Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 10
[162] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 15 januarii.
Anno di CRISTO DCCIII. Indizione I.
GIOVANNI VI papa 3. TIBERIO Absimero imp. 6. ARIBERTO II re 3.
A quest'anno pare che sia da riferire la spedizion di un esercito fatta dal re _Ariberto_ contra l'isola posta nel lago di Como, perchè in quella fortezza s'era ricoverato _Ansprando_ già aio dell'ucciso re Liutberto[163]. Ansprando non volle aspettar questa tempesta, e però se ne fuggì a Chiavenna, e di là per Coira città dei Reti (noi diciam de' Grigioni) passò in Baviera, dove fu cortesemente ricevuto da _Teodeberto_, uno dei duchi di quella contrada, ed uno dei figliuoli di _Teodone II_. Fin dai tempi della regina Teodelinda si strinse una gran amistà e lega fra i Longobardi e i Bavaresi; e noi abbiam veduto più re longobardi discendenti da un fratello d'essa Teodelinda, però d'origine bavarese. Ma il re Ariberto, uomo portato alla crudeltà, dacchè non potè aver nelle mani Ansprando, sfogò la sua rabbia contra di _Sigibrando_ di lui figliuolo, con fargli cavar gli occhi, e maltrattare chiunque avea qualche attinenza di parentela con lui. Fece anche prendere _Teoderanda_ moglie d'esso Ansprando; e perchè questa s'era vantata che un dì diverrebbe regina, le fece tagliare il naso e le orecchie; e lo stesso vituperoso trattamento fu fatto ad _Arona_, o _Aurona_, figliuola del medesimo Ansprando. Ma in mezzo a questo lagrimevole naufragio della famiglia di esso Ansprando, Dio volle che si salvasse _Liutprando_ suo minor figliuolo. Era egli assai giovinetto di età, e parve ad Ariberto persona da non se ne prender fastidio; e però non solamente niun male fece al di lui corpo, ma anche permise che se ne andasse a trovare il padre in Baviera, siccome egli fece: il che fu d'inestimabil contento in tante sue afflizioni all'abbattuto padre. Volle Iddio in questa maniera conservare chi poi doveva un giorno gloriosamente maneggiar lo scettro de' Longobardi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, da me[164] pubblicato nella prefazione alla Cronica di Farfa, si legge che _Faroaldo II_ succedette in quest'anno al duca _Transmondo_ suo padre in quel ducato. Il Sigonio aggiugne ch'egli prese per collega _Volchila_ suo fratello, a cui fu anche dato il titolo di duca. Onde egli abbia questa notizia, nol so. Io per me non ne trovo parola alcuna presso gli antichi.
NOTE:
[163] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 27.
[164] Chronic. Farfense, part. II, num. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCIV. Indizione II.
GIOVANNI VI papa 4. TIBERIO Absimero imp. 7. ARIBERTO II re 4.
Esule dimorava tuttavia in Chersona, città della Crimea, _Giustiniano II_ già imperadore, chiamato _Rinotmeto_, cioè _dal naso tagliato_, continuamente ruminando le maniere di risorgere. Si lasciò un dì intendere che sperava di rimontare sul trono: parole che increbbero molto a quegli abitanti per paura d'incorrere nella disgrazia del regnante _Tiberio Absimero_, e però andavano pensando di ammazzarlo o di menarlo a Costantinopoli, per liberarsi da ogni impegno[165]. Penetrata questa mena, Giustiniano all'improvviso scappò, e andò a mettersi nelle mani del Cacano, ossia Cagano, che vuol dire principe dei _Cazari_, o _Gazari_, appellati con altro nome _Turchi_. Da lui fu molto onorato, e prese per moglie una sua figliuola appellata _Teodora_: nome, credo io, a lei posto dai Greci, soliti, siccome vedremo, a cangiare i nomi degli stranieri. Ma l'imperadore Absimero, dacchè ebbe intesa la fuga e il soggiorno di Giustiniano, senza indugio, spedì ambasciatori al Cacano, con esibirgli una riguardevole ricompensa, se gli mandava Giustiniano vivo, o almen la sua testa. All'ingordo Barbaro non dispiacque l'offerta di sì bel guadagno, e non tardò a mettere le guardie all'ospite e genero suo, sotto pretesto della di lui sicurezza. Da lì a poco diede anche ordine a Papaze governator di Panaguria, dove allora abitava Giustiniano, e a Balgise prefetto del Bosforo, di levargli la vita. La buona fortuna volle che a Teodora sua moglie da un famiglio del padre fu rivelato il secreto, ed ella onoratamente lo confidò al marito, il quale, fatti venire ad un per uno que' due uffiziali in sua camera, con una fune li strangolò. Poi, dopo aver rimandata la moglie alla casa paterna, trovata una barchetta pescareccia, con quella tornò nella Crimea, e mandati segretamente a chiamare alcuni suoi fedeli, con esso loro si incamminò per mare alla volta delle bocche del Danubio. Alzossi in navigando sì fiera fortuna di mare, che tutti si crederono spediti; ed allora fu che Muace, uno de' suoi domestici, gli disse: _Signore, voi ci vedete tutti vicini alla morte; fate un voto a Dio, che s'egli ci salva, e voi rimette sul trono, non farete vendetta d'alcuno_. _Anzi_ (rispose allora fremendo di collera Giustiniano) _s'io perdonerò ad alcuno, che Dio mi faccia ora profondare in queste acque._ Così il bestiale Augusto. Passò poi la burrasca, ed arrivati che furono all'imboccatura del Danubio, Giustiniano spedì Stefano suo famigliare a _Terbellio_, ossia _Trebellio_, signore della Bulgaria, con pregarlo di dargli ora ricovero, e poscia aiuto sufficiente per poter rimontare sul trono, esibendogli perciò un larghissimo guiderdone. Terbellio, fattolo venire a sè, con graziose accoglienze il ricevè, e poi si applicò a mettere in ordine una poderosa armata di Bulgari e Schiavoni per effettuare il concerto stabilito fra loro.
NOTE:
[165] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.
Anno di CRISTO DCCV. Indizione III.
GIOVANNI VII papa 1. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 1. ARIBERTO II re 5.
Arrivò in quest'anno al fine di sua vita il buon papa _Giovanni VI_, essendo succeduta la sua morte nel 9 di gennaio. Fu[166] eletto in suo luogo, e consecrato nel dì primo di marzo _Giovanni VII_, Greco di nazione, persona di grande erudizione e di molta eloquenza. Dacchè miriamo tanti Greci posti nella sedia di s. Pietro, possiam ben credere che gli esarchi ed altri uffiziali cesarei facessero dei maneggi gagliardi per far cadere l'elezione in persone della lor nazione: il che nulla nocque all'onore della santa Sede, perchè questi Greci ancora fatti papi sostennero sempre la vera dottrina della Chiesa, nè si lasciarono punto smuovere dal diritto cammino per le minacce de' greci imperadori. Sull'autunno di quest'anno _Giustiniano dal naso tagliato_, per ricuperare il perduto imperio, passò alla volta di Costantinopoli[167], accompagnato da Terbellio principe dei Bulgari, che seco conduceva una possente armata. Assediò la città, invitò i cittadini alla resa con proporre delle buone condizioni. Per risposta non ebbe se non delle ingiurie. Ma in tanto popolo non mancavano a lui persone parziali, e queste in fatti trovarono la maniera di introdurlo con pochi del suo seguito per un acquedotto della città, e di condurlo al palazzo delle Blacherne, dove ripigliò l'antico comando. Per attestato d'Agnello Ravennate, egli portò da lì innanzi un naso e l'orecchie d'oro. Ed ogni volta che si nettava il naso, segno era che meditava o aveva risoluta la morte d'alcuno. Stabilito che fu sul trono, congedò Terbellio signor de' Bulgari (de' quali nondimeno è da credere che ritenesse una buona guardia) con dei ricchissimi regali, dopo avere stretta con lui una lega difensiva. Ciò fatto, questo mal uomo, in vece d'avere colle buone lezioni d'umiliazione, che Dio gli aveva dato, imparata la mansuetudine e la misericordia, più che mai insuperbì, nè spirò altro che crudeltà e vendetta. Fa orrore l'intendere come egli infierisse ed imperversasse contra chiunque dell'alto e basso popolo fosse creduto complice della passata di lui depressione. _Leonzio_ già imperadore deposto, fu preso. _Tiberio Absimero_, precedente Augusto, nel fuggire da Apollonia, restò anch'egli colto. Incatenati i miseri, strascinati con dileggi per tutte le contrade della città, furono nel pubblico circo alla vista di tutto il popolo presentati a Giustiniano che coi piedi li calpestò, e poi fece loro mozzare il capo. _Eraclio_ fratello d'Absimero con gli uffiziali della milizia a lui sottoposti, fu impiccato. _Callinico_ patriarca, dopo essergli stati cavati gli occhi, fu relegato a Roma, e sostituito in suo luogo un _Ciro_ monaco rinchiuso, che gli aveva predetto la ricuperazione dell'imperio. Che più? Basta dire che quasi innumerabili furono, sì de' cittadini che de' soldati, quei che questo Augusto carnefice sagrificò alla sua collera, con lasciare un immenso terrore e paura a chiunque restava in vita. Mandò poi nel paese de' Gazari una numerosa flotta, per prendere e condurre a Costantinopoli _Teodora_ sua moglie. Nel viaggio perirono per tempesta moltissimi di que' legni con tutta la gente, di maniera che il Cacano di quei Barbari ebbe a dire: _Mirate che pazzo? Non bastavano due o tre navi per mandare a pigliar sua moglie, senza far perire tante persone? Forse che avea da far guerra per riaverla?_ Avvisò ancora Giustiniano che sua moglie gli avea partorito un figliolo, a cui fu posto il nome di _Tiberio_. L'uno e l'altra vennero a Costantinopoli, e furono coronati colla corona imperiale. Finì di vivere in questo anno _Abimelec_, ossia _Abdulmeric_ califa de' Saraceni[168], che dopo la presa di Cartagine avea stese le sue conquiste per tutta la costa dell'Africa sino allo stretto di Gibilterra. Ceuta nondimeno era allora in potere dei Visigoti signori della Spagna, come è anche oggidì degli Spagnuoli. Succedette ad Abimelec nell'imperio il figliuolo _Valid_, che distrusse la nobilissima chiesa cattedrale dei cristiani in Damasco. Quando poi sieno sicuri documenti una lettera di _Faroaldo II_ duca di Spoleti, e una bolla di Giovanni VII papa, da me pubblicate nella Cronica di Farfa[169], si viene a conoscere che in questi tempi esso Faroaldo comandava in quel ducato. La bolla del papa è data _pridie kalendas julii, imperante domino nostro piissimo P. P. Augusto Tiberio anno VIII. P. C. ejus anno VI. sed et Theodosio atque Constantino_. Di questi, che credo suoi figliuoli, ho cercata indarno menzione presso gli storici greci.
NOTE:
[166] Anastas., in Johann. VII.
[167] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.
[168] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, pag. 67.
[169] Chr. Farfense, Part. II, t. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCVI. Indizione IV.
GIOVANNI VII papa 2. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 2. ARIBERTO II re 6.
Durava tuttavia la dissensione fra la Chiesa romana e greca per cagione de' canoni del concilio trullano, che il santo papa _Sergio_ non avea voluto approvare. In quest'anno comparvero essi canoni a Roma, inviati dall'Augusto _Giustiniano Rinotmeto_, e portati da due metropolitani con lettera d'esso imperadore a papa _Giovanni VII_[170], in cui il pregava ed esortava di raunare un concilio e di riprovare in essi canoni ciò che meritasse censura, con accettar quello che si fosse creduto lodevole. Ma il papa, dopo aver tenuto in bilancio questo affare per lungo tempo, finalmente rimandò gli stessi canoni indietro senza attentarsi di correggerli. Si sforza il cardinal Baronio[171] di scusare e giustificare per questa maniera d'operare il pontefice, ma con ragioni che non appagano. A buon conto, Anastasio bibliotecario, cardinale più vecchio del Baronio, non ebbe difficoltà di dire che _humana fragilitate timidus_ non osò emendarli. E il padre Cristiano Lupo[172] osservò che più saggiamente operò dipoi papa _Costantino_ e non meno di lui papa _Giovanni VIII_, con esaminarli e separare il grano dal loglio, come costa dalla prefazione del medesimo Anastasio al concilio VII generale. Giacchè non sappiamo gli anni precisi dei duchi del Friuli, mi sia lecito di rapportar qui ciò che Paolo Diacono[173] lasciò scritto di _Ferdulfo_ duca di quella contrada, uomo vanaglorioso e di lingua poco ritenuta. Cercava pure costui la gloria di avere almeno una volta vinto i confinanti Schiavoni; e però diede infin dei regali a certuni d'essi, acciocchè movessero guerra al Friuli. Vennero in effetto que' Barbari in gran numero, e mandarono innanzi alcuni saccomanni, che cominciarono a rubar le pecore de' poveri pastori. Lo _sculdais_, ossia il giusdicente di quella villa, per nome _Argaido_, uomo nobile e di gran coraggio, uscì contra di loro co' suoi armati, ma non li potè raggiugnere. Nel tornar poi indietro s'incontrò nel duca Ferdolfo, il quale inteso che gli Schiavoni senza danno alcuno se n'erano andati con Dio, in collera gli disse: _Si vede bene che voi non siete capace di far prodezza alcuna, da che avete preso il vostro nome da arga_. Presso i Longobardi, che si piccavano forte d'esser uomini valorosi e persone di onore, la maggiore ingiuria che si potesse dire ad uno, era quella di _arga_, significante un _poltrone_, un _pauroso_, un _uomo da nulla_. Come abbiamo dalla legge 384 del re Rotari, era posta pena a chi dicesse _arga_ ad alcuno; e costui dovea disdirsi e pagare. Che se poi avesse voluto sostenere che con ragione avea proferita quella parola, allora la spada e il duello, secondo il pazzo ripiego di que' barbari tempi, decideva la lite. Argaido, udita questa ingiuria, rispose: _Piaccia a Dio che nè io, nè voi usciam di questa vita prima di aver fatto conoscere chi di noi due sia più poltrone_.
Dopo alquanti giorni sopravvenne lo sforzo degli Schiavoni, che s'andarono ad accampare in cima di una montagna, cioè in luogo difficile, a cui si potessero accostare i Furlani. Ferdolfo duca arrivato col suo esercito, andava rondando per trovar la maniera men difficile d'assalire i nemici; quando se gli accostò il suddetto Argaido con dirgli che si ricordasse di averlo trattato da arga, e che ora era il tempo di far conoscere chi fosse più bravo. Poi soggiunse: _E venga l'ira di Dio sopra colui di noi due, che sarà l'ultimo ad assalir gli Schiavoni_. Ciò detto, spronò il cavallo alla volta de' Barbari, salendo per la montagna. Ferdolfo, spronato anch'egli da quelle parole, per non esser da meno, il seguitò. Allora i Barbari, che aveano il vantaggio del sito, li riceverono piuttosto con sassi, che con armi, e scavalcando quanti andavano arrivando, ne fecero strage; e più per azzardo che per valore ne riportarono vittoria, con restarci morto lo stesso duca Ferdolfo ed Argaido, ed anche tutta la nobiltà del Friuli, per badare ad un vano puntiglio, e anteporlo ai salutevoli consigli della prudenza. Aggiugne Paolo che il solo _Munichi_ padre di _Pietro_, il quale fu poi duca di Friuli, e padre di _Orso_, che fu duca di Ceneda, la fece da valentuomo. Perciocchè gittato da cavallo, essendogli subito saltato addosso uno Schiavone, ed avendogli legate le mani con una fune, egli colle mani così impedite strappò la lancia dalla destra dello Schiavone, e con essa il percosse, e poi con rotolarsi giù per la montagna ebbe la fortuna di salvarsi. Ed è ben da notare che in questi tempi vi fossero duchi di Ceneda, perchè questo è potente indizio che il ducato del Friuli non abbracciasse per anche molte città, e si ristrignesse alla sola città di _Forum Julii_, chiamata oggidì _Cividal di Friuli_. Morto _Ferdolfo_, fu creato duca del Friuli, _Corvolo_, il quale durò poco tempo in quel ducato, perchè avendo offeso il re (Paolo[174] non dice qual re) gli furono cavati gli occhi colla perdita di quel governo. Dopo lui fu creato duca del Friuli _Pemmone_, nativo da Belluno, che per una briga avuta nel suo paese era ito ad abitare nel Friuli, cioè in Cividal di Friuli, uomo di ingegno sottile, che riuscì di molta utilità al paese. La promozione sua è riferita all'anno precedente dal dottissimo padre Bernardo Maria de Rubeis[175]. Pemmone aveva una moglie nomata Ratberga, contadina di nascita, e di fattezze di volto ben grossolane, ma sì conoscente di sè stessa, che più volte pregò il marito di lasciarla, e di prendere un'altra moglie che convenisse a un duca par suo: segno che in quei tempi barbarici doveva esservi l'abuso di ripudiare una moglie per passare ad altre nozze. Ma Pemmone da uomo saggio, qual era, più si compiaceva d'aver una moglie sì umile e di costumi sommamente pudichi, che d'averla nobile e bella, e però stette sempre unito con lei. Dal loro matrimonio nacquero col tempo tre figliuoli, cioè _Ratchis_, _Ratcait_ ed _Astolfo_, il primo e l'ultimo de' quali col tempo ottennero la corona del regno longobardico, e renderono gloriosa la bassezza della lor madre. Finalmente questo Pemmone vien commendato da Paolo, perchè, raccolti i figliuoli di tutti quei nobili che aveano lasciata la vita nel sopraddetto conflitto, gli allevò insieme co' suoi figliuoli, come se tutti gli avesse egli generati.
NOTE:
[170] Anastas., in Johann. VII.
[171] Baron., in Annal. Eccl.
[172] Lupus, in Notis ad Concil. Trullan.
[173] Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 24.
[174] Paulus Diaconus, in Gest. Longobard., lib. 6, cap. 23 et 26.
[175] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 3.
Anno di CRISTO DCCVII. Indizione V.
GIOVANNI VII papa 3. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 3. ARIBERTO II re 7.
Circa questi tempi, se pure non fu nell'anno precedente, per attestato di Anastasio[176] e di Paolo Diacono[177], il re ARIBERTO fece conoscere la sua venerazione verso la Sede apostolica. Godeva essa ne' vecchi tempi de' _patrimonii_ nelle _Alpi Cozie_, ma questi erano stati occupati o dai Longobardi, o da altre private persone. Probabilmente altri papi aveano fatta istanza per riaverli, ma senza frutto. Ariberto fu quegli che fece giustizia ai diritti della Chiesa romana, e mandò a papa _Giovanni_ un bel diploma di donazione, ossia di confermazione, o restituzione di quegli stabili, scritto in lettere d'oro. Pensa il cardinal Baronio[178] che la _provincia_ dell'_Alpi Cozie_ appartenesse alla santa Sede; ma chiaramente gli storici suddetti parlano del _patrimonio dell'Alpi Cozie_; e gli eruditi sanno che _patrimonio_ vuol dire un bene _allodiale_, come poderi, case, censi, e non un bene signorile e demaniale, come le città, castella, provincie dipendenti dai principi. Di questi _patrimonii_ la Chiesa romana ne possedeva in Sicilia, in Toscana, e per molte altre parti d'Italia, anzi anche in Oriente, come ho dimostrato altrove[179]. Oltre di che, non sussiste, come vuol Paolo Diacono, che la _provincia dell'Alpi Cozie_ abbracciasse allora Tortona, Acqui, Genova e Savona, città al certo che non furono mai in dominio della Chiesa romana. Ciò che si intende per _Alpi Cozie_, l'hanno già dimostrato eccellenti geografi. Che se il cardinal Baronio cita la lettera di Pietro Oldrado a Carlo Magno, in cui si legge che Liutprando re _donationem, quam beato Petro Aripertus rex donaverat, confirmavit, scilicet Alpes Cottias, in quibus Janua est_: egli adopera un documento apocrifo, e composto anche da un ignorante. Basta solamente osservare quel _donationem, quam donaverat_, Anastasio dice _donationem patrimonii Alpium Cottiarum, quam Aripertus rex fecerat_. Ma _Giovanni VII_ papa nel presente anno a' dì 17 di ottobre fu chiamato da questa vita mortale all'immortale, e la santa Sede restò vacante per tre mesi. Per opera di questo pontefice, come si ha dalle croniche monastiche, l'insigne monistero di _Subbiaco_ nella Campagna di Roma, già abitato da san Benedetto, e rimasto deserto per più di cento anni, cominciò a risorgere, avendo quivi esso papa posto l'abbate Stefano, che rifece la basilica e il chiostro, e lasciovvi altre memorie della sua attenzione e pietà.
NOTE:
[176] Anastas., in Johann. VII.
[177] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 28.
[178] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 704 et 712.
[179] Antiquit. Italic., Dissert. LXIX.
Anno di CRISTO DCCVIII. Indizione VI.
SISINNIO papa 1. COSTANTINO papa 1. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 4. ARIBERTO II re 8.
Fu consecrato papa in quest'anno SISINNIO nativo di Soria, uomo di petto, e che avea gran premura per la difesa e conservazione di Roma; al qual fine, come se fosse stato giovane e sano, fece anche dei preparamenti per rifare le mura di quella augusta città. Ma per la gotta era sì malconcio di corpo, e specialmente delle mani, che gli bisognava farsi imboccare, non potendo farlo da sè stesso. Però non tardò la morte a visitarlo, avendo tenuto il pontificato solamente per venti giorni. Nel dì 25 di marzo a lui succedette _Costantino_, anch'esso di nazione soriana, pontefice di rara mansuetudine e bontà, ne' cui tempi, dice Anastasio[180], che per tre anni si provò in Roma una fiera carestia, dopo i quali così doviziosa tornò la fertilità delle campagne, che si mandarono in obblio tutti gli stenti passati. In quest'anno mancò di vita _Damiano_ arcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu eletto _Felice_, uomo di bassa statura, macilente, ma da Agnello[181], scrittore mal affetto alla Chiesa romana, rappresentato per uomo pieno di spirito di sapienza, perchè volle cozzar coi papi, benchè lo stesso Agnello di ciò non faccia menzione. Ne fa bene Anastasio con dire che egli andò a Roma, e fu consecrato vescovo da papa Costantino. Ma allorchè si trattò di mettere in iscritto la sua protesta di essere ubbidiente al romano pontefice, e di rinunziare all'iniqua pretensione dell'autocefalia, ossia indipendenza, così imbeccato dal clero e da' cittadini di Ravenna, non vi si sapeva indurre. Gli parlarono nondimeno sì alto i ministri imperiali di Roma, che per timore stese una dichiarazione, non come egli doveva e portava il costume, ma come gl'insinuò la sua ripugnanza a farla. Questa poi posta dal pontefice nello scrupolo di san Pietro, dicono che fu da lì a qualche giorno trovata offuscata e come passata pel fuoco. Ma Iddio tardò poco a gastigar la superbia di lui e de' Ravennati, siccome vedremo fra poco. In questo anno _Giustiniano_ Augusto, testa leggera e bestiale, dimentico oramai dei servigii a lui prestati dai Bulgari, e della lega fatta con Terbellio principe loro, messa insieme una potente flotta e un gagliardo esercito, si mosse a' loro danni, ma gli andò ben fatta, come si meritava. Coll'armata navale per mare cominciò a travagliare la città d'Anchialo, e lasciò la cavalleria alla campagna. Se ne stava questa sbandata coi cavalli al pascolo senza guardia alcuna, come in paese di pace. I Bulgari, adocchiata dalle colline la poca disciplina dei Greci, serrati in uno squadrone, si scagliarono loro addosso, con ucciderne assaissimi, e molti più farne prigioni, e presero i cavalli e i carriaggi d'essa armata. L'imperadore, che era in terra, fu obbligato alla fuga, e a ritirarsi nella prima fortezza che trovò del suo dominio, dove gli convenne star chiuso per tre giorni, perchè i Bulgari l'aveano incalzato fin là. E non partendosi costoro di sotto alla piazza, il bravo Augusto, tagliati i garretti ai cavalli, e lasciate l'armi, s'imbarcò di notte, e svergognato se ne tornò a Costantinopoli.
NOTE:
[180] Anastas. Biblioth., in Constant.
[181] Agnell., Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCIX. Indizione VII.
COSTANTINO papa 2. GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 5. ARIBERTO II re 9.