papi. Ed ora s'intende perchè Ottone il Grande avesse quivi fabbricato di pianta un palazzo regale per sè e per gli suoi successori. Dobbiamo anche al padre Mabillone[2584] la memoria di un diploma d'essa imperadrice, dato in favore del monistero di Farfa, affinchè gli fosse restituita la cella di santa Vittoria, posta nel territorio di Camerino. Fu ottenuto questo diploma _interventu Johannis archiepiscopi ravennatis, et Hugonis principis_, cioè di _Ugo duca_ e marchese di Toscana e di Spoleti, che faceva la sua corte alla vedova imperadrice. Le note di quel documento, come cosa rara, meritano d'essere qui rammentate. _Datum kal. aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, imperii domnae Theophanu imperatris XVIII, Indictione III, Ravennae._ L'epoca di Teofania non è giù presa, come pensò il suddetto padre Mabillone, dall'anno della morte di Ottone II suo consorte, ma bensì, come avverti il dottissimo padre Gotifredo abbate gotwicense[2585], dall'anno delle sue nozze, cioè dal 972. Intanto osserviamo che questa principessa la faceva non da imperadrice, ma da imperadore. Tornossene ella in quest'anno in Germania per assistere al re Ottone III suo figliuolo nel governo degli stati. Secondochè racconta Romoaldo salernitano[2586], _anno DCCCCXC stella a parte Septemtrionis apparuit, habens splendorem, qui tenebat contra Meridiem, quasi passum unum. Et post paucos dies iterum apparuit eadem stella a parte Occidentis, et splendor ejus ad Orientem tendebat. Et non post multos dies fuit terraemotus magnus, qui plures evertit domos in Benevento et Capua, multosque homines occidit, et in civitate Ariano multas ecclesias subvertit. Civitas quoque Frequentus paene media cecidit. Civitatem vero Consanam prope mediam cum episcopo subvertit, multosque homines oppressit. Ronsem totam cum ejus hominibus submersit._ Viene anche da Leone ostiense[2587] narrata questa disavventura con aggiugnere: _In Benevento Viperam dejecit, et subvertit quindecim turres, in quibus centum quinquaginta homines mortui sunt_. Angelo della Noce fu di parere che col nome di _Vipera_ sia indicato un castello di questo nome nel territorio di Benevento. Credo io piuttosto che Leone significhi una figura di vipera che tuttavia i Beneventani nella stessa loro città tenessero alzata sopra qualche colonna, o fabbrica alta: superstizione ereditata dagli antichi Longobardi. _Simulacrum, quod vulgo Vipera nominatur, cui Langobardi flectebant colla_[2588], si legge nella vita di san Barbato vescovo di Benevento. Pare che sino a questi tempi durasse quella superstiziosa statua o figura in essa città. Ma avendo noi veduto all'anno 663 che per opera di quel santo prelato fu atterrata, si può sospettare che almeno il luogo dove essa fu ritenesse quel nome, e in alcuni non fosse ben estinta quella ridicola persuasione che dal mantenimento di quel luogo dipendesse la felicità e salvezza della città, in quella guisa che gli antichi Romani pensarono dell'altare della Vittoria, i Troiani del Palladio, i Fiorentini della statua di Marte, ed altri simili.
NOTE:
[2582] Chronic. Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2583] Antiq. Ital., Dissertat. XXXI, pag. 959.
[2584] Mabill., in Annal. Benedict. ad hunc annum.
[2585] Chron. Gotwicense, tom. 1, pag. 224.
[2586] Romualdus Salernit., Chron. tom. 7 Rer. Ital.
[2587] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 11.
[2588] Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in episcop. Benevent.
Anno di CRISTO DCCCCXCI. Indizione IV.
GIOVANNI XV papa 7. OTTONE III re di Germania e d'Italia 9.
Abbiamo dall'Annalista sassone[2589], che Ottone III coll'Augusta Teofania sua madre celebrò con solennità ed allegria la santa Pasqua in Quidelingeburg in Sassonia. Intervennero a tal festa _Marchio Tuscanorum Hugo, et dux Polonorum Miseco cum pluribus regni princibus, diversa munera ad obsequium imperatoris_ (non era per anche imperadore) _deferentes_. _Ugo marchese_ e duca di Toscana con grandi ricchezze e potenza accoppiava una non minore accortezza; e volendosi ben mettere in grazia di Ottone III e di sua madre, non tornò sì tosto in Italia, ma continuò a far la sua corte a que' regnanti, finchè giunsero a Nimega. Quivi infermatasi l'imperadrice Teofania, da morte immatura fu rapita nel dì 16 di giugno dell'anno presente Presso Ditmaro[2590] la sua morte è posta sotto il precedente anno, ma per errore dei copisti. L'Annalista sassone, Ermanno Contratto, Lamberto da Scafnaburgo, che copiavano la Cronica di Ditmaro, dovettero ben vedere che anch'egli sotto il presente anno notò la morte della suddetta imperadrice. Era questa greca principessa donna di spiriti virili, di bella ed onesta conversazione, molto caritativa verso de' poveri e delle chiese; sapeva cattivarsi l'affetto di chi ella voleva, ed insieme tener basso chi alzava la cresta; utilissima perciò nel governo degli stati al figliuolo. Un solo difetto viene in lei riprovato da sant'Odilone[2591]: cioè, che quantunque ella fosse utile ed ottima per gli altri, _socrui tamen_ (cioè a sant'Adelaide) _fuit ex parte contraria. Ad postremum vero cujusdam Graeci_ (probabilmente vuol intendere di Giovanni arcivescovo di Piacenza) _aliorumque adulantium consilio fruens, minabatur ei, quasi manu designando, dicens: Si integrum annum supervixero, non dominabitur Adhelhaida in toto mundo, quod non possit circumdari palmo uno. Quam sententiam inconsulte prolatam, divina censura fecit esse veracem. Ante quatuor hebdomadas graeca imperatrix ab hac luce discessit. Augusta Adalhaida superstes, felixque remansit._ All'avviso della defunta nuora la piissima imperadrice _Adelaide_ si portò dall'Italia in Germania per consolare l'afflitto nipote _Ottone III_, e per dare assistenza alla di lui età bisognosa tuttavia di consiglio nel governo del regno. E quivi _ille eam matris instar secum tamdiu habuit, quoad usque ipse protervorum consilio juvenum depravatus, tristem illam dimisit_. Sicchè ella malcontenta si restituì all'Italia (non so in qual tempo), lasciando il re nipote in balìa ai trasporti della sua gioventù. Fin qui avea _Tribuno Memmo_ doge di Venezia governato il suo popolo senza operar cose che gliene guadagnassero l'affetto[2592]. Gli stava non poco a cuore che Maurizio suo figliuolo succedesse a lui nel governo, e perciò lo spedì a Costantinopoli con isperanza, che ritornando condecorato da quegli Augusti di qualche illustre dignità, più facilmente otterrebbe il suo intento. Ma cadde intanto malato esso doge, e sentendo accostarsi il suo fine, si fece portare al monistero di san Zacheria, e quivi preso l'abito monastico, dopo sei giorni terminò di vivere. Non già il di lui figliuolo, ma bensì _Pietro Orseolo II_ fu creato in suo luogo doge di Venezia. Egli era figliuolo di quel _Pietro Orseolo_ che già vedemmo doge, e poi passato alla vita monastica in Francia, dove per le sue virtù si guadagnò il titolo di beato e di santo. Questi fu principe di gran senno, e talmente attento ai vantaggi della sua patria, che Venezia a' suoi di crebbe sommamente di potenza e decoro. All'anno precedente 990 racconta il Sigonio[2593] le rivoluzioni seguite in Milano fra _Landolfo arcivescovo_ e il popolo di quella città. Il signor Sassi nelle annotazioni[2594] fu di parere ch'esso Landolfo venisse promosso a quell'arcivescovato nell'anno 980, come in fatti è notato nel Codice estense della Storia di Arnolfo milanese[2595]; e che nel 982 succedessero quelle dissensioni, per le quali Ottone II imperadore, secondo lui assediò Milano nell'anno 983. Io non m'arrischio a proporre alcuno di tali fatti, perchè circa il tempo la storia ci lascia nelle tenebre, e mi prendo la libertà di narrar qui le sollevazioni suddette con qualche barlume di verisimiglianza, che trovandosi troppo giovane il re Ottone III, e morta la madre sua, e passata in Germania l'avola sua Adelaide, potesse allora il popolo di Milano prendere l'armi contra del suo arcivescovo. Ora il fatto è in questa maniera narrato da Landolfo seniore[2596] storico milanese.