Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

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ANNALI D'ITALIA 3

ANNALI D'ITALIA

DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE SINO ALL'ANNO 1750

_COMPILATI_

DA L. ANTONIO MURATORI

E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI

_Quinta Edizione Veneta_

VOLUME TERZO

VENEZIA DAL PREMIATO STAB. DI G. ANTONELLI ED. 1845

ANNALI D'ITALIA

DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

Anno di CRISTO DCLXIII. Indizione VI.

VITALIANO papa 7. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 23. GRIMOALDO re 2.

Al presente anno rapportò il cardinal Baronio[1], e dopo lui Camillo Pellegrino[2], il principio del regno di _Grimoaldo_. Ma sapendo noi da Paolo Diacono[3], che succedette l'assedio di Benevento prima che l'imperador _Costante_ venisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'_indizione sesta_, dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da Anastasio[4]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento. Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscito di Costantinopoli nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze Benevento, e al suo governo _Romoaldo_, giovane poco pratico nel mestier della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono[5] ch'egli volle consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta da straniero paese (cioè _Teodelinda_) avea nel regno longobardico fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazion longobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de' Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo. Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto, ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de' Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza a _Luceria_ (oggidì _Nocera_), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche l'assedio di _Acheronzia_ (oggidì _Acerenza_), ma per la forte situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico imperadore, _Romoaldo_, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui dichiarato _duca di Benevento_, inviò a Pavia _Sesualdo_ suo balio a pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in quelle contrade.

In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era tale la guarnigione ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano, spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nome _Gisa_ (_Gisela_ o _Gisla_, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero; ma sembra che si ricavi dalla vita di san _Barbato_ vescovo di quella città, rapportata dall'Ughelli[6], che fosse pagata da Romoaldo a Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte, nè avesse paura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così. Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace, Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamento _Mittola_, ossia _Micola_ conte di Capua, che gli diede una buona pelata in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono la _Pugna_, ossia la _Battaglia_. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmo _Trasimondo_ conte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiarò _duca di Spoleti Trasimondo_, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte di _Attone_ era restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo, gli diede per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per anticipazione appellò Mittola conte di Capua.

Abbiamo poi dal medesimo storico[7] che, posta in sicuro la persona dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellato _Saburro_, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a combattere col duca _Romoaldo_, promettendosi una sicura vittoria di lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è accompagnato da Paolo Diacono con un _ut fertur_: segno che non n'era ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco fa mentovata di san _Barbato_ vescovo di Benevento. Professavano bene i Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro battesimo, ma ritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera, di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo, gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra. Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli andasse alla caccia, e portatosi a _Teodelinda_ moglie di esso duca, principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documento di ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli[8], ed indrizzata _reverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae episcopo_, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi. Dicesi anche data _III kal. februarii, pontificatus anno primo, Indictione XI_. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano: nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come ivi si osserva.

Passò di poi l'imperador _Costante_ da Napoli a Roma, e sappiamo da Anastasio[9] che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli andò incontro papa _Vitaliano_ col clero sei miglia fuori della città, e fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto quest'anno Teofane[10]; ma ci danno abbastanza a conoscere di grandi sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio[11], _Agone_, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato a _Lupo_. Ma il Sigonio si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile che _Agone_ molto prima avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima dell'anno presente.

NOTE:

[1] Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.

[2] Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.

[3] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.

[4] Anastas. Bibliothec., in Vitalian.

[5] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.

[6] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.

[7] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.

[8] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.

[9] Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.

[10] Theoph., in Chronogr.

[11] Sigon., de Regno Italiae.

Anno di CRISTO DCLXIV. Indizione VII.

VITALIANO papa 9. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 24. GRIMOALDO re 3.

Tornato che fu il re _Grimoaldo_ a Pavia, ebbe finalmente notizia che il fuggito re _Bertarido_ s'era rifugiato nella Pannonia, ossia nell'Ungheria presso di _Cacano_, cioè presso il re degli Unni Avari, signore di quelle contrade. Spedì tosto colà ambasciatori per far sapere ad esso Cacano, che s'egli pensava di voler ritenere Bertarido nel suo regno, dichiarava spirata la pace fra lui e i Longobardi. Doveano allora portare gl'interessi di Cacano che non fosse bene di romperla con Grimoaldo: però, chiamato Bertarido, gl'intimò che andasse dovunque gli piacesse, perchè a cagione di lui non voleva nimicizia nè guerra coi Longobardi; e bisognò che Bertarido sloggiasse. Adriano Valesio e poscia il padre Mabillone scoprirono una particolarità di questo fatto, che merita ben d'esser ancor qui registrata. Siccome s'ha dalla vita di san _Vilfrido_, arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano autore contemporaneo, stampata dal suddetto Mabillone[12], quel prelato cacciato di casa, volendo venire a Roma nell'anno 679, passò per Francia, ed arrivò _ad Berchterum regem Campaniae, virum humilem et quietum, et trementem sermones Dei_. Acutamente avvertirono que' valentuomini, per le cose che seguitano, parlarsi qui di _Bercterit_, ossia _Bertarido_ re dei Longobardi, dappoichè egli ebbe ricuperato il regno, siccome vedremo; nè saprei dire, perchè chiamato re della _Campania_, se forse non fosse perchè egli comandava nella gran pianura e _campagna_ della Lombardia. Ora il buon re Bertarido disse al santo arcivescovo che erano venute persone apposta dalla gran Bretagna con esibirgli de' grossi regali, s'egli il faceva prigione, ed impediva che non andasse a Roma. Ma che egli, udita sì iniqua domanda, loro avea risposto: _In mia gioventù anch'io cacciato dalla mia patria andai ramingo, e cercai e trovai ricovero presso un certo re degli Unni di setta pagano, il quale, con giuramento fatto al suo falso dio, si obbligò di non darmi giammai in mano de' miei nemici, nè di tradirmi. Dopo qualche tempo vennero i messi de' miei nemici, e promisero con giuramento di dare a quel re un moggio pieno di soldi d'oro se metteva me in loro potere, per levarmi poi la vita. Al che il re rispose: Mi aspetterei tosto la morte dagli dii, se commettessi questa iniquità, e calpestassi il giuramento fatto alle mie deità. Ora quanto più io, che conosco e venero il vero Dio, debbo star lungi da tal misfatto? Io non darei l'anima mia per guadagnar tutto il mondo._ Così un re longobardo, il quale fece dipoi mille carezze al piissimo arcivescovo, e con buona scorta il fece accompagnar fino a Roma. Ciò succedette nell'anno 679. Tornando ora a Bertarido, che era stato licenziato dal re Cacano, non sapendo egli dove volgere i passi per assicurarsi la vita, prese una strana risoluzione[13], e fu di venire a mettersi in mano dello stesso suo nemico, cioè del re Grimoaldo, giacchè la fama portava ch'egli fosse un principe clementissimo, avvisandosi che gli permetterebbe di passar il resto de' suoi giorni con qualche convenevol comodità in vita privata. Arrivato a Lodi, mandò innanzi _Onolfo_, suo fidatissimo servitore, per far sapere a Grimoaldo la sua venuta, e aver da lui le necessarie sicurezze. Lieto Grimoaldo per questa nuova, generosamente rispose che venisse pure, promettendogli, in parola di re, che niun male gli farebbe. Venne Bertarido, volle inginocchiarsi, ma Grimoaldo abbracciatolo come fratello il baciò: e con giuramento lo assicurò che sarebbe da lì innanzi salvo, e ben trattato da lui. Gli fu assegnato un palagio e tutto quel che gli occorreva per un signor il trattamento. Ma seppesi appena nella città l'arrivo di Bertarido, che i cittadini continuarono a folla a fargli delle visite; nè mancarono poi persone maligne che rappresentarono a Grimoaldo, come egli era alla vigilia di perdere il regno, se più lungamente lasciava in vita Bertarido. Non cadde in terra il consiglio.

Grimoaldo in quella stessa sera mandò delle regalate vivande e de' preziosi vini a Bertarido, acciocchè facendo banchetto, e largamente bevendo, si ubbriacasse, con pensiero poi di fargli qualche brutta festa, dappoichè fosse ito a dormire. Ma Bertarido, destramente avvertito da un suo famiglio di quel che si manipolava, mostrando di bere spessissimo del vino alla salute del re, non bevve se non acqua, portatagli in un bicchiero d'argento. Ritiratosi poi in camera, e notificato quanto occorreva ad Onolfo e al suo guardarobiere, uomini fidatissimi, si consigliarono di quel che s'aveva a fare in sì brutto frangente. Quand'ecco arrivar le guardie del re che cinsero tutto il palagio. Onolfo allora, avendo fatto vestir Bertarido in abito da schiavo, e messogli sulle spalle un materasso coi panni da letto e una pelle d'orso, sel mandò innanzi, ingiuriandolo e regalandolo anche di bastonate. Arrivato alle guardie, che gli dimandarono che musica era quella? _Eh_, rispose, _questo mascalzone m'avea preparato da dormire in camera di quell'ubbriacone di Bertarido, che ronfa là annegato nel vino. Io non vo' star più con quel pazzo. A casa mia, a casa mia._ Il lasciarono andare: ed egli condotto il padrone al muro della città dalla parte del Ticino, con una fune calò giù lui ed alcuno de' suoi famigli. Bertarido con quella compagnia, avendo trovato dei cavalli alla pastura, su quelli montato, colla maggior fretta possibile marciò alla città d'Asti, dove avea di molti amici; di là poi passò a Torino, e poscia felicemente arrivò nel paese della Francia. Dappoichè fu uscito Bertarido della sua camera, vi si chiuse dentro il guardarobiere. Mandò il re Grimoaldo a dire alle guardie che gli conducessero al palazzo Bertarido, e però picchiarono all'uscito. Rispose di dentro il guardarobiere, raccomandandosi che per carità lasciassero dormire anche un poco il padrone, perchè era sì cotto dal vino, che non si sarebbe potuto reggere in piedi. Portata al re questa risposta, replicò che non tardassero ad eseguir gli ordini; e però, veggendo che il guardarobiere andava temporeggiando per non aprire, forzarono essi la porta, e cominciarono a cercare per tutti i buchi, dove fosse Bertarido. Non trovandolo, in fine il guardarobiere fu obbligato a scoprire ch'era fuggito. Furibondi allora i soldati se gli avventarono, e presolo pe' capelli il trassero alla presenza del re Grimoaldo, come consapevole di quella fuga, e degnissimo di morte. Grimoaldo, dopo avere ordinato che il lasciassero, volle da lui intendere la maniera tenuta da Bertarido per iscappare. E saputala, si rivolse ai suoi, chiedendo loro cosa si meritava un uomo tale che avea servito a deludere gli ordini suoi. Mille tormenti e la morte, risposero tutti. Ma Grimoaldo, principe magnanimo, allora replicò: _Per Dio, che costui merita premio, perchè non ha avuto difficoltà di espor la sua vita per salvare il padrone._ Ed in fatti lo arrolò tosto fra i suoi guardarobieri, avvertendolo di avere pel nuovo padrone quella stessa fedeltà che aveva avuto per Bertarido, e promettendogli perciò di molti comodi. Volle poi sapere che fosse divenuto di Onolfo, e gli fu detto che s'era ritirato in sacrato nella basilica di san Michele Arcangelo. Affidatolo sulla sua parola, il fece venire a palazzo, ed inteso da lui tutto il filo della fuga, il commendò forte, e non solamente il mise in libertà, ma gli concedette ancora il godimento di quanti beni a lui si appartenevano. Nulla dimeno poco tempo passò che capitato Onolfo in corte, il re gli dimandò come se la passava? Candidamente rispose, che amerebbe più di morire con Bertarido, che di vivere altrove in mezzo alle delizie. Chiamato allora il guardarobiere, volle udire di che sentimento egli fosse. Rispose anche egli del medesimo tenore. Grimoaldo con gran benignità gli ascoltò, e poscia ordinò ad Onolfo che prendesse quanto gli piaceva de' suoi servi, cavalli e masserizie, e che gli permetteva di andarsene. Diede la stessa licenza al guardarobiere: ed amendue, fatto un buon bagaglio, ed avute buone scorte dal re, allegramente se ne andaron in Francia a trovare il loro amatissimo padrone Bertarido. Per queste azioni gloriose, degne di essere paragonate a quelle de' più illustri Romani è da lodar Grimoaldo, se non che egli portava seco la macchia di avere proditoriamente usurpato il regno altrui.

NOTE:

[12] Mabill., Annal. Bened., tom. 4, P. I, p. 691.

[13] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 2.

Anno di CRISTO DCLXV. Indizione VIII.

VITALIANO papa 9. COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 25. GRIMOALDO re 4.