Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 11
Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperador _Giustiniano_, e gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale Zacheria mandato a Roma per imprigionare _Sergio_ papa, oppure perchè nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio[182] ch'egli mandò _Teodoro_ patrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli altri, privato degli occhi il loro arcivescovo _Felice_, che di poi fu relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello ravennate[183], che poco più di cento anni dopo descrisse questa tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo, che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta la nobilità di Ravenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza. Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti i nobili della terra, fra gli altri _Felice_ arcivescovo e _Giovanniccio_, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna, diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città, che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie. Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda dei Barbari.
NOTE:
[182] Anast., in Constant.
[183] Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCX. Indizione VIII.
COSTANTINO papa 3. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 6. ARIBERTO II re 10.
Fra le sue crudeltà e pazzie non lasciò l'imperador _Giustiniano_ di desiderar l'accordo fra la Chiesa romana e greca in ordine ai canoni del concilio trullano. Per ottener questo bene, conoscendo che gioverebbe assai la presenza del romano pontefice, spedì, secondochè attesta Anastasio, ordine a papa _Costantino_ di portarsi a Costantinopoli. Però fece egli preparar delle navi per fare il viaggio di mare, e nel dì 5 di ottobre del presente anno imbarcatosi, sciolse dal porto Romano, conducendo seco _Niceta_ vescovo di Selva Candida, _Giorgio_ vescovo di Porto, e molti altri del clero romano. Arrivò a Napoli, dove fu accolto da _Giovanni_ patrizio ed esarco, soprannomato _Rizocopo_, il quale era inviato per succedere a _Teofilatto_ esarco. Quindi passato in Sicilia, quivi trovò _Teodoro_ patrizio e generale dell'armi, che gli fece un suntuoso incontro; e con suo vantaggio, perchè venne malato a riceverlo, e se ne tornò indietro guarito. Per Reggio e Crotone s'avanzò fino a Gallipoli, dove morì il vescovo Niceta, e di là andò ad Otranto. In quella città, perchè sopravvenne il verno, bisognò che si fermasse; e colà ancora pervenne lettera dell'imperadore, portante un ordine a tutti i governatori de' luoghi per dove avesse da passare il papa, che usassero verso di lui lo stesso onore che farebbono alla persona del medesimo Augusto. Giunsero in quest'anno a Costantinopoli i prigioni ravennati, e furono menati davanti all'inumano Augusto, il quale era assiso in una sedia coperta d'oro e tempestata di smeraldi, col diadema tessuto d'oro e di perle, e lavorato da _Teodora_ Augusta sua moglie. Comandò egli che tutti fossero messi in carcere, per determinar poscia la maniera della lor morte. In una parola, tutti quei senatori e nobili, chi in una chi in un'altra forma furono crudelmente fatti morire. Aveva anche giurato l'implacabil regnante di tor la vita all'arcivescovo _Felice_[184]; ma se merita in ciò fede Agnello, la notte dormendo gli apparve un giovane nobilissimo con a canto esso arcivescovo, che disse: _Non insanguinar la spada in quest'uomo_. Svegliato l'imperadore, raccontò il sogno a' suoi; poscia, per osservare il giuramento, fece portare un bacino di argento infocato, e spargervi sopra dell'aceto, e in quello fatti per forza tener gli occhi fissi a Felice, tanto che si disseccò la pupilla, il lasciò cieco. Tale era l'uso de' Greci, per torre l'uso della vista alle persone, e di là nacque l'italiano _abbacinare_. Fu dipoi esso arcivescovo mandato in esilio nella Crimea. Sommamente riuscì quest'anno pernicioso e funesto alla Cristianità, perchè gli Arabi, ossia i Saraceni, non contenti del loro vasto imperio, consistente nella Persia, e continuato di là fino allo stretto di Gibilterra, passato anche il Mediterraneo, fecero un'irruzione nella Spagna, dove poscia nell'anno seguente fermarono il piede, e ve lo tennero fino all'anno 1492, in cui Granata fu presa dall'armi de' cattolici monarchi Ferdinando re ed Isabella regina di Castiglia e d'Aragona. Cominciò, dissi, in quest'anno a provarsi in quel regno la potenza de' Monsulmani o Musulmani, voglio dire de' Maomettani, e poi nel seguente continuarono le loro conquiste, con riportar varie vittorie sopra i già valorosi Visigoti cattolici, la gloria de' quali restò quasi interamente estinta, e per colpa principalmente di un Giuliano conte, traditore della patria sua. Fama nondimeno è che in questo anno seguisse un combattimento, rinnovato per otto giorni continui, fra i Cristiani e i Saraceni, e che restassero disfatti i primi colla morte dello stesso cattolico re _Rodrigo_. Certo è che a poco a poco s'impadronirono quegli infedeli di Malega, Granata, Cordova, Toledo e di altre città e provincie, dove cominciò a trionfare il maomettismo, ancorchè coloro lasciassero poi libero l'uso della religion cristiana cattolica ai popoli soggiogati.
NOTE:
[184] Agnell., in Vit. Felicis.
Anno di CRISTO DCCXI. Indizione IX.
COSTANTINO papa 4. FILIPPICO imperadore 1. ARIBERTO II re 11.
Nella primavera di quest'anno continuò _Costantino_ papa il suo viaggio per mare a Costantinopoli, dopo aver ricevuto grandi onori dovunque egli passava[185]. Ma insigni specialmente furono i fatti a lui, allorchè giunse colà. Sette miglia fuori di quella regal città gli venne incontro _Tiberio_ Augusto figliuolo dell'imperador _Giustiniano II_, colla primaria nobilità, e _Ciro_ patriarca col suo clero, e una gran folla di popolo. Il papa salito a cavallo con tutti di sua corte, portando il camauro, come fa in Roma stessa, andò ad alloggiare al palazzo di Placidia. Saputa la sua venuta, Giustiniano, che si trovava a Nicea, gli scrisse immantenente una lettera piena di cortesia, con pregarlo di venir sino a Nicomedìa, dove anch'egli si troverebbe. Quivi in fatti seguì il loro abboccamento, e l'imperadore ben conoscente della venerazion dovuta ai successori di san Pietro, colla corona in capo s'inginocchiò e gli baciò i piedi, ed amendue poscia teneramente s'abbracciarono con somma festa di tutti gli astanti. Nella seguente domenica il papa celebrò messa, e comunicò di sua mano l'imperadore, che poi si raccomandò alle di lui preghiere, acciocchè Dio gli perdonasse i suoi peccati, e ne avea ben molti. E dopo avergli confermati tutti i privilegii della Chiesa romana, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Punto non racconta Anastasio qual fosse il motivo, per cui il papa venisse chiamato in Levante, nè cosa egli trattasse coll'imperadore. I padri Lupo[186] e Pagi[187] hanno immaginato, e con verisimiglianza, che si parlasse dei canoni del concilio trullano, e che il pontefice confermasse quelli che lo meritavano, con riprovar gli altri ripugnanti alla disciplina ecclesiastica della Chiesa latina. Pare ancora che ciò si possa inferire da alcune parole del medesimo Anastasio nella Vita di papa Gregorio II. Ma non è inverisimile che quel capo sventato di Giustiniano chiamasse colà il papa per far vedere al mondo ch'egli comandava a Roma, e si faceva ubbidire anche dai sommi pontefici: giacchè non apparisce chiaro che ciò fosse per motivo della religione. Comunque sia, partissi il papa da Nicomedia, e benchè da molti incomodi di sanità afflitto, arrivò finalmente al porto di Gaeta, dove trovò buona parte del clero e popolo romano, e nel dì 24 di ottobre entrò in Roma con gran plauso ed allegrezza di tutta la città. Ma nel tempo della sua lontananza accadde bene il contrario in Roma, cioè uno sconcerto che arrecò non poca afflizione a quegli abitanti. Passando per essa città nell'andare a Ravenna il nuovo esarco _Giovanni Rizocopo_ fece prendere Paolo, diacono e vicedomino (cioè il maggiordomo, oppure il mastro di casa del papa), Sergio abbate e prete, Pietro tesoriere (parimente, per quanto pare, del papa) e Sergio ordinatore, e fece loro mozzare il capo. Tace Anastasio i motivi o pretesti di questa carnificina di persone sacre e di alto affare. Soggiugne bensì, che costui, andato a Ravenna, quivi, a cagion della sue iniquità, per giusto giudizio di Dio, vi morì di brutta morte. Questa notizia ci apre l'adito ad attaccare al suo racconto ciò che abbiamo da Agnello scrittore ravennate, mentovato più volte di sopra, la cui storia è arrivata fino ai nostri giorni mercè di un codice manuscritto estense. Ci fa saper questo istorico[188] che il popolo di Ravenna trovandosi in somma costernazione e tristezza, non meno pel sacco patito l'anno addietro, che per la nuova del macello di tanta nobiltà ravennate fatto in Costantinopoli, scosse il giogo dell'indiavolato imperadore. Elessero eglino per loro capo Giorgio, figliuolo di quel Giovanniccio, di cui abbiam parlato di sopra, giovane grazioso d'aspetto, prudente ne' consigli e verace nelle sue parole. In questa ribellione o confederazione concorsero l'altre città dell'esarcato, che da Agnello sono enunziate secondo l'ordine che dovea praticarsi per le guardie, cioè _Sarsina_, _Cervia_, _Cesena_, _Forlimpopoli_, _Forlì_, _Faenza_, _Imola_ e _Bologna_. Divise Giorgio il popolo di Ravenna in varii reggimenti, denominati dalle bandiere; cioè _bandiera_ o _insegna prima_, _la seconda_, la _nuova_, l'_invitta_, la _costantinopolitana_, la _stabile_, la _lieta_, la _milanese_, la _veronese_, quella di _Classe_, e la _parte dell'arcivescovo_ coi cherici, con gli onorati e colle chiese sottoposte. Quest'ordine nella milizia ravennate si osservava tuttavia da lì a cento anni allorchè Agnello scrisse la suddetta storia, cioè le vite degli arcivescovi di quella città. Ma ciò che operassero dipoi i Ravennati, non si legge nella storia castrata da gran tempo del medesimo Agnello. Solamente aggiugne che Giovanniccio, quel valente segretario di Giustiniano Augusto, fu in questo anno, per ordine d'esso imperadore, crudelmente tormentato e fatto morire, e che egli chiamò al tribunale di Dio quel crudelissimo principe, con predire che nel dì seguente anch'egli sarebbe ucciso. Agnese figliuola d'esso Giovanniccio fu bisavola del medesimo Agnello storico, da cui sappiamo ancora che lo stesso Giovanniccio quegli fu che mise in bell'ordine il messale, le ore canoniche, le antifone e il rituale, de' quali si servì da lì innanzi la Chiesa di Ravenna. Ora egli è da credere che _Giovanni Rizocopo_ nuovo esarco, giunto in vicinanza di Ravenna, in vece di prendere le redini del governo trovasse ivi la morte per l'ammutinamento di due' popoli. Ma è cosa da maravigliarsi come Girolamo Rossi[189], descrivendo i fatti de' Ravennati in questi tempi, confondesse i tempi, e di suo capriccio descrivesse avvenimenti, de' quali non parla l'antica storia, o diversamente ne parla.
Verificossi poi la morte dell'imperador _Giustiniano_, siccome dicono che avea predetto Giovanniccio. Come succedesse quella tragedia, l'abbiamo da Teofane[190], da Niceforo[191], da Cedreno[192] e da Zonara[193]. Cadde in pensiero a questo sanguinario principe di vendicarsi ancora degli abitanti di Chersona nella Crimea, sovvenendogli della intenzione ch'ebbero di ammazzarlo, allorchè egli era relegato in quella penisola. A tale effetto mandò colà un formidabile stuolo di navi con centomila uomini tra soldati, artefici e rustici. Si può sospettar disorbitante tanta gente per mare, e che gli storici greci, soliti a magnificar le cose loro, aprissero ancor qui più del dovere la bocca. Stefano patrizio fu scelto per general dell'impresa, e con ordine di far man bassa sopra que' popoli. Scrive Paolo Diacono[194], che trovandosi allora papa Costantino alla corte, dissuase per quanto potè l'imperadore da sì crudele impresa; ma non gli riuscì d'impedirla. Grande fu la strage, e i principali del Chersoneso parte furono inviati colle catene a Costantinopoli, parte infilzati negli spiedi e bruciati vivi, parte sommersi nel mare. Giustiniano, all'intendere che si era perdonato ai giovani e fanciulli, andò nelle furie, e comandò che l'armata nel mese d'ottobre tornasse colà a fare del resto. Ma sollevatasi una gran fortuna di mare, quasi tutta questa armata andò a fondo, calcolandosi (se pur si può credere) che vi perissero circa sessantatremila persone: del che non solo non si attristò il pazzo imperadore, ma con giubilo comandò che si preparasse un'altra flotta, e si andasse a compiere la presa risoluzione, con distruggere tutte le città e castella della Crimea. Ora quei del paese, che erano fuggiti o sopravanzati alle spade, avvisati di questa barbara risoluzione, si unirono, si fortificarono, ottennero soccorso dai Gazari, e dopo aver ripulsate le armi cesaree, proclamarono imperadore _Bardane_ che assunse il nome di _Filippico_, il quale, mandato in esilio molti anni prima, siccome dicemmo all'anno 701, fu chiamato, o accorse colà in tal congiuntura. _Mauro_ patrizio colla sua flotta, per timore di essere gastigato da Giustiniano, si unì con Filippico, e tutti concordemente sul fine di quest'anno giunsero a Costantinopoli, dove pacificamente fu ammesso il nuovo Augusto, giacchè Giustiniano dianzi uscito in campagna colle poche truppe che avea, e con un rinforzo ottenuto dai Bulgari, non fu a tempo di prevenire Filippico. Spedito dipoi contra di esso Giustiniano _Elia_ generale di Filippico, tanto seppe adoperarsi, che tirò nel suo partito i soldati del di lui esercito, mandò contenti a casa i Bulgari, ed avuto in mano il bestiale imperadore Giustiniano, con un colpo di sciabla gli fece, come potè, pagare il sangue d'innumerabili cristiani da lui sparso. Inviata a Costantinopoli la di lui testa, d'ordine di Filippico fu poi portata a Roma. _Tiberio_ Augusto di lui figliuolo scappato in chiesa, ne fu per forza estratto, ed anch'egli tolto di vita. Questo fine ebbe _Giustiniano Rinotmeto_, cattivo figliuolo di un ottimo padre, che, sedotto dallo spirito della vendetta, andò fabbricando a sè stesso la propria rovina, e colla sua morte liberò da un gran peso la terra. In quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni _Childeberto III_, re di Francia, che ebbe per successore _Dagoberto III_, tutti re di stucco in questi tempi, perchè re vero, benchè senza nome, era _Pippino_ di Eristallo loro maggiordomo.
NOTE:
[185] Anastas., in Constant.
[186] Lupus, in Notis ad Canon. Concil. Trull.
[187] Pagius, ad Annal. Baron.
[188] Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2, Rer. Italic.
[189] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 4.
[190] Theoph., in Chronogr.
[191] Niceph., in Chron.
[192] Cedren., in Annalib.
[193] Zonaras, in Historia.
[194] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 31.
Anno di CRISTO DCCXII. Indizione X.
COSTANTINO papa 5. FILIPPICO imperadore 2. ALIPRANDO re 1. LIUTPRANDO re 1.
Sotto il nuovo imperadore _Filippico_ si credeva omai di goder pace e tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità della Chiesa cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star lungamente sul trono. Gliel promise Bardane[195], ossia Filippico, e la parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando, che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di Costantinopoli _Ciro_, e a lui sostituito _Giovanni_ aderente ai suoi errori. Se ne stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella di _Felice_ arcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio nella Crimea[196]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta, che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto come quella sola corona. Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo arcivescovo _Giorgio_, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la testimonianza di Anastasio bibliotecario[197], che, ritornato questo arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei. Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi dopo l'arrivo in Roma di papa _Costantino_, cioè verso il fine di gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico: cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero. Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto, siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti, nè di lasciar correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.
Fino a questi tempi _Ansprando_, aio del fu re _Liutberto_, avea fermato il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam veduto[198]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche da _Teodeberto_ duca d'essa Baviera, venne in Italia contra del re _Ariberto II_, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga. Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de' Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi, _Ariberto II_ si fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia. Ebbe egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là, per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nome _Gumberto_, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellato _Ragimberto_, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di concorde volere i Longobardi elessero per re loro _Ansprando_, personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi aveano proclamato re _Liutprando_ suo figliuolo, così nominato, e non già _Luitprando_, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano, fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto di versi ritmici.