Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 101

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Ma mentre si trovava impegnato Ottone in questo assedio, gli venne avviso di una improvvisa mutazione seguita in Roma. Neppur io so dire se sia di Liutprando, oppure d'altro autore, una giunta che si legge alle di lui storie, dove si tratta a lungo di questo strepitoso affare. Ora questo autore[2277] racconta, che trovandosi sul principio di quest'anno in Pavia Ottone Augusto, molti, che prima per timore aveano taciuto i difetti e vizii di papa _Giovanni XII_, ricorsero a lui mettendogli in considerazione che a lui toccava di provvedere al decoro della Chiesa romana, oscurato dalle dissolutezze e dagli scandali di questo giovane papa, che senza freno alcuno attendeva a sfogarsi negli adulterii, con far divenire un postribolo il palazzo lateranese. Aggiugnevano ancora ch'egli teneva corrispondenze con _Adalberto_ figliuolo di Berengario, benchè da lui prima odiato, perchè gli recava suggezione e timore il conoscere Ottone per principe dabbene e rigoroso, e al contrario sperava maggior libertà, se risorgessero Berengario e Adalberto. Non fidandosi l'imperador Ottone di queste relazioni, mandò alcuni suoi confidenti a Roma per sapere il netto di tali accuse. Trovarono essi più di quel ch'era stato rapportato; e tornati alla corte dell'imperadore, nulla tacquero de' disordini che correano in Roma. Allora l'imperadore, siccome principe savio e ricordevole del benefizio ricevuto di fresco, solamente rispose: _Puer est, facile bonorum immutabitur exemplo virorum. Spero, eum objurgatione honesta, suasione liberali, facile ex illis sese emersurum malis._ Gli spedì dunque alcuni dei suoi, che amorevolmente l'ammonirono e il pregarono di rimettersi nel buon cammino; ed intanto _Papiae navem conscendit, ac per Eridani alveum Ravennam usque pervenit. Indeque progrediens, montem Feretranum, quod oppidum sancti Leonis dicitur, in quo Berengarius et Willa erat, obsedit._ Colà mandò papa Giovanni due suoi nunzii, cioè _Leone_, che fu poi papa, e _Demetrio_ nobile romano, i quali fatta scusa degli eccessi da lui commessi, ne promisero la correzione. Ma che gli fosse venuta in fastidio l'ammonizione imperiale, lo fece tosto conoscere, perchè cominciò ad attaccar lite, quasichè Ottone coll'assedio di Montefeltro gli volesse occupare uno degli stati della Chiesa romana. Al che rispondeva l'imperadore: _Omnem terram sancti Petri, quae nostrae potestati subjecta est, promisimus reddere; atque id rei est, quod ex hac munitione Berengarium cum omni familia pellere nitimur. Quo enim pacto terram hanc ei reddere possumus, si non prius eam ex violentorum manibus erectam potestati nostrae subdimus?_

Così andava prendendo piede l'incendio, quando eccoti giugnere sicuro avviso all'imperadore che _Adalberto_, invitato dal papa, era giunto a Cività Vecchia, e di là era passato a Roma, ricevuto con grande onore da esso pontefice Giovanni. Allora Ottone s'avvide che era disperato il negozio; e lasciata parte delle sue genti al blocco di san Leo, col resto dell'armata s'incamminò alla volta di Roma, chiamatovi dai Romani stessi. Il papa, al vedere avvicinarsi questa visita, comparve armato come un san Giorgio; ma poi stimò meglio di fuggirsene fuor di Roma insieme con Adalberto. Colà poi entrato l'imperadore senza opposizione, anzi con allegrezza dei Romani, che uscirono ad incontrarlo, si fece prestar giuramento da tutti gli ordini di non eleggere, nè consecrare da lì innanzi papa alcuno senza il consentimento di esso Augusto e del re Ottone suo figliuolo. Dopo di che, per soddisfare alle preghiere dei vescovi e del popolo, fu raunato sul principio di novembre un concilio nella basilica di san Pietro, dove intervennero moltissimi vescovi d'Italia e di Germania, molti cardinali e uffiziali della Chiesa e del popolo romano, e furono prodotte le accuse contra di papa Giovanni XII. Due volte fu citato il papa a comparire e a giustificarsi. Altra risposta non diede egli, se non che aveva inteso come si erano dietro a fare un altro papa; e che quando mai ciò osassero, li scomunicava tutti. Giunse il concilio a deporre Giovanni, e in suo luogo sostituì _Leone_ protoscriniario, personaggio di conosciuta probità, laico nondimeno: il che era contro i canoni. Può, se vuole, il lettore ricorrere al cardinal Baronio e a Pietro de Marca, che con assai ragioni ripruovano l'operato da quei vescovi, e tengono per un conciliabolo quell'adunanza, e per illegittimo papa _Leone VIII_, che così si fece egli chiamare. Ma sarebbe forse da desiderare che lo stesso porporato Annalista non avesse, peggio ancora che que' vescovi, screditato l'ingresso di papa Giovanni XII nel pontificato, fino a tenerlo per illegittimo successore di san Pietro, con dire[2278] che egli usurpò il pontificato, e che _abortivum istum tunc parturiit Romae tyrannis vi pollens, armis omnia audens atque subvertens, ut nullo pacto dicendus tunc fuerit legitimus iste pontifex, in cujus electione lex nulla sit suffragatura, sed omnia vis et metus impleverint_, ec. Più sotto ancora vien chiamato da lui _Johannes assertus papa_. Fermossi qualche tempo dipoi l'imperador Ottone in Roma, e per non essere d'aggravio alla città, mandò sotto san Leo buona parte delle sue truppe, alquante solamente ritenendone per guardia sua. Celebrò in essa città il santo Natale, ed ebbe la consolazion d'intendere che il forte castello di Garda sul lago Benaco, ossia di Garda, era venuto in potere de' suoi. Nè si dee tacere che esso imperadore nell'anno presente, prima di portarsi coll'esercito a Roma, verso il fine di agosto andò a Capua, dove con grande onore e magnificenza dovette essere accolto da _Pandolfo Capodiferro_, chiamato _Pandolfo_ nei suoi diplomi, e da _Landolfo III_ fratelli, principi di quella città e di Benevento. Solevano da gran tempo questi principi anteporre il loro soggiorno in Capua a quello di Benevento: il che fu cagione che Capua si andò a poco a poco ingrandendo, e Benevento venne calando. Dell'andata colà dell'imperadore ne abbiamo le pruove in un suo diploma, con cui conferma al monistero di san Vincenzo di Volturno tutti i suoi beni e privilegii[2279], dato _XI kalendarum septembrium anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIII, imperii vero domni Ottonis piissimi imperatoris I_ (si de scrivere _II_), _Indictione VI. Actum Capua Civitate._ Un altro si legge ivi dato nel medesimo giorno e mese, ma coll'_Actum civitate Cumis_, forse scritto invece di _Capua_, se pure in quello stesso dì Ottone non potè giugnere a _Cuma_. Talvolta nondimeno l'_actum_ s'è veduto diverso di tempo e di luogo dal _datum_. Ricavasi dalla Cronica arabica[2280] che nel mese di maggio del presente anno Acmed, figliuolo di Assano signore della Sicilia, raunati i suoi Mori coi Siciliani, andò all'assedio della città di Taormina, e talmente la strinse e bersagliò, che nel dicembre la costrinse alla resa, togliendola non so dire se ai Greci, oppure ai Siciliani ribelli.

NOTE:

[2272] Contin. Regin., in Chron. Annal. Saxo, in Chron.

[2273] Antiq. Ital., Dissert. LXX.

[2274] Ibidem, Dissert. XLII.

[2275] Sillingardus, in Catalogo Episcopor. Mutinens. Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.

[2276] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.

[2277] Continuator Liutprandi, lib. 6, cap. 6.

[2278] Baron., Annal. Eccles., ad ann. 955 et 960.

[2279] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Italic.

[2280] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCLXIV. Indiz. VII.

BENEDETTO V papa I. OTTONE I imperadore 3. OTTONE II re d'Italia 3.

Dimorava tuttavia sul principio di quest'anno in Roma l'_imperador Ottone_, quando si scoprì una congiura preparata contra di lui. _Papa Giovanni XII_ avvertito delle poche forze ch'esso Augusto avea ritenuto seco in Roma, mandò persone sotto mano, che con grandi promesse di ricompense istigarono moltissimi Romani a prendere l'armi contra di lui. Tirò ancora nel suo partito non pochi castellani del ducato romano. Già era destinato il dì 3 di gennaio allo scoppio della mina. Ne fu avvertito l'imperadore. Ossia, come vuole il continuator di Reginone[2281], che egli preoccupasse l'insulto de' Romani, o, come vuole il Continuator di Liutprando[2282], ch'egli s'opponesse così coraggiosamente coi pochi suoi veterani soldati all'empito dei nemici, i quali con carra aveano barricato il ponte del Tevere, che ne fu fatta grande strage, e più ancora di male sarebbe seguito, se non si fosse interposto l'eletto _papa Leone VIII_. A requisizione sua perdonò egli ai Romani, restituì loro gli ostaggi, e raccomandato alla lor fede il suo papa, uscì di Roma, per venire nelle marche di Spoleti e di Camerino, dove intese che si trovava il già re _Adalberto_. Intanto la rocca di san Leo capitolò la resa. _Berengario_ e _Willa_ sua moglie presi d'ordine dell'imperadore, furono inviati prigioni a Bamberga in Germania. Con queste parole racconta quel fatto Arnolfo storico milanese[2283]: _Berengarium ipsum, arce quadam robusta munitum, diuturna vallans obsessione subegit, filiis circumquaque dispersis, Widone Adelberto, et Conone. Illum vero cum filiabus et conjuge captum secum devexit in Sueviam, ubi non multo post in amaritudine animae diem clausit extremum._ Maneggiavasi intanto _papa Giovanni_ per tornar in casa, e seppe così ben adescare i Romani, che infatti l'introdussero in città. Allora si trovò in gran pericolo il papa dell'imperadore, cioè _Leone VIII_. Tuttavia ebbe la fortuna di poter uscire di Roma, ma spogliato di tutti i suoi mobili e arredi, e si ricoverò nel campo dell'imperadore stesso. Susseguentemente radunato nel dì 26 di febbraio un concilio, i cui atti si leggono presso il cardinal Baronio[2284] e nelle raccolte dei concilii[2285], fu dichiarato _Leone VIII_ occupatore illegittimo del trono pontifizio, deposti i suoi ordinatori, e ridotti per misericordia al primo lor grado gli ordinati da questo falso pontefice. Per tali novità e per gli giuramenti sì mal osservati dal popolo romano, fremeva di collera l'Augusto Ottone, e massimamente gli trafisse il cuore l'avviso delle vendette fatte da papa Giovanni, con far tagliare la mano destra a _Giovanni cardinal_ diacono, e la lingua, due dita e il naso ad Azzone primo archivista; con far flagellare _Otgerio vescovo_ di Spira, e con altri simili sfoghi della sua collera. _Multa caede primorum in urbe debacchatus_ vien detto da Gerberto, che fu poi papa, nel concilio di Rems dell'anno 992. Però si diede Ottone ad ammassar l'esercito per tornare a Roma. Dio in questo mentre liberò Roma e la Chiesa da così scandaloso pontefice. Una malattia di otto giorni il portò via, senza ch'egli potesse ricevere i sacramenti della Chiesa. Dopo di che i Romani, niun caso facendo delle promesse giurate di non consecrare alcun papa eletto senza l'assenso dell'imperadore, elessero e fecero consecrar papa _Benedetto cardinale_ diacono, con giurare nello stesso tempo di non abbandonarlo e di sostenerlo contro la potenza dell'imperadore. Maggiormente irritato da questo atto l'Augusto Ottone, strinse coll'assedio Roma; la tempestò colle petriere ed altre macchine; e impedendo l'entrata de' viveri, talmente l'affamò, che il popolo fu astretto a ricorrere alla di lui misericordia, nulla avendo servito l'essersi lo stesso papa Benedetto affacciato alle mura per minacciare la scomunica all'imperadore e a tutto il di lui esercito.

Adunque nel dì 25 di giugno entrò l'imperadore in Roma; rimise nella sedia pontificia _Leone VIII_, fece convocare un concilio ossia conciliabolo, dove comparve cogli abiti pontificali anche il nuovo papa _Benedetto V_, a cui fu chiesto come avesse, contra il giuramento prima prestato all'imperadore, osato di entrar nella cattedra di san Pietro. Confessò egli di aver peccato, ed implorò la misericordia dell'imperadore. Ciò fatto, si spogliò del pontificale ammanto, e consegnò il suo pastorale a Leone VIII, che lo fece mettere in pezzi. Fu a lui permesso di stare nell'ordine de' diaconi, coll'esilio in Germania. Torno a dire, che sono invenzioni de' secoli posteriori alcuni decreti che la Cronica reicherspergense[2286] ed altri han rapportati, come emanati da questo concilio o conciliabolo, ne' quali si trovano esorbitanti concessioni di autorità all'imperadore sì nello spirituale che nel temporale della Chiesa romana. Il cardinal Baronio[2287], il padre Pagi[2288] ed altri han saggiamente rigettate simili imposture. Partissi dopo la festa di san Pietro da Roma l'imperador Ottone per tornarsene in Lombardia[2289]; ma vide nel viaggio assalito il suo esercito da una terribil peste, la quale fece incredibile strage non men dei nobili che degl'ignobili. Fra gli altri vi lasciarono la vita _Arrigo arcivescovo_ di Treveri, _Gervico abbate_ di Wirtzburg, e _Gotifredo duca_ di Lorena. Alla mano di Dio, sdegnato per le violenze usate da Ottone in Roma, fu da molti attribuito questo gastigo. Cessata finalmente la peste, si ridusse l'Augusto Ottone in Lombardia, dove pel tempo dell'autunno si divertì colla caccia. Il cammino ch'egli dovette tenere nel suo ritorno, fu per la Toscana, stante d'aver egli fatta una donazione ad un monistero in Lucca nel dì 29 di luglio, come costa da un suo diploma, da me divolgato[2290], _actum Lucae IV kalendas augusti_. Riuscì in quest'anno ad Adalberto figliuolo di Berengario di aver nelle mani Dodone cappellano d'esso Augusto, e di condurlo prigione in Corsica, ma da lì a non molte il rimise in libertà. Venne anche fatto a _Gualdo_ ossia _Gualdone vescovo_ di Como di espugnar l'isola, fortezza situata nel lago Lario, o vogliam dire di Como, con ismantellare poscia tutte quelle fortificazioni, ma senza potere rimettere in grazia dell'imperadore Azzo, che sotto questa promessa gli avea ceduto quel forte luogo. Vien accennato da Leone Ostiense[2291] un diploma dell'imperadore Ottone in confermazione di tutti i privilegii e beni dell'insigne monistero di monte Casino; e questo si vede pubblicato dal padre Gattola[2292] colle seguenti note: _Data XII kalendas martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIV, Indictione VII, anno imperii magni Ottonis imperatoris Augusti tertio. Actum in Villa Paterno, in comitatu pennense._ Di qui intendiamo che Ottone nel febbraio dell'anno presente dimorava tuttavia nella marca di Camerino. E si noti il titolo di _magno_, che non si suole ordinariamente vedere in altri diplomi d'esso imperadore. Come si ha dalla storia veneta del Dandolo[2293], in quest'anno _Pietro Candiano IV_ doge di Venezia spedì ad esso imperadore Giovanni Contarino e Giovanni Denco ossia Dente, suoi ambasciatori, ed ottenne la conferma de' soliti patti e privilegii del clero e popolo di Venezia. Due placiti ho io riferito altrove[2294], e tenuti, in quest'anno da _Otberto marchese e conte del sacro palazzo_, progenitor dei principi estensi, in Pavia e in Lucca. Cosmo della Rena ha incautamente confuso questo principe con _Uberto_ marchese di Toscana. Vedesi esso Otberto ancora chiamato in un di que' placiti _Aubertus marchio, et comes palacii_; ma egli nella sottoscrizione si chiama _Otbertus_. _Uberto_ veniva da _Hucbertus_, oppure da _Humbertus_, nome diverso da _Otbertus_.

NOTE:

[2281] Continuator Reginonis.

[2282] Continuator Liutprandi, lib. 6, cap. 11.

[2283] Arnulf., Mediolan. Hist., tom. 4 Rer. Ital.

[2284] Baron., in Annal. Eccles.

[2285] Labbe, Concil., tom. 9.

[2286] Chron. Reicherspergense.

[2287] Baron., in Annal. Eccles.

[2288] Pagius, ad Annal. Baron.

[2289] Continuator Reginonis, in Chronico. Annalista Saxo apud Eccardum.

[2290] Antiq. Ital., Dissert. XIV.

[2291] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 4.

[2292] Gattola, Hist. Abbat. Casinens.

[2293] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

[2294] Antichità Estensi, P. I, cap. 16.

Anno di CRISTO DCCCCLXV. Indiz. VIII.

GIOVANNI XIII papa 1. OTTONE I imperadore 4. OTTONE II re d'Italia 4.

Dopo avere l'Augusto _Ottone_ celebrato in Pavia il santo Natale dell'anno precedente, e dato buon sesto agli affari d'Italia, tosto s'incamminò, per attestato del Continuatore di Reginone[2295], alla volta della Germania. Gli vennero all'incontro ai confini il re _Ottone II_ e _Guglielmo arcivescovo_ di Magonza, suoi figliuoli. Seco condusse in quelle parti lo sfortunato papa _Benedetto V_, e il consegnò ad _Adalago arcivescovo_ di Amburgo con ordine di ben custodirlo. Attesta Adamo bramense[2296] che _archiepiscopus illum magno cum honore usque ad obitum ejus detinuit_. E che a' suoi dì si diceva essere stato questo papa uomo santo e letterato. _Igitur apud nos in sancta conversatione vivens, aliosque sancte vivere docens, quum jam, Romanis poscentibus, a Caesare restitui debuisset, apud Hammamburg in pace quievit. Cujus transitus III nonas julii contigisse describitur._ Abbiamo da Ditmaro[2297] che a' tempi di _Ottone III_ fu riportato a Roma il corpo d'esso papa, il quale avea predetto di dover morire in Amburgo, e che finattantochè non fossero riportate a Roma l'ossa sue, sarebbe stato quel paese desolato dai circonvicini pagani, nè vi si godrebbe mai pace: il che si verificò a puntino. Le parole sopra riferite di Adamo bremense ci danno a conoscere che prima di papa _Benedetto V_ era mancato di vita _Leone VIII_, lasciato in Roma qual papa dall'imperadore Ottone. Morì egli in fatti in quest'anno, per attestato del Continuatore di Reginone[2298]; e i Romani, per paura di disgustar l'imperadore, spedirono in Sassonia due ambasciatori, cioè _Azzo_ protoarchivista, e _Marino vescovo_ di Sutri, _pro instituendo quem vellet romano pontifice_. In tal congiuntura dovettero fare istanza per riavere il legittimo papa, cioè l'esiliato _Benedetto V_. Ed aveano anche, secondo il suddetto Adamo, indotto l'imperadore a concederlo, ma nol permise la morte sua, accaduta mentre s'era dietro a questo maneggio. Però Ottone, che li avea onorevolmente accolti, li rispedì a Roma, e con loro accompagnò _Otgerio vescovo_ di Spira, e _Liuzo vescovo_ di Cremona. Altri non è questo _Liuzo_ se non _Liutprando_ storico, tante volte nominato di sopra, che divenuto vescovo di Cremona, non lasciava di frequentar la corte di Ottone, siccome personaggio di vaglia e molto a lui caro. I nomi in questi secoli barbari si trovano molto alterati nel linguaggio de' popoli. _Conrado_ diviniva _Conone_; _Azzo_ si mutava in _Attone_; _Enrico_ cangiavasi in _Enzio_; _Adelaide_ si pronunziava per _Adela_, _Alda_, _Adeleita_, _Adelgia_; _Cunegonda_ si convertiva in _Cuniza_, e simili, siccome ho io avvertito altrove[2299]. Seguita a dire quello storico, che giunti a Roma i suddetti ambasciatori e personaggi, _tunc ab omni plebe romana Johannes narniensis ecclesiae episcopus eligitur, sedique apostolicae pontifex inthronizatur_. L'antico rito era, che il clero e popolo romano, dappoichè era morto e seppellito il papa, immantinente passavano ad eleggere il successore; ma nol consecravano prima d'averne dato avviso agl'imperatori, o ai loro ministri in Italia, e ricevutone il _placet_. Troppi esempli ne abbiam veduto in addietro. Per lo contrario, le parole sopra riferite paiono indicare che neppure godessero ora i Romani la libertà dell'elezione, e che possa esser vera la facoltà che alcuni pretendono data od Ottone il Grande e a' suoi successori di eleggere il papa. Ma non è da credere che Ottone il Grande commettesse questo atto tirannico. E noi qui intendiamo, perchè non fu secondo il costume immediatamente eletto il successore di _Leone VIII_. Era tuttavia vivo il vero papa _Benedetto V_, nè altro papa si poteva o doveva eleggere dai Romani. Morto quello, e tornati con tal nuova a Roma gli ambasciatori coi vescovi suddetti, non già dall'imperadore, nè dai suoi ministri, _ma ab omni plebe romana_, cioè dal clero e popolo, fu eletto _papa Giovanni XIII_. Non passò poi l'anno presente che questo novello pontefice, ossia perchè trattasse con troppa altura i baroni romani, oppure perchè non volesse che i Romani mal avvezzi nei tempi addietro si usurpassero la giurisdizione a lui spettante, si tirò addosso l'odio loro; in guisa che un dì preso dal _prefetto di Roma_ (uffizio insigne a' tempi degli antichi imperadori, che si torna ad udire ancora in questi) e da un certo _Roffredo_, e cacciato di Roma, fu messo prigione in una fortezza della Campania, oppure mandato in esilio colà.